Prima regola del femminismo: non parlate mai del femminismo

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Foto di Jay Morrison (CC)

Del femminismo non si parla.

Del femminismo non si parla con chi non è femminista o non crede di esserlo. La parola evoca polemiche rabbiose, argomenti polverosi, donne incazzate con il mondo e con il genere maschile, slogan graffianti e provocazioni intransigenti. Qualcuno ci prova, per carità. Qualche uomo talvolta lo fa con un tono compiacente e paternalista, di chi le donne le stima davvero per quello che valgono, altro che guardare il culo come nei bassifondi di periferia. Lui le donne le tratta con rispetto. Ne ha conosciute alcune intelligentissime, peraltro. E se non lo sono, di sicuro possono diventarlo. Anche con il suo aiuto. È un po’ l’equivalente del “Ho anch’io un amico negro” in versione rosa e radical chic. Alla fine ci scappa sempre il sorrisetto, la battutina, il diminutivo irritante, l’equivalente verbale e molto intellettuale di una palpatina al culo.

Il femminismo nei migliori dei casi viene trattato con una certa pazienza condiscendente. Ti è concesso di dire un paio di cose femministe, un po’ come per le quote rosa, poi basta, però. Perché se ne dici tre di seguito stai esagerando, sei un po’ nevrotica, vagamente repressa. Una sorta di liberalismo un tanto al chilo, con moderazione, senza esagerare.

Ma il problema è che non è mica tanto facile anche parlare di femminismo con le femministe. Perché va sempre a finire che sbagli qualcosa. Per cominciare, che non ti salti in mente di dire che si potrebbe fare qualcosa di diverso. Il femminismo non si tocca, non si critica, non si cambia. Il femminismo, non sempre, ovviamente, ma più spesso di quanto dovrebbe succedere, viene reclamato con una gelosia irritante. Conosci la parola d’ordine? C’eri alla manifestazione per l’aborto? Hai sputato su Hegel? Sei una di noi? No? Allora taci. O se proprio non puoi stare zitta, ripeti per bene quello che abbiamo già detto noi.

Non è sempre così, lo ripeto, perché so che sarà la critica principale a questo post. Ma anche se è politicamente scorretto dirlo e non è certo il modo per attirarsi simpatie, molti dibattiti femministi usano toni anacronistici e un linguaggio polveroso. Molte femministe continuano a parlare dritte dagli anni Settanta. Il femminismo ispira antipatia anche perché a volte rischia di sembrare una sorta di dogma, un circolo ristretto e inaccessibile. Il femminismo fa sentire la maggior parte delle donne inadeguate, troppo frivole o ignoranti per potervi prendere parte. Non è così, ovviamente. E di certo non era così negli anni Settanta, quando il femminismo andava davvero a stanare le donne da casa per confrontarsi insieme.

Il femminismo sta perdendo in modo preoccupante le nuove generazioni. E dalla società non arrivano messaggi molto più rassicuranti, come è diventato evidente con le ultime campagne istituzionali. Ecco perché serve un linguaggio nuovo, un linguaggio comune, in cui le donne e le ragazze possano e vogliano riconoscersi, che sappiano e desiderino usare. Un linguaggio da reinventare e attraverso il quale reinventarsi. Un linguaggio da decidere insieme. Un linguaggio che passi per le emozioni, che non colpevolizzi ulteriormente le donne, che non lasci nessuna in disparte, che ammetta i sogni e che ci insegni a essere felici e a credere di meritarcelo. Un nuovo modo di intendere l’amore. Un linguaggio che le donne e le ragazze siano felici di usare, perché solo così si riuscirà a passare il testimone alle nuove generazioni, su cui si allunga un’ombra retrograda e maschilista sempre più inquietante.

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5 thoughts on “Prima regola del femminismo: non parlate mai del femminismo

  1. Asilo politico? Certo. Per te, sempre.
    Ho 68 anni, nel 1968 ne avevo venti, frequentavo l’università (facoltà di Filosofia) e le prendevo dai fascisti e dai celerini. Ricordo il linguaggio di quegli anni, spesso rabbioso, delle femministe. Però, c’era bisogno di rompere tutti gli schemi consolidati da secoli di “oppressione maschilista e cattolica”. Ricordo la gioia -sì, gioia- per la vittoria nei referendum (divorzio e aborto), per il nuovo diritto di famiglia. Poi, ci siamo perse, credendo che il più fosse ormai fatto e di poter consegnare alla generazione dopo di noi un mondo migliore, più giusto nei confronti dell’altra metà del cielo. Non è stato così. Il vecchio femminismo si è arroccato in una sequela di parole d’ordine che, a ogni anno, diventavano sempre più obsolete e scollegate dalla realtà. Le poche voci di dissenso venivano tacitate, anche con durezza. Mi sono trovata, ormai vecchia, a non poter più dialogare né con tante “compagne” di allora, né con la nuova generazione. La quale, lasciatemelo dire, si trova in guai seri. Molto seri.

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  2. Pur non dimenticandosi mai da dove si è partiti, credo che durante il viaggio qualche modifica la si debba fare, adeguarsi ai tempi non significa snaturare gli ideali, ma renderli accessibili, comprensibili e fruibili al maggior numero di persone possibile.

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