La Sindrome dello strofinaccio e l’irresistibile bisogno di salvare tutti fuorché noi

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Foto di Claudia24 da Pixabay 

All’inizio non te ne accorgi. È già un mezzo miracolo arrivare a fine giornata senza essersi divorati a vicenda come i superstiti di qualche disastro aereo, precipitati all’improvviso da un volo di linea in una puntata di Lost. Ti ritrovi a spiegare come stai un sacco di volte al giorno, e ogni volta ti stupisci. Bene? Sì, bene. Finché dura. Finché c’è wi-fi, c’è speranza.

Poi un giorno ti sorge il dubbio. Perché quando ti chiedono “Come stai?” scivoli immediatamente dalla seconda persona singolare alla prima plurale e rispondi “Stiamo bene, grazie”? Sarebbe bello pensare che si tratti di senso di comunità, spirito di gruppo e ritrovati valori familiari, e in parte lo è, se non fosse per quel trasferimento automatico di importanza per cui all’istante ti chiami fuori e rispondi pensando a chi ti circonda. Eppure in questi giorni tutte le strade e le necessità di casa passano inevitabilmente da te. Sembra che qualcuno abbia impostato per ogni itinerario possibile, alimentare, psicologico, organizzativo, scolastico, igienico una tappa obbligatoria sulla tua testa. Sei diventata improvvisamente una via di mezzo fra Alexa e Google. Se non trovi, non sai, non sei sicuro, non ti azzardi, non c’hai voglia, eccomi qui. No, non mi disturba affatto, come direbbe Verdone. Sto solo lavorando.

E mentre risolvi dilemmi esistenziali con il piglio dello stratega (“No, niente tv a quest’ora”), dirimi questioni filosofiche della massima urgenza (“Fra Nairobi e Tokyo? Nairobi”), curi ferite invisibili prima che suppurino e schivi videochiamate e webcam saltando da un angolo cieco all’altro della casa, ti rendi conto che i tuoi progetti non hanno pareti che non siano fatte di solitudine. Non c’è porta chiusa che tenga, dietro ci sarà sempre una richiesta di aiuto che bussa silenziosa. Non c’è stipendio che valga, finirai sempre per sistemarmi nella posizione più precaria dell’equilibrio familiare. Ti sei conquistata il diritto di urlare che vuoi essere lasciata in pace, non quello di non rispondere comunque alla domanda che ti hanno appena rivolto. Ti sei guadagnata una stanza tutta per te, ma non riesci a liberarti del peso di tutte le altre. Se avessi il mantello dell’invisibilità di Harry Potter ti troverebbero lo stesso fiutando la scia di sensi di colpa che ti sei lasciata dietro.

La Sindrome dello strofinaccio in quarantena diventa più cattiva che mai. Perché quella vocina che ti sussurrava che il tempo per te stessa è tempo rubato agli altri ora non sussurra più, ora ti urla minacciosa all’orecchio. E scopri che è più facile voltare le spalle alla cura che alla consolazione, che dove non arriva la necessità di accudire arriva il bisogno di salvare. Noi donne saremo capaci di non barattare i nostri sogni per una illusione di sicurezza e incolumità malpagata? Saremo capaci di non farceli strappare via dall’uragano dell’emergenza collettiva? Quanto ci metteranno a convincerci che i sogni delle donne sono moneta di scambio per il futuro di tutti? Quanto ci vorrà a soffiarli via come polvere di brillantini per fare posto alle cose serie, ci chiediamo, mentre lavoriamo sul comodino in camera da letto perché tutte le altre stanze sono occupate?  

Nel dubbio, iniziamo a tenerci stretti quei sogni fin da ora.

7 risposte a "La Sindrome dello strofinaccio e l’irresistibile bisogno di salvare tutti fuorché noi"

  1. io credo che in questa quarantena ci siano anche coppie, donne e uomini che si sostengono a vicenda e non (solo o sempre) donne che mettono da parte se stesse e i loro sogni. I figli si fanno in due e se ne devono occupare tutti e due i genitori. Chi decide di formasi una famiglia, uomo o donna che sia, deve fare compromessi fra i suoi sogni e desideri individuali e la nuova situazione..

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  2. Mah, sarebbe bello se fosse vero quello che dici. Io mi guardo attorno e vedo che le donne sono quelle che si sacrificano per il bene della famiglia. L’ho fatto io, ho visto mia madre fare lo stesso e molte (se non tutte) delle mie amiche. Queste coppie utopiche che tu menzioni, in cui l’uomo e la donna si prendono le stesse responsabilita’ e dividono equamente il lavoro domestico io ancora non le ho incontrate. Certo, abbiamo fatto molti passi in avanti e gli uomini definitivamente partecipano molto di piu’ di una volta nel crescere i figli, ma la realta’ e’ che questo e’ un lavoro che cade principalmente alle donne. Questo non lo dico io ma la commissione Europea in una statistica del 2016.

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  3. Sara, ho il sospetto che tu abbia frainteso il post (o che io mi sia spiegata male), io dico proprio che sono sempre le donne a sacrificarsi.

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  4. Scusami Roberta, avrei dovuto specificare che il mio commento era diretto a Paolo.
    Io sono d’accordo con te al 100% che sono sempre le donne a sacrificarsi, almeno in Italia. Io vivo nel nord Europa dove la situazione e’ un po’ piu’ equa. Vivere qui mi ha reso ancora piu’ consapevole della situazione delle donne nel nostro Paese. Quello che prima davo per scontato ora mi fa rabbrividire perche’ capisco che non e’ la norma e questo tema e’ diventato ancora piu’ importante per me.
    Colgo l’occasione anche per ringraziarti dei i tuoi posts cosi’ sinceri e attuali. Li leggo sempre con molto piacere.

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  5. in italia c’è un po’ di arretratezza, ma secondo me esistono uomini che in casa fanno la loro parte e non sono homer simpson sul divano mentre lei fa le faccende

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  6. Caro Paolo, i numeri parlano chiaro: la mentalita’ e l’atteggiamento degli uomini italiani sono piu’ arretrati di quanto pensi. Secondo suddetta statistica dell’Unione Europea, in Europa, nel 2016, il 92% delle donne dai 25 ai 49 anni (con bambini al di sotto dei 18 anni) si prende cura dei propri figli giornalmente, rispetto al 68% degli uomini. In Italia questa percentuale sta a 97% delle donne contro il 73% degli uomini.
    Per quanto riguarda il lavoro domestico e il cucinare, la differenza e’ ancora piu’ pronunciata e le maggiori differenze tra uomini e donne sono state riscontrate in Grecia (85% delle donne e 16% degli uomini) e in Italia (81% e 20%).

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