Vuoi fare una cosa femminista? Riposati

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Non si uccidono così anche le femministe?

Ci stanno prendendo per sfinimento. Ancora una decina d’anni a questo ritmo e al primo che dirà che le donne devono stare a casa risponderemo in coro “Ma magari, quando comincio?”

Ammettiamolo, questa faccenda del dover dimostrare quanto valiamo ci è sfuggita un po’ di mano. Siamo super mamme, super mogli, super sexy, super professioniste, super acconciate, super alla moda, super smaltate, super calzate, super depilate, super aletiche. Super donna puoi dirlo a tua sorella, qui siamo oltre. Ultra. Un’ultradonna con prestazioni inaudite, interfaccia in cinque lingue, capacità di gestire ottanta gruppi whatsapp al secondo e un bebè per braccio con riunione in cuffia e spesa in testa, scheda grafica impeccabile, memoria ram di ultima generazione, master in cucina esotica e attrezzata per sopportare mansplaining e schivare mani sul culo con disinvoltura e il dito già sull’hashtag metoo, capace di gestire campagne femministe e impastare il pane con lievito madre, farina integrale di quinoa e acqua dai ghiacciai vergini dell’Himalaya, e ricavarci pure un paio di storie Instagram e un post che spacca.

Le donne in carriera degli anni Ottanta ci fanno il solletico, patetiche imitazioni di quei polpi con la sindrome da iperattività che siamo diventate trent’anni dopo. Cinque minuti liberi sono diventati un’anomalia, una spia accesa, un malfunzionamento improvviso da riparare al più presto, prima che qualcuno se ne accorga. Lista della spesa, lavatrice, polvere, mail di lavoro in sospeso, status persi su Facebook, telo del divano da sistemare, scarpe da raccattare in giro per il soggiorno, piante da annaffiare, sopracciglia da strappare. L’importante è riempire al volo quel poro dilatato nelle nostre giornate tese come leggings di spandex.

Non si uccidono così anche le femministe? Ecco la maratona della vita, signore mie, tante donne che si sfidano fino all’ultimo muscolo dolorante, fino all’ultima emicrania, fino all’ultimo messaggio di whatsapp, fino all’ultima corsa a casa, fino all’ultima riunione, ventiquattrore su ventiquattro, a oltranza. Senza scordarsi di divertirsi con le amiche, andare al cinema, leggere i libri del momento, scrivere un paio di commenti arguti sui social, fotografare il pupo che poi cresce, giocare con il pupo che poi cresce, andare a comprare le scarpe al pupo che porca vacca se cresce, portare il pupo al nido che cresce bene lo stesso e si fa gli anticorpi, andare a riprendere il pupo dal nido perché gli anticorpi al primo virus hanno fatto i finti morti.

Insomma, sapete che vi dico. Io mi fermo. Non di colpo, che rischio il testacoda. Comincio con cinque minuti. Cinque minuti al giorno senza far niente, senza pensare a niente, cinque minuti da ferma, per provare a rallentare. Cinque minuti senza cellulare. Senza ascoltare i figli, senza decidere che cosa fare per cena, senza accarezzare il cane, senza raccogliere relitti alimentari da terra che in confronto il formaggio peloso della Schiappa è fresco di giornata, senza preoccuparmi se sono in ritardo con la consegna. Senza pensare al prossimo romanzo da scrivere e a come vendere quello appena scritto. Senza leggere i commenti sulla pagina, senza sfogliare un libro, senza aprire le mail, senza ascoltare musica, senza decidere che film vedere la sera, senza chiedere ai miei figli se hanno fatto i compiti. Cinque minuti da sola. E sono sicura che sarà la cosa più femminista che avrò fatto in tutta la settimana. Ritrovarmi all’improvviso al centro del mio mondo, per la bellezza di cinque minuti. Io e me stessa continuiamo a volerci un gran bene, ma ultimamente ci vediamo meno di una coppia di astronauti in due missioni diverse.

Più crediamo di dimostrare di essere invincibili, più ci stiamo preparando a essere sconfitte. Stanno per arrivare tempi duri, non facciamoci trovare già esauste. Se vogliamo vendere cara la pelle dobbiamo sapere chi ci abita, in quella pelle. Non facciamoci fregare dai cori del “Non mi siedo altrimenti chi si rialza”, dalle gare al martirio femminili, dalla stanchezza indossata come medaglia al valore, la prova definitiva del nostro essere donna: lo sfinimento. È una fregatura. Ci hanno fregate. Ci siamo fregate da sole. La strada del femminismo è lastricata di buone intenzioni e donne esauste.

Io dico di fermarci. Per ricordarci quanto valiamo. Per tornare a conoscerci, per sapere per chi stiamo lottando. Per poi tornare più incazzate, ribelli e riposate che mai.

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