L’eco di Eco

Photo by Steve Rotman, CC

Quando si parla di “legioni di imbecilli” probabilmente ci si sente tutti chiamati in causa, perché si scatena il finimondo.

E così ieri sui vituperati/amati/odiati/incompresi social network fioccavano i commenti sull’uscita di Umberto Eco all’università di Torino. Se ve la siete persa, ecco la parte più commentata e discussa: “Il fenomeno dei social network da un lato è positivo, perché permette alle persone di rimanere in contatto tra loro, ma dall’altro canto dà diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”. Il resto del discorso non ve lo riporto, primo perché non l’ho trovato da nessuna parte, e secondo perché confessatelo, che vi frega del resto del discorso? Il punto non è parlare di quello di cui gli altri hanno parlato?

No, non lo dico per fare polemica. Perché quello che non spiega Eco (e sì, mi vergogno un po’ a fare le pulci a Eco, ma in quanto imbecille nell’era dei social ho anch’io i miei privilegi) è che sui social non è quello che dice la gente che conta. Ma la sua eco. Curioso, no? Quando si dice, nomen omen.

Un tempo si diceva che il medium era il messaggio (e il massaggio), ora il messaggio non è più neanche questo, ora il messaggio è l’eco. Quel moltiplicarsi imprevedibile, che sfugge a ogni controllo perché è in mano alle legioni di cui sopra e anche a una buona dose di imprevisto e di caso (basti pensare che i primi commenti sono decisivi, per esempio, e decidono degli altri, in una rifrazione continua e inarrestabile del messaggio originario, ormai dimenticato). Quello che conta insomma non è il diritto di parola che, ehm, esisteva anche prima. A danneggiare la comunità non è chi esprime la propria opinione (altro diritto che, ehm, esisteva già), è la comunità stessa, nel momento in cui si fa eco di quel messaggio, bicchiere di vino o meno.

Non mi metterò a fare discorsi di semiotica con Umberto Eco (sono imbecille, ma non fino a questo punto), solo da umile frequentatrice del web sono convinta che finché continueremo ad applicare categorie superate a quel magma incontrollato e incontrollabile che sono i social e il digitale, sarà come cercare di acchiappare l’acqua con un retino. L’acqua resta fuori e dentro ci troviamo, che so, un pesce rosso. Un po’ quello che succede quando sui giornali leggiamo titoli come “l’ironia dei social” o troviamo citati Facebook e Twitter solo se c’è di mezzo qualche vicenda gossip e scandalistica. Il pesce rosso, appunto.

Non saranno le legioni di imbecilli di Eco, ma siamo comunque dalle parti dello scemo del villaggio. Globale o meno.

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8 thoughts on “L’eco di Eco

  1. Ogni volta che leggo il tuo blog adoro un po’ di più il tuo modo di scrivere diretto e chiaro, ma soprattutto le riflessioni intelligenti che riesci a fare.
    Rispondere a Eco non è facile, non fosse altro perché Eco è… beh, Eco (e quando accenno a dire che a me “Il nome della rosa” non è piaciuto, bada bene non che “è brutto” ma che non mi è piaciuto, c’è sempre qualcuno che mi salta alla gola) ma tu gli hai dato una risposta rispettosa e intelligente, quella che, ne son certa, tutti noi blogger avremmo voluto dargli!

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  2. Sono capitata qui per caso (anzi no, sei stata segnalata da una tua lettrice) e ho trovato questo articolo molto intelligente, lo ammetto. Credo sia difficile dare a Eco la giusta risposta, ma sono altrettanto convinta che ciò che dice non sia del tutto sbagliato. Il web genera sensazionalismo e polemica e casi social(i). Branchi di pecore che corrono dietro al guru di turno. Poi c’è uno scalino del web differente, di chi lo vive con passione senza pensare al profitto, per fare informazione e magari, tenersi connesso con il resto del mondo. Il web non è una rete meritocratica, ma è altamente democratica: ognuno può dire ciò che desidera, prendendone poi anche le reazioni. Nonostante faccia parte di quella legione di imbecilli, probabilmente, c’è da dire che io cerco di capire e conoscere i mezzi che utilizzo. Arroccarsi sul già collaudato senza andare al di là dei pregiudizi e senza sondare il sistema in oggetto nel dettaglio, è un’analisi superficiale di un fenomeno.

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    1. In realtà secondo me Eco è stato vittima della sua stessa eco, appunto, nel senso che in pochi sanno che cosa ha detto davvero, ma questa parte del discorso si prestava ovviamente alle polemiche e ha generato un’eco che probabilmente poco ha a che vedere con il messaggio originario. Detto questo, resta il fatto che ancora si parla del web come se si potessero applicare categorie che per il web in realtà sono superate.

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