Sette romanzi per conoscere meglio la Catalogna

Per chi in questi giorni sente il bisogno o anche solo il desiderio e la curiosità di conoscere un po’ meglio la storia della Catalogna, ecco un breve percorso narrativo, senza alcuna pretesa di essere esaustivo. Sette libri a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri (ad alcuni titoli ho dovuto rinunciare perché non sono stati tradotti in italiano), che vi invito a scrivere nei commenti al post, se vorrete.

Sette libri molto diversi, per lo stile, la voce dell’autore e il periodo storico affrontato, ma che ci lasciano tutti con la stessa sensazione colpevole di aver trascurato troppo a lungo la storia, come gli avvertimenti fastidiosi gridati sulla soglia di casa da una mamma apprensiva, che prima o poi ci si pente di non aver ascoltato.

Victus, di Albert Sánchez Piñol (Rizzoli)

È il romanzo ideale per chi vuole capire che cosa accadde nel 1714, quando Barcellona cadde nelle mani dei Borboni dopo un lungo assedio, durante la guerra di secessione spagnola. Victus racconta fra le altre cose la difesa della città e tratteggia un ritratto efficace e ricco di sfumature dei suoi protagonisti, dalla classe dirigente alla base popolare. L’autore, antropologo, racconta l’epica di quei momenti, ma anche la vigliaccheria, il meglio e il peggio dell’uomo, al centro del momento storico che cambierà per sempre la storia della Catalogna. La documentazione è esaustiva e tutto ciò che viene raccontato è reale, per quanto insolito e romanzesco possa sembrare. Per conoscere i giorni di settembre del 1714 che sono il prologo lontano delle rivendicazioni catalane di oggi. E l’avventura della difesa di una città. Avventuroso, rigoroso, appassionante.

I girasoli ciechi, di Alberto Méndez (Guanda)

Un capitano dell’esercito franchista alla vigilia della vittoria, un giovane poeta in fuga verso la Francia con la sua compagna, un prigioniero condannato a morte, un intellettuale repubblicano nascosto dentro un armadio a muro. Quattro storie che trasportano il lettore dentro il lato umano della guerra civile spagnola, fra vincitori e vinti. Storie scritte nel silenzio, che raccontano di esistenze piegate, che portano il segno della sconfitta, ma non quello del rancore, per trovare in quella guerra fratricida una lezione per il presente. Per ricordare che la guerra è sempre dietro l’angolo e a perderla siamo sempre tutti quanti. L’autore morì pochi mesi dopo l’uscita del libro.

Anatomia di un istante, di Javier Cercas (Guanda)

Tutti i libri di Cercas fanno luce sulla situazione spagnola, a partire dal romanzo che lo portò alla fama, Soldati di Salamina. In Anatomia di un istante, lo scrittore ripercorre un episodio della storia spagnola relativamente recente e significativo per capire il presente: il colpo di stato fallito del 23 febbraio 1981. Cercas racconta con dovizia di particolari il giorno in cui il colonello Tejero entrò armi in pugno al parlamento di Madrid, mentre si votava il candidato alla presidenza del governo. Il golpe, che non arrivò al giorno successivo, fu il risultato delle tensioni uscite dalla transizione, tensioni di cui si continua a risentire tutt’oggi. All’epoca a infuocare il clima politico era la situazione nei Paesi Baschi, oltre alla crisi economica e alla difficoltà che comportava l’organizzazione di uno stato democratico che albergava nelle sue fila molti esponenti appena usciti dal fascismo, nei ranghi militari e non solo. La crisi catalana di questi giorni porta in un certo senso il segno delle tensioni e delle contraddizioni di allora, di una democrazia costruita a suon di compromessi sulle ceneri ancora calde della dittatura.

Adiós muchachos, di Juan Marsé (Frassinelli)

Il romanzo, il cui titolo originale, obiettivamente intraducibile, era Si te dicen que caí (un verso di Cara al Sol, l’inno della Falange) venne messo al bando dalla censura franchista, tanto che l’autore fu costretto a pubblicarlo in Messico nel 1973. È una delle cronache più dure e disincantate che abbia letto di quegli anni, visti attraverso lo sguardo ferito e complice suo malgrado di un gruppo di ragazzi di strada, nella Barcellona degli anni quaranta. È una storia crudele, nella sua immediatezza, che non fa sconti di pena al lettore e lo catapulta nell’essenza di una dittatura: la perdita dell’innocenza, della purezza. Uno scorcio della storia che ha costretto in tanti a vendere l’anima e la propria infanzia. Un ritratto di un’ingenuità spietata e di una spietatezza ingenua. Un addio all’infanzia, sordido e doloroso e crudele. E magnifico.

La metà dell’anima, di Carme Riera (Fazi)

Il giorno di Sant Jordi in Catalogna si celebra la festa del libro e delle rose. Inizia così il romanzo, con la protagonista impegnata a firmare autografi, quando uno sconosciuto le lascia una cartelletta e poi scompare. Dentro ci sono alcune lettere d’amore che porteranno la protagonista sulle tracce di una madre che non conosce. La madre che viveva da benestante sotto la dittatura mentre appoggiava in segreto la resistenza antifascista. Un modo diverso, attraverso una figura femminile intensa e originale, per avvicinarsi agli anni della dittatura franchista e conoscerla, in tutte le sue zone d’ombra e le sue menzogne. Una dittatura la cui ombra si allunga sul futuro, tanto da spingere la protagonista a chiedersi chi sia davvero. Chi siamo noi davvero? Figli di guerre e di tragedie passate che non conosciamo del tutto, la nostra identità in bilico sul passato, un passato che dovremmo conoscere meglio ma che continuerà a sfuggirci. Insieme al senso del presente.

La piazza del diamante, di Mercè Rodoreda (Beat)

Impossibile parlare di letteratura catalana senza citare La piazza del diamante, la storia di una giovane che vive nel quartiere di Gràcia, a Barcellona, durante la guerra civile. Una giovane come tante altre, semplice, umile, riservata, discreta, attraverso i cui occhi il lettore vive, intuisce e sfiora, senza enfasi e senza proclami, il dramma della guerra civile nelle sue ripercussioni più quotidiane e dolorose: la paura, la fame, la solitudine, la morte delle persone care, tutta la fragilità dell’essere umano davanti a un momento storico più grande di lui, all’insegna della violenza e della barbarie. Una storia intessuta di rassegnazione, di attesa, di insoddisfazione e delle piccole e grandi crudeltà che la storia incide sul nostro quotidiano. Una cronaca sincera e diretta della Barcellona di quegli anni.

Omaggio alla Catalogna, di George Orwell  (Oscar Mondadori)

Non si tratta di un romanzo, in realtà, ma è un altro libro che non può non essere citato. La guerra civile spagnola vista attraverso gli occhi di George Orwell, che arrivò a Barcellona nel dicembre del 1936 e finì presto per arruolarsi nelle file repubblicane e prendere parte in prima persona alla storia del paese. Le descrizioni della città, della sua atmosfera, e le vicissitudini al fronte, sono intense e appassionanti e non hanno nulla da invidiare a un romanzo. Un viaggio avventuroso fra le contraddizioni della storia, mosso da un profondo bisogno di giustizia e scritto in uno stile asciutto che lo rende ancora più efficace. L’esperienza personale dell’autore acquista un carattere universale e si fa al tempo stesso diario e riflessione teorica e storia.

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4 risposte a "Sette romanzi per conoscere meglio la Catalogna"

  1. Wow è il frutto di una ricerca o di una passione per la Spagna? Molto interessante, anche perché ho letto di diversi scrittori che amavano trascorrere periodi della vita a Barcellona. La città è fantastica e offre tutto certo, ma chissà se c’era anche qualcos’altro che li spingeva ad andare lì… così come molti altri sono andati in California…

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  2. Io vivo qui! Non proprio a Barcellona, ma poco distante. È stato un amore lento, quello per la Catalunya, confesso. Ma in questi giorni ho capito più di quanto non avessi capito negli ultimi dieci anni.

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  3. Fantastico, una testimonianza diretta! Ho un’amica a Madrid per un master e dice che lì non c’è un gran coinvolgimento apparte qualche manifestazione pro e conto. E mi piacerebbe sapere, cosa intendi dire con la tua ultima frase?

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  4. Lo spiego meglio nel post Come nasce un’indipendentista. Ho apprezzato molto la loro capacità di reazione e il loro senso di appartenenza. E ho capito molte cose della loro storia, davanti alla violenza dello Stato spagnolo.

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