Leggere sul cellulare può salvare le storie?

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«Ho ricominciato a leggere, erano anni che non leggevo più.»

«Davvero? Che bello!»

«Sì, non avevo mai tempo. Non che adesso ne abbia, eh?»

Sento odore di Sindrome dello Strofinaccio lontano un chilometro. E la mia amica, devo dirlo, ne è affetta in modo grave. Ha una figlia ormai grandicella, una casa fin troppo pulita, un lavoro part time e l’incapacità cronica di ritagliarsi tempo per se stessa senza sentirsi in colpa. Piuttosto va a fare la spesa, cucina per la settimana dopo, toglie una polvere inesistente o stira le lenzuola (segno che la Sindrome dello Strofinaccio è nella fase acuta, secondo me).

«E allora quando leggi?» le chiedo.

«Mentre cucino. Sul cellulare. Guarda.»

Mi mostra la sua biblioteca sullo schermo del cellulare e devo ammetterlo, per un attimo mi irrigidisco. Eh, no, dice una parte di me, così non vale, così si perde tutta la magia, e poi guarda che schermo minuscolo, come si fa a leggere così, così non è mica un piacere…

Poi però vedo come si illumina mentre mi mostra il suo piacere proibito e tutti i titoli sul suo cellulare. Perché sì, per la mia amica la lettura è – e forse sarà sempre – un piacere proibito. Non è quello che le hanno insegnato, non rientra fra i compiti della brava donna di casa. Uscita di casa giovanissima, con un rapporto precario con i genitori, con cui ha interrotto in pratica ogni rapporto nonostante vivano a due passi da lei, la mia amica si porta dentro più sensi di colpa di quanti ne restino sull’inginocchiatoio di un confessionale. E il suo modo per affrontarli o almeno conviverci è ammazzarsi di fatica. O convincersi di farlo. Convincere se stessa e il mondo di essere esausta e di non aver dedicato neanche un minuto a se stessa. La lettura non è contemplata nel suo stile di vita. La lettura è per le donne oziose e un po’ supponenti, per chi ha tempo per guardarsi dentro e rinchiudersi dentro di sé dimenticandosi del resto. Mica come la televisione, che ti distrae. No, la lettura è uno specchio, e come ogni specchio che si rispetti, è simbolo di egocentrismo e vanità e tempo da perdere.

Leggere sul cellulare rende tutto diverso. Guardare lo schermo del cellulare nella sua visione delle cose è concesso, e il fatto che la lettura sia un po’ meno piacevole, che ci si debba sforzare per leggere, che non sia soltanto un piacere, lo rende accettabile. Farlo mentre si cucina, poi, scaccia ogni dubbio rimasto. Forse arriverà il giorno in cui anche lei metterà da parte il cellulare e le verrà voglia di entrare in libreria o almeno di passare a un ereader, ma per ora va bene così.

E mentre parlavamo, dopo aver messo a tacere con qualche gomitata la parte di me che continuava ad arricciare il naso infastidita, ho pensato che forse è proprio questa la strada per conquistare nuovi lettori e salvare la lettura. Che il cellulare può diventare un grande alleato e che le storie troveranno sempre e comunque il modo di arrivare al lettore, anche da uno schermo minuscolo e con un’impaginazione che ai grafici editoriali farebbe venire l’orticaria, probabilmente.

In fondo, che importanza ha, se al posto del profumo della carta la mia amica sente quello dei cannelloni, al momento di leggere? La luce nei suoi occhi mentre mi raccontava dell’ultimo libro che ha iniziato (stavo per mettere le virgolette a libro, eh, ma mi sono trattenuta), il suo ritrovato amore per le storie e anche e soprattutto per se stessa e per i momenti “rubati” agli altri (qui sì, le virgolette ci volevano) e dedicati a ritrovare la persona nascosta dietro tanti compiti e doveri e sensi di colpa, è questo l’importante, e non c’è profumo della carta che regga.

Ripartiamo dai lettori, non dai libri, se vogliamo che le storie continuino a vivere. Perché sono le storie che contano, non gli scrittori, non i libri e non gli editori. Le storie e chi le ascolta, le interpreta, le guarda, le legge e poi le trasmette ad altri. Saranno le storie a salvarci, non i libri e non la carta. Le storie e la loro capacità unica di restituirci a noi stessi, di permetterci di ritrovarci, finalmente, nel riflesso di un mondo nuovo e diverso da noi.

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Manuali di scrittura creativa: da dove cominciare?

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Non aprite quella porta!

La porta in questione è quella del mondo editoriale e della scrittura creativa. Una volta aperta, infatti, ci si trova irrimediabilmente sperduti. Si scrive, si sogna, ci si ritrova soli con le proprie frustrazioni, non si capisce più dove stia il problema, si cade nella tentazione del “tanto pubblicano solo i figli di qualcuno” “il mio è un libro troppo raffinato per le regole del marketing editoriale” “non lo mando a nessuno si sa mai che me lo copino” “non ci sono più gli editori di una volta”.

Non è vero, in realtà. I buoni libri possono trovare la strada della pubblicazione. Non è facile, bisogna adattarsi, imparare, accettare consigli e cambiamenti, ma è una strada percorribile, a patto di percorrerla con gli strumenti giusti. Ma quali sono questi strumenti?

Come orientarsi nella giungla di manuali di scrittura creativa? È utile una scheda di valutazione? A che cosa serve esattamente? Per stendere un breve elenco di testi che possano aiutare gli scrittori esordienti mi sono rivolta a una delle agenzie migliori di Italia, la Grandi & Associati, che ha un servizio di valutazione inediti che funziona ormai da più di trent’anni, e ho chiesto consiglio a loro.

D: In cosa consiste esattamente un servizio di lettura e valutazione?

R: Valutiamo gli esiti, i pregi e i limiti di un testo, oltre che le potenzialità di un’eventuale revisione. La scheda di lettura analizza tutti gli aspetti del lavoro, sia quelli letterari e formali (analisi dei temi, struttura, stile, lingua), sia quelli legati al possibile accoglimento dell’opera da parte del mercato editoriale (valutazione commerciale). Discute pregi e difetti del testo e, se opportuno, contribuisce con consigli e suggerimenti a un’eventuale revisione da parte dell’autore.

D: A chi è rivolto il servizio?

R: A chi ha “un libro nel cassetto” e vuole capire se può aspirare alla pubblicazione, a chi avverte la necessità di una valutazione professionale di quanto ha scritto, a chi ha difficoltà a ottenere risposta dagli editori cui ha inviato il libro in lettura, ma anche a chi vuole migliorare la propria scrittura e avere un riscontro sulla validità letteraria e editoriale del proprio testo.

D: I manuali di scrittura servono? Da quale cominciare?

R: Com’è noto esistono svariati manuali di scrittura creativa ma il nostro consiglio è di partire dai classici più collaudati. Eccovi qualche titolo, per cominciare, a cui potete aggiungere qualunque testo, romanzo o saggio, di Alberto Arbasino, che tratta in più occasioni di come si costruisce un romanzo contemporaneo.

Il mestiere di scrivere, di Raymond Carver

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Esercizi di scrittura creativa, lezioni, istruzioni per la composizione di una short-story, note sull’arte della concisione. L’insegnamento della scrittura creativa è stato per Raymond Carver qualcosa di piú che un modo per guadagnarsi da vivere: cominciò negli anni ’70 a tenere le sue memorabili lezioni di Creative Writing – in un periodo segnato dalla devastazione dell’alcolismo – e quelle lezioni oltre a dare origine a una vera e propria tendenza letteraria furono per Carver un modo per riflettere sul senso del narrare e per confrontarsi con i grandi scrittori suoi maestri – da Checov a Hemingway -, in particolare sulla forma della short-story. (Dalla quarta di copertina)

Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato, di Francis Scott Fitzgerald34449958

Questo volume raccoglie le riflessioni e i giudizi espressi dal grande scrittore americano, lungo tutta la sua vita, sul tema dello scrivere: cos’è lo scrittore e che cosa fa, cosa vuol dire scrivere, come si gestiscono i personaggi di un romanzo, qual è il rapporto tra lo scrittore e il mondo dell’editoria e della critica. L’autore simbolo dei Roaring Twenties fornisce suggerimenti assai vari, assecondando la sua naturale tendenza a insegnare, a comunicare la propria esperienza. In tempi in cui tutto sembra procedere verso lo smascheramento dell’apparenza, Fitzgerald va nella direzione opposta, lontano dalle certezze che ostacolano il cammino verso l’illusione della bellezza. «Scrivere bene», dice, «è sempre nuotare sott’acqua e trattenere il fiato». (Dalla quarta di copertina)

Variazioni sulla scrittura – Il piacere del testo, di Roland Barthes

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Di che cosa tratta Il piacere del testo? Delle emozioni che il testo suscita nel lettore. Osserva giustamente Barthes che se alla domanda « cosa conosciamo del/dal testo ?» la semiologia è riuscita a dare risposte convincenti, la stessa cosa non è però accaduta per l’altra domanda fondamentale: «che cosa godiamo nel testo ?» Si tratta dunque, nelle parole dello stesso Barthes, di «riaffermare il piacere del testo contro l’indifferenza scientifica e il puritanesimo dell’analisi sociologica, contro l’appiattimento della letteratura a un suo semplice apprezzamento». Ma come rispondere, concretamente, a quest’ultima domanda ? poiché il piacere è, per sua stessa natura, inesprimibile, un testo sul piacere del leggere non potrà che assumere la forma di una successione di frammenti, in una sorta di messa in scena del problema che rigetta dal principio la scientificità dell’analisi testuale. Contemporanee al Piacere del testo, le Variazioni sulla scrittura, originariamente commissionate per un volume dell’Istituto Accademico di Roma, rivelano una perfetta solidarietà di concezione e struttura con quel saggio. Come sottolinea Carlo Ossola, ciò che Barthes aveva felicemente concepito «era un unico saggio, una sola movenza», che va dal lavoro di incisione della materia attraverso lo scrivere alla libera fruizione del testo. (Dalla quarta di copertina)

 

Per chi volesse saperne di più sul servizio di valutazione inediti dell’Agenzia, trovate tutte le informazioni qui.

Per chi volesse mettere alla prova il proprio testo con una serie di domande divertenti, invece, qui nel blog trovate il Manuale di NON scrittura creativa.

Confessioni di una lettrice sedotta e abbandonata dal Kindle

Foto Toto @ Matinino (CC)

Buongiorno, mi chiamo Mara e non tocco un Kindle da almeno un anno. Ebbene sì. L’ho detto. Il mio Kindle giace inutilizzato e, inutile dirlo, scarico, da mesi. È sempre lì, sul comodino, ma non ricordo più neanche quando è stata l’ultima volta che l’ho acceso. E sapete qual è la parte peggiore? Che non ho voglia di farlo. Nonostante, ovviamente, continui compulsivamente a comprare ebook in offerta.

Qualche spiegazione ho provato (o hanno provato) a darmela, ed erano tutte molto sensate: il cartaceo è più riposante, è meno stressante, ti libera dall’ansia del multitasking costante, ti senti più coccolata, ecc. Ma nessuno di questi motivi mi convinceva del tutto. E non sopportavo l’idea di dover ragione a quegli insopportabili gufi un po’ snob che profetizzano la scomparsa improvvisa del ditigale. Io ho sempre creduto negli ebook e negli scenari aperti dal nuovo mercato editoriale, e continuo a crederci. (Oltre al fatto che se non leggessi più in digitale avrei perso ogni possibilità di rileggere anche i miei, di libri.)

Ogni volta che pensavo di riprendere in mano il Kindle, però, finivo sempre con lo storcere il naso e cercavo un libro cartaceo. Altro che una pausa salutare o una fase di crisi di quelle che nelle coppie prima o poi arrivano sempre, la mia sembrava una situazione senza uscita. Finché non sono successe due cose.

La prima è che mi sono decisa a usare Whatsapp. Che cosa c’entra? mi chiederete voi. C’entra. Perché usando Whatsapp ho anche scoperto che tutto diventava improvvisamente meno impegnativo. Le foto che scattavo non dovevano necessariamente essere belle. I messaggi che scrivevo non dovevano necessariamente avere un’ortografia accettabile (confesso di avere fatto stragi di maiuscole, accenti e punti alla fine della frase per cui fino a qualche mese fa avrei gridato allo scandalo).

Il digitale è poco impegnativo, provvisorio, approssimativo, perché i suoi canoni e i suoi parametri sono altrove. Su Spotify credo di non essere quasi mai riuscita ad arrivare alla fine di una canzone. Quando leggo le mail sono diventata così rapida che mi perdo quasi sempre per strada la metà del messaggio. Se mi dovessi scattare un selfie (cosa a cui per ora non sono ancora arrivata, ma chi può dirlo), non andrei prima dal parrucchiere. Qualche giorno fa in aereo una ragazza davanti a me si è scattata una foto su Whatsapp mentre digitava alla velocità della luce per avvertire che era appena atterrata. Una foto seria e per niente emotiva, più dalle parti delle impronte digitali (sì, sono davvero io!) che da quelle di un emoticon. Una foto che per significato e funzioni non aveva quasi nulla a che spartire con le foto come le avevo conosciute io fino a poco prima.

Con i libri però il provvisorio e l’approssimativo non funzionano. Con i libri vogliamo l’impegno. Reciproco. E ai primi tempi con il Kindle l’avevo trovato. Avevo la sensazione che ci stessimo impegnando entrambi a cambiare le cose. Lui mi veniva incontro con prezzi e modalità di acquisto più vantaggiosi e io gli andavo incontro rinunciando al piacere di sfogliare le pagine e di avere davanti una copertina, per investire a modo mio sul futuro del digitale. E che cosa c’è di più impegnativo che andarsi incontro a vicenda e investire su un futuro in comune?

La seconda cosa che mi è successa è che ho letto il post in cui Craig Mod spiega come a lui sia accaduto qualcosa di simile e in cui critica il digitale sostenendo che è rimasto, fra le altre cose, chiuso su se stesso, senza aprirsi al lettore o alla rete di lettori. È stato un po’ come se un’amica avesse appena criticato un’abitudine insopportabile del mio fidanzato che io credevo di dover mandar giù senza fiatare.

In quest’ultimo anno, se non prima, il Kindle ha smesso di venirmi incontro. Se ne è rimasto lì, identico a se stesso, senza rinnovarsi, senza scommettere davvero sul digitale, senza rischiare, senza offrirmi almeno un decimo di quello che mi offrivano nel frattempo gli altri dispositivi.

Ecco perché non ho più voglia di prenderlo in mano. Perché mi sento tradita, perché mi ha costretta a cambiare, a rivoluzionare tutte le mie abitudini di lettura e poi se ne è rimasto lì, ingrigito e rigido come un vecchio brontolone, con tutte le sue regole del cavolo sulla condivisione dei file e il prestito e i suoi DRM e una sfilza di divieti che neanche mia nonna, altro che gioventù ribelle e pronta a rischiare.

Quando lo prendo in mano, il Kindle ha il sapore un po’ malinconico e amaro di una scommessa persa per pigrizia, di una rivoluzione lasciata a metà perché c’erano da fare i conti in cassa, di una dichiarazione d’amore tradita dalla distrazione.

Perché io lo sapevo che il Kindle in realtà mi considerava solo una consumatrice come tutte le altre, ma ho sempre fatto finta che mi considerasse anche una lettrice speciale, finché lui ha smesso di ascoltarmi e di starmi al passo ed è rimasto indietro. Non è ringiovanito. È rimasto vecchio. Non è cresciuto insieme al mio modo di leggere digitale. Non ha ascoltato le mie esigenze. Non mi ha più lusingata, blandita, coccolata come faceva all’inizio. Io ho tollerato i suoi difetti (come quelle note impossibili da prendere, un dizionario così scomodo da usare che fai prima con il cartaceo, i pdf da leggere con la lente di ingrandimento, le pagine tutte sballate) nella convinzione che prima o poi sarebbe cambiato. E invece, si sa, poche convinzioni hanno fatto affondare tante coppie come questa.

Il Kindle, insomma, mi ha trascurata. E c’è un po’ di livore adesso nel mio rifiuto a prenderlo in mano e a riaccenderlo. Un po’ di sano risentimento. Sei sicura che se lo meriti? mi sussurra una vocina ogni volta che sto per caricarlo. E alla fine decido sempre di no. Perché non è facile perdonare chi ti costringe a cambiare e poi resta ostinatamente identico a se stesso.

Ma come spesso accade nelle coppie, mentre gli volto le spalle non desidero altro che scoprire che mi sto sbagliando. E che da un momento all’altro riceverò una dichiarazione d’amore così magnificamente fasulla e impostora da convincermi a perdonargli tutti i suoi sbagli e a scommettere di nuovo sul nostro futuro insieme.

L’amore pigro

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L’amore dei padri è pigro. Arriva fin dove arrivano le braccia, fin dove riescono a toccare, è come la pozza di luce di una lampadina, non riesce a spingersi oltre il cerchio che proietta. Le madri sanno amare anche dove non vedono e non sanno. I padri no. I padri amano con gli occhi e con le mani, e quando hanno paura di non stringere più nulla lasciano che il loro amore si trasformi in gelosia e in rancore. Perché sei scappata via, perché ti sei portata via il loro cuore, perché sei cresciuta.

Ferma nel suo studio, Giulia capì che il padre in realtà non era arrabbiato con lei, era arrabbiato con se stesso, perché non era più capace di amarla. O forse sì, forse ne sarebbe stato ancora capace, solo che lei avrebbe dovuto farsi piccola e tornare sotto la sua luce, e lei non l’aveva mai fatto, perché non sarebbe stato giusto. Eppure in quel preciso istante non desiderava altro che tornare piccola, un palmo di carne grande quanto il cuore di suo padre, delle dimensioni adatte per il suo amore pigro e spaventato.

Mara Roberti, Frittata alle ortiche, Emma Books.

Frittata alle ortiche

Ebook, il futuro è social

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Il primo sbaglio è stato farla sembrare una guerra, fra cartaceo e digitale. Non lo è e non lo è mai stata. Il digitale non ha mai guardato con aria minacciosa il cartaceo annunciandogli che aveva i giorni contati. Gli ha dato una spintarella, al massimo, un fatti più in là, ora raccontiamo in due. Nient’altro. Digitale e cartaceo possono e devono convivere.

Il secondo sbaglio è stato insistere che “un libro è un libro” quando digitale e cartaceo sono diversi, si prestano a situazioni di lettura diverse, hanno dinamiche d’acquisto diverse e devono avere prezzi completamente diversi. Il supporto conta, ha sempre contato, dall’invenzione della stampa in poi, e ha sempre portato a un’evoluzione dei contenuti.

Il terzo sbaglio discende direttamente dal secondo ed è insistere che il digitale debba diventare sempre più interattivo, colorato, animato, sempre più app e sempre meno libro. Non sono d’accordo. I libri interattivi sono uno dei tanti figli del digitale, ma assomigliano più ai giochi di ruolo che alla narrativa e sono destinati, secondo me, a restare una cosa a sé. Alcuni dati recenti mettono in luce che la fetta più grande del digitale se l’è accaparrata l’editoria indipendente, che per la maggior parte è formata da autori che la scelgono come alternativa agli editori tradizionali, ma vogliono comunque un prodotto che assomigli il più possibile ai loro. Non a un gioco di ruolo, che richiederebbe oltretutto competenze e figure professionali completamente diverse.

Eppure è evidente che il digitale è destinato a cambiare, che sta attraversando una fase di passaggio, ancora costola del cartaceo e tentatore solo a metà. Ma che futuro lo aspetta?

La pubblicità a piè di pagina? Gli abbonamenti? La versione letteraria di Ryanair (che ho descritto qui)?

No, sono pronta a scommettere di no. Il rapporto fra lettore e libro è troppo prezioso e fragile. C’è solo un caso in cui siamo disposti a fare eccezione, quando l’intruso ha letto o sta leggendo lo stesso libro che stiamo leggendo o abbiamo letto noi. La longevità e l’affollamento dei gruppi nati sui social con questo scopo sono lì a dimostrarlo. C’è solo una cosa più bella della lettura, è leggere insieme, commentare, confrontarsi, tornare a rivivere le pagine amate attraverso lo sguardo altrui.

Ecco allora come immagino – e come vorrei – il futuro degli ebook: come una sorta di club del libro in diretta. Un po’ ereader, un po’ Goodreads, un po’ store, tutto in uno. Dove se voglio me ne sto per i fatti miei, se sono curiosa sbircio le evidenziazioni altrui e le loro note, se voglio lasciare traccia della mia lettura aggiungo un commento, e magari posso anche chattare alla fine di un capitolo o del libro, trovare recensioni autorevoli e altre meno autorevoli, farmi consigliare la lettura successiva, chiedere in diretta a un lettore inglese com’era in originale una certa frase.

Un digitale sempre meno freddo e solitario, senza profumo e senza peso, d’accordo, ma in grado di raccogliere intorno alle pagine di un libro la comunità dei suoi lettori, anche quando è sparsa ai quattro angoli del globo. L’equivalente digitale dei foglietti e delle storie di vita nascoste fra le pagine dei libri, tanto amati dalla libraia di Il libro dei ricordi perduti.

Un digitale sempre più social, insomma, e sempre meno cartaceo.

Ebook: è cambiato tutto perché non cambiasse niente?

Foto di Des Byrne
Foto di Des Byrne

Una mia conoscente da un po’ fa avanti e indietro fra un marito affidabile e noiosetto e un amante un po’ volgare e molto più giovane di lei. L’altro giorno la incontro e mi dice che è andata a ballare da sola. «Come da sola?» le ho chiesto stupita. «Da sola» mi ha risposto. «Con tutti gli uomini che ho. Perché non ce n’è, che siano zucche o peperoni, dopo un po’ diventano tutti uguali.»

Il commento mi è tornato in mente qualche giorno dopo mentre guardavo la classifica di Amazon dei romanzi rosa. Me la sono letta tutta, dalla prima alla centesima posizione, e continuavo a pensare: «Ma questa è l’edicola. L’edicola del digitale, ma pur sempre l’edicola. È tornato tutto come prima». C’erano gli Harmony di sempre, una sfilza di romanzi senza troppe pretese, qualche chicca inaspettata e qualche classico, capitato lì più per caso che per fortuna, proprio come una volta li si trovava in allegato al quotidiano.

Possibile? Davvero è cambiato tutto perché non cambiasse niente?

La rivoluzione del digitale, tanto gridare alla democrazia, al diritto di pubblicare, leggere a poco, sfondare limiti e pregiudizi, e tutto per ritrovarsi davanti un’altra versione della dicotomia scaffale/edicola?

Non starò qui a indagare le cause, non ne ho le competenze, ma se dovessi tirare a indovinare direi che è il risultato più logico di una politica di vendita che ha scimmiottato il cartaceo, con prezzi assurdamente alti per i titoli “da libreria”, offerte random e un abbassamento altrettanto assurdo dei prezzi sul fronte del self publishing e dell’Unlimited. Tanto che a farne le spese, almeno in termini di classifica, sono proprio le case editrici che nel digitale ci hanno creduto davvero e che l’hanno proposto e venduto come tale, con prezzi non bassissimi e non altissimi, quasi mai superiori ai 5 euro, e scelte editoriali innovative e anche rischiose.

Ma il futuro? Che cosa ci riserva?

La prossima volta che incrocio la mia amica sono curiosa di scoprire se alla fine ha optato per la versione più conosciuta e rassicurante o per quella più azzardata e meno elegante dell’universo maschile. Chissà mai che non ne tragga indicazioni preziose per il futuro del digitale. Prometto di tenervi aggiornati.

Nel frattempo, potremmo cominciare con lo smettere di dire che un libro è un libro e che digitale e cartaceo sono uguali. Non lo sono e non lo saranno mai e possono essere valorizzati solo a partire dalle rispettive differenze.

E sono pronta a scommettere che la mia amica, che non ha alcuna difficoltà a far convivere i due formati e legge in cartaceo in pubblico e in digitale in camera da letto, col cavolo che li trova uguali.

Anche se le raccontano sempre la stessa storia.

Chi è senza peccato lanci il primo download

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Ogni tanto, dopo aver scritto la lista della spesa, mi stupisco di non trovare il pdf già scaricabile on line da qualche sito di pirateria (cosa che peraltro mi farebbe un gran comodo, considerato che di solito dopo averla scritta la dimentico a casa). Questo per dire che non c’è bisogno di essere famosi per essere piratati, succede un po’ a tutti, un altro dei vantaggi di questa strana forma di democrazia digitale.

La prima volta che ho trovato un mio libro piratato ero quasi orgogliosa (ma era prima di capire che piratano cani e porci), la seconda ho provato qualcosa di molto simile all’umiliazione. Era Le regole degli amori imperfetti, in cui c’è molto di me, comprese le ore che ho dedicato a riscriverlo almeno tre volte. È stato un po’ come impiegare un giorno intero a fare la torta migliore che sai fare e vederla spiaccicata sotto le ruote di un camion. Quindi, sì, certo, condivido appieno il post di Valentina D’Urbano sugli scaricatori seriali. E ogni volta che ho affrontato l’argomento ho detto anch’io che un’alternativa esiste e sono le biblioteche, dove almeno le copie vengono conteggiate. Ma…

Sì, c’è un “ma”. Un ma grosso come una casa, a dire il vero. Anzi, lungo come tutti i film che una mia amica ogni tanto ha visto di straforo on line. I documentari. Qualche canzone. Le immagini! Quanti scrittori pronti a indignarsi per i pdf scaricati illegalmente usano immagini protette da copyright per promuovere i loro libri?

Allora? Come la mettiamo adesso?

Io continuo a consigliarvi le biblioteche (biblioteche che peraltro danno in prestito anche i film che la mia amica ha visto gratis) o la strategia Ryanair per il prezzo degli ebook (si veda il mio post qui) e continuo a sentirmi un po’ umiliata quando vedo il frutto del mio lavoro lì in bella mostra su qualche sito equivoco. Ma non accuso più nessuno. Non me la prendo più. Piuttosto chiedo a chi leggerà il mio libro, anche gratis, di consigliarlo se gli è piaciuto, di parlarne, di dargli un’eco (che secondo la mia teoria equivale al messaggio, nell’era dei social). Non è facile per me dirlo e sarà ancora meno facile provare a pagare la mia padrona di casa con l’eco dell’affitto, ma credo che sia la cosa più onesta che posso fare. Oltre a consigliare caldamente alla mia amica di scaricare qualche film in meno illegalmente.

Perché l’onestà è contagiosa. Perfino più dei virus che rischiate di beccarvi scaricando il mio libro gratis.