Femminismo Super Plus

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Foto z a m i r a no more (CC)

Ci sono cose che capisci davvero solo quando cerchi di spiegarle ai tuoi figli. Come la fotosintesi, il plurale in -ie o i lati buoni di tua suocera. E le mestruazioni. Non solo perché ti scopri vergognosamente impreparata su un sacco di dettagli tecnici o perché non sai mai dove ti porterà la domanda successiva o dove finirà il tampax che il figlio minore sta usando come elica. È perché ti scopri a parlarne come di una condanna, un piccolo segretuccio imbarazzante, una cosa che ti capita, da sopportare stoicamente come ogni brava donna che si rispetti, nel più assoluto silenzio. «E ringrazia che adesso puoi andare in spiaggia lo stesso»  ti scopri a dire, con le stesse parole che hanno detto a te in quel giorno che ti sembra ieri ma che ieri non è, quando avevi visualizzato schiere di donne in costumi a mezza coscia coraggiosamente incollate alle sdraio. «E non devi neanche metterti le mutande di plastica.»

Poi leggi qualcosa negli occhi di tua figlia, una sorta di incomprensione mista a incredulità, in cui ritrovi la stessa incredulità che avevi provato anche tu anni prima. E capisci che non è per la faccenda degli ovuli e neanche per la tua spiegazione raffazzonata e men che meno per il sangue. I bambini il sangue lo vedono in continuazione, a ogni caduta e a ogni graffio al parco. No. È la vergogna la parte che non capisce, come non la capivo io allora. Se succede tutti i mesi, dice quello sguardo in cui mi riconosco, se succede perché lo dice il mio corpo, non può esserci niente di male. Dove è andato a finire l’orgoglio di essere donna che mi hai insegnato finora? Entra in stand by per qualche giorno al mese? Come funziona esattamente, in quei giorni sei donna a metà? Sei donna nel modo crudele in cui ti impongono di essere donna, a volte, quando significa subire in silenzio, dimostrare il proprio valore soffrendo, come sa bene qualunque donna sia entrata in sala parto e abbia chiesto un’epidurale.

Poi un giorno senti sussurrare all’uscita di scuola di una compagna che ha sporcato di sangue il bagno e ti immagini che cosa deve aver provato quella bambina e all’improvviso capisci che è lì che nasce tutto il maschilismo del mondo, in quello stigma che ci portiamo dietro, senza neanche accorgercene. In quel peccato mensile da scontare, per cui non bastano tutti i cicli e tutti i palloncini rossi del mondo. E che torna puntuale come l’aglio, ogni ventotto giorni.

Pensi a tutte le situazioni in cui hai dovuto mentire, nasconderti, a tutte le volte in cui sei arrossita. A tutti gli anni in cui, una volta al mese, automaticamente, hai ricordato a te stessa che a essere donna in fondo in fondo c’è un po’ da vergognarsi. E il prezzo di quella vergogna si paga in monete sonanti, comprando assorbenti che al chilo costano più del tartufo.

Per più di trent’anni una parte di me ha creduto che una volta al mese la natura ti insegnasse ad abbassare la testa, che ti ricordasse qual era il tuo posto. Ora mi rendo conto che la natura non c’entra niente, che sono sempre stati solo condizionamenti sociali e culturali, gli stessi che ti spingono a pensare che la felicità delle donne sia intrinsecamente sbagliata e che essere donna sia essere meno, a prescindere. È una differenza sottile e sfuggente, forse, ma cambia tutto radicalmente.

Non so bene come se ne esce, confesso. Ma confido che lo sapranno le nostre figlie. Confido in un futuro in cui gli assorbenti costeranno come la schiuma da barba, in cui non ci si vergognerà a vederli sfilare sul nastro alla cassa e in cui le pubblicità la pianteranno di dirti che con l’assorbente giusto non te ne accorgi neanche, perché col cazzo che non te ne accorgi, sappilo, caro creativo uomo. Te ne accorgi eccome. Prova tu ad andartene in giro con un tampax infilato nel sedere, poi vediamo se ti viene voglia di fare la ruota.

«Ma perché succede?»
«È la natura, serve per riprodurci.»
«Come quando l’albero mette le ciliegie, ma una volta al mese.»
Sorrido. Messa così sembra improvvisamente facile. «Esatto.»
«Il sangue poi smette di uscire da solo, vero?»
«Sì, a un certo punto sì.»
«Allora okay, non c’è problema.»

La generazione on demand forse in fondo ha proprio l’atteggiamento giusto.

 

 

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18 thoughts on “Femminismo Super Plus

  1. Non ho voluto figli, non mi sono mai vergognata di acquistare assorbenti, non ho mai vissuto il mestruo come una condanna. E ho sfatato volentieri tutte quelle balle sul non lavarsi i capelli, non fare la doccia, non toccare le piante (che si sarebbero seccate) o il non impastare dolci (che non sarebbero lievitati). Oggi, alle prese con una premenopausa molto molto molto problematica e dolorosa, comunque rivendico il diritto ad avere il mal di pancia e a dirlo, specificando il perché, anche ai colleghi maschi e senza arrossire o abbassare lo sguardo. Dovrebbero inchinarsi, perché da quel sangue sono nati.

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  2. ho imparato lentamente a non vergognarmi di quei giorni e a convivere con il mio corpo e la mia natura di donna, di cui a giorni alterni sono orgogliosa (il ciclo non c’entra nulla!!) confesso che l’idea di essere sporca e che tutti possano vedere sul mio sedere una macchia rossa mi imbarazza molto di più di una qualsiasi altra macchia. Detesto le pubblicità di donne che hanno bisogno di imbottirsi di farmaci perché sono iene scalmanate e ancora peggio quelle con donne che si lanciano col paracadute. non faccio né uno né l’altro come in ogni altro giorno. Riconosco che il ciclo mi causi cambi di umore ma non sopporto che qualcuno me lo possa far notare.

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  3. Sono del 67, quando ho avuto per la prima volta le mestruazioni si usavano le mutando “igieniche” (ovvero simil plastica), era meglio non toccare le piante e non fare la doccia …..aiuto! Ma ho una figlia di 18 anni che fa la doccia, lava i capelli, va in piscina, non innaffia le piante (perché ne ho poche), mette i leggins e si fa annusare dai cani di un mio amico (pare che i golden “sentano” le donne mestruate ) e soprattutto ci ridiamo su pensando “se le mestruazioni le avessero gli uomini ci sarebbe un tasso di assenteismo mensile altissimo”! Un abbraccio e complimenti per il tuo blog e per le storie di cuore e in rosa.

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  4. Mara, questo post è meraviglioso … mi hai fatto ricordare il terribile modo in cui ho cercato di sdrammatizzare a mia figlia l’arrivo della sua femminilità! Ma lei che ha vissuto il tutto con una certa naturalezza e anche un pizzico di orgoglio…. mi rispose “Tranquilla mamma! ho visto che tu fai tutto anche in quei giorni lì…” lo sguardo degli adolescenti la sa lunga 😉
    Un abbraccio e condivido questa bella partecipazione corale in rete, è la parte più bella, a mio avviso, dello scrivere!

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  5. A volte penso che ci siamo dati un obiettivo sbagliato. Quello prioritario intendo, quello importante, il primo obiettivo da cui tutto parte. Abbiamo deciso (ci hanno insegnato) che dobbiamo insegnare ai nostri figli come si debba vivere.

    Forse, e dico forse, il vero obiettivo sarebbe dovuto essere quello di evitare, in tutti i modi, con tutte le forze, di trasmettergli troppo. Cos’è troppo? Le nostre paure. I nostri tick, le nostre superstizioni, i luoghi comuni, tutti quei pesi che, senza davvero volerlo, carichiamo sulle loro spalle come altri le hanno caricate un tempo sulle nostre.

    Penso questo a volte, come prima, mentre leggevo il tuo articolo. Solo che non so come si faccia. E forse è troppo tardi.

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  6. Per il momento non ho figli e forse per questo non avevo ancora riflettuto sull’aspetto imbarazzante dell’essere donna (mi viene in mente, a proposito, che in certe lingue, come lo Spagnolo, “incinta” si dice “embarazada”), ma mi scopro d’accordo con tutto ciò che hai scritto, perciò grazie per aver fatto di almeno qualcuna di noi delle “madri virtuali” per un istante per permetterci di afferrare ciò che hai afferrato tu.

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