Il televisore nell’armadio

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Foto Giulia van Pelt (CC)

L’altro giorno ero in un’agenzia immobiliare e nella stanza accanto alla mia si discuteva della vendita di una casa. Ho sbirciato, incuriosita, e ho visto una coppia anziana insieme a una ragazza giovane, probabilmente la figlia, perché aveva gli stessi occhi intensi e mansueti della madre. Dall’altra parte del tavolo c’era una coppia giovane, belli, ben vestiti, impazienti.

Mentre aspettavo ho origliato, confesso. Stavo per smettere, annoiata da quel susseguirsi di tasse, assegni circolari, mappe catastali, quando la voce della signora anziana ha richiamato la mia attenzione. Mentre la figlia e l’agente immobiliare discutevano del contratto della luce e dell’assicurazione, lei li ha interrotti ansiosa per ricordare che nel secondo cassetto in bagno c’erano i suoi occhiali di lettura e che gli asciugamani buoni erano ancora nell’armadio in corridoio.

Ho sorriso. Doveva trattarsi di una seconda residenza, l’ho intuito dai loro discorsi. Ho sbirciato di nuovo. La proprietaria aveva una gran testa di capelli neri, acconciata per l’occasione, e una giacca scura di panno all’antica ma di buon taglio. Accanto a lei, il marito guardava sornione la coppia di successori e cercava di convincerli a comprare un quadro africano.

La segretaria dell’agenzia è passata da me per avvisarmi che la persona con cui avevo appuntamento era in ritardo. Era appena uscita, quando ho sentito la donna anziana commentare alla giovane acquirente, a bassa voce e in tono di intesa: «C’è una televisione nascosta nell’armadio in camera da letto. Sa, per quando mio marito faceva tardi di sotto» ha aggiunto con aria vergognosa, ma orgogliosa del suo piccolo segreto. Poi l’ho sentita sospirare. «L’ho curata così tanto quella casa.»

Una decina di minuti dopo, mentre io cercavo un appartamento in montagna a un prezzo ragionevole, ho sentito che uscivano e ho allungato il collo. La signora anziana avanzava in testa al corteo, tamponandosi discretamente gli occhi dietro le lenti scure. Il marito la seguiva a ruota scherzando con la giovane acquirente.

E mi si è stretto qualcosa dentro. Era una storia d’amore che finiva, quella fra l’anziana signora e la sua casa al mare. Ho pensato a tutte le attenzioni che doveva avervi riversato, pulendola e strigliandola, mentre gli altri se la godevano. E adesso stavano per svuotarla da cima a fondo rischiando di dimenticarsi i suoi occhiali di lettura nel cassetto del bagno. Tutte quelle pulizie erano state un gesto d’amore, in fondo, un modo come un altro per buttare fuori quell’intensità senza nome che a volte noi donne ci portiamo dentro e che se non traduciamo in gesti e parole ci marcisce nel petto e ci sommerge in una malinconia incurabile. Mi sono chiesta se la casa l’avesse ricambiata. Immagino che lo facesse la sera, quando la signora apriva l’anta dell’armadio e si godeva in solitudine il suo televisore segreto.

Se è stata davvero una storia d’amore, è stata una storia triste, probabilmente. Come tutte le storie vissute in solitudine, quella solitudine che conosciamo solo noi donne, credo, anche quando siamo al centro della più affettuosa e unita delle famiglie. Quella solitudine che tinge ogni piccolo piacere di un senso di colpa strisciante, perfino il piacere di un televisore nascosto in un armadio, di cui approfittare solo quando “mio marito fa tardi di sotto”.

Forse, pensavo tornando alla mia casa caotica e sporca, quella donna starà meglio, in fondo, senza quelle stanze di cui prendersi cura con tanta dedizione. Forse, esauriti a poco a poco gli oggetti su cui riversare le nostre attenzioni, un giorno potremo tutte aprire l’anta dell’armadio e trovarci dentro noi stesse. E a quel punto non avremo più scuse per guardare da un’altra parte, con un po’ di fortuna il senso di colpa tacerà e potremo ascoltare la voce che ci grida dentro.

Perché sono sicura che in realtà fosse quella voce a far piangere l’anziana signora dopo la vendita della casa. L’eco di una voce di tanti anni prima, una voce giovane, piena di sogni e di promesse.  Qualcuno di quei sogni sarà incorniciato nelle fotografie sulla mensola del camino, qualche altro, i più audaci ed egoisti, secondo me è rimasto sul fondo di un cassetto in una casa vuota.

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13 thoughts on “Il televisore nell’armadio

  1. A me invece non mi dà tristezza, forse nostalgia per le case passate, quelle affittate solo per un’estate e quelle abitate a lungo. Ma alla fine ciò che mi resta di più sono i bei momenti passati con le persone amate. Bella storia!

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  2. Anche se i ricordi e le emozioni uno se li dovrebbe portare nel cuore, per me la casa e’sempre stata contenitore di tanti sentimenti. Di una in particolare, in cui non vivo piu’, ma in cui ho trascorso momenti importanti, ho ancora questa immagine vivida e nel mio dormiveglia mi aggiro ancora, sempre tra quelle mura, quasi ogni giorno. Mi hai regalato davvero una bellissima lettura.

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