La maternità non è un bene comune

 

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Foto Paul Keller (CC)

«Sono la mamma di Giulio.»

Si presentò così, come se fosse a un colloquio con gli insegnanti della scuola di suo figlio, la mamma di Giulio Regeni, alla conferenza stampa.

Sono la mamma di Giulio. A ripensarci poi, forse quella frase di esordio era una sorta di sfida, in realtà, un grido di guerra. Sono la mamma di Giulio. Sono la mamma di quel viso su cui ho visto tutto il male del mondo. Sono sopravvissuta a quel dolore. Sono sopravvissuta a tutto il male del mondo e sopravviverò anche a voi e a chiunque cerchi di intralciare la mia battaglia.

La seconda volta in cui ho sentito usare la parola “mamma” in modo straziante fu in una situazione molto diversa. Ero in ospedale e la mia vicina di letto era una signora di novantatré anni che i medici avevano dato per spacciata. Ogni sera, prima della cena che la figlia le infilava in bocca a forza, assistevo a una sfilata di parenti benintenzionati che passavano a dirle addio; la fidanzata di uno dei tanti nipoti le disse teneramente che si sarebbe presa cura del ragazzone in questione. Non so chi abbia fatto un gesto scaramantico per primo, se lui o la nonna.

La notte, si sa, negli ospedali non si dorme. Io poi dormivo ancora meno, perché la signora stava male ma non aveva le forze per chiamare le infermiere, così lo facevo io al suo posto. E una notte l’ho sentita. «Addio» ha gridato all’improvviso, con una disperazione un po’ stupita, come se non capisse bene neanche lei che cosa le stesse succedendo. «Addio. Addio.» E poi, nel buio della stanza, con una voce improvvisamente stravolta dal bisogno, iniziò a chiamare la mamma. Non sua madre, non la figlia, non il nipote e di certo non la fidanzata del nipote. No, la mamma. «Mamma. Mamma!» gridò, senza più stupore, questa volta. Solo con una paura disperata e senza nome. Chiamò la mamma due o tre volte, poi si addormentò.

Il mattino dopo i medici dissero che no, si erano sbagliati, la signora forse ce l’avrebbe fatta, alla fine. All’ora di pranzo la mia vicina di letto era seduta in poltrona, impaziente di tornarsene a casa. Venne dimessa prima di me.

La maternità, mi direte voi, è tante cose. Per me è racchiusa tutta in quel grido e in quel bisogno. La maternità dà un nuovo volto all’amore, ma anche al dolore. La maternità è la prima voce che sentiamo quando si spalancano le distanze. La maternità è fatta di orgoglio e di sensi di colpa, intrecciati così stretti da non sapere più dove finisce il primo e incominciano gli altri. È fatta di assenze e del potere di sanarle, proprio come i baci che si portano via le piccole ferite e qualche volta anche le grandi. È un grido di guerra. È il nostro approdo sicuro quando dobbiamo scacciare la paura.

La maternità è tante cose, una per ogni persona. La maternità non è neanche necessariamente biologica. Ma di una cosa sono sicura. La maternità non ha niente a che spartire con le clessidre e con i videogiochi in cui gli spermatozoi corrono più veloci dei Minions. La maternità non c’entra niente con le pensioni di domani o con le babbucce bianche rosse e verdi. La maternità è così intima da avere addirittura qualcosa di impudico, a volte. La maternità è la nostra gioia più grande e il nostro dolore più grande. Parlare di fertilità senza passare per la maternità (e la paternità, ovviamente) non è solo riduttivo, è un insulto. La maternità non inizia e finisce nell’utero.

La maternità non è un bene comune e non lo sarà mai.

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