In buona compagnia

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Confesso, se mi sono decisa a fare outing (si veda il primo post del blog) è stato anche perché ero certa di trovare solidarietà fra le autrici e le lettrici di rosa. Il femminismo rosa non l’ho mica inventato io, ci sono fior di autrici che ne scrivono da anni, solo che non se ne è mai parlato troppo. Funzionava un po’ come con gli pseudonimi stranieri per le autrici italiane, in un certo senso: con la scusa che il mercato e le lettrici non erano pronti, finiva tutto sotto il tappeto. Il digitale, i social e l’avvento di nuove firme italiane hanno permesso fra le altre cose di sollevare il tappeto e di fare scoperte interessanti. 

Quando ho parlato di femminismo rosa al Salone del Libro di Torino, all’incontro di Emma Books, ho ricevuto un’accoglienza a dir poco calorosa e lo stesso è successo quando ne ho scritto sui social. Laura Schiavini, donna intelligente e che ho sempre apprezzato, per la sua capacità di non appiattirsi sui gusti dominanti, è stata fra le prime a raccogliere l’invito. Lei mi ha teso la mano e io le ho preso tutto il braccio, come si suol dire, chiedendole un intervento sul femminismo rosa. E la ringrazio di cuore. Buona lettura!

di Laura Schiavini

È innegabile che il genere rosa, in tutte le sue declinazioni: dal romance storico, al chick lit o all’erotico più hard, solo per citarne alcuni, sta vivendo una nuova, fortunata stagione. Niente di nuovo sotto il sole, dai tempi di Liala o di Jane Austen. Il piatto forte è sempre la ricerca del Principe Azzurro, dell’Amore che fa sognare e superare ogni ostacolo regalando alle lettrici il meritato lieto fine. Quello che è cambiato dai tempi delle autrici sopra citate sono ovviamente i costumi e il linguaggio.

A smuovere le acque di un panorama letterario piuttosto convenzionale hanno contribuito, negli anni ’90, Helen Fielding e Sophie Kinsella, che hanno reinventato il genere, con storie divertenti e stravaganti in cui la protagonista è una sfigata che combina un sacco di pasticci, ma che ne viene sempre fuori alla grande grazie alla sua autoironia e simpatia.

Su questa falsariga, che ha ottenuto grande successo proprio perché chiunque di noi si può riconoscere nell’imbranata di turno, si sono cimentate molte autrici italiane entrando a pieno diritto nel panorama editoriale nostrano.

Non fosse che, all’improvviso, ad agitare le onde, è arrivata lei: E.L. James. Che, beninteso non ha inventato proprio nulla, ma che evidentemente ha saputo riproporre il genere erotico alle nuove generazioni, probabilmente a digiuno di letteratura erotica. Tuttavia c’è, paradossalmente, più modernità nei testi del Marchese De Sade che nelle Cinquanta sfumature di grigio. E non mi soffermo nemmeno su Anaïs Nin ed Erica Jong.

Anastasia, la protagonista delle Cinquanta sfumature sembra essere stata catapultata nel terzo millennio da un romanzo di appendice dell’ottocento, quando la società imponeva alle ragazze di essere ingenue, sottomesse e vergini. Solo che, invece di vivere il suo lieto fine con il bruto dal cuore d’oro, finisce nelle sgrinfie di un sadico diventando il punching ball delle sue frustrazioni sessuali.  La sindrome della Crocerossina, tanto cara alle nostre madri e nonne, ha fatto il resto.

Il punto, come osserva  giustamente Lidia Ravera, è che le eroticissime scrittrici contemporanee «non raccontano la vittoria di una donna su se stessa, la sua conquista del desiderio, della libertà di sperimentare, raccontano il piacere di soccombere, la voluttà dell’obbedienza, lo strapotere del maschio miliardario e sadico».

Il successo di questa trilogia e dei cloni che si sono succeduti è, a dir poco, reazionaria. Il femminismo, si sa, è ormai un concetto sorpassato e le donne, grazie al cielo, hanno ripreso a depilarsi le ascelle, a indossare il reggiseno e a curare la propria immagine.

Ma il femminismo non era solo questo e sebbene abbia creato una generazione di donne troppo aggressive e sicure di sé, tanto da mettere in crisi i maschi, ha portato una nuova consapevolezza sentimentale e sessuale.

Insomma abbiamo acquistato il diritto di essere noi stesse: forti, fragili, romantiche, sexy, ma soprattutto libere! Di prendere in mano il nostro destino e di non farci sottomettere dal macho di turno, uno psicopatico che potrebbe trasformarsi all’improvviso in un serial killer.

Storie che parlano di donne volitive e libere ce ne sono, basta saperle cercare, anche se in questo momento sono offuscate dalle nuove tendenze. Le lettrici ne sono talmente condizionate, che quando ho scritto un racconto in cui la protagonista vive un momento di passione e trasgressione con un ragazzo più giovane e sexy tradendo il marito, e che alla fine non ha nemmeno il buon gusto di suicidarsi, anzi, ci prende gusto… mi hanno quasi crocifissa.

Mara Roberti, che gentilmente mi ospita nel suo blog, ha coniato il termine femminismorosa e lanciato l’hashtag su twitter, prontamente recepito da Mariangela Camocardi, che l’ha usato risvegliando la mia vis polemica e facendomi sentire in buona compagnia.

Temo che con questo articolo mi alienerò molte simpatie, ma potrebbe anche succedere il contrario, ossia che altre autrici e lettrici si riconoscano in questo genere e si aggreghino a noi.

Come dicevo sono lontani i tempi degli slogan femministi, tuttavia compito di un’autrice di romanzi rosa è quello di raccontare le storie in cui crede, per intrattenere e far divertire le lettrici.

La vita ha più sfumature delle famigerate Cinquanta cui ci hanno abituate!

Schiavini Yoga

Il nuovo libro di Laura Schiavini, Tutta colpa dello yoga, uscirà per Newton Compton il 16 luglio. Nell’attesa, se volete saperne di più sull’autrice, potete visitare la sua pagina Facebook qui

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7 thoughts on “In buona compagnia

  1. Posso dire che mi considero femminista, che mi sono sempre depilata le ascelle, non ho mai mollato il reggiseno e non ho nulla contro le storie d’amore? Ritengo che il femminismo sia oggi più necessario che mai e che sia preciso dovere delle autrici narrare storie ed emozioni che raccontino i cambiamenti della nostra epoca, il nuovo modo in cui le donne, finalmente consapevoli di se stesse, affrontano e vivono le emozioni. Per questo sono felice del concetto di femminismo rosa. Perché, come autrice, è quello che ho sempre inconsapevolmente portato avanti insieme alla mia socia Loredana Falcone. Ed è per questo che non amo i libri (50 sfumature ma non solo) che perpetuano gli stereotipi femminili della fanciulla che solo nel rapporto con un uomo può trovare il proprio motivo d’essere.

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  2. Grazie Mara, e grazie Laura Schiavini, per tenere in prima linea un argomento che mi sta molto a cuore. Come Laura Costantini anch’io ho partecipato alle lotte femministe senza toglermi il reggiseno e alrettanto ben depilata. Sono altresì consapevole che c’è ancora tantissimo da fare e se c’è una che non si tira indietro quella sono io. Soprattuto quando il romanzo d’amore è discriminato anche da chi apprezza emerite porcherie in altri generi di narrativa solo perchè, appunto, esulano dalla sfera dei sentimenti.
    Laura Schiavini, un caloroso in bocca al lupo per la tua nuova uscita editoriale ( andrà alla grande!)

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