Tranquilla

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“Tranquilla.”

“Brava.”

Ci sono parole che pesano più delle altre, sarà la polvere di anni decenni secoli di subordinazione. Ci sono parole che si portano dietro un giudizio collettivo, non c’è neanche bisogno di usare un tono minaccioso, la minaccia è tutta lì, nel ricordarti le regole e il tuo ruolo, nel farti sentire piccola e isterica e ingenua.

Quanta forza ci vuole per reagire a un semplice “Tranquilla”, se sei una donna educata a non alzare la voce, a non farti notare, a cercare la virtù nella posatezza? Quanta forza ci vuole, se sei un’adolescente alla ricerca di approvazione e sai, senza bisogno che vengano a dirtelo, che quell’approvazione ha un sesso e non è il tuo? E che non ce l’avrai mai se non stai “Tranquilla” quando ti dicono di farlo. Anche se in quel momento hai una mano dove non vorresti averla, un alito troppo vicino, un’erezione incollata al culo e nessuna voglia di eccitarti. “Tranquilla” e “Brava” sono le parole magiche per essere accettate. Quando sei adolescente lo sai per istinto,  quando sei adulta lo sai per esperienza.

Quanto coraggio ci vuole, a sedici anni, per scrollarti di dosso gli sguardi che non vuoi e che non hai cercato? Quanto ce ne vuole a cinquanta per mettere in chiaro che esisti anche al di fuori di quegli sguardi? Quante donne si sono perdute, nello spazio che separa un Tranquilla da un Brava?

Ci sono momenti in cui sembra che bastino quelle due parole a spazzare via tutte le battaglie delle donne, e altri in cui vorresti celebrarle tutte lì, nella capacità di disobbedire a quelle due parole per scoprire che in realtà non hai disobbedito a nulla, hai solo obbedito a te stessa.

Ogni volta che una donna ignora un “Tranquilla” e se ne frega di un “Brava” dovrebbe sapere di non essere sola. Che dietro di lei ci sono dieci, cento, mille donne che sono state tranquille fino a ieri e si sono stufate. Dieci, cento, mille donne a cui non frega più niente dell’approvazione di una società che non le rappresenta e non si cura di loro. Dieci, cento, mille donne che non hanno più nessuna voglia di stare tranquille mentre qualcuno fa loro quello che non vogliono e a cui non frega più niente di sentirsi dire brave mentre fanno a qualcun altro quello che non hanno voglia di fare.

“Tranquilla. Non fare tante storie.” Lo senti, il coro silenzioso alle tue spalle? Tranquilla un cazzo.

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Le principesse possono essere femministe?

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Si può essere principessa e femminista? Si può essere principessa e femminista senza aprire un ristorante, senza partire per la guerra al posto di tuo padre, senza avere sempre il naso nei libri, senza essere la migliore con arco e frecce, senza rinchiudersi in un castello di ghiaccio, senza tuffarsi da scogliere di cinquanta metri, insomma, senza rischiare ogni giorno la vita o di rovinarsi lo smalto?

Si può essere romantica e femminista? Si può essere pigra, debole, fragile, un po’ svampita, e femminista? Per essere femminista devo per forza prendere in mano il mio futuro e rimpinzarlo di grandi progetti o posso anche vivermelo un giorno alla volta, senza pretendere troppo da me stessa? Posso essere femminista e aspettare lo stesso che un uomo venga a salvarmi su un cavallo bianco? Posso essere femminista e pensare che il senso della mia vita inizi e finisca con la coppia?

Tutte le donne dovrebbero essere femministe. Perché tutte le donne hanno un sogno da realizzare e diritti da far rispettare. Se escludiamo la coppia dal femminismo, se tracciamo linee invisibili ma insuperabili fra un mondo e l’altro, finiamo inevitabilmente per escludere anche il femminismo dalla coppia, con le conseguenze pericolose che vanno a ingrossare le statistiche ufficiali e i drammi segreti dentro casa.

I diritti della donna sono un po’ come il pisello della fiaba di Andersen. Meno materassi hai sotto il sedere più sarà facile ricordarsi che esistono, ma la vera sfida del femminismo in questa notte di tempesta dovrebbe essere riuscire a turbare il sonno anche della principessa in cima a venti materassi. Un materasso per chi non si sente forte abbastanza. Un materasso per chi non vuole rinunciare a essere romantica. Un materasso per chi vuole dedicare la propria vita ad accudire marito e figli. Un materasso per chi non resiste davanti a un paio di spalle larghe e a un gesto cavalleresco. Un materasso per chi non lavora e non ha intenzione di farlo. Un materasso per chi non è coraggiosa o non sa di esserlo. Un materasso per chi si rifiuta di andare dal meccanico al posto di suo marito. Un materasso per chi ama vestirsi e atteggiarsi in modo provocante. Un materasso per chi si sente più geisha che samurai. Un materasso per chi non sopporta gli slogan e le grandi adunate. Un materasso per chi non vuole etichette. Un materasso per chi vuole ricevere cioccolatini e mazzi di fiori. Un materasso per chi non ha intenzione di essere indipendente. Un materasso per chi adora il rosa e i complimenti maschili.

Il femminismo dovrebbe arrivare anche lì, fin lassù, sopra tutti quei materassi, perché tutte le donne indistintamente sappiano che nessuno ha il diritto di alzare le mani su di loro, di controllarle, di sminuirle, di toccarle come non vogliono essere toccate o di considerarle una proprietà. Nessuno. Neanche il maschio alfa con le spalle larghe e il cavallo bianco e il castello più bello di tutti. Neanche l’uomo che paga le bollette e il cibo che c’è in tavola. Neanche l’uomo che dice di essere tanto fragile e avere tanto bisogno di te. Una donna non dovrebbe mai sentirsi costretta a scegliere fra essere romantica ed essere femminista. Così come non dovrebbe mai confondere l’essere succube con l’essere romantica. La passione con la prevaricazione. La violenza con la forza dei sentimenti.

Il femminismo dovrebbe arrivare fino al ventesimo materasso e dare fastidio quel tanto che basta per ricordare alle donne che hanno diritto di essere felici e di realizzarsi, qualunque cosa significhi per loro. Fosse anche solo andare in giro a gorgheggiare nei pozzi come quell’insopportabile di Biancaneve. Perché altrimenti, se togliamo tutti i materassi, annidata nel cuore del femminismo resterà sempre l’ombra del messaggio più pericoloso: che quando nasci donna, in qualche modo, devi farti perdonare e scontare la tua colpa a suon di muscoli e aspirazioni. O che per sentirti libera e usare il tuo potere devi costruirti un castello di ghiaccio e chiudertici dentro.

 

Il tempo delle donne

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«Che bello dev’essere, il tuo lavoro, un po’ come l’uncinetto.»

«Sei davvero fortunata ad avere un marito che ti permette di lavorare.»

«Povero bambino, eh, sono gli svantaggi di avere una madre di successo.»

«Oh, come sei drammatica, non ti si può neanche parlare quando sei al computer.»

Se sei donna e lavori hai delle pretese. Se sei donna e lavori da casa fai passare il tempo fra una lavatrice e l’altra. Se sei donna e lavori da casa facendo qualcosa che ti piace, te la stai spassando.

Sembra che ci sia qualcosa di tossico, nelle donne che si realizzano, come se lo facessero sempre a spese altrui, come se fossero una minaccia per la sopravvivenza della specie che in confronto al buco dell’ozono ci metti una pezza e via. Ma siamo nel 2019, travolti dalla quarta ondata femminista, fra #metoo e bambine ribelli, non puoi mica saltar su e dire che le donne dovrebbero pensare alla famiglia prima di tutto. No, la strategia che viene usata è molto più sottile.

Si comincia con una narrazione del materno da crisi iperglicemica, a metà fra Madre Teresa di Calcutta e una chioccia sotto acido, di cui le mamme pancine sono la versione hardcore, per intenderci. Perché sia credibile, però, bisogna avvolgere le creature in una serie di esigenze, bisogni e necessità inarrestabili e spesso incomprensibili, ma abbastaza vitali da costringere le genitrici a non abbassare mai la guardia. Mai. Quale leonessa nella selva, puoi avere una riunione decisiva per la tua carriera, un appuntamento con l’estetista fissato un secolo prima o – Dio non voglia – essere fuori a divertirti con le amiche, ma saprai sempre che là fuori sono in agguato l’olio di palma, il senso di abbandono, la frustrazione, i pidocchi, i compiti, il gruppo di whatsapp, la maestra che mina la sua sicurezza, una gamma infinita di patologie, sindromi, virus e una sfilza di traumi tutti riconducibili in sostanza al fatto che tu sei una stronza.

No, no, prego, liberissima di lavorare e uscire con le amiche e divertirti, ci mancherebbe altro. Ciascuna ha le sue priorità, certo. Se non ti preoccupa il fatto che tua figlia mangi una merendina confezionata con grassi saturi e zuccheri e un biglietto di sola andata per colesterolo, infarto e tumori a scelta, invece di un panino fatto in casa con farina integrale, lievito madre, polvere di curcuma anti infiammatoria, semini antiossidanti e pomodorini dell’orto, fai pure.

Speravano che fosse sufficiente per farci desistere. E invece no. È saltato fuori che le donne sono disposte a farsi in due in quattro in otto, invece di sbrigare due cose per volta ne fanno dieci, quindici, venti, tutte quelle che sono necessarie, pur di riuscire a lavorare, uscire con le amiche, andare dall’estetista e preparare un panino perfetto e monitorarlo per quando le verranno a dire che i semini irritano e i pomodorini fanno acidità e allora meglio una conserva di frutta di stagione fatta in casa, che con cinque o sei ore te la cavi ed è tutta salute.

Il tempo delle donne è come la borsa di Mary Poppins, la riempi e la riempi e continui a riempirla e ci sta dentro tutto, sempre, non scoppia mai. Il tempo delle donne è il materiale del futuro, non esiste lega altrettanto resistente ed elastica. Sono sicura che alla Nasa ci sono almeno un paio di scienziati che lo stanno studiando, scienziati uomini, certo. Il tempo delle donne è una grande enorme Big Babol, una bolla di sapone che cresce cresce cresce e non scoppia mai. Perché scoppieremo prima noi.

Ci siamo fatte fregare, ammettiamolo. Ci siamo cascate. E il peggio è che ce ne vantiamo. Non dovremmo essere orgogliose perché riusciamo fare cinquanta cose alla volta, dovremmo darci delle sceme. L’esaltazione della stanchezza materna è una trappola e noi ci siamo cascate. Siamo circondate da annunci di integratori pensati apposta per la spossatezza e lo stress delle donne, quando l’unico integratore di cui avremmo bisogno è una porta chiusa e qualche senso di colpa in meno.

Non siamo tenute a stancarci, non siamo tenute a sfinirci per stare dietro a tutto, non dobbiamo dimostrare di essere in grado di pensare a casa e famiglia e figli e lavoro e cani e pesci rossi, tutto insieme. Non abbiamo nessuna colpa da lavare, nessuno a cui chiedere scusa perché abbiamo usato il nostro tempo per noi stesse, nessuna giustificazione da dare se ci siamo realizzate e nessun peccato da espiare perché ci stiamo divertendo. Ogni volta che ci ammazziamo di fatica e riempiamo le nostre giornate all’inverosimile quello che stiamo facendo in realtà è dire che non ce lo meritiamo, che non ci meritiamo un lavoro che ci piace, che non ci meritiamo di essere lasciate in pace mentre lo facciamo, che non ci meritiamo di essere felici.

Non è necessario. Non è necessario autodistruggerci. Tutto il contrario. Pensiamoci. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è sorridere. Un sorriso è l’unico permesso che ci serve. Il nostro.

Un vuoto a forma di me

Quando succede esattamente?

Quando passiamo dall’impegnarci al vergognarci delle nostre ambizioni? Quando iniziamo a non trovare più lo spazio per le nostre inquietudini, per i nostri desideri, per i nostri progetti?

Basta andare a una conferenza qualsiasi, a una lezione, a una presentazione, e contare. Le donne fra il pubblico sono quasi sempre la stragrande maggioranza; sul palco sono la minoranza, ammesso che ci siano.

Quando succede, mi chiedo ogni volta, quando si inverte improvvisamente la rotta delle donne? E dove vanno a finire tutti i loro sforzi, l’oggetto delle loro curiosità, le loro competenze, le loro capacità?

Ci dev’essere una sorta di ritratto di Dorian Gray nascosto da qualche parte, abbandonato in uno sgabuzzino, che crea e produce e inventa e insegna al posto nostro, mentre noi invecchiamo.

Dove mettiamo tutti i sogni che coltivavamo quando ci lasciamo convincere che fossero incongrui, superflui, vagamente indecenti, poco più degni di attenzione delle pagine del diario di un’adolescente? Quando abbiamo pensato che fossero moneta corrente con cui pagare gli sguardi maschili, il titolo di madre e il cognome di un uomo, la rispettabilità e l’approvazione di cui non sapevamo neanche di avere bisogno?

Non c’è donna senza croce, questo ci hanno insegnato, e quale sacrificio più grande da celebrare all’altare domestico di tutti quei sogni che riguardavano noi e noi soltanto, e che adesso non entrano più dalla porta di una casa in cui puoi parlare solo al plurale.

Quante donne si portano dentro quel vuoto, che più lo riempi di cure e preoccupazioni e più si allarga, invece di rimpicciolire, perché quel vuoto ha la nostra forma e il nostro nome, e le uniche in grado di riempirlo siamo noi. Ma non possiamo. Siamo troppo abituate al pudore, a inseguire obiettivi altrui. Siamo troppo abituate a riconoscere i nostri contorni nel dovere, perché ci venga in mente di provare a cercarli dentro di noi.

E così ce lo portiamo dentro, quel vuoto che parla di noi e che nessuno ascolta, nemmeno noi, perche ci hanno insegnato che non è interessante, ci hanno insegnato a nutrirci dei nostri segreti, a restare in disparte, a sussurrare senza mai alzare la voce, di certo non quando parliamo di noi.

Quanti sogni perduti abitano tutti quei vuoti, quante possibilità sprecate, quante emozioni marcite perché le pensavamo sbagliate e invece erano giuste, era tutto il resto a essere sbagliato, ma ammetterlo significava ammettere di essere sole e per quello ci vuole troppo coraggio, più di quanto ne serve per fingere che quel vuoto non esista e non parli di noi.

Vuoi fare una cosa femminista? Riposati

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Non si uccidono così anche le femministe?

Ci stanno prendendo per sfinimento. Ancora una decina d’anni a questo ritmo e al primo che dirà che le donne devono stare a casa risponderemo in coro “Ma magari, quando comincio?”

Ammettiamolo, questa faccenda del dover dimostrare quanto valiamo ci è sfuggita un po’ di mano. Siamo super mamme, super mogli, super sexy, super professioniste, super acconciate, super alla moda, super smaltate, super calzate, super depilate, super aletiche. Super donna puoi dirlo a tua sorella, qui siamo oltre. Ultra. Un’ultradonna con prestazioni inaudite, interfaccia in cinque lingue, capacità di gestire ottanta gruppi whatsapp al secondo e un bebè per braccio con riunione in cuffia e spesa in testa, scheda grafica impeccabile, memoria ram di ultima generazione, master in cucina esotica e attrezzata per sopportare mansplaining e schivare mani sul culo con disinvoltura e il dito già sull’hashtag metoo, capace di gestire campagne femministe e impastare il pane con lievito madre, farina integrale di quinoa e acqua dai ghiacciai vergini dell’Himalaya, e ricavarci pure un paio di storie Instagram e un post che spacca.

Le donne in carriera degli anni Ottanta ci fanno il solletico, patetiche imitazioni di quei polpi con la sindrome da iperattività che siamo diventate trent’anni dopo. Cinque minuti liberi sono diventati un’anomalia, una spia accesa, un malfunzionamento improvviso da riparare al più presto, prima che qualcuno se ne accorga. Lista della spesa, lavatrice, polvere, mail di lavoro in sospeso, status persi su Facebook, telo del divano da sistemare, scarpe da raccattare in giro per il soggiorno, piante da annaffiare, sopracciglia da strappare. L’importante è riempire al volo quel poro dilatato nelle nostre giornate tese come leggings di spandex.

Non si uccidono così anche le femministe? Ecco la maratona della vita, signore mie, tante donne che si sfidano fino all’ultimo muscolo dolorante, fino all’ultima emicrania, fino all’ultimo messaggio di whatsapp, fino all’ultima corsa a casa, fino all’ultima riunione, ventiquattrore su ventiquattro, a oltranza. Senza scordarsi di divertirsi con le amiche, andare al cinema, leggere i libri del momento, scrivere un paio di commenti arguti sui social, fotografare il pupo che poi cresce, giocare con il pupo che poi cresce, andare a comprare le scarpe al pupo che porca vacca se cresce, portare il pupo al nido che cresce bene lo stesso e si fa gli anticorpi, andare a riprendere il pupo dal nido perché gli anticorpi al primo virus hanno fatto i finti morti.

Insomma, sapete che vi dico. Io mi fermo. Non di colpo, che rischio il testacoda. Comincio con cinque minuti. Cinque minuti al giorno senza far niente, senza pensare a niente, cinque minuti da ferma, per provare a rallentare. Cinque minuti senza cellulare. Senza ascoltare i figli, senza decidere che cosa fare per cena, senza accarezzare il cane, senza raccogliere relitti alimentari da terra che in confronto il formaggio peloso della Schiappa è fresco di giornata, senza preoccuparmi se sono in ritardo con la consegna. Senza pensare al prossimo romanzo da scrivere e a come vendere quello appena scritto. Senza leggere i commenti sulla pagina, senza sfogliare un libro, senza aprire le mail, senza ascoltare musica, senza decidere che film vedere la sera, senza chiedere ai miei figli se hanno fatto i compiti. Cinque minuti da sola. E sono sicura che sarà la cosa più femminista che avrò fatto in tutta la settimana. Ritrovarmi all’improvviso al centro del mio mondo, per la bellezza di cinque minuti. Io e me stessa continuiamo a volerci un gran bene, ma ultimamente ci vediamo meno di una coppia di astronauti in due missioni diverse.

Più crediamo di dimostrare di essere invincibili, più ci stiamo preparando a essere sconfitte. Stanno per arrivare tempi duri, non facciamoci trovare già esauste. Se vogliamo vendere cara la pelle dobbiamo sapere chi ci abita, in quella pelle. Non facciamoci fregare dai cori del “Non mi siedo altrimenti chi si rialza”, dalle gare al martirio femminili, dalla stanchezza indossata come medaglia al valore, la prova definitiva del nostro essere donna: lo sfinimento. È una fregatura. Ci hanno fregate. Ci siamo fregate da sole. La strada del femminismo è lastricata di buone intenzioni e donne esauste.

Io dico di fermarci. Per ricordarci quanto valiamo. Per tornare a conoscerci, per sapere per chi stiamo lottando. Per poi tornare più incazzate, ribelli e riposate che mai.

Ed io, avrò cura di te

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“La colpa è delle madri che educano male i maschi.”

“I figli li crescono le mamme.”

“Oh, che bravo papà, cambia perfino i pannolini poverino.”

Ho visto madri strappare dalle braccia dei padri i figli piccoli e difendere la propria posizione a suon di tetta, che di mamma ce n’è una sola e viene prima di tutti. E ho visto madri che ogni santo sabato si trasformano in polpi a otto braccia per gestire figli e cane e passeggino e cellulare e borse della spesa e amici dei figli, perché il marito il fine settimana va in bici con gli amici “che almeno quando torna è di buon umore”.

Non è una partita a squadre, insomma, in cui la questione paterna rotola da un campo all’altro come un pallone preso a calci dalla posizione di turno. Nel caso, assomiglia forse di più a quei calcinculo in cui tutti prendono a calci tutti quanti e quando scendono hanno le vertigini e qualche livido.

Qualche giorno fa, in un post su Facebook Matteo Bussola lamentava giustamente il fatto che gli uomini che fanno i padri finiscono per essere ingabbiati in un lessico al femminile, con quello scherno misto a tenerezza con cui li trattiamo a volte anche nella vita reale. Del resto, alzino la mano i papà che saprebbero trovare un capo di abbigliamento a scelta del figlio a occhi chiusi, che fanno parte di almeno una chat di classe di Whatsapp o quegli esemplari ancora più rari che si ricordano il nome della maestra e il giorno della frutta, della ginnastica, del riciclaggio, del libro da condividere, del fegato di tacchino per l’ora di scienze, quello in cui ci si veste tutti di rosso e quello delle tabelline creative.

Se state sorridendo, mamme, forse smetterete al prossimo giro di giostra, quando deve alzare la mano il papà che è riuscito a rimproverare il figlio davanti alla madre senza che lei intervenisse, che non si è sentito una bestia rara alle feste di compleanno, che al parchetto ha potuto consolare il figlio da solo, senza che accorressero tutte le donne presenti decise a salvare il pargolo in balia delle cure paterne con lo stesso spirito con cui un meccanico aiuterebbe una bionda a cambiare una gomma.

In tutta onestà, non so se sia meglio essere ricoperta di critiche perché lavori e non sei sempre presente e disponibile per i tuoi figli, o essere ricoperto di complimenti se ti ricordi di soffiare il naso a tuo figlio invece di lasciarlo andare in giro stile vulcano moccicoso in eruzione.

Forse dovremmo fermarci tutti quanti a riflettere. Invece di saltar su ogni volta con la storia che le madri devono educare i maschi come si deve, perché non proviamo a lasciare più spazio ai padri nel quotidiano dei figli? Non in termini di autorità, come è stato sempre fatto, più o meno ingannevolmente – “Chiedi a tuo padre e digli che io ho detto di sì” – ma in termini di cura. Non sarà più utile, per imparare il rispetto dell’altro sesso, crescere senza dare per scontato che l’accudimento sia femminile e l’assenza maschile? La strada per la parità di genere non passa secondo me dalle favole della buonanotte per bambine ribelli, ma da padri che leggono la storia della buonanotte a bambini ribelli, che si prendono cura dei figli, che li pettinano, li vestono, danno loro da mangiare, che curano le ferite e scacciano le preoccupazioni, da padri che vanno a parlare con le maestre, che comprano vestiti, che scelgono il colore del cerchietto, che si alzano nel cuore della notte a portare un bicchier d’acqua e a uccidere i mostri dietro la porta.

Certo, l’educazione dei figli non è una responsabilità delle donne, è responsabilità comune. Ma non c’è educazione senza cura ed è qui che noi madri fatichiamo a mollare l’osso e a perdere il controllo della situazione. Sull’autorità siamo disposte a chiudere un occhio ogni tanto, ma quando la creatura cade e si fa male, quando ha fame o piange o c’è da decidere la fantasia delle lenzuola e il colore della calzamaglia, fate largo, ci pensa mammà. C’è una zavorra enorme nell’emancipazione femminile ed è lo scettro con cui ci teniamo strette la supremazia dell’accudire. Finché non lo lasceremo andare, rischiamo di non volare alto quanto vorremmo e di fermarci molto prima di dove avrebbero potuto portarci i nostri sogni.

Prendersi cura dei figli non intacca la mascolinità di nessuno, su questo sono (quasi) tutti d’accordo. Ma quante donne sono davvero convinte che non farlo, o farlo meno, non scalfisca la loro femminilità?

Ma perché sei sempre stanca?

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Questa donna si autodistruggerà entro…

5… Sei la prima a svegliarti, caffè, merende nello zaino, lavatrice, vestiti sul letto, merda i calzini del piccolo, non li ho lavati, se glieli infilo abbastanza in fretta forse non si accorgerà che sono di tre anni fa. Oggi hanno rispettivamente, ginnastica, educazione artistica, francese, yoga, canto, tennis, festa di compleanno anni settanta e il saggio di danza del ventre – quanti figli ho? Due, perché? – è il giorno della frutta di stagione – di che cavolo di stagione sarà la mela? – ho il colloquio con la maestra per cui ho dovuto chiedere un permesso due mesi fa, se mi sbrigo forse arrivo in tempo alla riunione di basket per decidere se le nuove divise devono essere verde pisello o verde pesto. E subito dopo devo correre perché oggi è la giornata Me and mummy alla scuola di inglese del piccolo e non parla d’altro da mesi. Months, sì, months, certo, tesoro. I’ll be there for you.

4… Sulla strada per l’ufficio ti ricordi di chiamare tua suocera, per sentire come sta. Sta benissimo, dice, è la compagna di stanza che sta male e non fa che gemere e lamentarsi tutta la notte e lei non riesce a chiudere occhio, non potrebbero spostarla e metterla con qualcuno di più silenzioso? Ah, dici che le pazienti in coma non le mettono nelle doppie? Che occasione sprecata. Comunque sì, per favore, vedi di sentire la caporeparto quando passi oggi. Come non passi? Ah che peccato. Ci tenevo tanto, ma no no figurati, capisco, ci mancherebbe. Del resto, io sono solo la suocera, chi vuoi che si preoccupi di una vecchia come me. Domani? Speriamo, chissà se sarò ancora viva domani. Portami qualche rivista, che le ho lette tutte. Ah, e anche quel brodo di pesce, quello dell’altra volta? Sì, quello che hai fatto cuocere per tutte quelle ore. E dai un bacio grosso al mio Stefano, tesoro mio, lo so che è sempre tanto impegnato, povero ragazzo, non lavorerà troppo? Mangia abbastanza? Digli di non preoccuparsi, di non stare a venire in ospedale, che poi si stanca, tanto lo so che mi vuole bene lo stesso.

3… Hai deciso di delegare, non puoi mica fare tutto tu, basta, e quindi al semaforo chiami tuo marito per ricordargli di fare tutto quello che gli hai delegato. Sì, certo, risponde subito lui, lo so, hai ragione, la cisterna del water ormai perde più acqua delle cascate del Niagara, l’amministratore è già cambiato due volte da quando dovevo chiamarlo per la macchia d’umidità in garage e… cos’altro c’era? Ah, sì, giusto, la raccomandata urgente da ritirare in posta. Vado subito, promesso, faccio tutto all’istante, così non mi dimentico. Sì, certo, no, figurati se domani devi ricordarmi tutto di nuovo. Ah! Ha appena chiamato il dentista per spostare l’appuntamento dei bambini, gli ho detto di chiamarti al cellulare così vi mettevate d’accordo. Ha chiamato la madre di un certo Gino, Pino, Lino… Sì, Martino, brava, come hai fatto a indovinare? Ah sì, è il suo migliore amico? Dall’asilo? Ma pensa. Era per un regalo di classe, non ho ben capito, ti chiamerà. E anche il falegname, per quel preventivo.  Come? Mia madre vuole stare con una tizia in coma?

2… Hai appena parcheggiato quando ti chiama la tua capa. Consegna anticipata, vogliono tutto entro domani pomeriggio, ho detto che non c’era problema. Non ti spiace fermarti un po’ di più oggi, vero? Se perdiamo questo cliente tanto vale che chiudiamo baracca e burattini e ce ne andiamo tutti a spasso. Tu per prima. Permesso? Quale permesso? Verde pesto? Quale mummia? Riagganci e un attimo dopo torna a squillare. Sì, rispondi subito, sì, stasera conta su di me. E dal silenzio sorpreso ti viene il dubbio. Oh, tesoro, è magnifico, esclama tua madre, ti preparo le lasagne come piacciono a te e la torta salata e l’arrosto con le patate e farò una torta al cioccolato, che mi sa che hai bisogno di energia, hai sempre la voce così stanca.

1… E si fa sera. E sei in ritardo sulla consegna, ci sono 478 messaggi nuovi nelle chat di classe, 324 in quella del basket e 673 in quella di tua suocera, non sei passata a ritirare le raccomandate, non hai richiamato la madre di Martino che è una che se le lega al dito, non hai scongelato il pesce per il brodo, ti sei scordata di avvisare la maestra che non saresti arrivata al colloquio, sei passata al volo da tua madre a un’ora indecente e hai mangiato tutto quello che aveva preparato praticamente sulla soglia – Non va mica bene, devi avere cura di te, guarda che faccia tirata hai, non vai più da quel parrucchiere tanto bravo? – e quando hai cambiato l’appuntamento dal dentista per i bambini ti sei dimenticata di prenotare per te e quel molare adesso ti fa un male boia. E soprattutto, soprattutto, non sei arrivata in tempo alla giornata Me and mummy, così tuo figlio ha recitato il suo dialogo con – orrore – la mamma di Claudia, alias l’anima della chat di classe, alias la mummy per eccellenza, che più mummy non si può. Mi spiace tesoro, gli dici, al momento della buonanotte, in ginocchio sui Lego, ti prometto che alla prossima verrò e comunque vedrai, papà ci sarà di sicuro alla sua… come? Non c’è la giornata Me and daddy? Ma che bastardi. Scusa, assholes, volevo dire assholes. Buonanotte amore, e sì, domani ti lavo i calzini, promesso. Lo so, grazie amore, lo so che mi vuoi bene. Come? Sì, scusa, hai ragione, mi spiace di essere sempre così stanca.