Scusa un corno

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Foto di Dubh (CC)

«Attenzione.»

«Mi scusi.»

La situazione è sempre la stessa. Siamo in coda al self service e qualcuno deve prendere qualcosa nel frigorifero accanto alla fila, allungando il braccio.

Una delle due persone era un uomo e l’altra una donna. Vediamo se indovinate chi ha detto che cosa. Scommetto di sì.

«No, è rotto, mi spiace.»

L’ha ripetuto fino allo sfinimento, una ragazza in treno, seduta accanto a un sedile ribaltabile rotto. Non diceva «Attenzione». Non lasciava che si sedessero e guardava dall’altra parte. Li avvisava e sentiva comunque il bisogno di scusarsi, neanche fosse colpa sua. I passeggeri tiravano dritti, qualcuno la ringraziava, qualcun altro no. Poi è arrivato un uomo sulla quarantina, aspetto e statura nella media. Ha fatto per sedersi, lei lo ha avvertito, si è scusata e gli ha offerto il proprio posto… e lui ha accettato! Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Presentazione di due autori, un uomo e una donna, parimenti famosi.

L’autrice sorride, sceglie un tono umile e competente assieme, riesce a far ridere il pubblico, resta seduta. L’autore si alza, declama le doti del proprio libro, i propri successi personali. La donna ringrazia le persone che leggeranno il libro, l’uomo dà per scontato che lo faranno. Proprio come gli autori uomini che sui social si sentono in diritto di scriverti privatamente per avvisarti che è uscito il loro libro e che sono certi che ti interesserà. Sulla base di che cosa, poi, se è la prima volta che ti scrivono e non avete avuto alcuno scambio in passato? Non sono ovviamente tutti così, ci sono autrici sfacciate e autori modesti e simpaticissimi.

La prepotenza non è una caratteristica tipicamente maschile e la docilità non è un tratto tipicamente femminile. Ma resta il fatto che le donne si sentono spesso in dovere di chiedere scusa, di aspettare il permesso, di tenersi in disparte, di farsi perdonare se occupano tutta la scena o di ringraziare per avere avuto la possibilità di farlo.

Le donne tendono a scegliere gli altri come misura del proprio valore, a impostare la propria felicità sulla soddisfazione e la felicità altrui, sanno che la compostezza è una virtù che mette al riparo da ogni critica, che un sorriso modesto servirà a schivare i colpi, che non si entra mai a gamba tesa in una discussione fra uomini.

«La tua bisnonna sì che ci sapeva fare con gli uomini, diceva sempre di sì al tuo bisnonno e poi faceva di testa propria.» Quante donne della mia generazione sono cresciute sentendoselo ripetere? Siamo la generazione dell’indipendenza ma con riserbo, dell’emancipazione ma senza alzare troppo la voce, dell’insegui pure i tuoi sogni ma senza richiamare l’attenzione. Questo se si era fortunate.

Finché non riusciremo a spostare lo sguardo e a dirigerlo verso noi stesse al momento di cercare la ragione e il permesso, finché non la smetteremo di aspettare l’autorizzazione e il beneplacito altrui, finché non la smetteremo di chiedere scusa, non riusciremo a scrollarci del tutto di dosso le maglie del genere.

C’è una sottomissione strisciante, la vedo nelle madri verso i figli maschi, nelle mogli verso i mariti, nelle colleghe verso i colleghi, la vedo nelle donne più emancipate e istruite, in quelle giovani e in quelle meno giovani. La convinzione che ci portiamo sottopelle che tenere testa a un uomo sia un affronto, che la donna perbene non contraddice mai il marito davanti agli altri, mentre lui può farlo senza ledere la dignità e la reputazione di nessuno.

Allora smettiamola di chiedere scusa, smettiamola di sentirci indifese se entriamo da sole in un bar pieno di uomini, smettiamola di sentirci in colpa se occupiamo lo spazio che ci spetta, se ci sediamo sul divano senza far niente, se correggiamo qualcuno, se abbiamo ragione, se occupiamo tutta la scena, se siamo felici per qualcosa che riguarda noi e soltanto noi. Smettiamola di chiedere scusa, a parole o con il linguaggio del corpo, se abbiamo più successo di un uomo, se siamo più brave di lui, più spiritose, più forti, più determinate.

Smettiamola di chiedere il permesso, di pensare che uno stipendio in più o in meno possa limitare la nostra libertà, di desiderare momenti per noi stessi e restare in attesa che qualcuno ci conceda di prenderceli.

Non aspettiamo che ci insegnino il coraggio e l’audacia, perché non lo farà mai nessuno. Non inseguiamo l’approvazione altrui come moneta del nostro valore e non cerchiamo il senso delle nostre azioni in un posto diverso da noi stesse. È molto più difficile e rivoluzionario di quanto possa sembrare, per qualcuna sarà uno stravolgimento completo del proprio sistema di valori e di riferimento, e forse sarà meno consolatorio e gratificante di quanto crediamo, ma è l’unico modo, secondo me, per andare verso una felicità che ci assomigli, ogni giorno.

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7 thoughts on “Scusa un corno

  1. Ho sempre pensato fosse una differenza di modi educativi, più che di genere. Diverse reazioni all’educazione vecchio stampo, alla cortesia innata, alla dolcezza di carattere. I galantuomini non sono ancora estinti 😘

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