E se la smettessimo di fare del male a noi stesse?

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Il labbro inferiore fra i denti. La mascella contratta. Tante righe bianche sottili sull’avambraccio, dove fa più male. La gastrite. I chili persi con ferocia. I chili accumulati con rabbia.

A furia di vederli ripetersi, quei gesti, quei tic, quelle cicatrici, quel modo tutto nostro di punirci usando il nostro stesso corpo, come un cane che si morde la zampa, a furia di vederli non si può non chiedersi se non abbiamo sempre sbagliato, cercandone la causa e l’origine dentro di noi, fra i nostri malesseri. E se invece la causa fosse altrove? Se non ci stessimo solo punendo, ma cercassimo di trattenere qualcosa dentro, di non lasciarlo sfuggire, perché nessuno se ne accorga?

Possibile che esista un nesso con l’aver ricevuto meno spazio di quello di cui avevamo bisogno? Possibile che quella che combattiamo contro di noi sia una battaglia persa contro tutto quello che avremmo da dare, da dire, da fare, da creare, da inventare, e che siamo obbligate a nascondere e a tenerci per noi, se non vogliamo essere rimesse al nostro posto con uno sguardo paternalistico e una mano sul culo?

Possibile che a furia di sentirci dire che dobbiamo stare composte, non alzare la voce e la testa, non contraddire, a furia di sentirci ripetere che fare la mamma è il mestiere più bello del mondo, che i nostri non sono sogni ma capricci, a furia di crescere in un mondo che ha già deciso per noi, ci siamo ritrovate con un sacco di energie e di idee e di creazioni che ci marciscono dentro e contro cui ci accaniamo, a volte, per cercare di tenerle a bada?

Ecco allora forse perché ci mordiamo le labbra, perché stringiamo i denti senza accorgercene, perché ogni tanto sentiamo il bisogno di farci del male, perché litighiamo costantemente con il nostro corpo, quel corpo che ci ruba la scena e che arriva sempre prima di noi e delle nostre idee e della nostra intelligenza. Era una fiammella e pensavi che con gli anni si sarebbe spenta e invece no, arrivi a quarant’anni o a cinquanta e scopri che è diventato un incendio, un incendio che ti divampa dentro e che non vede nessuno, che nessuno vuole vedere, neanche tu, perché sembra così ridicolo, patetico, inopportuno, è così lontano dall’immagine di te stessa che vorresti proiettare all’esterno, che non ti resta che cercare di soffocarlo.

La nostra energia creativa non è confinata nell’utero. L’hanno chiamata follia, hanno cercato di convincerci che non esistesse o che potessimo cavarcela con due pasti caldi al giorno e una casa impeccabile, ma non è così. Non è così, se ci ritroviamo a stringere i denti per tenerla a bada. Se fa tanto male da ferirci per non sentirla. Se abbiamo confuso la felicità con l’obbedienza e con l’assecondare le richieste altrui. Se abbiamo barattato la realizzazione di noi stesse con il controllo sulla nostra vita e qualche volta anche su quella degli altri.

Se smettessimo di tenerci a bada forse non ci piaceremmo subito, è anche questo il punto. Forse la donna che vedremmo emergere ci spaventerebbe, così distante dai modelli e dai traguardi fra cui siamo cresciute. Nessuno ci avrà dato il permesso, nessuno ci dirà brava, nessuno ci dirà grazie, in una società che ci vuole confinate fra i sensi di colpa e la cura e il piacere altrui. Ma quella donna ci assomiglierebbe di più.

Se fa male, insomma, non significa che siamo sbagliate. Forse è sbagliato il posto in cui ci hanno piazzate, tutto qui. E invece di farci più piccole noi, potremmo provare a prenderci più spazio e stare a vedere che succede.

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Si chiama amore lo stesso, anche se ogni tanto vengo prima io

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“Non riesco neanche più ad andare in bagno da sola.” “No, non posso uscire, non è capace di stare senza di me.” “Non ho mai dormito neanche una notte senza di lui, in sette anni.” “Verrei molto volentieri, ma devo aiutarlo a fare i compiti.” “Certo, a furia di scarrozzarlo di qua e di là non ho più una vita, ma mio figlio ha la precedenza su tutto.”

Si potesse ricavare energia dallo spirito di sacrificio delle mamme, non ci sarebbe più bisogno dei pannelli solari. Quanto orgoglio trattenuto dietro le loro lamentele, dietro le loro rinunce esibite come medaglie. La mamma che si sacrifica, che non dorme, che non ha più una vita.

Chili e chili di sacrificio, che finiranno per seppellirci tutte. Quanto siamo disposte a pagare l’illusione di essere indispensabili? E nel frattempo, mentre ci facciamo sempre più piccole, mentre facciamo la tara alle nostre esigenze, mentre barattiamo il nostro tempo con la sicurezza dell’approvazione altrui e del riconoscimento sociale, nel frattempo i nostri figli ci osservano. E mentre noi cerchiamo di insegnare loro a parlare inglese, a giocare a tennis, a dire grazie prego e per favore, mentre ipotechiamo il nostro tempo per la loro sicurezza in se stessi e la consapevolezza di essere amati e apprezzati, mentre li valorizziamo, li stimoliamo e li analizziamo alla ricerca di batteri e disturbi e frustrazioni ed etichette più o meno salvifiche, c’è una cosa che imparano su tutte le altre. Una lezione che respirano nell’aria ogni volta che stanno con noi.

La mamma c’è, c’è sempre. La mamma si sacrifica per me. La mamma mette la mia felicità al di sopra di ogni altra cosa. Di certo al di sopra della propria. Il tempo della mamma vale meno del mio. Il tempo del papà no.

Ogni volta che mettiamo la felicità dei nostri figli davanti alla nostra stiamo insegnando alle nostre figlie che un giorno dovranno fare altrettanto. Non importa se sanno parlare cinque lingue e sono campionesse in almeno due discipline sportive e hanno un master che ci è costato un rene: quando saranno grandi la felicità degli altri avrà la precedenza. Ogni volta che rinunciamo a uscire con le amiche, a leggere un libro, a lavorare, a creare qualcosa di nostro, a ritagliarci tempo per noi dietro una porta chiusa, stiamo insegnando alle nostre figlie che tutto quello che stanno imparando ora, che tutta la loro creatività e intelligenza e fantasia, tutte le loro risorse e il loro potenziale, un giorno dovranno scivolare sullo sfondo della vita di famiglia. E stiamo insegnando ai nostri figli che un giorno avranno accanto una donna che farà altrettanto. Che un giorno avranno una moglie che si farà carico dei bisogni altrui e metterà da parte i propri. E che è giusto così.

Dovremmo provare a guardare dietro lo schermo dei nostri sacrifici. A vederci come ci vedono le nostre figlie e i nostri figli. Dovremmo ricordarci che si impara di più a salutare la mamma che esce con le amiche o parte per un viaggio di lavoro che a leggere tante belle storie della buonanotte sulle ragazze ribelli. Perché anche le ragazze ribelli hanno figli che hanno bisogno di loro e a cui devono dire di no, ogni tanto. Anche le ragazze ribelli hanno bambini che le vorrebbero sempre accanto e da cui devono separarsi, a volte. Le ragazze ribelli ogni tanto si sentono egoiste e ingrate e mamme schifose. Le ragazze ribelli hanno dovuto scegliere e non sono sempre sicure di aver scelto bene. Le ragazze ribelli hanno bisogno di tempo per sé, hanno le case più sporche delle altre, mariti più efficienti, meno torte in forno e figli che ogni tanto sentono la loro mancanza. È questa la vera storia della buonanotte che dovremmo raccontare alle nostre figlie, se vogliamo che un giorno sappiano ritagliarsi addosso la propria vita prendendo le misure soltanto su di sé, se vogliamo che un giorno possano misurare il proprio valore sui risultati raggiunti e non su quelli a cui hanno rinunciato per amore degli altri.

Si chiama amore lo stesso, questo dovremmo dire prima di spegnere la luce, si chiama amore lo stesso, anche se non posso darti tutto il tempo che vuoi e che vorrei. Si chiama amore lo stesso, anche se ogni tanto vengo prima io.

La ragazza del pantalone bianco

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Foto di Eric Parker (CC)

Altro che famiglia del Mulino Bianco.

Pantaloni bianchi, ragazze che fanno la ruota, sorrisi e perizomi, gambe larghe e promesse di flessibilità, sottilezza e libertà. Se le famiglie che la mattina alle sette si scambiano abbracci e sorrisi vi sembrano fantascienza, roba che a pensarci quando urli a tuo figlio che non ci vuole mezz’ora per infilarsi un calzino poi ti vien voglia di ribattezzare i biscotti che gli cacci in bocca mentre lo spingi oltre il portone con qualcosa di più appropriato tipo Tenerezze un cazzo, ecco, se quelle scenette domestiche vi sembrano poco realistiche, vogliamo parlare delle pubblicità degli assorbenti?

Qualche tempo fa ci strabiliarono con la notizia che uno spot degli assorbenti raccontava in modo realistico quello che succede a una donna durante il ciclo. Accipicchia, ho pensato. Finalmente avremmo visto una donna che si alzava dal divano bianco durante una festa e scopriva di averlo macchiato? O forse una donna con gli impacchi caldi sulla schiena, distesa a letto tutto il giorno? O una donna che chiamava al lavoro dicendo che non poteva andare perché non stava bene e si sentiva ridere in faccia quando spiegava perché? La sensazione che si prova ad avere un cilindro infilato fra le gambe? O magari avrebbero parlato di una malattia dolorissima e invisibile come l’endometriosi?

Possibile che finalmente un fabbricante di assorbenti avesse deciso di raccontare che cosa significa davvero per una donna perdere sangue costantemente per quattro o cinque giorni al mese, oltre agli sbalzi d’umore e ai dolori al seno? Possibile che qualcuno si fosse finalmente accorto che esisteva un dramma più grave per l’umanità dei fastidiosissimi taglietti sulle guance post rasatura?

Invece no. Il grande tabù infranto dalla pubblicità realistica degli assorbenti era… che il sangue non è blu! Attenzione attenzione, una rivelazione incredibile, un tocco di realismo commovente, roba da documentarismo estremo, pubblicità d’assalto che non teme di urtare la sensibilità del consumatore e rinuncia al gel blu al posto del sangue!

Farebbe sorridere, se tutto questo non si portasse dietro anche un messaggio sbagliato e pericoloso. In quei giorni non siamo tenute a fare la ruota, nessuno ci obbliga a indossare pantaloni bianchi attillati e a fare sport estremo. In quei giorni non siamo tenute a dare il meglio di noi. Abbiamo tutto il diritto di stare male, di fare meno del solito, di essere di cattivo umore. Abbiamo tutto il diritto di lamentarci. Degli sbalzi d’umore ormonali delle donne si parla quasi solo per compatire il povero maschio di turno che ne subisce gli effetti, come se il problema fosse loro, come se gli sbalzi d’umore per una donna fossero l’equivalente un po’ pazzerello di un cambio d’abito. Come se fosse piacevole per una donna scoppiare a piangere all’improvviso o sentir montare dentro una rabbia che non dipende da lei, che non capisce e contro cui non può fare niente.

Se le mestruazioni fossero una questione maschile, non soltanto gli assorbenti non costerebbero una follia, neanche fossero un lusso e non una necessità, non solo se ne parlerebbe apertamente e senza vergogna, probabilmente si farebbe a gara a chi sanguina di più e più in fretta. E considerato che la metà degli uomini finisce ko con due linee di febbre, immagino che esisterebbe una voce apposta fra le malattie previste dalla previdenza sociale, forse addirittura una qualche sorta di indennizzo.

Per il prossimo spot “realistico”, consiglio al pubblicitario di turno di provare: si infili un assorbente come può nelle mutande e un tampone nel culo, chieda a un collega di dargli un paio di bastonate sulle reni e un’altra in testa, poi faccia pure tutte le ruote che vuole e venga a spiegarci che il sangue è rosso, non blu.

Nel frattempo, che nessuna donna si senta in colpa per la fatica e il dolore di quei giorni, che nessuna ragazza si vergogni se l’assorbente a prova di perdite non le ha impedito di sporcarsi i pantaloni, che nessuna dica che ha le mestruazioni a bassa voce neanche ammettesse di avere una caccola al naso o nasconda gli assorbenti sotto il resto della spesa come se fossero qualcosa di imbarazzante, che nessuna si lasci convincere che non è il caso di “fare tante storie” durante il ciclo e che bisogna stringere i denti e fare buon viso a cattivo gioco. Qualcuno capirà e qualcun altro ci tratterà come viziate rammollite, ma c’è una sola voce che dobbiamo ascoltare ed è quella del nostro corpo. I pantaloni bianchi lasciamoli ai pubblicitari, e i sensi di colpa anche.

L’orgasmo femminile non è un extra

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Per molti uomini (e forse anche per qualche donna) l’orgasmo femminile è l’equivalente di un mazzo di fiori al primo appuntamento: un gesto galante, non indispensabile, ma segno di grande cavalleria, oltre che di una mente aperta e progressista.

Ci sono uomini che ti chiedono “Sei venuta anche tu?” con lo stesso tono affettato e premuroso con cui ti chiederebbero se ti sei fatta male dopo una brutta caduta e l’espressione compiaciuta di chi ti tiene aperta la porta del ristorante invece di sbattertela in faccia.

L’orgasmo femminile è un anello con diamante, la panna sulla cioccolata, il fiocco sul pacchetto. Insomma, è un extra. Del resto, diciamolo, prima che Sally venisse a romperci le uova nel paniere con la scena al ristorante, a volte era molto più facile rifilare un falso orgasmo che dare indicazioni impossibili, roba che neanche con i puntini di Google Maps. Più a destra, così, un po’ più a sinistra. Procedi in direzione nord-ovest per cinque minuti.

In realtà, l’orgasmo femminile è un extra come il gin nel gin tonic, non ci dovrebbe neanche essere bisogno di precisarlo. E forse non verrebbe considerato tale se avesse diritto di cittadinanza anche al di fuori della relazione sessuale, invece di cadere vittima dei pregiudizi di cui soffre tutto ciò che riguarda esclusivamente le donne, ossia tutto ciò che non fa di noi strumenti di cura e di piacere (altrui). L’orgasmo femminile, a ben pensarci, è parente stretto della Sindrome dello Strofinaccio, perché rientra nell’elenco di cose che riguardano noi e noi soltanto, e che proprio in quanto tali hanno qualcosa di sconveniente, fastidioso e soprattutto superfluo. Se la Sindrome dello Strofinaccio è la tendenza delle donne a dedicarsi a se stesse senza sensi di colpa solo dopo aver soddisfatto i bisogni altrui, l’orgasmo rischia di rientrare alla perfezione nella categoria.

Ecco perché sono felice di sapere che uscirà un libro che parlerà di orgasmo femminile e che lo farà rivolgendosi alle donne, ascoltandole, coinvolgendole. Ecco perché risponderò al sondaggio indetto da Fabbri (online a partire da oggi, per un mese) e pensato per la stesura del libro, dal titolo più che eloquente di Vengo prima io. Perché sono convinta che l’unico modo per smettere di considerare l’orgasmo femminile un extra sia parlarne, parlarne, parlarne e ancora parlarne. Qualcuna avrà bisogno di pareri scientifici, qualcun’altra di una voce amica, qualcuna solo di conferme, altre di tutta l’enciclopedia. Non importa. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, né partire alla ricerca del punto G con lo spirito d’avventura di Indiana Jones e la precisione e l’efficienza di un cartografo. L’ansia da prestazione possiamo lasciarla agli uomini. Fra donne non importa se a qualcuna basta schioccare le dita e qualcun’altra invece ci ha rimesso un tendine senza provare niente. Non importa se siamo arrivate a cinquant’anni senza avere capito un tubo, se consideriamo i vibratori volgari o se ci vergogniamo anche solo a dirlo a voce alta. Non è mai troppo presto e non è mai troppo tardi. Basta parlarne.

L’orgasmo femminile non è un tabù, ma non è neanche una provocazione. Non è trasgressivo, non è sfrontato, non è nemmeno obbligatorio. Di certo non è una dichiarazione di guerra. È semplicemente uno dei tanti modi in cui possiamo prenderci cura di noi stesse. Di noi stesse e basta.

 

La mia mamma lavora perché se no marcisce dentro

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La mia mamma lavora, ma non vuole che io lo dica. Perché dice che il suo non è un lavoro come quello delle altre mamme. E che le cose complicate da spiegare a volte è meglio non spiegarle del tutto. A me in realtà non sembra tanto complicato da spiegare. Però l’ultima volta che ho detto che la mia mamma lavorava, Matteo ha gridato a tutti che ero un bugiardo e ci siamo presi a spintoni e la maestra mi ha detto che non dovevo dire bugie, che la mia mamma non lavorava, si occupava della casa. E io le ho risposto che non era vero, che della casa si occupava la signora Eugenia, che viene a fare le pulizie, non la mamma. La maestra ha detto che allora a maggior ragione non dovevo dire bugie e io quel “a maggior ragione” non l’ho mica capito, perché se una cosa è una bugia non si dice, punto. Solo che la mia non era una bugia. Così è andata a finire che la maestra ha chiamato la mamma perché voleva parlarle. La mamma ci è andata e quando è uscita era molto arrabbiata. Mi ha detto che le maestre a volte non capiscono proprio un cavolo, ma che era meglio che non dicessi neanche questo.

Quella sera poi hanno litigato anche lei e il papà, quando io ero già andato a dormire, ma in realtà non dormivo perché mi ero alzato per cercare il coniglio Emilio che era rimasto incastrato sotto i cuscini del divano e non lo trovavo più.

Non ho capito bene quello che dicevano, perché alla mamma quando si arrabbia le scappano fuori le parole difficili, come maschiolista o retrogado. Il papà invece quando si arrabbia parla a voce bassa bassa e quindi non sentivo neanche lui, tranne quando ha detto “farci ridere dietro” e quello sì che l’ho sentito, perché da quel giorno ho sempre paura di far ridere visto da dietro.

Comunque, anche se non dovevo cercare il coniglio Emilio, l’avrei capito lo stesso che la mamma e il papà avevano litigato, perché quando litigano la mamma poi mi fa sempre il discorsetto, cioè parla tutta seria e mi dice quello che pensa il papà come se lo pensasse lei e poi alla fine non ce la fa più e mi dice quello che pensa davvero, ma lo dice veloce veloce e poi la chiude lì.

Così quel giorno mi ha parlato delle donne avvocato e delle donne operaio e delle donne casalinghe e delle donne che fanno sempre molta fatica perché credono che sia giusto così, che le donne siano nate per fare fatica. E credono di poter fare le cose che amano solo quando hanno finito di fare fatica, ma di fare fatica non si finisce mai, mi ha detto, perché c’è sempre qualche altra cosa da fare. E mi ha detto anche che a volte sono proprio le donne che vogliono che le altre donne facciano fatica e se non lo fanno parlano malissimo di loro. E che io da grande dovevo fare come il papà, che invece la capiva e la rispettava, ma lì si è impappinata un po’ e non è che abbia capito molto. E poi fra tutte quelle donne mi ero un po’ perso.

La mamma mi ha spiegato anche che alla signora Eugenia piace molto cucinare le torte e ogni tanto riesce a venderle e ogni tanto no, e deve mangiarsele lei. Però anche se le mangia lei e nessuno la paga, la fatica per cucinarle l’ha fatta lo stesso. Ma alla signora Eugenia non importa, perché a lei piace tanto cucinare e lo fa per essere felice. Perché se non cucina torte diventa triste e si sente troppo piena dentro. E ha detto che ci sono persone che cucinano torte e ci sono persone che dipingono quadri, come fa la mamma, e che l’importante è fare qualcosa che ti rende felice, anche se gli altri poi non ti capiscono e non comprano quello che fai.

Mi ha spiegato che le persone hanno tutte qualcosa di speciale e non devono mai tenerselo dentro, perché marcisce e puzza e le fa stare male. Devono sempre buttarlo fuori, in qualche modo. Però la signora Eugenia le torte le mangia e quindi le tornano dentro, ho detto io. Così è di nuovo troppo piena e deve ricominciare da capo. E mia madre ha sorriso e ha detto che era proprio così. E allora io ho detto che la signora Eugenia era fortunata e che da grande volevo mangiare torte anch’io, che era il lavoro più bello del mondo, e mia madre mi ha dato un bacio tutta felice e mi ha detto che per fortuna i bambini capiscono sempre tutto. Anche se io in realtà non è che ci avessi capito molto.

Poi le ho chiesto se era per questo, per le torte della signora Eugenia, che lei e il papà avevano litigato la sera e mia mamma mi ha detto di no, cioè sì, e che era meglio che io non dicessi più che lei lavorava, perché ci sono persone che pensano che dipingere un quadro, se non ti paga nessuno, non è un lavoro, e allora credono che hai detto una bugia.

E poi è arrivata la parte migliore del discorsetto che è quando mia madre mi abbraccia forte forte e mi dice che sono il bambino migliore del mondo. E alla fine mi ha detto di non dire a nessuno delle torte della signora Eugenia perché lei in realtà non ha il permesso per venderle, ma tanto io sono bravissimo a tenere i segreti.

In conclusione, la mia mamma lavora perché se no marcisce dentro, non fuori come le torte della signora Eugenia, perché i quadri non marciscono, al limite finiremo le pareti e dovremo appenderli sul soffitto, come dice sempre il papà.


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(Tratto dall’antologia Buon lavoro, edita da Emma Books)

 

Lezioni di femminismo tascabile

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#1 No, se esci con le amiche NON sei tenuta a preparare la cena prima. Casi di mariti e figli morti di denutrizione causa uscita madre non sono ancora stati registrati.

#2 Dei dieci motivi per cui ti senti in colpa a fine giornata, almeno otto non sono colpa tua.

#3 Non dite mai che vostro marito vi dà una mano in casa, a meno che non viva altrove e ogni tanto venga a lavare il pavimento da voi.

#4 Se qualcuno ti dice che sei bella, significa semplicemente che sei bella (ai suoi occhi). Non che vali qualcosa come persona, di certo non che vali di più e men che meno che hai superato qualche test segreto di accesso al mondo femminile.

#5 Difendere le tue posizioni (soprattutto davanti a un uomo) non fa di te un’isterica irragionevole inacidita e nel periodo sbagliato del ciclo. Solo una donna convinta di quello che pensa.

#6 Potete sacrificarvi per la vostra famiglia quanto volete, purché ricordiate che lo state facendo per voi stesse, non per loro, e che arriverà il giorno che vi rinfacceranno di non esservi fatte una vita.

#7 La beatificazione degli uomini che si occupano di casa e figli non è ancora prevista, quindi facciamo un favore al genere femminile e piantiamola di coprire di complimenti il primo che lo fa, neanche avesse appena trasformato una pappina in oro.

#8 Ogni volta che dite di non avere tempo per i vostri progetti, ricordatevi che per il pediatra, l’idraulico, il veterinario e in generale le necessità e le emergenze altrui il tempo lo trovate sempre. Non è il tempo che ci manca, ma la convinzione che i nostri progetti siano una necessità.

#9 Se ti dà uno schiaffo una volta, la volta dopo te ne darà due. L’unica cosa che cambierà in futuro è che invece di chiederti scusa lui, finirai per chiederglielo tu. Uno basta. E avanza. Dove è passata la violenza fisica non crescono le seconde opportunità.

#10. Siate folli. La chiamano follia, nelle donne, ma in realtà è il nostro potere creativo, l’unico che riguardi noi e noi soltanto. Siate folli, consapevoli che la vostra non è follia, solo arte, e forza.

Regala un romanzo d’amore a un uomo. I consigli dei gruppi di lettori

Romanzi d'amore

Regaliamo libri d’amore a uomini e ragazzi, sì, ma quali?

Ho chiesto consiglio a due gruppi di lettura su Facebook, Leggo letteratura contemporanea e Sto leggendo questo libro, che ringrazio di cuore per i loro suggerimenti.

Ecco allora una lista, per iniziare (se avete altri titoli da consigliare, potete scriverli nei commenti):

Ciao, tu. Indovinami, scoprimi, sappimi, di Beatrice Masini e Roberto Piumini (da 13 anni)

Amorevolissimamente, di Geert De Kockere (da 13 anni)

Le ragazze non hanno paura, di Alessandro Ferrari (dai 12 anni)

– In scena!, di Raina Telgemeier (dai 9 anni)

– Ogni stella lo stesso desiderio, di Laura Bonalumi (dai 12 anni)

Un amore incosciente, di Olivia Crosio (dagli 11 anni)

– Twilight, di Stephenie Meyer

– Divergent, di Veronica Roth (da 13 anni)

L’amore t’attende, di Fabian Negrin (dai 16 anni)

– Bianca come il latte, rossa come il sangue, di Alessandro d’Avenia

– Non è mai troppo tardi, di Valentina Naselli

– La teoria imperfetta dell’amore, di Julie Buxbaum

– Chiamami col tuo nome, di André Aciman

– Il diavolo in corpo, di Raymond Radiguet

– L’uomo che credeva di non avere più tempo, di Guillaume Musso

– Ogni giorno, di David Levithan

– Una passione tranquilla, di Helen Simonson

– Io prima di te, di Jojo Moyes

– Lezione di tango, di Sveva Casati Modignani

– Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco

– Il diario di Adamo ed Eva, di Mark Twain

Orgoglio e pregiudizio, di Jane Austen

– Tre camere a Manhattan, di Georges Simenon

 

Buone letture!