Femminista in senso lato

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Foto di Claus Tom Christensen (CC)

Nel descrivere l’avvocata del carabiniere accusato di stupro – “l’avvocata Cristina”, per gli amici e per i lettori del Corriere, suvvia, potrebbe essere nostra zia, anche gli avvocati uomini del resto li chiamano tutti affettuosamente per nome… o no? – comunque, dell’avvocata il Corriere ci tiene a precisare che “non è una femminista nel senso più stretto del termine”.

La cronaca di questa vicenda e delle indagini in corso è un esempio di giornalismo dei più beceri, ma su questo hanno già scritto penne migliori della mia e non mi dilungherò. Non ce n’è neanche bisogno. Solo in questo articolo apparentemente inoffensivo, sono nascosti – neanche tanto bene – più stereotipi e messaggi pericolosi di quanto si possa pensare, e accettare.

Che accidenti significa che non è una femminista in senso stretto? Che è una femminista in senso lato? Che ha difeso i diritti delle donne ma questo non significa che sia brutta, repressa e antipatica? Avevo appena optato per la seconda ipotesi, una sorta di “è femminista ma non vogliategliene, sta cercando di smettere”, quando sono tornata su di qualche riga e ho riletto con più attenzione. L’avvocata, pare, “è una tosta” (essendo donna, si sa, è sempre opportuno precisare che non è mica una femminuccia senza palle). “Gli sgarbi, soprattutto quelli maschili, non li sopporta proprio. E forse non è un caso che rivendichi con una serena allegria d’essere una single.”

“Non è un caso”? Nel senso che se non sopporta gli sgarbi maschili, per forza che poi una resta single? O zitella che dir si voglia?

Quindi, per riassumere, l’avvocata Cristina, femminista ma non troppo, zitella per forza, ha guardato negli occhi il suo cliente e ha capito che era sincero. Ha pianto, pover’uomo. Sa di aver sbagliato. Si è lasciato trasportare. E se lo dice una che gli abusi non li sopporta, tanto da aver deciso addirittura di immolarsi alla causa e restare single – perché si sa, in coppia qualche abuso tocca sopportarlo e le donne intransigenti, quelle “toste”, che sono evidentemente un’eccezione alla regola, non vanno per la maggiore sulla strada verso l’altare – se lo dice lei, insomma, c’è da crederle.

Manca solo la ricetta della torta alle mele che le riesce così bene, nel ritratto dell’avvocata del carabiniere, o il numero di gatti con cui abita. C’è tanto di quel paternalismo, nel tono con cui viene descritta, tanta di quella condiscendenza. Si entra a gamba tesa nella sua sfera intima e personale, si esordisce con qualche dettaglio personale, si rimarca che lo “dice con un sorriso”, per descriverla si usano espressioni da fumetto come “non è una che si tira indietro”, con quel tono un po’ infantile e incredulo che accompagna spesso le descrizioni dei meriti professionali di una donna, con una spolverata di emozioni a colorire la sfera lavorativa (“si disse entusiasta”).

Ci sono così tanti stereotipi femminili in poche righe che è quasi impossibile contarli, nascosti e dissimulati quanto basta perché non possano essere rinfacciati facilmente. Sono nascosti nella sfera intima invasa automaticamente nel caso di una donna, che non merita il rispetto formale che sarebbe stato riservato a un uomo. Sono nascosti nel tono un po’ stupito e favolistico con cui si decantano le sue lodi professionali. Sono nascosti in quel “non è un caso”, una costruzione della frase sbagliata e pericolosa, per il messaggio che lascia passare (se non sopporti gli abusi e sei una tosta, allora puoi essere solo automaticamente e orgogliosamente zitella). Sono nascosti in quel “femminista con riserva” che suona come un buffetto di incoraggiamento, una sorta di vezzeggiativo, un’attenuante.

E infine il messaggio ancora più insidioso nascosto nelle parole dell’avvocata: “ho deciso di difenderlo anche da un reato che, in quanto donna, mi fa rabbrividire”. Lo stupro, insomma, è ancora una questione di categoria. Rabbrividiamo pure fra noi, finché non è uno straniero a calpestare l’orgoglio e il testosterone italico, continueremo a farlo da sole, con qualche pacca di solidarietà maschile, se saremo fortunate. Del resto, si sa, le lacrime delle donne quando non sono false sono segno di debolezza o di isteria, non di innocenza e buona volontà, come quelle maschili.

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6 thoughts on “Femminista in senso lato

  1. d’accordo con te, faccio notare che l’avvocata non è sigle “per forza” dato che a quanto pare “lo rivendica con orgoglio” (anche se non so cosa ci sia da rivendicare). E comunque questa è la prova che gli uomini non hanno nessuna “paura di piangere” e che la società odierna non disprezza affatto l’uomo che piange, gli uomini oggi piangono come fontane purtroppo ciò non necessariamente li rende migliori

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    1. Sì, quel “per forza” rimandava alla mia interpretazione delle parole del giornalista, ossia per forza in quanto insofferente agli abusi. Non è certamente il pensiero della avvocata, della cui vita non so e non voglio sapere nulla, proprio come non so nulla della vita degli avvocati uomini, ma è il messaggio che si intuisce da quella frase sfortunata.

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  2. Grazie per questo tuo post e per tutti gli altri! Grazie perché contribuisci a tentare un cambiamento di prospettiva e di certe “trappole” culturali. Grazie perché tieni vivo il rispetto e la dignità. Grazie perché dici le cose come stanno. Ho due figli, un maschio e una femmina, per loro vorrei questo, allo stesso modo: che imparino il dubbio, conoscano le differenze e le amino per quelle che sono, che abbiano un pensiero critico di fronte alla cultura dominante. Che siano maschio e femmina con le loro differenze e che ne percepiscano il valore, riconoscendosi profondo rispetto.

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