Scusi, vuol ballare con me?

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L’altro giorno la mia vicina aveva la radio a tutto volume e canticchiava Tu vuo’ fa’ l’americano. Era domenica mattina e confesso che ho avuto uno dei miei momenti da emigrante nostalgica (sul genere la casa dov’è?) e sono rimasta ad ascoltarla. A un certo punto però mi sono dimenticata della canzone e ho ascoltato solo la vicina. Perché cantava con allegria, con una punta di malizia, perfino, come se non stesse cucinando il pesce fritto alle nove di domenica mattina (eh, sì, non ditelo a me…), ma si stesse preparando per uscire un sabato sera.

Quella non era la stessa vicina che un giorno mi ha suonato arrabbiatissima perché un vaso rischiava di caderle sul terrazzo e neanche la stessa che mi guarda sempre con sospetto perché non sono nata qui. E chi se lo immaginava che dentro la vicina, dentro quella signora anziana dall’aria un po’ tignosa che va ogni sabato a farsi fare la messinpiega, fosse rimasta intrappolata una ragazza di sedici anni che aspetta solo di andare a ballare? E chissà se quella ragazza di sedici anni se lo immaginava che alla fine, anche dopo aver trovato marito, averlo perso, avere avuto dei figli e averli visti andar via, quella ragazza di sedici anni sarebbe stata ancora lì, sempre uguale? Con la stessa identica voglia di ballare. Che non sarebbero bastati tutti i mariti e i figli del mondo a fargliela passare.

Ecco, il rosa secondo me è femminista anche per questo, perché riporta in vita la ragazza di sedici anni che abbiamo dentro, tutte quante. Quella che balla solo per se stessa, affamata di emozioni, che forse pensa di andare alla ricerca dell’uomo della sua vita e di voler mettere su famiglia, ma in realtà vuole soltanto qualcuno che la faccia ballare finché non le reggono più le gambe. E anche dopo. Almeno finché non rischia di far bruciare il pesce fritto.

E allora che cosa c’è di più femminista di una penna rosa che ci prende per mano e ci fa ballare? Che ci aiuta a chiudere gli occhi e riscoprire noi stesse, quello che eravamo quando eravamo soltanto noi stesse, quel desiderio che parla di noi, che poi è lo stesso desiderio di chiudere gli occhi e saltare, di dimenticare tutto e tuffarsi.

Quante cose saremmo capaci di fare, se tornassimo più spesso a essere quelle sedicenni? Se ogni tanto mandassimo al diavolo i mariti e i figli e anche il gatto e il pesce fritto, per metterci a ballare Tu vuo’ fa’ l’americano sulla terrazza? Se assomigliassimo di più a noi stesse?

Voglio andare a casa, la casa dov’è?

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A chi vive all’estero fa più male, forse, ma prima o poi secondo me succede a tutti. Quel momento in cui vorresti solo tornare a casa. Mica per sempre. Il tempo di ricaricarti, orientare di nuovo la bussola, capire se è la vita che ti tradisce ultimamente o sei tu che tradisci te stessa. E allora ti guardi intorno, ti guardi dentro, ti guardi alle spalle e ti chiedi, come Jovanotti: la casa dov’è?

Non è la casa dove sei nata, soprattutto se non è la stessa casa in cui sei cresciuta e non è la stessa in cui vivono ora i tuoi genitori. Non è la prima casa in cui sei andata a vivere da sola (e per fortuna, perché ci manca di dover litigare di nuovo con la tua coinquilina per chi pulisce il bagno) e neanche quella in cui vivi da sposata. Forse potrebbe essere quella in cui hai messo al mondo il primo figlio, se non fosse che diventare mamme è un po’ come mettere piede in terra straniera e perdersi di nuovo.

Ma allora, se voglio tornare a casa, dove devo andare?  Continua a leggere “Voglio andare a casa, la casa dov’è?”