Il burka anticellulite

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Chi vive al mare lo sa. A un certo punto arriva quel momento dell’anno in cui invece di salutare le madri degli amici dei tuoi figli al riparo di jeans e maglioni, ti ritrovi a farlo mezza nuda. E non solo le madri dei tuoi amici, anche le maestre, la parrucchiera, la cassiera del supermercato, l’idraulico, il tizio con cui hai litigato due mesi prima perché non ha rispettato lo stop, il dentista, l’imbianchino, e più il paese è piccolo, più l’elenco si allarga.

Dopo un po’ ci si abitua, ma salta anche all’occhio un dettaglio che, abituata alle mie interazioni cittadine, non avevo mai preso in considerazione. Il corpo degli uomini, svestito, non incide sulla loro autorevolezza, non più di quanto non faccia con i vestiti addosso. Tutt’al più ti può sorprendere con qualche tatuaggio o con qualche muscolo in più o in meno del previsto, ma poco altro. Perché il corpo degli uomini si può offrire allo sguardo o restarne indifferente, ma non è un pegno da pagare. Non è una colpa da scontare. Che sia terreno di esami appassionati e approfonditi o che passi indisturbato lungo il bagnasciuga, il corpo degli uomini esiste, è oggetto di desiderio come quello femminile, ma non è un biglietto di ingresso. Non chiede il permesso.

Questo ho capito interagendo con le persone che facevano parte della mia vita quotidiana pancia all’aria e cosce in bella vista. Il corpo della donna non è solo oggetto di desiderio, ha sempre qualcosa da farsi perdonare. È il nostro biglietto di ingresso e al tempo stesso la ragione per cui ne abbiamo bisogno e la moneta con cui lo paghiamo. Ci portiamo addosso un burka invisibile, fatto di creme anticellulite e cerette e cure dimagranti. Il nostro corpo non ha diritto di cittadinanza in quanto tale, non gli basta esistere, come a quello degli uomini, deve rispettare determinati canoni, deve essere attraente, deve occupare lo spazio che è stato previsto per lui e nel modo in cui è previsto che lo occupi. Il corpo della donna deve obbedire.

La “prova” della prova costume è un lapsus maschilista, uno di quei momenti in cui il linguaggio tradisce la mentalità a cui appartiene e la svela per quella che è. Non c’è niente di scherzoso in quella prova, non lasciamoci ingannare dai titoli ammicanti delle riviste e dalla finta complicità delle diete che compaiono sui siti di salute e bellezza. Quella prova non ha niente di amichevole, in realtà, è una sorta di attrai quindi esisti sotto una patina estetica che gli serve per dissimulare la propria ferocia e fingersi docile e nostro alleato. Quella prova è il nemico che dobbiamo combattere, non il nostro corpo, con quelle che ci hanno insegnato a chiamare imperfezioni e invece sono caratteristiche che lo rendono unico, diverso dal modello che ci vuole eternamente fertili e desiderabili. Eternamente giovani, la legittimazione di un immaginario maschile malato, intriso di pedofilia e sopraffazione.

Il nostro burka è l’eterna giovinezza che rende perdonabile il corpo femminile in tutta la sua fisicità, la maternità è (anche) un’arma con cui tenerlo a bada, il body shaming sono le frustate che riceviamo quando disobbediamo. Sì, è una metafora, no, non è la stessa cosa, ma resta comunque una forma di controllo che non ci appartiene e limita la nostra libertà. Ricordiamocene, ora che inizieranno a sommergerci di consigli su “come arrivare preparate alla prova bikini”. Ricordiamoci di quanto male ci stiano facendo, in realtà, quei “consigli”, e poi decidiamo se seguirli o meno, se continuare a guardarci nello specchio di cristallo delle aspettative e dei giudizi altrui o in quello che riflette soltanto il nostro benessere e il piacere e la necessità di stare bene con noi stesse.

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Non chiamatela prova bikini

grey-seal-2164736_1280Capillari. Peli. Smagliature. Da almeno trent’anni ci combatto come se fossero piante infestanti nel giardino all’inglese impeccabile ed eternamente giovane che il mio corpo non è mai stato, in realtà.

Non è certo l’unica guerra in corso. C’è anche quella contro i chili di troppo, per citarne una, ma in quel caso se non altro la battaglia non è solo contro il mio corpo, anche contro uno squilibrio che lo minaccia, non solo estetico, contro un punto di non ritorno all’orizzonte. O almeno io così sempre l’ho vissuta.

Ma l’accanimento contro i peli, la disperazione davanti alle ragnatele viola che si fanno ogni anno più visibili, contro la pelle che invecchia, inesorabile, ed è liscia e giovane e uniforme più o meno come un fossile del pleistocene, quello è diverso. Assomiglia di più alle tinture per capelli sotto cui seppellivo vergognosa il primo accenno di ricrescita bianca. In realtà sto combattendo contro me stessa. Quella con cui me la prendo sono io.

Certo, i capillari sono il segno di una circolazione che non funziona come dovrebbe e quindi a loro volta la spia di un disequilibrio, ma una spia accesa ormai da quando avevo quindici anni e che non si spegne se non dietro lauto compenso e sempre e comunque in modo provvisorio. Un po’ come la cellulite. Non dovrebbe esistere una sorta di condono cellulitico, dopo tutto questo tempo? Trascorso un determinato numero di anni, non è più perseguibile per legge. Ormai ce l’hai e te la tieni, come la veranda abusiva del vicino o il gatto randagio che dorme ogni sera nel tuo giardino. Dopo un po’ non si fa prima a lasciarlo entrare e dargli un nome?

Sarà la menopausa, sarà la stanchezza, sarà il senso di impotenza, ma all’improvviso mi sono resa conto che quella sono io. Non è una malattia, non è un errore di fabbricazione, non è un difetto, sono io. Mi sono stufata di accanirmi contro me stessa, come se non ci pensassero già abbastanza l’avanzare degli anni e i sensi di colpa. Basta. No, non ho le gambe giovani e lisce e perfette che farebbero così bene il paio con l’immagine di me stessa che coltivo dentro e che nessuno vede, ma che fa capolino dietro i sogni e i sorrisi. Non sfoggerò peli e capillari come medaglie, non si tratta di questo, continuerò a prendermi cura di me stessa, ma non a misurarmi con un traguardo che non mi appartiene. Prima di guardarmi allo specchio, mi assicurerò che lo sguardo che giudica sia il mio, e il mio soltanto.

Niente prova bikini, quest’anno, insomma. Rimandata a mai più. Se quel che vedete non vi piace, sentitevi liberi di guardare dall’altra parte. Il corpo degli uomini viene esibito, si allarga, si espande, occupa spazio, lo rivendica, si fa metafora del loro potere. Il corpo delle donne viene limato costantemente dagli sguardi e dalle aspettative altrui. Ma è nostro, ci appartiene, possiamo farne quello che vogliamo, ed esistono sicuramente modi migliori di vivere i mesi in cui lo liberiamo dai vestiti che trasformarli in un esame continuo.

Non chiamatela prova bikini, almeno finché non esisterà anche una prova bermuda al maschile e la posta in gioco sarà esattamente la stessa, quella sorta di diritto di cittadinanza sulla spiaggia che le donne si guadagnano a suon di diete e creme anticellulite. C’è uno specchio di cristallo, nell’immaginario collettivo, uno specchio in cui noi donne riusciamo a vedere solo il riflesso del giudizio degli altri e mai davvero ed esclusivamente noi stesse. L’estate è un ottimo momento per provare a farne a meno. Per vedere soltanto il nostro corpo, in quello specchio.

“Dove li hai lasciati?” o delle madri che viaggiano

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Sì, le madri viaggiano. No, non sempre con i figli appresso.

Sembra abbastanza logico, a pensarci. Invece no. Una madre che viaggia senza figli, ve lo dico per esperienza, è un’anomalia. Una locomotiva senza vagoni. Una macchina senza portabagagli. Un aereo senza passeggeri. Che cosa viaggia a fare, se i figli non sono con lei? E soprattutto, che cosa li ha fatti a fare, quei figli, se poi non se li porta dietro ovunque? Dalla retorica sulla madre che non espleta alcuna funzione biologica senza che il pargolo gattoni oltre la porta del bagno a quella della madre che non farebbe mai una valigia con dentro uno spazzolino solo, il passo è breve, se non brevissimo.

E infatti, se vi capita di viaggiare da sole, prima o poi arriva la domanda fatidica, la più temibile, quella che vi inchioda alla vostra colpa: “Dove li hai lasciati?” Con la variante “Dove hai lasciato i tuoi cuccioli?” con l’accento su tuoi, non importa se il cucciolo in questione ha quindici anni e ti supera in altezza di almeno venti centimetri.

Ogni volta che me lo chiedono mi sorge il dubbio che pensino che li abbia persi, come se fossero le chiavi di casa o la borsa, e sono tentata di rispondere con un’alzata di spalle e un sorriso rassegnato: “Chi lo sa? Ma tanto prima o poi saltano sempre fuori”.

Poi capisco che in realtà pensano che li abbia abbandonati, non persi. In un terribile orfanotrofio gotico e scuro in cima a una montagna. Chiusi in casa con tante ciotole di cibo e di acqua quanti sono i miei giorni di baldoria, ops, viaggio. O sul bordo dell’autostrada, magari. “Oh, bambini, guardate, che belle margheritine! Andate a raccoglierne qualcuna, volete? … Adesso! Sgomma, sgomma, prima che se ne accorgano. Tanto passo a riprenderli fra quattro giorni.”

La domanda, rivolta peraltro con un certo sgomento mal dissimulato, potrebbe avere un senso se fossi una ragazza madre, se fossi vedova, se vivessi su un’isola deserta o se mio marito fosse accanto a me, quando me lo chiedono. Ma in assenza di una qualsiasi di queste variabili, resta tuttora inspiegabile per me dover ogni volta soddisfare la loro curiosità e svelare il mistero: “Con il padre. Avete presente, quella storia degli spermatozoi e dell’ovulo? Quel tizio che ogni tanto risponde al telefono a casa mia? Quello a cui i miei figli erano tutti identici, secondo voi, fin dal minuto zero? Ho una notizia da darvi: quello è il loro padre. Incredibile, eh?”

Non c’è niente da fare, non c’è età, credo religioso o appartenza politica che tenga: tutti a questo punto ti guarderanno come se li avessi lasciati in un vascello in mezzo al mare in tempesta, roba che si stupirebbero se li trovassi ancora vivi, al tuo rientro. Qualcuno si stupirebbe perfino se tu al rientro trovassi ancora un marito e non le carte per il divorzio.

Nel frattempo, se al marito in questione prude la schiena mentre voi non ci siete, tranquillizzatelo: sono le ali.

 

 

“Me l’ha data o me la sono presa?”

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“Me l’ha data.”

A ben vedere, comincia tutto da qui.

Le donne vogliono essere corteggiate. Gli uomini vogliono portarti a letto.

È uno scambio. Nella cultura dominante e negli stereotipi diffusi il sesso è uno scambio. Io te la do, e se te la do significa che tu mi hai dato qualcosa in cambio: attenzioni, un mazzo di rose, un tot di messaggini e di telefonate a discrezione dell’interessata. I più tirchi se la cavano con un paio di complimenti. Il conto no, quello tocca dividerlo, altrimenti sei poco emancipata. Per i più galanti lo scambio include la telefonata del giorno dopo, che deve fare rigorosamente lui, mai lei, altrimenti pare che gli uomini corrano tutti all’aeroporto e prendano il primo volo disponibile per poi cambiare numero di telefono, identità, connotati e tutti gli account social.

Se di scambio si tratta, questo significa che qualcuno può anche saltarsi qualche passaggio e prendersela senza aspettare che gliela diano, un po’ come se sgraffignasse una busta di caramelle al supermercato. Non c’è mica sempre bisogno di immobilizzare la cassiera e tirare fuori il coltello, per la miseria, se sei un po’ abile te la infili in tasca senza tante storie. “Oh, guarda là, che begli occhi quanto sono triste e depresso e mia mamma mi trascurava e il mio capo è uno stronzo e tu sei così comprensiva e così dolce e tanto carina con me per fortuna ci sei tu, e zac, è un attimo, il tempo che la cassiera si distragga e tu hai già la busta in mano e non vorrai mica mollarmi adesso sul più bello, che fai, la gatta morta, provochi e poi ti tiri indietro?” Et voilà, te l’ha data. Facile, no?

Stupro? Ma non diciamo sciocchezze. Se la cassiera stava guardando dall’altra parte è furto lo stesso? Se non aveva voglia, se stava dormendo, se prima dice di sì e poi di no, se è mia moglie, se è la mia fidanzata, se è sbronza, se è già nuda nel mio letto, se dice di non volerlo ma lo vuole eccome, è davvero tanto grave se me la prendo e basta? Stupro? Chi ha parlato di stupro?

In teoria non è difficile: dove non c’è consenso c’è stupro. Ma il consenso strappato a forza è un consenso? Il consenso perché non hai voglia ma se no tuo marito si incazza è un consenso? Il consenso perché altrimenti ti licenziano è un consenso? Il consenso perché lui ha pagato un conto astronomico al ristorante e ti senti in colpa a dirgli di no è un consenso? Il consenso perché non vuoi che vada in giro a dire a tutta la scuola che sei una sfigata è un consenso? E se stai zitta e gemi e apri le gambe è un consenso sufficiente? O meglio tirare fuori un modello prestampato, per sicurezza?

Quanti uomini hanno stuprato una donna e non ne sono consapevoli? Per quanti uomini si è trattato solo di semplificare un po’ lo scambio e prendersela, senza aspettare che lei gliela desse? Quanti uomini sono convinti che basti una fede al dito per assolvere la propria parte dello scambio e che il resto sia dovuto? Quanti uomini sono sinceramente e profondamente convinti, per pigrizia o ignoranza o analfabetismo emotivo, che prendersela fosse un loro diritto, quando non un dovere?

Non basta parlare di consenso. E non basta neanche parlare di potere, perché se è vero che lo stupro è una questione di potere, è altrettanto vero che non lo è sempre. O meglio, a volte basta il potere di essere uomo. Secondo la Treccani lo stupro è “un atto di congiungimento carnale imposto con la violenza”. Eppure quante donne sono state stuprate senza violenza?

Per affrontare la cultura dello stupro bisognerebbe innanzitutto smettere di considerare il sesso uno scambio. Serve una campagna che affronti il tema del consenso in tutte le sue forme e sfaccettature, che insegni alle donne che il sesso non è uno scambio, non è la moneta con cui siamo tenute a ripagare le attenzioni maschili e che il piacere maschile non è una nostra responsabiltà, non più di quanto sia una responsabilità dell’uomo il nostro. Detto in altri termini, possiamo fare a meno di sentirci in colpa se a fine serata ha bisogno di farsi una doccia fredda.

Non basta parlare di sesso nelle scuole, cosa che peraltro si fa ancora troppo poco. Non basta neanche parlare di contraccezione e di orgasmo, che pure è fondamentale. Dobbiamo insegnare alle nostre figlie e ai nostri figli che il sesso non è mai una concessione o un diritto, non lo si dà e non lo si pretende. Dobbiamo insegnare ai ragazzi e agli uomini a riconoscere comprendere e cercare il consenso, e insegnare alle ragazze e alle donne a riconoscere comprendere e cercare il desiderio. Bisogna raccontare il sesso e il piacere dal punto di vista delle donne e smettere di considerarlo una necessità soltanto maschile, neanche Madre Natura avesse dato a loro l’orgasmo e a noi il parto.

Cercheranno di farvi sentire sbagliate, stupide, ingenue, piccole e ignoranti, quando l’unica cosa che vi mancava era il desiderio. Questo dovremmo cacciare in testa alle nostre figlie e alle donne che conosciamo. Cercheranno di farvi passare per guastafeste per mascherare la propria incapacità. Vi daranno delle frigide o delle puttane a seconda di quello che reclama la loro insicurezza. Travestiranno il desiderio e il sesso con il volto di una mascolinità in cui forse non si riconoscono neanche e che proprio per questo rincorrono con più ansia e rabbia del dovuto.

Che paura, un esercito di donne consapevoli del proprio desiderio. Che comodo, tante donne che pensano di dovertela dare, prima o poi. Ma no, dai, ripensandoci, che cosa la facciamo a fare quella campagna? Sai che sbattimento, poi, mettere le mani su quella borsa di caramelle?

 

Il tempo delle donne

faccia bolla

«Che bello dev’essere, il tuo lavoro, un po’ come l’uncinetto.»

«Sei davvero fortunata ad avere un marito che ti permette di lavorare.»

«Povero bambino, eh, sono gli svantaggi di avere una madre di successo.»

«Oh, come sei drammatica, non ti si può neanche parlare quando sei al computer.»

Se sei donna e lavori hai delle pretese. Se sei donna e lavori da casa fai passare il tempo fra una lavatrice e l’altra. Se sei donna e lavori da casa facendo qualcosa che ti piace, te la stai spassando.

Sembra che ci sia qualcosa di tossico, nelle donne che si realizzano, come se lo facessero sempre a spese altrui, come se fossero una minaccia per la sopravvivenza della specie che in confronto al buco dell’ozono ci metti una pezza e via. Ma siamo nel 2019, travolti dalla quarta ondata femminista, fra #metoo e bambine ribelli, non puoi mica saltar su e dire che le donne dovrebbero pensare alla famiglia prima di tutto. No, la strategia che viene usata è molto più sottile.

Si comincia con una narrazione del materno da crisi iperglicemica, a metà fra Madre Teresa di Calcutta e una chioccia sotto acido, di cui le mamme pancine sono la versione hardcore, per intenderci. Perché sia credibile, però, bisogna avvolgere le creature in una serie di esigenze, bisogni e necessità inarrestabili e spesso incomprensibili, ma abbastaza vitali da costringere le genitrici a non abbassare mai la guardia. Mai. Quale leonessa nella selva, puoi avere una riunione decisiva per la tua carriera, un appuntamento con l’estetista fissato un secolo prima o – Dio non voglia – essere fuori a divertirti con le amiche, ma saprai sempre che là fuori sono in agguato l’olio di palma, il senso di abbandono, la frustrazione, i pidocchi, i compiti, il gruppo di whatsapp, la maestra che mina la sua sicurezza, una gamma infinita di patologie, sindromi, virus e una sfilza di traumi tutti riconducibili in sostanza al fatto che tu sei una stronza.

No, no, prego, liberissima di lavorare e uscire con le amiche e divertirti, ci mancherebbe altro. Ciascuna ha le sue priorità, certo. Se non ti preoccupa il fatto che tua figlia mangi una merendina confezionata con grassi saturi e zuccheri e un biglietto di sola andata per colesterolo, infarto e tumori a scelta, invece di un panino fatto in casa con farina integrale, lievito madre, polvere di curcuma anti infiammatoria, semini antiossidanti e pomodorini dell’orto, fai pure.

Speravano che fosse sufficiente per farci desistere. E invece no. È saltato fuori che le donne sono disposte a farsi in due in quattro in otto, invece di sbrigare due cose per volta ne fanno dieci, quindici, venti, tutte quelle che sono necessarie, pur di riuscire a lavorare, uscire con le amiche, andare dall’estetista e preparare un panino perfetto e monitorarlo per quando le verranno a dire che i semini irritano e i pomodorini fanno acidità e allora meglio una conserva di frutta di stagione fatta in casa, che con cinque o sei ore te la cavi ed è tutta salute.

Il tempo delle donne è come la borsa di Mary Poppins, la riempi e la riempi e continui a riempirla e ci sta dentro tutto, sempre, non scoppia mai. Il tempo delle donne è il materiale del futuro, non esiste lega altrettanto resistente ed elastica. Sono sicura che alla Nasa ci sono almeno un paio di scienziati che lo stanno studiando, scienziati uomini, certo. Il tempo delle donne è una grande enorme Big Babol, una bolla di sapone che cresce cresce cresce e non scoppia mai. Perché scoppieremo prima noi.

Ci siamo fatte fregare, ammettiamolo. Ci siamo cascate. E il peggio è che ce ne vantiamo. Non dovremmo essere orgogliose perché riusciamo fare cinquanta cose alla volta, dovremmo darci delle sceme. L’esaltazione della stanchezza materna è una trappola e noi ci siamo cascate. Siamo circondate da annunci di integratori pensati apposta per la spossatezza e lo stress delle donne, quando l’unico integratore di cui avremmo bisogno è una porta chiusa e qualche senso di colpa in meno.

Non siamo tenute a stancarci, non siamo tenute a sfinirci per stare dietro a tutto, non dobbiamo dimostrare di essere in grado di pensare a casa e famiglia e figli e lavoro e cani e pesci rossi, tutto insieme. Non abbiamo nessuna colpa da lavare, nessuno a cui chiedere scusa perché abbiamo usato il nostro tempo per noi stesse, nessuna giustificazione da dare se ci siamo realizzate e nessun peccato da espiare perché ci stiamo divertendo. Ogni volta che ci ammazziamo di fatica e riempiamo le nostre giornate all’inverosimile quello che stiamo facendo in realtà è dire che non ce lo meritiamo, che non ci meritiamo un lavoro che ci piace, che non ci meritiamo di essere lasciate in pace mentre lo facciamo, che non ci meritiamo di essere felici.

Non è necessario. Non è necessario autodistruggerci. Tutto il contrario. Pensiamoci. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è sorridere. Un sorriso è l’unico permesso che ci serve. Il nostro.

Ma perché sei sempre stanca?

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Questa donna si autodistruggerà entro…

5… Sei la prima a svegliarti, caffè, merende nello zaino, lavatrice, vestiti sul letto, merda i calzini del piccolo, non li ho lavati, se glieli infilo abbastanza in fretta forse non si accorgerà che sono di tre anni fa. Oggi hanno rispettivamente, ginnastica, educazione artistica, francese, yoga, canto, tennis, festa di compleanno anni settanta e il saggio di danza del ventre – quanti figli ho? Due, perché? – è il giorno della frutta di stagione – di che cavolo di stagione sarà la mela? – ho il colloquio con la maestra per cui ho dovuto chiedere un permesso due mesi fa, se mi sbrigo forse arrivo in tempo alla riunione di basket per decidere se le nuove divise devono essere verde pisello o verde pesto. E subito dopo devo correre perché oggi è la giornata Me and mummy alla scuola di inglese del piccolo e non parla d’altro da mesi. Months, sì, months, certo, tesoro. I’ll be there for you.

4… Sulla strada per l’ufficio ti ricordi di chiamare tua suocera, per sentire come sta. Sta benissimo, dice, è la compagna di stanza che sta male e non fa che gemere e lamentarsi tutta la notte e lei non riesce a chiudere occhio, non potrebbero spostarla e metterla con qualcuno di più silenzioso? Ah, dici che le pazienti in coma non le mettono nelle doppie? Che occasione sprecata. Comunque sì, per favore, vedi di sentire la caporeparto quando passi oggi. Come non passi? Ah che peccato. Ci tenevo tanto, ma no no figurati, capisco, ci mancherebbe. Del resto, io sono solo la suocera, chi vuoi che si preoccupi di una vecchia come me. Domani? Speriamo, chissà se sarò ancora viva domani. Portami qualche rivista, che le ho lette tutte. Ah, e anche quel brodo di pesce, quello dell’altra volta? Sì, quello che hai fatto cuocere per tutte quelle ore. E dai un bacio grosso al mio Stefano, tesoro mio, lo so che è sempre tanto impegnato, povero ragazzo, non lavorerà troppo? Mangia abbastanza? Digli di non preoccuparsi, di non stare a venire in ospedale, che poi si stanca, tanto lo so che mi vuole bene lo stesso.

3… Hai deciso di delegare, non puoi mica fare tutto tu, basta, e quindi al semaforo chiami tuo marito per ricordargli di fare tutto quello che gli hai delegato. Sì, certo, risponde subito lui, lo so, hai ragione, la cisterna del water ormai perde più acqua delle cascate del Niagara, l’amministratore è già cambiato due volte da quando dovevo chiamarlo per la macchia d’umidità in garage e… cos’altro c’era? Ah, sì, giusto, la raccomandata urgente da ritirare in posta. Vado subito, promesso, faccio tutto all’istante, così non mi dimentico. Sì, certo, no, figurati se domani devi ricordarmi tutto di nuovo. Ah! Ha appena chiamato il dentista per spostare l’appuntamento dei bambini, gli ho detto di chiamarti al cellulare così vi mettevate d’accordo. Ha chiamato la madre di un certo Gino, Pino, Lino… Sì, Martino, brava, come hai fatto a indovinare? Ah sì, è il suo migliore amico? Dall’asilo? Ma pensa. Era per un regalo di classe, non ho ben capito, ti chiamerà. E anche il falegname, per quel preventivo.  Come? Mia madre vuole stare con una tizia in coma?

2… Hai appena parcheggiato quando ti chiama la tua capa. Consegna anticipata, vogliono tutto entro domani pomeriggio, ho detto che non c’era problema. Non ti spiace fermarti un po’ di più oggi, vero? Se perdiamo questo cliente tanto vale che chiudiamo baracca e burattini e ce ne andiamo tutti a spasso. Tu per prima. Permesso? Quale permesso? Verde pesto? Quale mummia? Riagganci e un attimo dopo torna a squillare. Sì, rispondi subito, sì, stasera conta su di me. E dal silenzio sorpreso ti viene il dubbio. Oh, tesoro, è magnifico, esclama tua madre, ti preparo le lasagne come piacciono a te e la torta salata e l’arrosto con le patate e farò una torta al cioccolato, che mi sa che hai bisogno di energia, hai sempre la voce così stanca.

1… E si fa sera. E sei in ritardo sulla consegna, ci sono 478 messaggi nuovi nelle chat di classe, 324 in quella del basket e 673 in quella di tua suocera, non sei passata a ritirare le raccomandate, non hai richiamato la madre di Martino che è una che se le lega al dito, non hai scongelato il pesce per il brodo, ti sei scordata di avvisare la maestra che non saresti arrivata al colloquio, sei passata al volo da tua madre a un’ora indecente e hai mangiato tutto quello che aveva preparato praticamente sulla soglia – Non va mica bene, devi avere cura di te, guarda che faccia tirata hai, non vai più da quel parrucchiere tanto bravo? – e quando hai cambiato l’appuntamento dal dentista per i bambini ti sei dimenticata di prenotare per te e quel molare adesso ti fa un male boia. E soprattutto, soprattutto, non sei arrivata in tempo alla giornata Me and mummy, così tuo figlio ha recitato il suo dialogo con – orrore – la mamma di Claudia, alias l’anima della chat di classe, alias la mummy per eccellenza, che più mummy non si può. Mi spiace tesoro, gli dici, al momento della buonanotte, in ginocchio sui Lego, ti prometto che alla prossima verrò e comunque vedrai, papà ci sarà di sicuro alla sua… come? Non c’è la giornata Me and daddy? Ma che bastardi. Scusa, assholes, volevo dire assholes. Buonanotte amore, e sì, domani ti lavo i calzini, promesso. Lo so, grazie amore, lo so che mi vuoi bene. Come? Sì, scusa, hai ragione, mi spiace di essere sempre così stanca.

Le donne ammaccate

Le donne ammaccate.

Che non sono sicure di essersi rialzate.

Che non si sentono più donne abbastanza.

Che non indovinano mai la distanza.

Le donne ammaccate.

Con il loro dubbio di essere sbagliate.

Che piangono a tradimento.

Poi sorridono e alzano il mento.

Le donne ammaccate.

Che si guardano allo specchio spaesate.

Che non hanno più voglia di essere forti.

Che non sanno distinguere le fragilità dai torti.

Le donne ammaccate.

Che alla paura non sono abituate.

Che non cercano nello sguardo altrui il rimedio.

E indossano il dolore come un sortilegio.

Le donne ammaccate.

Più assomigliano a se stesse più si sentono amate.

Spalancano la porta alla follia sopita.

E custodiscono la forza come il ventre la vita.

Le donne ammaccate.

Che privilegio averle incontrate.

Quanta nobiltà nelle loro ferite.

Quanto si è fortunati ad averle come amiche.