Le ferite senza nome delle donne

Le donne si portano dentro ferite solitarie e colpevoli, come se fossero parte di loro, come un secondo nome. Un nome segreto che nessuno deve conoscere, un vestito sconcio che ti definisce e ti fa sentire sbagliata. Quando ci hanno insegnato il trucco? Quel trucco per cui le ferite delle donne scavano dentro e mai fuori, che le rende invisibili, che trasforma in senso di colpa le vergogne altrui, che ci incolla addosso le mani e la violenza degli altri come una seconda pelle, fino a convincerci che quella rabbia ci appartiene e porta il nostro nome.

Quante urla abbiamo ascoltato convinte di meritarle? Quante braccia ci hanno minacciato, quante dita si sono sollevate a imporre limiti e vergogne, quante mani si sono alzate e quante volte abbiamo pensato che non sentirle addosso fosse un premio, una tregua, mai un diritto, sempre una concessione? Quante volte ci siamo fatte piccole e silenziose, o anche soltanto timide e dimesse, quante volte siamo diventate invisibili, per evitare che succedesse? Quanti volti diversi abbiamo dato al nostro bisogno di tenerezza e di cura, senza mai dirci che nasceva dalle ferite aperte dalla rabbia altrui? Ce le portiamo dentro, quelle mani, quelle urla. La violenza peggiore è aver lasciato che diventassero parte di noi.

Là in fondo, dietro quella che ci hanno insegnato a chiamare fragilità, sotto la nostra rabbia, sotto l’incapacità di perdonarci senza una colpa a cui accoppiarla, sotto tutto quanto, c’è la violenza degli uomini. Quella che in un mondo di uomini, raccontato e governato dagli uomini, non viene mai chiamata con il proprio nome. E che finisce per prendere il nostro.