La sventurata felicità delle donne

Foto Lis Bokt (CC)
Foto Lis Bokt (CC)

«Ma aveva ragione. La pasta era scotta.»

Sono le parole di una donna che è stata picchiata dal marito perché la pasta che c’era in tavola non era abbastanza buona. Sentirle mi ha aiutata a capire che esiste una seconda forma di violenza, terribile quasi quanto quella fisica: quella che noi donne esercitiamo contro noi stesse. Per soffocarci, metterci a tacere, impedirci di essere quello che siamo. Una donna realizzata è una donna sbagliata, che ha tradito gli altri, ha tradito i suoi cari e i propri doveri di donna e di anima del focolare. Da qualche parte dentro di noi questa convinzione esiste. O almeno il dubbio, il sospetto che sia così.

C’è una verità che fa male, nella violenza di genere. Fa male dirla, fa male anche solo pensarla, fa male scriverla. Ed è che una parte delle donne pensa di meritarsela. Nel profondo, da qualche parte di sé, pensa che se quegli schiaffi sono arrivati un motivo doveva esserci. Che qualcosa doveva avere fatto. L’ho provocato. Avrei dovuto lasciarlo in pace. Era evidente che era di cattivo umore. Ho iniziato io.

Contro questa violenza nella violenza ci si sente, se possibile, ancora più impotenti. Il dovere di difendersi passa per il diritto a essere se stesse, a realizzarsi, a essere felici. A non cercare la nostra identità in quello che facciamo per gli altri, in quello che diamo, nella nostra capacità di annullarci per metterci al servizio altrui.

In vista del 25 novembre, mi sono chiesta che cosa poteva fare il femminismo rosa contro la violenza di genere e la mia risposta è questa. Il femminismo rosa insegna a guardare dentro di sé, a coltivare quelle emozioni che serviranno anche a difendersi, se necessario. È un femminismo in cui i sogni non indicano una via di fuga, ma la strada da seguire per stare meglio con se stesse. Per stare bene.

Il femminismo rosa serve a convincersi di avere il diritto di essere felici, a cercare dentro di noi, dentro ciascuna di noi, i motivi per cui vale la pena di combattere. Le emozioni sono il nostro strumento, la nostra arma. Ma solo se iniziamo a usarle per costruire noi stesse e per difendere quello che abbiamo costruito. E le donne, le persone, si costruiscono a partire dai loro sogni. A partire da qui potremo decidere se prendere o dare, senza sensi di colpa, e senza che nessuno provi a farci masticare rimorsi.

Perché quel piatto di pasta scotta l’abbiamo preparato tutte, ogni tanto, quando eravamo distratte a guardare dentro noi stesse. Quando avevamo troppo, o semplicemente altro, da fare. E anche se sembra assurdo, serve una donna davvero forte per convincersi che va bene lo stesso, che non è tanto grave. La felicità delle donne fa paura, soprattutto alle donne. È difficile da accettare. Ha qualcosa di vagamente impudico, di intimo, di riprovevole.

Contro il femminicidio servono leggi adeguate e una coscienza collettiva diversa. E ovviamente la colpa di una violenza è sempre e soltanto di chi la commette. Ma finché continuerà a succedere, ci vuole una donna davvero forte per difendere un’altra donna. Quella donna dobbiamo costruirla da sole, dentro di noi, a partire dai nostri sogni e dalle nostre emozioni, senza chiedere o aspettare il permesso di nessuno. Quando l’avremo costruita, dopo esserci prese cura di lei e averla incoraggiata e sostenuta, perché sarà sola, sarà sempre da sola nella sua battaglia per essere felice e per bastare a se stessa, dopo averla vista crescere, forse saremo diventate abbastanza forti da convincerci che dobbiamo difendere quella donna, sempre, da chiunque.

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13 thoughts on “La sventurata felicità delle donne

  1. Bellissimo post (vorrei aggiungere: come sempre). Complimenti!
    “Convincersi di avere il diritto di essere felici…”
    Una di quelle cose che appare molto più semplice da attuare di quanto in realtà non sia. Un ottimo proposito per tutte.

    Mi piace

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