Autodifesa al femminile

L’anno scorso sotto Natale presi parte a un corso di autodifesa a scopi benefici. Durò poco più di mezza giornata e per il modico prezzo di un giocattolo mi portai via molti consigli utili. 

Quali erano i punti più sensibili in cui colpire, come atterrare anche l’avversario più nerboruto con un colpo di nocche, cose così. Allo stesso corso ci spiegarono anche che le modalità di aggressione, secondo le statistiche, sono molto diverse fra uomini e donne. Gli uomini hanno più probabilità di essere aggrediti in gruppo e da estranei. Le donne da una sola persona, conosciuta.

Mentre tornavo a casa, più baldanzosa e impavida del solito, all’improvviso mi resi conto che quello che avevo imparato, stando alle statistiche, non sarebbe servito a un tubo.

Al corso eravamo tutte donne, ma gli istruttori erano uomini e per quanto bravi fossero, i loro consigli erano tarati sulla sicurezza maschile, non su quella femminile.

Dare un colpo di nocche allo sterno forse sarà utile in una strada buia, ma non nella propria cucina e non per difendersi dalla rabbia di un compagno o del marito. Farsi trovare con le mani sollevate pronte a difendersi può servire se si avvicina un estraneo, ma non lo faremo mai con una persona conosciuta, se non di istinto.

Per difendersi dalla violenza che ci riguarda davvero, in quanto donne, non servono (solo) i consigli dei corsi di autodifesa. Serve la consapevolezza di avere il diritto di dire di no, servono limiti chiari posti intorno alla propria felicità e ai propri diritti. Serve sapere che la felicità e la soddisfazione altrui non sono la misura del nostro valore, che se il marito o compagno è infelice è un problema suo o di entrambi, ma non nostro. Che la felicità altrui non è una nostra responsabilità. Serve convincersi di non essere costrette a essere l’anima del focolare, che non dobbiamo scusarci se la cena non è pronta o se la casa non è in ordine. Serve avere ben chiaro che le donne non sono nate per sopportare o per mettere le pezze all’infelicità e ai fallimenti altrui, che non sono obbligate a sacrificare se stesse e il proprio tempo libero e i propri sogni in nome della pace domestica.

Ecco il corso di autodifesa che vorrei per Natale, allora, quest’anno. Un corso di autodifesa pensato per le donne, per aiutarle a far fronte alla violenza che rischiano davvero di subire. Perché la forza di reagire nasce dentro di noi, dalla consapevolezza del diritto. Nasce dove muoiono i nostri sensi di colpa. 

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La maternità non è un bene comune

 

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Foto Paul Keller (CC)

«Sono la mamma di Giulio.»

Si presentò così, come se fosse a un colloquio con gli insegnanti della scuola di suo figlio, la mamma di Giulio Regeni, alla conferenza stampa.

Sono la mamma di Giulio. A ripensarci poi, forse quella frase di esordio era una sorta di sfida, in realtà, un grido di guerra. Sono la mamma di Giulio. Sono la mamma di quel viso su cui ho visto tutto il male del mondo. Sono sopravvissuta a quel dolore. Sono sopravvissuta a tutto il male del mondo e sopravviverò anche a voi e a chiunque cerchi di intralciare la mia battaglia.

La seconda volta in cui ho sentito usare la parola “mamma” in modo straziante fu in una situazione molto diversa. Ero in ospedale e la mia vicina di letto era una signora di novantatré anni che i medici avevano dato per spacciata. Ogni sera, prima della cena che la figlia le infilava in bocca a forza, assistevo a una sfilata di parenti benintenzionati che passavano a dirle addio; la fidanzata di uno dei tanti nipoti le disse teneramente che si sarebbe presa cura del ragazzone in questione. Non so chi abbia fatto un gesto scaramantico per primo, se lui o la nonna.

La notte, si sa, negli ospedali non si dorme. Io poi dormivo ancora meno, perché la signora stava male ma non aveva le forze per chiamare le infermiere, così lo facevo io al suo posto. E una notte l’ho sentita. «Addio» ha gridato all’improvviso, con una disperazione un po’ stupita, come se non capisse bene neanche lei che cosa le stesse succedendo. «Addio. Addio.» E poi, nel buio della stanza, con una voce improvvisamente stravolta dal bisogno, iniziò a chiamare la mamma. Non sua madre, non la figlia, non il nipote e di certo non la fidanzata del nipote. No, la mamma. «Mamma. Mamma!» gridò, senza più stupore, questa volta. Solo con una paura disperata e senza nome. Chiamò la mamma due o tre volte, poi si addormentò.

Il mattino dopo i medici dissero che no, si erano sbagliati, la signora forse ce l’avrebbe fatta, alla fine. All’ora di pranzo la mia vicina di letto era seduta in poltrona, impaziente di tornarsene a casa. Venne dimessa prima di me.

La maternità, mi direte voi, è tante cose. Per me è racchiusa tutta in quel grido e in quel bisogno. La maternità dà un nuovo volto all’amore, ma anche al dolore. La maternità è la prima voce che sentiamo quando si spalancano le distanze. La maternità è fatta di orgoglio e di sensi di colpa, intrecciati così stretti da non sapere più dove finisce il primo e incominciano gli altri. È fatta di assenze e del potere di sanarle, proprio come i baci che si portano via le piccole ferite e qualche volta anche le grandi. È un grido di guerra. È il nostro approdo sicuro quando dobbiamo scacciare la paura.

La maternità è tante cose, una per ogni persona. La maternità non è neanche necessariamente biologica. Ma di una cosa sono sicura. La maternità non ha niente a che spartire con le clessidre e con i videogiochi in cui gli spermatozoi corrono più veloci dei Minions. La maternità non c’entra niente con le pensioni di domani o con le babbucce bianche rosse e verdi. La maternità è così intima da avere addirittura qualcosa di impudico, a volte. La maternità è la nostra gioia più grande e il nostro dolore più grande. Parlare di fertilità senza passare per la maternità (e la paternità, ovviamente) non è solo riduttivo, è un insulto. La maternità non inizia e finisce nell’utero.

La maternità non è un bene comune e non lo sarà mai.