Ma è una conquista, questa felicità?

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Ma è una conquista, questa indipendenza? si chiedeva Gramellini qualche giorno fa su Vanity Fair, dove avvertiva che gli uomini si innamorano della “donna cerbiatto che sbatte gli occhioni in cerca di protezione”, non delle donne forti e indipendenti, ma che comunque le due lettrici che si erano rivolte a lui devono restare fedeli a se stesse, forti ed emancipate ed esauste come sono.

L’unica volta che ho provato a sbattere le palpebre con un uomo, mi ha chiesto se mi era entrato qualcosa nell’occhio, quindi d’accordo, Gramellini, a ciascuno il suo. Del resto, come scrivi, al mio compagno resta pur sempre una sua utilità nei “momenti in cui mi sento piccola e vulnerabile” (ed è subito Drupi).

Ma è una conquista, questa indipendenza? In realtà, la lettrice di Gramellini si lamentava di dover fare tutto da sola, di non avere aiuti, perché era convinta che l’emancipazione femminile significasse diventare una donna che non deve chiedere mai, che può cavarsela da sola. Nella lettera scrive di essersi stancata, di volere qualcuno che le dica di non preoccuparsi di niente, che pensa a tutto lui, “e fanculo il femminismo e i suoi principi”.

La domanda da porsi, però, non è se l’indipendenza sia una conquista, ma se il femminismo fosse davvero questo. Chi l’ha mai detto che per essere femminista una donna debba ammazzarsi di fatica? Chi l’ha mai detto che una donna femminista debba fare tutto da sola, che non possa contare sull’aiuto di un uomo? Che non possa aver voglia di cedere il timone ad altri, ogni tanto? Chi l’ha detto che una femminista non voglia un bel paio di spalle larghe su cui appoggiarsi, a volte?

È dietro questo fraintendimento pericoloso che si nasconde uno dei problemi del femminismo. Abbiamo tutte e tutti bisogno di rifugiarci dentro la nostra debolezza, ogni tanto, e questo non dovrebbe allontanarci dalla nostra felicità o dai nostri diritti. L’incapacità di un certo femminismo di accostarsi al romanticismo nelle sue forme più semplici ed elementari, la sua diffidenza nei confronti delle emozioni che rischiano di essere scambiate per debolezza e svagatezza, la necessità della durezza e della forza che trapela, a torto o a ragione, da un certo discorso femminista, rischiano di tenere a distanza gran parte delle donne, ma soprattutto rischiano di far passare il messaggio pericoloso che dove inizia la coppia cessano i diritti della donna.

Ecco perché credo che sia importante quello che chiamo “femminismo rosa”, con buona pace di chi trova spassoso l’accostamento dei due termini. Un femminismo che metta l’accento sulla felicità delle donne, non sulla loro forza. Un femminismo capace di andare a braccetto con il romanticismo, con i sogni di coppia, con il bisogno e la necessità di chiedere aiuto, un femminismo che ci liberi della Sindrome dello Strofinaccio e dei sensi di colpa, in cui trovino posto tutte le emozioni delle donne e che ci insegni a viverle con orgoglio, perché sono la nostra arma, non la nostra debolezza.

Un femminismo che riparta dalle donne, da tutte le donne, quelle che sentono il bisogno di fare tutto da sole e quelle che vogliono delegare, quelle che solo nella solitudine riescono a prendersi cura di sé e quelle che si realizzano nella cura altrui e del darsi, quelle che inseguono i tanto detestati maschi alfa, quelle che vogliono restare single, quelle che non hanno figli e quelle che sognano la famiglia Bradford. Un femminismo più intimo, che ci insegni che abbiamo il diritto di essere felici sempre e comunque, il diritto di non fare niente, di riposarci, di essere superficiali, ma soprattutto il diritto di sognare e il dovere verso noi stesse di provare a realizzare quei sogni.

Un femminismo in cui a nessuna donna venga il dubbio di dover mandare al diavolo i propri principi per tirare il fiato e che non confonda la felicità con l’indipendenza. E in cui a nessun uomo venga in mente di poter calpestare i diritti di una donna solo perché si considera o si lascia credere frivola, fragile e vulnerabile. Un femminismo che piaccia anche alle “donne cerbiatto” di Gramellini, insomma, e che non ci obblighi a sbattere le ciglia per farci aiutare.

 

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8 risposte a "Ma è una conquista, questa felicità?"

  1. Se non ci fosse la parola femminismo forse sarebbe ancora meglio, perché avrebbe significato da parte delle donne il bisogno di non doversi definire ed “attestare” in un mondo di prevaricazioni maschili…ma così non è stato e per alcuni versi ancora non lo è.

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  2. Tu hai ragione. Ma temo che questo discorso, giusto, diventi un’arma contro le donne nel momento stesso in cui viene formulato. Non posso dimenticare il terribile momento in cui, ne “Il racconto dell’Ancella”, la protagonista ricorda il momento in cui il suo compagno, di fronte alle nuove leggi, disse in buona fede: “mi prenderò cura di te”. E fu la fine di ogni diritto femminile.
    Ma forse io sono pessimista. Oltre che femminista.

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  3. Il punto è che il femminismo non esiste nel senso che non è un monolite, esistono tanti femminismi ma è passato e forse rimasto nell’immaginario collettivo quello più radicale e di rottura, che pure è servito per conquistare qualche diritto e libertà in più. Così la parola femminista é diventata una parolaccia, per alcune donne un insulto. Bisognerebbe riscoprire la pluralità dell’essere donna e di quei movimenti nati per rivendicarla.

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  4. Questo articolo mi porta molti spunti di riflessione e senza etichettarmi feminista perché anche a me come ha commentato Nina mi è arrivata un’immagine troppo radicale delle femministe. Sono una donna che cerca la felicità ma antepone l’indipendenza come se le due cose fossero inconciliabili e non delego mai come se dovessi essere sempre e comunque Wonder Woman e quando sono stanca via di senso di colpa, questo purtroppo mi è stato trasmesso anche e soprattutto da mia madre.

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