È iniziata. È iniziata con IN

hands-1246170_1280

È iniziata con IN, che modo banale e pericoloso di iniziare.

Se fosse venuto in mente a Margaret Atwood, probabilmente l’avrebbe inserito nel Racconto dell’ancella, subito prima dei bancomat delle donne che non funzionano o dei loro conti correnti congelati.

Chissà quante donne l’hanno notato, il segnale di allarme che lampeggiava dalla loro tessera elettorale, sotto le vesti familiari e rassicuranti del cognome del marito. E forse sarà proprio questo a condannarci. Non l’abbiamo sposato, forse? Non l’amiamo? Come può esserci ostile, il cognome della persona con cui abbiamo deciso di passare tutta la vita? Il cognome dei nostri figli. Finché morte non ci separi.

Era più facile prendersela con i produttori zozzoni e con le mani sul culo e i complimenti volgari, era più facile gridare #metoo e #nonseisola e #ioticredo, ma adesso a chi dobbiamo credere? Adesso che cosa possiamo gridare, davanti a quel cognome che conosciamo così bene? È molto più difficile trovarla ora, l’indignazione che ci serve per salvarci. Quante donne dipendono da quell’IN per arrivare a fine mese, quante hanno affidato a quelle due lettere il senso della loro vita, quante hanno già prestato al marito i propri sogni e i propri progetti, accantonati per far spazio ai suoi?

E così è iniziata. Il cerchio si stringe. Il nostro spazio si riduce. Ci stanno spingendo in un angolo e lo fanno con il volto di chi amiamo. Con il cognome dei nostri figli. Quale nemico più difficile da odiare dell’amore? Non è più facile amarla, quell’ombra che si allunga sopra di noi, che ci stringe ai nostri doveri di donna, che ci vuole madri prima che donne, che ci vuole ancelle, che ci vuole deboli e prolifiche e zitte?

E così per votare ci mettiamo nella fila riservata alle donne e diamo il cognome di nostro marito, lasciamo che schiacci un po’ il nostro, che lo sbiadisca, che lo renda sempre più piccolo e insignificante, e la prossima volta forse voteremo direttamente quello che ci dicono di votare e poi forse non voteremo per niente, perché sono cose da uomini. Sono cose da cittadini a cui basta un cognome, a cui non ne servono due per avere diritto di decidere, per avere diritto di occupare lo spazio pubblico.

E torneremo a scivolare nel privato, nella sfera domestica e privata in cui ci sentiamo al sicuro e a cui ci convinceranno di appartenere. E avremo un uomo che ci protegge e ci spiega e ci insemina e se saremo fortunate lo farà con delicatezza e dirà di amarci e non ci lamenteremo, perché ci sarà sempre qualcun’altra a cui è andata peggio. Qualcuna con cui non usano neanche le buone maniere, qualcuna che non ha avuto la possibilità di scegliere, o peggio ancora, il peggio del peggio: qualcuna che nessuno ha voluto, qualcuna che è rimasta da sola. Una nondonna. Niente IN, per le ancelle che non vuole nessuno.

Sarà quell’IN a salvarci. Guardiamolo bene. Sicure di volerlo cancellare? Un giorno la nostra salvezza potrebbe dipendere da quello.

È iniziata. È iniziata con IN.