E tu, che mamma sei?

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C’è la mamma sportiva, che fa ginnastica con il pupo nel marsupio, se lo porta ovunque in bicicletta e può continuare ad amare lo sport mentre insegna alle persone che ama a fare altrettanto. Tennis, calcio, scalata, kayak, tutto vale. La prole si divertirà e la mamma continuerà a sentirsi se stessa consapevole di fare il bene dei figli, insieme al suo.

C’è la mamma cuoca, che prepara manicaretti e non appena il pargolo è in grado di stare seduto a tavola lo piazza a preparare torte e biscotti. La mamma cuoca può sperimentare ogni giorno piatti diversi, contando sul palato e sull’aiuto dei figli, e più lei si diverte e si dedica alla propria passione, più i figli imparano l’arte dei fornelli e si abbuffano di delizie caserecce.

C’è la mamma scienziata, che quando il pupo inizia a gattonare gli sistema davanti esperimenti di ogni tipo e non appena lui acquista l’uso della parola se lo porta in giro a declamare il nome di piante e fiori e animali, per poi passare al Piccolo Chimico qualche anno prima dell’età consigliata sulla confezione.

C’è la mamma lettrice, che legge legge legge ai figli, qualunque cosa a qualunque età, anche solo per il piacere di far riecheggiare storie sconosciute nella propria voce. C’è la mamma matematica, che inventa teoremi impossibili con i numeri della minestrina. C’è la mamma musicista, che crea una ninna nanna per ogni vagito. La mamma sciatrice, che si lancia con i pargoli giù per piste spericolate. La mamma fotografa, che ti spiega i misteri della camera oscura. La mamma sarta, che ti confeziona qualunque vestito tu le indichi sulla rivista.

E poi c’è la mamma cazzona.

La mamma cazzona si sente davvero se stessa quando ne combina qualcuna, quando sfida i mulini a vento, quando trasgredisce, inventa, evade, quando viaggia, quando fa di testa propria, quando sta da sola, quando si incavola, quando dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato. La mamma cazzona si fa scappare troppe parolacce, non riesce mai a tenere la bocca chiusa, ha un caratteraccio ed è felice di averlo. La mamma cazzona esagera quasi sempre, vive di malinconie e di sogni in un futuro da reinventare non appena diventa noioso. La mamma cazzona ogni tanto ha bisogno di mandare tutto al diavolo, di ricominciare da capo, di fare la cosa sbagliata sapendo di farla. La mamma cazzona vuole avere sempre l’ultima parola come quando era piccola ed è bastian contrario come quando era adolescente. La mamma cazzona ama sedersi per terra, mettere i piedi sul tavolo, tenere la musica troppo alta, mangiare fuori pasto e poco sano e quando le pare. La mamma cazzona dorme fino a tardi e la sera non andrebbe mai a letto, perché le sembra sempre di non aver spremuto il giorno abbastanza.

Come fa allora la mamma cazzona a continuare a sentirsi se stessa insieme ai pargoli, senza condannarli a un futuro sul lettino dello psicoanalista? Una cosa è insegnare ai tuoi figli a ribellarsi, un’altra costringerli ad affrontare giornate allo sbando. Una cosa è divertirsi in modo sfrenato con i propri figli, un’altra è saperlo fare nei momenti giusti, rispettando i loro spazi e quelli del quotidiano. Una cosa è pasteggiare ogni tanto a stuzzichini come faceva Cher in chissà quale film, un’altra è sconvolgere il menu e le analisi del sangue dei tuoi figli sulla scia dei tuoi cambiamenti di umore. Insomma, non si può. La mamma cazzona deve darsi una regolata, deve mettere via una parte di sé e sacrificarla a pasti caldi abbastanza sani e regolari, a una vita ordinata e rassicurante che non si lasci frastornare da sprazzi occasionali di follia, perché non si può spedire un figlio nel labirinto senza tenere ben stretto il nostro capo del filo, o almeno provarci.

La mamma cazzona sacrifica ogni giorno una piccola parte di sé. Se fosse un uomo probabilmente non sarebbe necessario, i padri cazzoni sono divertenti e imprevedibili, l’invidia degli amici, e non sconvolgono la vita domestica.  Ma fra la Sindrome dello Strofinaccio e l’esaltazione del materno a tutti i costi e senza sfumature, la donna una volta diventata mamma china impercettibilmente il capo, si getta alle spalle gli anni di giovinezza e indipendenza e follia e si consegna a quell’amore tutto nuovo che un po’ la trasforma e un po’ la opprime, che ogni tanto è la misura assoluta della sua felicità e ogni tanto le impedisce di arrivarci.

La mamma cazzona della mia generazione vive stretta fra il richiamo all’indipendenza sentito da adolescente negli anni Ottanta e la Sindrome dello Strofinaccio ereditata da nonne e madri, che le impone la cura altrui come misura del proprio valore. Vive fra l’attaccamento a se stessa e il senso di colpa per un materno idealizzato che non le appartiene e che sente di tradire ogni giorno, rubando qualcosa all’ideale materno che i suoi figli sono condannati a portarsi dietro amputato e un po’ goffo. Ma ha una certezza, che quell’ideale materno se non altro è sincero ed è presente.

Sì, perché alla fine la madre cazzona fa di necessità virtù e decide che non c’è niente di più prezioso che insegnare a sbagliare, a essere imperfetti, a rattoppare, a rischiare, a scusarsi, a ricominciare da capo, a riconciliarsi con i propri errori, e così continua a sbagliare e a scusarsi, imbastisce un quotidiano il più sereno possibile e poi lo manda all’aria in due secondi con la frase sbagliata, ma poi ricomincia e ci riprova. Perché sa che è la strada del voler bene, non quella dell’inferno, a essere lastricata di buone intenzioni. E sa che alla fine, passata l’epoca dei pasti sani e della casa che profuma di torta appena sfornata e dei compiti e della merenda nello zaino, finita quest’epoca, i suoi figli potranno fare tesoro del suo esempio incerto e impacciato e sforzarsi di trovare sempre la strada che porta verso se stessi, anche nel territorio inesplorato e disorientante dell’amore altrui.

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