Esercizi di autodifesa femminista

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È tutta questione di allenamento. Anche il femminismo. All’inizio è un po’ come quando a pilates tutti riescono a sollevare il bacino con le mani sulla fronte e tu invece ti senti come se schiacciassi il bottone del terzo piano e l’ascensore non desse segni di vita.

“Mi sa che quel muscolo non ce l’ho, possibile?” ho chiesto sconfortata dalla mia umiliante posizione supina, mentre le altre si alzavano e scendevano come se fosse la cosa più facile del mondo.

“Certo che ce l’hai, devi solo allenarlo un po’” mi ha risposto l’istruttrice.

“Mi sa che devo prima trovarlo” ho borbottato io.

Ecco allora qualche esercizio che possiamo fare tutte comodamente da casa, per riscoprire il muscolo che ci permetterà di dedicarci a noi stesse e di non ammazzarci sempre di fatica, eliminando acido lattico e sensi di colpa. Uno per ogni giorno della settimana, per liberarci delle tensioni e del sovraccarico che ci limita “in quanto donne“.

1. Uscire per prime dalla cucina, dopo i pasti.

Se vi sembra troppo facile, aggiungete la seconda parte dell’esercizio: entrare per ultima e sedersi a tavola per prima. (Se la cucina non è il nostro regno e non vogliamo che lo sia, non siamo tenute ad accogliere e congedare tutte le persone che ci entrano, o a presidiarla come capitane coraggiose mentre l’acqua sale e i topi scappano).

2. Quando vostro figlio si fa male, lasciate che il padre vada a consolarlo senza intervenire.

Se vi sembra troppo facile, provate a farlo senza sentirvi uno schifo di madre e senza controllare che nessuno vi guardi. Nella versione advanced, non gli dite neanche che cosa deve fare e che cosa sta sbagliando.

3. Ripetere a voce chiara e decisa: “No, non posso, devo lavorare”. 

Se vi sembra troppo facile, provate ad aggiungere: “Cercatelo da solo” e “Chiedi a tuo padre”. La versione advanced è quella in cui lo dite senza traccia di sensi di colpa e senza chiedervi se l’intera famiglia andrà a rotoli  e i vostri figli avranno qualche trauma da abbandono perché voi non siete intervenute.

4. Sedetevi sul divano senza far niente.

Se vi sembra troppo difficile, potete prendere un libro. Nella versione advanced, provate a farlo mentre qualche altro membro della famiglia cucina la cena.

5. Non pensate che il vostro tempo valga meno di  quello di un uomo.

Per capire se state eseguendo l’esercizio in modo corretto, assicuratevi di non dire frasi come “Lascia, ci penso io”, “Faccio prima a farlo che a spiegarlo”, “Preferisco pensarci io che sentirlo brontolare”.

6. Pretendere. Pretendere attenzione, rispetto, riconoscimento, spazio… 

Non lamentarsi. Non protestare. Non brontolare. Non chiedere che ve li concedano. Pretenderli e basta. Se vi sembra troppo facile, provate a farlo senza sentirvi prepotenti, rompiballe, aggressive, isteriche, egoiste…

7. Fidatevi di voi stesse.

Se vi sembra troppo difficile, provate a rimuovere i sostegni uno alla volta. Prima l’approvazione maschile, fuori, non vi serve. Poi quella femminile, fuori anche quella. Poi niente permesso, non vi serve il permesso di nessuno, vi basta il vostro. E per ultimo il senso di solitudine. Non siete sole, non siete sbagliate. Non avete tolto niente a nessuno. Siete in equilibrio perfetto sulla base di un piede solo, il vostro piede, occupate il vostro spazio vitale, siete armoniche, tese verso l’alto, sentite finalmente tutti i muscoli, uno a uno. E sì, eccolo lì, c’è anche quell’addominale che non credevate nemmeno di avere.

 

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In quanto donna

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Non in quanto persona. Non in quanto parte di una famiglia, di una coppia, di una comunità, non in quanto genitore o inquilina o proprietaria di un animale domestico. In quanto donna.

La nostra vita è plasmata da decine, centinaia e migliaia di “scelte” che crediamo di fare ogni giorno e che in realtà sono il frutto di sensi di colpa e di una percezione distorta del nostro ruolo e dei nostri doveri. È anche questa una forma di violenza. Se usciamo dal racconto tutto maschile di una violenza fatta di colpi, di lividi e ossa rotte. Se torniamo ad appropriarci anche del significato delle parole. Le battaglie non sono solo quelle che si combattono armi in spalla, nello spazio pubblico, sono anche quelle che combattiamo dentro di noi, negli spazi privati. E per difenderci non basta il nostro corpo, serve quella difesa che prende forma dentro di noi, che traccia limiti e apre orizzonti nuovi e mette a tacere i sensi di colpa. Sembra tutto molto sciocco e superficiale e debole, vero? Già, come tutto quello che ci appartiene e ci riguarda. È quello che ci hanno fatto credere fino a ieri.

Alla violenza fisica, psicologica, economica e patrimoniale bisogna aggiungere quindi anche quella culturale e sociale. Perché se condiziona la nostra vita, se ci obbliga a cambiare e ci trasforma, allora è violenza. Eccone alcuni esempi, raccolti come sempre grazie alla pagina Facebook di Rosapercaso. A leggerli tutti d’un fiato ci si rende improvvisamente conto, come ha scritto Debora in un commento, che “la donna perfetta che ci hanno raccontato, quella a cui dovevamo somigliare, non è mai esistita”. L’abbiamo mantenuta in vita noi, senza accorgercene, a suon di sensi di colpa e di fatica e di inadeguatezza.

In quanto donna mi sento obbligata a:

– depilarmi

– avere figli

– cucinare

– tenere pulita e in ordine la casa

– pensare al bucato

– accudire

– essere sempre presente e disponibile

– lasciare tutto pronto prima di uscire

– fare sesso anche se non ne ho voglia

– rimandare i miei momenti, spazi o pensieri

– non scontentare nessuno

– stare calma

– essere forte

– essere prudente

– essere comprensiva

– essere sorridente

– essere paziente

– essere disponibile

– essere magra

– controllare il mio linguaggio

– non ribellarmi

– essere attraente

– stare all’erta quando cammino per strada

– fare la spesa pensando ai gusti degli altri e non ai miei

– ridimensionare le mie ambizioni lavorative

– farmi accompagnare

– essere all’altezza delle aspettative in quanto figlia

– mettere per ultime le mie esigenze

– giustificarmi per il mio aspetto

– chiedere il permesso prima di prendere un impegno

– sopportare gli uomini che mi dicono come dovrei pensarla in quanto donna.

Ora provate a immaginare che cosa succederebbe se qualcuno si sentisse obbligato a farlo per il colore della sua pelle, per la sua nazionalità, per via delle sue convinzioni religiose o politiche o del suo peso o del suo colore di capelli o del suo orientamento sessuale. Come lo definiremmo, a quel punto? E quanto la nostra società sarebbe disposta a sopportarlo?

 

 

 

Madre? Presente

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“Non ho tempo.”

“Magari quando sarà più grande.”

“Mi sono licenziata. Solo per qualche anno, finché i miei figli hanno bisogno di me.”

Certo, i nostri figli hanno bisogno di noi. Non solo. I nostri figli hanno sempre bisogno di noi. E quando loro smettono, a quel punto siamo noi che non siamo più capaci di fare a meno del loro bisogno, come pupazzi caricati a molla che non hanno più un posto dove andare.

“No, non posso lasciarlo con il padre e partire. Non me la sento. Magari fra un paio d’anni, quando sarà più grande.” “Ma fra un paio d’anni sarà maggiorenne!” “Sì, l’adolescenza è un periodo difficile e lui e suo padre non si capiscono proprio. Così magari ci può accompagnare lui in macchina. Non sarebbe carino?”

“No, mi spiace, non posso fermarmi, devo andare di corsa a casa, Arturino torna dall’università e non gli ho lasciato il pranzo pronto.” “Non può aprire il frigo e prepararsi qualcosa?” “Oh, povero, no. È sempre così stanco quando arriva. Ieri è rimasto a studiare fino a tardi. Si sente così in colpa per essere di nuovo fuori corso.”

Dovrebbero avvisarci, come sui pacchetti delle sigarette. “Nuoce gravemente al tuo futuro.” Nel momento in cui decidiamo di fare un passo indietro, di restare a casa, di dedicarci ai nostri figli, dovrebbero spiegarcelo. “Sì sì, lo dicono tutte che possono smettere di restare a casa quando vogliono.” “Sai quante ne ho viste che cominciavano così, solo qualche mese, perché lo facevano le amiche, per curiosità, per provare, e poi a cinquant’anni si facevano di rosolio e scoprivano di avere buttato via la loro vita?”

C’è una cosa che dovremmo chiederci: lo facciamo davvero perché i nostri figli hanno bisogno di noi? O perché siamo stanche di sentirci in colpa? Perché non importa se poi passeremo la metà delle nostre giornate a guardare il Grande Fratello e a studiare ricette che non prepararemo mai, adesso che siamo a casa non dovremo più difenderci dalle accuse altrui, esplicite o silenziose. Abbiamo preso la nostra vita e i nostri sogni e le nostre ambizioni e li abbiamo immolati sull’altare dell’accettazione e della serenità familiare, perché era più facile che dover dimostrare costantemente che avevamo il diritto di farlo, perché sentire nostro marito brontolare ci logorava, perché così finalmente la maestra la smetterà di dire che se Luigino non legge bene è perché non si esercita abbastanza “a casa”, e che se finisce sempre in direzione è perché ha bisogno di affetto e vuole richiamare la nostra attenzione, e che se non pronuncia bene la S è per qualche motivo terribile che prelude a qualche sindrome terrificante e che la colpa è tutta della mamma.

La figura materna, l’affetto materno, le attenzioni materne, la presenza materna… sono la causa e il rimedio di ogni male. E così ci sacrifichiamo. Smettiamo di lavorare, restiamo in casa, non usciamo con le amiche perché il momento della buonanotte è fondamentale e non andiamo in palestra perché lì è pieno di donne che non hanno niente da fare e noi invece qualcosa da fare ce l’abbiamo eccome. Dobbiamo portare il bambino a inglese e poi a scherma e poi dal logopedista per quella cazzo di S che ha preso dalla famiglia del padre, non sia mai che a quarant’anni parli come nostro cognato, e in piscina perché suo padre ci tiene tanto che faccia sport; e non ci perdiamo un solo saggio di fine corso e andiamo a prenderlo a scuola e quando gli chiediamo come è andata ci risponde “Bene” e quando gli chiediamo che cosa ha fatto a scuola  dice “Cose” e quando gli chiediamo se è felice ci chiede se può giocare al videogioco, ma se non altro ci siamo, per la miseria. Ci-sia-mo. E nessuno potrà più venire a dirci che è tutta colpa nostra.

Abbiamo trasformato la nostra vita in un ex voto. Abbiamo rinunciato al nostro tempo a tutto quello che ci piaceva davvero, che ci faceva sognare, che ci faceva sentire importanti. Che ci rendeva perfino più orgogliose del saggio di danza in cui la creatura zompetta per cinque minuti con le orecchie da gatto. Quante volte hai peccato, madre? Cinque torte di farina integrale e due feste di compleanno fra i gonfiabili.

Sì, i nostri figli hanno bisogno di noi. Sì, daremmo qualunque cosa per vederli felici. Ma immolarci non è la soluzione. Anche se sembra l’unica che mette sempre tutti d’accordo. (Tranne noi.)

La grande bugia dell’autolesionismo delle donne

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Quante sono le donne che si fanno male?

Quante sono le donne con qualche cicatrice di troppo addosso, quelle che custodiscono qualche male in segreto, come un alleato crudele che le divora in silenzio? Quante bevono di nascosto e si mordono le labbra per tenersi la tristezza dentro? Quante mangiano troppo o troppo poco, perché punirsi è più facile che perdonarsi? Quante si seppelliscono sotto i bisogni altrui per cancellare se stesse?

Che cosa dobbiamo perdonarci, poi? Forse quella donna che ci scalpita dentro e che nessuno vuole vedere, ogni tanto neanche noi. Quei sogni azzardati e ribelli per cui ci dimentichiamo sempre di apparecchiare alla tavola delle nostre giornate. Perché ci facciamo male? Perché ci ammazziamo di fatica e di sensi di colpa?

Chi è che cerchiamo di cancellare a poco a poco? È la donna che siamo davvero e a cui il mondo intorno a noi non vuole fare spazio? Anni e anni dedicati a imparare a farci piccole piccole, a occupare solo lo spazio che ci concedevano, non un millimetro in più e mai scomposte, senza farci notare troppo, senza alzare la voce. Come le principesse che ci hanno insegnato a essere, le principesse che meritavano sempre una carezza e un dolcetto e un bacio della buonanotte. È quello che stiamo inseguendo, cancellando la donna adulta che siamo diventate? È lì che vogliamo tornare? A quella principessa docile e composta che si sedeva sulle ginocchia altrui e sorrideva per ogni complimento e crescendo imparava a stare al suo posto e a prendersi cura degli altri e a venire sempre dopo, sempre per ultima, in fondo ai bisogni altrui, quando tutti gli altri avevano il piatto pieno e lei doveva ancora sedersi?

Stiamo punendo la parte più vera di noi e intanto qualcuno ci canta intorno che le donne si accaniscono contro se stesse e gli uomini invece contro gli altri e ci culliamo nella consapevolezza che debba essere così, che così era scritto. E continuiamo a farci piccole piccole e a soffocare quella voce che ci grida dentro che non ci basta, che stiamo marcendo dentro perché non abbiamo abbastanza spazio attorno e perché ci manca l’aria, ci manca la voce, ci manca il tempo, ci manca tutto quanto, stiamo morendo a poco a poco, ci stiamo lasciando asfissiare da una società che non ci ha previste, che non ha bisogno della nostra libertà, che si fonda interamente sulla nostra mancanza di libertà e che non ci darà mai quello che ci serve per essere felici, se non rientra nei suoi piani.

Quindi no, non è vero per niente, le donne non sono autolesioniste, hanno semplicemente imparato a diventarlo, a furia di farsi piccole piccole per stare dentro lo spazio lasciato loro dai bisogni degli uomini, per potersi sedere sulle loro ginocchia e sentirsi dire brava. Ma è un attimo, in realtà, un battito di ciglia, non ci serve altro. Il tempo di perdonarci perché non siamo come ci vorrebbero, decidere che va bene così, sì a noi soltanto, perché noi bastiamo, e riprenderci la vita che ci meritiamo.

Mio figlio ha visto un porno

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Che sarà mai. Succede, è normale, è l’età, sono ragazzi. Un pizzico di Ubalda, due tette, qualche culo, un paio di respiri da asmatico e quattro spinte dopo è finita. Ed è pronta la cena.

Mio figlio ha visto un porno. Non sappiamo bene quando dove o con chi. Ma il vero problema è che non sappiamo che cosa ha visto. Se pensiamo che sia sesso, quello che i ragazzi possono trovare on line digitando quattro parole sul cellulare, siamo fuori strada. E quel che è più grave, lo sono anche loro.

Non è sesso. È violenza mascherata da sesso. È un susseguirsi di abusi, di violazioni del corpo femminile in cui il consenso è poco più di uno sguardo in macchina. Sono stupri mascherati, la fiera di un piacere maschile malato e perverso, che si nutre di sopraffazione e di corpi vuoti e rubati. Non è proibito, è illegale. Alcuni di quei video sono la messa in scena più o meno artefatta degli articoli che leggiamo sui giornali e delle violenze che ci fanno orrore. Una visione del maschile fondata sul potere, sull’abuso, sul furto, in cui il piacere femminile non esiste e non è contemplato, se non in qualche pallida imitazione a uso e consumo di quello maschile.

Forse non sapremo mai a che età l’hanno visto le nostre figlie e i nostri figli, ma sappiamo da che età erano in grado di vederlo. Basta controllare la data della prima bolletta del cellulare che abbiamo pagato. I nostri figli preadolescenti hanno accesso a materiale pornografico in meno tempo di quanto ne impieghiamo noi a ordinare la cena online.

E così, mentre ci scandalizziamo per i testi di Sfera Ebbasta e teniamo d’occhio le letture scolastiche come tanti inquisitori e controlliamo religiosamente l’età prima di entrare al cinema o di scaricare una serie di Netflix, i nostri figli e le nostre figlie digitano “scopare” e “troia” sul cellulare con la stessa facilità con cui noi cercavamo “stronzo” sul dizionario di italiano e poi ridacchiavamo. Ma con risultati molto diversi.

“Secondo te è adatta a un dodicenne?”

“No, credo di no. A un certo punto lei si toglie la maglietta e lui le tocca le tette.”

“Peccato. Volevo portarlo al cinema. Altrimenti sta sempre attaccato al cellulare.”

Ci siamo saltati un aggiornamento, forse anche due. Come tutti i genitori, del resto. La buona notizia è che possiamo smettere di piazzare un cuscino in faccia al piccolo di casa quando in televisione un bacio si fa un po’ troppo focoso. Altro che cambiare canale quando i due protagonisti di una commedia romantica si cercano nudi sotto le lenzuola: dovremmo alzare il volume e dire: “Ecco, è questo il sesso. Si fa così, vedete? Guardate bene, state attenti che nei film finisce subito. E a volte anche nella vita vera… Si amano o forse no, ma si rispettano e lo vogliono entrambi. E se hanno un po’ di sale in zucca prenderanno le loro precauzioni. Tutto chiaro o volete rivederlo meglio?”

C’è solo un modo per combattere il lato oscuro di internet e non è tagliare le scene di nudo come tanti censori anni cinquanta: bisogna parlarne, parlarne e parlarne ancora, più che possiamo. Non solo. Bisogna parlarne e mostrarlo. È finita l’epoca dei dizionari, in quella di Youtube se non lo vedi non esiste. Il sesso dovrebbe scomparire fra i criteri di classificazione dei film e delle serie. Abbiamo messo i nostri figli adolescenti al volante di tante Ferrari senza neanche aspettare che avessero la patente. Adesso, almeno, non tappiamo loro gli occhi mentre sono alla guida.

Che fine hanno fatto le bambine?

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Alle elementari ci sono, attente, creative, partecipi, dotate. Sfido chiunque a entrare in una classe e non notarle. Sono brillanti, motivate, determinate. Sembra che non possa fermarle nessuno.

Alle medie e al liceo ci sono. Ambiziose, ingegnose, studiose, geniali, ribelli, pronte a conquistarsi il mondo.

Stop. Avanzamento veloce. Vent’anni dopo.

Un consiglio di amministrazione a caso. Dove sono? Ci sono? Niente. Proviamo con un altro. Niente. Un altro ancora. Sì! Eccola, ce n’è una! Trovata! È intelligente, brillante, creativa, pragmatica e risolutiva. Eppure qualcosa di diverso c’è. A guardarla bene, sembra che si scusi. Che si scusi per avere successo, per avere potere, per avere ragione. Dove i suoi omologhi maschili hanno l’aria tronfia e compiaciuta, lei è dura e affilata, con l’aria di chi ha imparato a difendersi.

Stop. Avanzamento veloce. Vent’anni dopo.

Un evento culturale qualsiasi. Uh, ma è pieno, eccole, sono ovunque. No, proprio ovunque no, in realtà. Sono quasi tutte davanti al palco, non sopra. Sono la quasi totalità del pubblico, ma fra gli oratori sono mosche bianche.

Che cosa è successo? Che cosa ne è stato di tutte quelle bambine brillanti delle elementari? Che fine hanno fatto le loro idee, la loro preparazione, i loro progetti, la loro sicurezza?

Facile.

Una parte se n’è andata con il primo ciclo mestruale, se l’è mangiata la vergogna, l’imbarazzo, la sensazione di avere qualcosa di sporco, qualcosa da nascondere, qualcosa che non va. Assorbente dopo assorbente, abbiamo capito che giocavamo in un campionato diverso, per cui valevano regole diverse.

Poi sono arrivate le curve e lì ci siamo giocate un’altra gran parte di quelle bambine. Perché per ogni curva abbiamo perso un po’ della nostra libertà. A ogni taglia di reggiseno in più ci hanno insegnato a essere prudenti, a non farci notare, ad abbassare lo sguardo e le gonne, a rientrare a casa presto, a occupare meno spazio possibile e il meno possibile da sole.

E infine sono arrivati i figli, a portarsi via il resto. Anzi, no, non i figli. Il mito di una maternità perfetta e idealizzata che non ci apparteneva. A inghiottire i nostri sogni non sono stati i figli, ma i bisogni e le aspettative altrui, i giudizi, le critiche, i confronti di chi confonde la maternità con il nostro valore di donne.

E così, un assorbente, un reggiseno e un pannolino dopo l’altro ci hanno rinchiuse in un’idea di femminilità che non ci appartiene e non ci riguarda, costruita a uso e consumo di una società maschile terrorizzata e minacciata dalla nostra libertà. Si sono presi i nostri sogni, i nostri progetti, le nostre idee. Si sono presi il potere e la luce del palcoscenico e ci hanno dato in cambio segreti e paure e sensi di colpa.

Che fine hanno fatto le bambine? Quella che il mondo degli uomini aveva già deciso per loro.

 

Non sono difetti, sono la prova che ce l’abbiamo fatta

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Le cicatrici, la pelle rimasta vuota dopo i chili persi, le grinze, le operazioni, un cesareo d’urgenza, una mastectomia, la pancia che reclama sempre più spazio, le braccia che sballonzolano un po’, i capillari di un sangue stanco e pigro,  i piedi un po’ storti, smagliature come corsie d’autostrada per ogni nostro cambiamento, i muscoli ingombranti dopo anni di sport, il seno afflosciato dall’allattamento, i segni incisi sulla pelle dalle operazioni…

È cominciata come una sfida, sulla pagina Facebook di Rosapercaso: ciascuna poteva indicare una parte del proprio corpo che non le piaceva, con cui provare a fare la pace quest’estate in spiaggia. E il risultato è stato magico. Perché a leggerli tutti insieme, quei commenti smettevano di parlare del nostro corpo e iniziavano a raccontare una storia. C’erano il trascorrere degli anni, il desiderio di essere diverse, le prove superate, gli ostacoli, le malattie, le guerre e i drammi e gli amori di tutte. C’erano parti sofferti e operazioni andate bene per miracolo e anni dedicati ai figli e il ricordo della giovinezza e la paura di invecchiare e tutte le tappe di una vita vissuta.

All’improvviso, a leggerli uno dopo l’altro, diventava evidente che quelli non erano affatto difetti. Tutta quella pelle in eccesso e la ciccia e il corpo che cambia e si trasforma e si rifiuta di obbedirci, e i peli e le gambe e il seno sempre troppo grande o troppo piccolo, e le vene che impazzano e le cicatrici non avevano più niente di brutto o di osceno o di vergognoso. Al contrario, erano meravigliosi. Erano la prova che siamo ancora qui, che abbiamo resistito, ce l’abbiamo fatta. Erano la dimostrazione della nostra tenacia, della nostra fortuna, della nostra forza. Del nostro ostinato rifiuto di essere perfette, per continuare a essere noi.

Come abbiamo fatto a non accorgercene? Come abbiamo fatto a scambiare per difetti il privilegio di abbassare lo sguardo su di noi e trovare quei segni ancora lì, nonostante tutto, nonostante noi, nonostante i nostri tentativi di scacciarli e farli scomparire? Quanto è magnifico un corpo che insiste, che non molla, che si aggrappa a se stesso in questo modo? Tutta quella pelle che si rifiuta di scomparire quando dimagriamo è eroica, non è oscena. Le cicatrici che ci ha scritto addosso la nostra storia non sono sgradevoli, sono la cosa più preziosa che abbiamo. Perché ci ricordano che siamo sopravvissute.

Che cos’è l’amore se non il privilegio di costruire ricordi comuni? Non è questo il segreto, non è questo che ci fa restare insieme, nonostante tutto, e ci riempie gli occhi di tenerezza e di desiderio, anche dopo tanti anni? E non è forse questo che continua a fare il nostro corpo, a scrivere i ricordi e a conservarli per noi, nonostante noi?

Stiamo sbagliando tutto, carissime, ma proprio tutto. Siamo ingrate, miopi e ci siamo lasciate fregare da quattro foto sulle riviste, invece di ascoltare chili di ciccia e di sangue e di pelle e di nei e peli, che ci conoscono e parlano di noi meglio di chiunque altro. Ci siamo lasciate convincere che il nostro corpo non ci appartenesse, che dovesse essere modellato sullo sguardo e sul desiderio altrui, che dovesse essere punito con un desiderio di perfezione impossibile. Portiamo addosso tutte le contraddizioni dell’essere donna, a cominciare dall’impossibilità di farci ascoltare, dal bisogno del permesso altrui, dalla necessità del castigo, dalla convinzione che il nostro corpo in realtà non ci appartiene.

Non c’è bisogno che il nostro corpo ci piaccia. Abbiamo confuso il nostro libro di storia con un romanzo rosa, il nostro diario personale con un articolo da rivista. Non è l’oggetto del nostro desiderio quello che vediamo allo specchio, non è la rappresentazione delle nostre aspirazioni e dei nostri sogni. Quel corpo siamo noi, è la nostra storia, porta scritte addosso tutte le nostre avventure, i nostri sbagli, le nostre paure. E il desiderio di essere diverse è solo una parte di quella storia.

Non siamo tenute a piacere nessuno. È da noi che il nostro corpo vuole essere ascoltato. Soltanto da noi. Ha custodito tutti quei momenti per ricordarci quanto siamo forti e tenaci, quanto siamo state fortunate, quanto siamo state sfortunate, quanto abbiamo lottato. I ricordi non sono forse tante cicatrici incise per sempre sui giorni e sulle ore? 

Non sono difetti, sono ricordi. Dobbiamo solo ricordarci di leggerli, ogni tanto. Il nostro corpo racconta la nostra storia. Non mettiamolo a tacere proprio noi.