Se non sei esausta, che mamma sei?

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«Stanotte ha dormito cinque ore.»

«Il mio quattro.»

«Beata te, noi abbiamo dormito solo tre ore.»

«Io due, e con lui che mi tirava i calci nella schiena.»

«Io una e mezzo, e nel frattempo allattavo ed ero tutta storta perché lui stesse comodo.»

«Io ho dormito solo mezz’ora, seduta, mentre allattavo, gli facevo il massaggio per le coliche, mio marito russava e intanto pensavo alla lista della spesa e al menù di tutta la settimana.»

Ci sono giorni in cui le conversazioni fuori da un asilo farebbero tremare le ginocchia a un penitente, roba che in confronto portare la croce scalzo in processione deve sembrargli una passeggiata.

«Io lo ho allattato con i capezzoli sanguinanti, io fino ai tre anni, io fino ai quattro, io fino ai sei…»

«I miei figli non hanno mai dormito una notte senza la loro mamma.»

«Non esco la sera da due anni, io da tre anni, io da quattro anni… Io esco ma lo chiamo sempre almeno due o tre volte perché non si senta abbandonato e non faccio mai tardi.»

A volte sembra che il cammino della maternità sia costellato di fustigazioni, che il valore di una madre si misuri nella rinuncia a se stessa, che la stanchezza sia una medaglia da appuntarsi bene in vista, dove le altre mamme possono vederla e farsi i loro conti.

Una vera madre non arriva a sera riposata. Una vera madre non chiude la porta neanche quando va in bagno. Una vera madre non dorme più di tre ore di fila. Una vera madre mangia gli avanzi del figlio e pensa a se stessa negli avanzi di tempo del figlio.

Una vera madre soffre quando torna al lavoro. Una vera madre si sente in colpa, sempre, costantemente, anche quando lascia il figlio a una baby sitter per andare a fare un lavoro che la lascia sfinita e svuotata e in cui la trattano male ma di cui ha bisogno per arrivare a fine mese. Figuriamoci se il lavoro le piace ed è quello che ha sempre sognato di fare. Allora non c’è insonnia che tenga, non c’è sacrificio, stanchezza, esaurimento abbastanza grande da giustificare l’audacia di inseguire sogni che appartengono solo a te, lasciando tuo figlio a crescere da solo dalle otto alle sei.

Così finisci per dirti che lavori e ogni tanto esci la sera anche per insegnare a tua figlia la lezione più importante, ossia a non rinunciare mai a se stessa, e per insegnare a tuo figlio che è normale e fondamentale che una donna continui ad avere una vita e a dedicarsi a se stessa, sempre e comunque.

Ed ecco che ci sei cascata di nuovo. Sei tornata a giustificarti, hai sentito di nuovo il bisogno di essere per lo meno un esempio, un modello da seguire. Ancora una volta hai sentito la necessità di dare qualcosa in cambio ai tuoi figli, per il tempo dedicato a te stessa.

Certo, arriviamo stanche a sera, inutile negarlo, con figli o senza. Certo, i nostri figli hanno bisogno di noi (anche se sono convinta che spesso ne abbiano bisogno meno di quanto crediamo e sia vero piuttosto l’inverso, che siano le madri ad avere bisogno di loro). Certo, fare la madre significa cercare continuamente un equilibrio impossibile e avere sempre e comunque la sensazione di tradire qualcuno o qualcosa. Ma è proprio necessario questo elogio costante della stanchezza delle donne? Non potremmo smetterla? Non ci fa un gran male, in realtà, questo insistere sulla nostra capacità di esaurirci?

Perché dietro i lamenti spesso recitati con orgoglio dalle madri, dietro la loro spossatezza esibita come sfida, come prova di valore, dietro le loro rinunce e quel riversarsi per intero nell’accudimento del figlio in una sorta di immersione senza bombole, fa capolino e resiste l’idea che la donna sia nata per soffrire. Che una donna sia davvero tale solo quando arriva a sera esausta. Che una donna riposata sia una donna a metà. L’apoteosi della Sindrome dello Strofinaccio. Con il rischio peraltro che l’amore venga servito come un ricatto costante, soprattutto quando poi i figli crescono, condito da lacrime e sudore, come un dolcetto a forma di cuore ma con una spolverata di recriminazioni.

Comincia e finisce tutto in sala parto, lo sa bene chi ci è passato. Dove l’epidurale viene somministata e vissuta come una sconfitta. Dove perfino l’infermiere che ti spinge sulla sedia a rotelle vuole sapere se partorirai davvero o opterai per l’imitazione, per il parto falso e “indolore” (ah!) che passa per le mani dell’anestesista. E se hai l’ardire di rispondere che no, che partorirai naturalmente, allora lo stesso infermiere, che probabilmente si fa la barba con il rasoio più indolore e delicato che trova sullo scaffale e non con il machete, lo stesso infermiere sarà lì ad aspettarti con un sorrisetto di sfida per sapere se l’hai fatto davvero. Se hai sofferto. Se sei stata una vera donna. «Ah. Dicono tutte che vogliono partorire naturalmente e poi se le senti strillare che vogliono l’anestesia.»

Donna, partorirai con dolore, allatterai con dolore, svezzerai con dolore, dormirai con dolore, educherai con dolore, lavorerai con dolore…

In alternativa avrai l’epidurale. O una montagna di sensi di colpa.

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13 risposte a "Se non sei esausta, che mamma sei?"

  1. Pensa che questo mese anche il Time si è posto il problema soprattutto del partorire in modo naturale o con epidurale e come dici tu anche le giornaliste che hanno curato l’articolo sottolineano come le donne, future mamme, siano condizionate da quello che loro chiamano ‘il mito della Dea’, noi abbiamo come dici tu la Sindrome dello Strofinaccio ma siamo tutte sotto la stessa pressione…io non ho figli ma arrivo a sera comunque molto stanca per tutte le attività fuori e dentro casa e mi chiedo spesso chi ha figli come ce la fa???.

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  2. Una fantastica ed efficace descrizione, che condivido e che ritengo valga per le donne in generale, con o senza figli. Anzi, quelle senza figli devono giustificarsi anche per questo! 😉

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  3. …. non è detto che l’epidurale allievi il dolore…. anzi…
    io l’ho fatta, ho sofferto peggio del parto normale e ci stavo pure rimettendo le penne !
    per il resto, bel testo.

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  4. io, voce fuori dal coro. Non dico certo di arrivare a fine giornata fresca e sollevata, ma anche il mio consorte è stanco. Lavora tante ore più di me fuori casa e poi si occupa dei lavori pesanti di casa e giardino. Tutti i problemi legati alla saute sono suoi. Sono sue le assicurazioni, il controllo delle auto, la caldaia, il depuratore, l’impianto elettrico, i computer. Non lava e non stira, non cucina e non va alle riunioni a scuola, non ha mai asciugato la doccia. Non ha partorito nè allattato nessuno dei nostri figli Ma la vita domestica non è tutta lì.

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