Lo smartworking e la fabbrica dei sensi di colpa

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Di tutte le menzogne che racconta chi lo smartworking l’ha studiato a tavolino, o dalla scrivania del proprio ufficio, la più pericolosa per le donne è che sia un modo fantastico per conciliare casa e lavoro e mettere quindi a tacere ogni senso di colpa.

Lasciatevelo dire da chi lavorava in smartworking quando ancora si chiamava essere così sfigata da lavorare da casa: i sensi di colpa non scompaiono affatto, si moltiplicano.

Scena uno: lasciate il pargolo al nido in lacrime e correte in ufficio. Vi sentite uno schifo, non importa quante volte vi ripetono che appena svoltate l’angolo lui si trasforma nell’animatore dell’aula e fa il giocoliere con i cubi per le costruzioni, voi ve lo immaginerete comunque con l’espressione e l’allegria di quei cani sui poster delle pubblicità progresso che ti spiegano perché è sbagliato abbandonare il migliore amico dell’uomo in autostrada. Ma siete in ufficio, avete un orario da rispettare, un capo e quattro pareti e un intero sistema contrattuale su cui scaricare parte della responsabilità.

Scena due: lasciate il pargolo al nido in lacrime e correte a casa perché siete in ritardo con una consegna. Riuscite a ignorare la lavatrice, la lavapiatti e perfino quelle due dita di polvere che fanno tanto Sahara e vi tuffate davanti al pc. Al vostro tavolo. A qualche metro di distanza dal punto esatto in cui vostro figlio ora potrebbe giocare allegro e spensierato, senza traumi da abbandono e senza dover fare lo slalom fra i bacilli e la fase orale dei morsi altrui. Voi siete a casa, vostro figlio no, eccola la crudele verità. Nessuno vi obbliga a lavorare proprio adesso, diciamolo, la notte è il momento perfetto, nel silenzio, quando nessuno ha più bisogno di voi e non rischiate di perdervi qualche tappa epocale del suo sviluppo. Basta solo non essere così egoiste da pretendere di passarla dormendo.

Scena tre: siete in grado di lavorare con il piccolo sulle ginocchia, sulle spalle, sulla schiena, solfeggiando la canzone del Re Leone e lanciandolo per aria con una mano per poi afferrarlo con l’altra nel tempo che vi ci vuole a stendere un piano aziendale. Voi non avete bisogno di conciliare, voi siete la conciliazione, nulla vi separerà dal vostro cucciolo e dai vostri obiettivi. Nulla tranne un raggio di sole, quel raggio di sole che scenderà sul vostro tappetino per il mouse a ricordarvi l’esistenza dei parchi e delle malattie orribili dovute alla carenza di vitamina D. Per non parlare di idraulici, elettricisti, corrieri, pediatri e dei supermercati che dopo le sette c’è una coda pazzesca e se potessi passare tu dal meccanico sarebbe fantastico altrimenti non preoccuparti, prendo un giorno di permesso che sarà mai, l’ultimo l’hanno solo trascinato per l’ufficio coperto di pece e piume prima di licenziarlo ma non voglio mica disturbarti.

Lavorare in casa può essere la scelta migliore o la peggiore, non c’è una vita uguale all’altra, ma una cosa posso assicurarvela: piovono sensi di colpa grossi come pietre sulla classe lavoratrice a km 0, e piovono tutto il tempo, non solo in orario d’ufficio. Con ogni probabilità passerete l’intera giornata a schivarli e a sentirvi pure uno schifo per questo. Per lavorare da casa non serve il wi-fi, serve la convinzione incrollabile di meritarvi almeno una parte del vostro tempo in esclusiva, non solo gli avanzi spossati che vi deposita davanti a fine giornata la vostra famiglia. La certezza che il tempo che dedicate a voi stesse non è sempre e comunque rubato a qualcun altro e che il valore di una donna non si misura prima di tutto sul suo sacrificio. Se ne siete sicure, lo smartworking può essere fantastico. Se non lo siete, finirete per scoprire che cosa specificava la postilla scritta in fondo a corpo 8 e per pagare la tassa che il mondo ha messo sulla felicità e sulle ambizioni delle donne.

Come parlo di femminismo a mia figlia?

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“Mi consigliate un libro femminista per una dodicenne?”

Dobbiamo parlare di femminismo alle adolescenti. È fondamentale farlo negli anni in cui diventano donne e i dati sulla violenza di genere dimostrano che un’idea sbagliata della coppia e dell’amore può diventare pericolosa a un’età sempre più giovane. Decidere di parlare di femminismo alla propria figlia, però, è la parte facile. Quella difficile è capire come farlo, se non vogliamo rischiare di assomigliare alla madre di Lunatika in “Fazzoletti rossi”. Proporle manuali femministi, senza una richiesta esplicita da parte sua, è un po’ come proporle quel “vestito adorabile che ti starebbe così bene” e che di solito viene scartato per l’ultima cosa che avresti mai pensato che potesse piacerle.

Allora come fare? Come proporre il femminismo a nostra figlia senza commettere l’errore più comune e più fastidioso dei genitori, ossia pensare che per nostra figlia vada bene quello che noi riteniamo adatto a lei? Se le compriamo l’edizione riveduta e corretta del libro che a noi cambiò la vita alla sua età – e che inspiegabilmente abbiamo fatto una faticaccia a trovare in libreria nonostante siano passati solo… ecco, 30 anni dalla pubblicazione – e poi lo piazziamo in posizione strategica dove non può non vederlo, basterà?

Misurarsi con le esigenze di una figlia adolescente è un po’ come infilarsi un paio di jeans troppo stretti o presentarsi a una festa di tredicenni e cercare di fare la simpatica. L’unica alternativa al ridicolo è trattenere il fiato tutto il tempo necessario a non peggiorare le cose. Di solito più ti senti all’altezza della situazione, meno lo sei. La scelta, insomma, è fra diventare patetiche, sembrare inopportune e defilarsi sentendosi colpevolmente assenti.

Dove non arrivano i libri femministi, però, arriva l’esempio. E se abbiamo pensato di regalargliene uno, probabilmente tutto quello che nostra figlia ha bisogno di sapere sul ruolo delle donne ce l’ha davanti agli occhi ogni giorno. Se così non fosse, il problema è nostro, prima che suo. Ma non di soli esempi vive una figlia, e allora, che cosa le diciamo? Non basterà spiegarle che il corpo è suo e a lei e soltanto a lei deve piacere,  alle prime crisi per i chili di troppo. Non basterà dirle che può andare in giro vestita come le pare, e che le occhiate viscide al suo sedere sono un problema di chi le lancia, non suo, ma nel dubbio che tenga il cellulare a portata di mano e gridi “Al fuoco!” per essere sicura che qualcuno reagisca. Non basterà neanche dirle che quando si sentirà sbagliata molto probabilmente a esserlo sarà il mondo intorno a lei e quello che ha già deciso sul suo futuro al posto suo.

Non basterà perché sentirsi sbagliata e incompresa fa parte dell’adolescenza, a prescindere dall’essere donna. Rientra in quel bubbone confuso di negatività che ti scava dentro praticamente ogni giorno. Il lato più battagliero e rivendicativo del femminismo può tenerlo a bada e incastrarsi bene fra mood incazzosi e meme che mandano affanculo il mondo con un’alzata di spalle sfrontata, ma è davvero quello il femminismo che serve alle nostre figlie? Il femminismo aspirazionale e guerrigliero del girl power e delle magliette dove I’m a feminist assomiglia più al bisogno sacrosanto di una tribù che a una rivendicazione? Forse la risposta è sì, ma anche in quel caso, è per definizione un femminismo che non può essere servito su un  piattino d’argento dai genitori, non fosse altro perché incompatibile con ogni idea di autorità e di quotidiano. E soprattutto, se è infarcito di negatività e aggressività, non rischia di spegnersi come una candela al primo sospiro d’amore, ossia proprio quando nostra figlia ne avrà più bisogno?

Ci resta la sorellanza, ma quella la masticano già molto meglio di noi, ce l’hanno del dna, l’hanno imparata sui banchi di scuola e durante le eterne e intramontabili chiacchierate e l’hanno cementata scavalcando scazzi su WhatsApp che sembravano definitivi e non lo erano mai, per poi aggiungerci una spruzzata di hashtag e lustrini e canzoni e affetto sui social, che arrivano dove il resto si esaurisce.

Il femminismo che un genitore può proporre a un’adolescente non cancella, secondo me, sottolinea, è un inno all’essere donna. Una festa per ogni nuova curva e un invito a godersele, prima che a proteggerle. Un racconto per ogni mestruazione, per ogni dolore e ogni disagio, ogni ventotto giorni, non solo la prima volta. Il femminismo formato famiglia può abbattere tabù intorno al tavolo a cena, insegnare a punire le colpe, non le provocazioni. Può spiegare che la vita delle donne non è uno slalom fra le perversioni maschili, che la nostra forza non è una pezza per le mancanze altrui e la nostra presunta debolezza non è mai un invito o un permesso in bianco.

Il femminismo che un genitore può insegnare a una figlia si gioca più sul lato delle nostre paure che delle sue, ha più a che fare con i nostri tentativi di proteggerla che con la sua ansia di libertà, a volte dice di più dei nostri sbagli e del nostro desiderio di tornare giovani che del suo bisogno di crescere. L’adolescenza è ribelle per definizione e forse ogni tanto la cosa più femminista che possiamo dire a nostra figlia è: “Sì, è vero, hai ragione tu. O forse no. Ma se ne sei convinta, imparare a farti bastare la tua approvazione e il tuo permesso potrebbe essere la lezione più preziosa di cui avrai mai bisogno”.

Non disturbate il papà

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I papà lavorano, i papà riposano, i papà sono stanchi, i papà hanno bisogno di concentrarsi, i papà hanno bisogno di spazio. Il DO NOT DISTURB che veglia sulla calma e la serenità maschile è probabilmente l’ostacolo più infido e difficile da sradicare sulla strada verso la libertà delle donne.

“Poverino, è sempre in ufficio”, la pezza di ogni mancanza maschile domestica, ai tempi del Covid si è trasformato più rapido di Clark Kent davanti a una webcam in “Poverino, non può andare in ufficio”, mentre il nostro si apprestava ad affrontare i rischi di una videochiamata con il capo in piena pandemia, rigorosamente dietro una porta chiusa. Spesso quella dello studio della moglie, che in casa ci ha lavorato da sempre, tastiera del pc in una mano e pappina pronta a essere rigurgitata nell’altra. Perché le porte chiuse sono per i dilettanti, diciamolo. Noi siamo capaci di gestire un intero dipartimento dall’angolo del tavolo del soggiorno, lanciando pastelli colorati e regole matematiche ai figli concentrati nelle videolezioni. “Abbassa la voce, il papà sta lavorando.”

“Io costruisco il nido e lui, come il cuculo, me lo occupa sfrattandomi” mi ha scritto  un’amica. Perché alle donne che lavorano si può “tenere compagnia”, ma gli uomini che lavorano non “possono essere disturbati”. “Che fortunata, sei, ad avere un marito che ti lascia lavorare” mi confessò di essersi sentita dire un’altra amica, che si faceva carico di tutte le spese domestiche. Perché il lavoro rende l’uomo nobile, ma la donna nubile.

E così eccoci qui, tutte appollaiate sull’angolo delle videochiamate altrui, strette fra un esperimento che secondo la maestra aiuterà tuo figlio a sviluppare le sue doti di calcolo e di misurazione e che secondo te più probabilmente raderà al suolo la casa se ti distrai per un secondo, e il bisogno di attenzioni generalizzato che forse nasconde possibili traumi futuri o forse solo un certo fancazzismo egoista, ma che cosa conterà mai il tuo lavoro davanti alla possibilità di complicare le cose all’analista che fra trent’anni dirà ai tuoi figli che la colpa è stata tutta tua?

Dovremmo riprenderceli, il nostro studio, il nostro tavolo, la nostra porta chiusa, il nostro spazio, il nostro tempo. Se questo ci fa sentire egoiste, allora facciamo le egoiste. Se ci fa sentire stronze, allora facciamo le stronze. Se ci sentiamo in colpa, nove su dieci siamo nella direzione giusta. Alla peggio, avremo reso le cose più facili all’analista. Ma il punto non è neanche questo. Guardiamoli bene, tutti quei DO NOT DISTURB appesi a guardia del lavoro maschile. Sono i brufoli spuntati al patriarcato ai tempi del virus, sono un dito puntato verso la precarietà dei nostri traguardi, schiacciati come tante formichine dall’emergenza, sono la corazza del privilegio maschile. “La mamma è nuda” gridano in coro i bambini dai loro quadratini spalmati in casa dalle video lezioni come in una partita di Minecraft. Non lasciamoci rubare il nostro tempo proprio adesso. Non siamo più adattabili, non siamo più ingegnose, non siamo più versatili. Siamo solo più sacrificabili.

Lasciatemi fare la cinquantenne

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Foto di Dean Moriarty da Pixabay

Non la mamma. Non la moglie. Non la milf attempata. La cinquantenne e basta.

Arriva un punto nella vita di una donna in cui vivere stretta fra le esigenze e i parametri altrui non è più soltanto sbagliato e inaccettabile, è anche impossibile. Se hai sempre tirato la coperta da una parte e dall’altra, lasciando scoperto ogni volta qualcosa (il lavoro, i figli, la tua autostima, la tua fragilità, il tuo corpo), arriva un momento in cui quella coperta ti si strappa fra le mani. E tu non hai più voglia di rattopparla.

Sei sempre stata la figlia di, la fidanzata di, la madre di. Hai vissuto proiettando un’ombra di desiderabilità e piacevolezza, hai finito per accettare che le tue idee e i tuoi succcessi fossero rinchiusi fra parentesi di paternalismo e occhiate alle tette, soppesando affondi aggressivi per farsi valere e ritirate dietro sorrisi modesti e innocui, quando era più facile tenere buono l’ego maschile che tirarselo contro. Hai finito per accettare che venisse prima il tuo aspetto, la tua carica sensuale, poca o tanta che fosse, che la tua disponibilità a incassare battute maliziose e occhiate insistenti facesse parte del gioco, comunque decidessi di spenderla. Hai assottigliato i tuoi progetti di vita come un elastico teso fra la coppia e la maternità. E adesso, arrivata ai cinquant’anni, che cosa dovresti fare, secondo il mondo degli uomini?

Arrivata ai cinquanta fra te e l’invisibilità resta tutto quello che appartiene esclusivamente a te. E diventa frustrante e spossante difenderlo incollandosi addosso la maschera di una finta fertilità, di una sensualità da ventenne a misura dei desideri altrui, di una giovinezza di cui non sentiresti neanche la mancanza, se essere donna non la rendesse tanto indispensabile.

Eccola allora la gravità del body shaming, del giudizio costante sul corpo delle donne, eccolo il peso di una vita passata a schivare commenti e mani sul culo e sorrisetti per poter dire come la pensi. Lo senti tutto quando arrivi a cinquant’anni e diventi invisibile, un bozzo a forma di mamma accanto alla figlia adolescente a cui sono indirizzati adesso sguardi e sorrisi, una forma umana con un paio di guanti da forno che prepara pizze per gli amici del figlio, una creatura in menopausa che aleggia invisibile fra gli ormoni altrui. E ti starebbe benissimo così, se questo non finisse per passare un colpo di spugna anche sul tuo valore in quanto persona, sui tuoi desideri e sul tuo desiderio, sulla tua autonomia, sul senso della tua presenza.

Nello spaesamento di una donna di cinquant’anni, nella sua fragilità, nel corpo segnato dalla vita propria e altrui, si nasconde una risorsa preziosa, c’è una direzione da seguire, non un pozzo di botox e inadeguatezza. C’è tutto quello che resta quando ci scrolliamo di dosso il peso delle aspettative altrui, quando non ci incastriamo più a forza nei contorni tracciati dal desiderio e dalle esigenze maschili e riproduttive. Lasciateci fare le cinquantenni, allora, non imitazioni raffazzonate della ventenne che siamo già state. Basta invertire lo sguardo, e imparare a raccontare le donne partendo dalle donne.

 

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Ci servono padri, non “mammi”

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Dove sono i padri nell’educazione a distanza? Quanti se ne vedono dall’altra parte del computer o della mail? “Per la didattica a distanza dei miei settenni interagisco esclusivamente con madri” mi ha scritto una maestra e probabilmente non è l’unica. Non si tratta dunque delle ore trascorse a casa – “Vorrebbe tanto stare di più con i bambini ma non c’è mai” – il discorso è molto più complesso e l’abbiamo sempre saputo. Non si tratta neanche necessariamente di disinteresse o egoismo dei padri. L’ostacolo a cui giriamo tutti attorno, uomini e donne, nel nostro percorso verso i figli, è il concetto di cura.

Non c’è educazione senza cura ed è qui che noi madri tentenniamo al momento di cedere il controllo, per paura che delegare significhi scomparire. In una cultura in cui il valore della donna riposa ancora saldamente sulla maternità, rinunciare alla cura significa portare la corona scomoda e pesante di una solitudine egoista. Il tempo che le donne dedicano a se stesse è sempre tempo sottratto a qualcun altro, i progetti delle donne sanno di lusso e di superfluo, e i loro risultati portano il segno della concessione altrui.

Finché continueremo a definire “mammi” gli uomini che si prendono cura dei figli, il nostro immaginario sarà popolato da simpatici ragazzoni che fanno giocare i figli, cambiano pannolini e sanno cucinare e fare le treccine. E il concetto di cura continuerà a essere definito in termini di sacrificio e annullamento di sé quando lo decliniamo al femminile e in termini di creatività ed espressione di sé quando invece lo decliniamo al maschile.

Non ci servono “mammi”, ci servono padri che si occupino dei figli per lasciare spazio ai talenti delle donne. Ci serve una società disposta a rivedere il concetto di cura e ad accettare il fatto che se gestire il quotidiano dei figli non scalfisce la mascolinità di nessuno, non farlo, o farlo meno, non intacca la nostra femminilità e non ci rende meno madri di prima. I “mammi”  sono eccezioni allegre e giocose che vanno bene per i titoli dei giornali. Non ce ne faremo niente quando ci sarà bisogno di decidere chi resta a casa con i figli, quando ci serviranno soluzioni a lungo termine, non un cerotto con cui tamponare l’emergenza.

Abbiamo bisogno dei talenti delle donne per ripartire, non possiamo lasciarli indietro, non possiamo permetterlo e non possiamo permettercelo. Dove non arriverà più la scuola dovranno arrivare i genitori, insieme. E forse nel momento in cui cominceremo a spartirla, quando non sarà più una prerogativa esclusivamente femminile, la cura si scrollerà di dosso anche quell’aura di sacrificio, di rinuncia di sé, e non sarà più necessario alimentare gli equilibri domestici con i sogni sminuzzati e calpestati di chi se ne fa carico. Tolto il sacrificio delle donne dal gioco, chissà che non ci tocchi scoprire che di quel sacrificio, in realtà, non c’era mai stato davvero bisogno.

 

La Sindrome dello strofinaccio e l’irresistibile bisogno di salvare tutti fuorché noi

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Foto di Claudia24 da Pixabay 

All’inizio non te ne accorgi. È già un mezzo miracolo arrivare a fine giornata senza essersi divorati a vicenda come i superstiti di qualche disastro aereo, precipitati all’improvviso da un volo di linea in una puntata di Lost. Ti ritrovi a spiegare come stai un sacco di volte al giorno, e ogni volta ti stupisci. Bene? Sì, bene. Finché dura. Finché c’è wi-fi, c’è speranza.

Poi un giorno ti sorge il dubbio. Perché quando ti chiedono “Come stai?” scivoli immediatamente dalla seconda persona singolare alla prima plurale e rispondi “Stiamo bene, grazie”? Sarebbe bello pensare che si tratti di senso di comunità, spirito di gruppo e ritrovati valori familiari, e in parte lo è, se non fosse per quel trasferimento automatico di importanza per cui all’istante ti chiami fuori e rispondi pensando a chi ti circonda. Eppure in questi giorni tutte le strade e le necessità di casa passano inevitabilmente da te. Sembra che qualcuno abbia impostato per ogni itinerario possibile, alimentare, psicologico, organizzativo, scolastico, igienico una tappa obbligatoria sulla tua testa. Sei diventata improvvisamente una via di mezzo fra Alexa e Google. Se non trovi, non sai, non sei sicuro, non ti azzardi, non c’hai voglia, eccomi qui. No, non mi disturba affatto, come direbbe Verdone. Sto solo lavorando.

E mentre risolvi dilemmi esistenziali con il piglio dello stratega (“No, niente tv a quest’ora”), dirimi questioni filosofiche della massima urgenza (“Fra Nairobi e Tokyo? Nairobi”), curi ferite invisibili prima che suppurino e schivi videochiamate e webcam saltando da un angolo cieco all’altro della casa, ti rendi conto che i tuoi progetti non hanno pareti che non siano fatte di solitudine. Non c’è porta chiusa che tenga, dietro ci sarà sempre una richiesta di aiuto che bussa silenziosa. Non c’è stipendio che valga, finirai sempre per sistemarmi nella posizione più precaria dell’equilibrio familiare. Ti sei conquistata il diritto di urlare che vuoi essere lasciata in pace, non quello di non rispondere comunque alla domanda che ti hanno appena rivolto. Ti sei guadagnata una stanza tutta per te, ma non riesci a liberarti del peso di tutte le altre. Se avessi il mantello dell’invisibilità di Harry Potter ti troverebbero lo stesso fiutando la scia di sensi di colpa che ti sei lasciata dietro.

La Sindrome dello strofinaccio in quarantena diventa più cattiva che mai. Perché quella vocina che ti sussurrava che il tempo per te stessa è tempo rubato agli altri ora non sussurra più, ora ti urla minacciosa all’orecchio. E scopri che è più facile voltare le spalle alla cura che alla consolazione, che dove non arriva la necessità di accudire arriva il bisogno di salvare. Noi donne saremo capaci di non barattare i nostri sogni per una illusione di sicurezza e incolumità malpagata? Saremo capaci di non farceli strappare via dall’uragano dell’emergenza collettiva? Quanto ci metteranno a convincerci che i sogni delle donne sono moneta di scambio per il futuro di tutti? Quanto ci vorrà a soffiarli via come polvere di brillantini per fare posto alle cose serie, ci chiediamo, mentre lavoriamo sul comodino in camera da letto perché tutte le altre stanze sono occupate?  

Nel dubbio, iniziamo a tenerci stretti quei sogni fin da ora.

Non siamo mica tutti così (ma lo diciamo solo alle femministe)

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Si passa dal “Ma non siamo tutti così” a “Se voi femministe odiate gli uomini il problema non è nostro” curiosa contraddizione per cui se noi condanniamo un comportamento maschile ci viene risposto che non sono tutti così (loro, gli uomini), mentre noi invece (le femministe, donne) a quanto pare sì, siamo tutte così. Così come, non è dato capirlo. Incazzate, forse, e vorrei anche vedere. Incazzate senza garbo e senza grazia, peccato imperdonabile per il gentil sesso. Incazzate senza garbo e senza grazia per un problema che non ha niente a che vedere con l’accudimento altrui, ergo, al rogo.

C’è anche la versione più furbesca e malandrina del “Ero femminista anch’io, finché non ho capito che siete in guerra contro di noi” che sottintende probabilmente che scatti una ola alla dichiarazione di femminismo da parte di un portatore sano di testicoli, cosa che se non rientra nei motivi di beatificazione immediata dovrebbe se non altro garantirti uno stuolo di femmine adoranti.

Nello specifico, ho letto tutte queste reazioni al post in cui si denunciava un gruppo Telegram in cui padri si scambiavano foto delle figlie dodicenni, i fidanzati foto delle ex fidanzate e in cui la cosa più educata che si leggeva era l’invito a omaggiare a suon di sperma la foto della donna di turno. Il gruppo nel frattempo si è vantato di essere finito su Wired e ha già cambiato nome, come hanno fatto i molti che l’hanno preceduto e come faranno tutti quelli che verranno dopo. Sì, perché non basterà tutta l’indignazione social a fermarli, proprio come soltanto il coronavirus – forse – è riuscito a fermare i voli su cui posati capofamiglia cinquantenni andavano a fare sesso con minorenni thailandesi. Eppure anche in quel caso i “Non siamo mica tutti così” si sono sprecano da anni.

Perché non si fermeranno? Forse anche perché il mondo è pieno di tutti quegli uomini che non sono mica tutti così, ma quando ricevono un meme sessista su whatsapp rispondono con l’emoticon che si sganascia dalle risate. Poi certo, fra sé sono sicura che si stracciano le vesti per l’indignazione, ma quanti di loro davanti alla foto di un culo o di un paio di tette con battutaccia scopereccia di rigore alzano le dita sulla tastiera e scrivono “Questo meme nasce dalla stessa cultura dello stupro che in altri contesti vi fa schifo, cari miei, decidetevi”?

Quindi no, non siete tutti così, ma se viviamo in una società affascinata dalla violenza maschile, immersi in una cultura tutta testosterone, dove il maschile è potere e tutto il resto sono gradevoli sfumature di piacevolezza e maternità, se il femminile è un’eccezione di cui continua a decidere il genere maschile, questo succede perché il maschile se l’è conquistato non a suon di meriti, ma a suon di stupri, veri o virtuali che siano. Quello stupro a cui allude la metà dell’immaginario e dei messaggi da cui siamo circondati. Succede perché lo stupro è un’arma di potere e il motivo per cui pochi uomini fanno la morale davanti agli amici maschi, anche se poi drizzano la cresta indignati nei gruppi femministi, è che nel fondo lo sanno. Lo sanno che la loro indignazione stonerebbe come una nota non accordata, lo sanno che la loro indignazione li rende deboli fra i maschi e forti fra le femmine.

Quindi sì, vi crediamo, non siete tutti così. Ma non è a noi che dovete spiegarlo. Andate a dirlo alle persone giuste. Nei contesti giusti. Quando state per farvi una risata davanti a quel bel culo femminile e a tutto quello che in quel momento qualcuno millanta di farci, fermatevi a pensare a quanta fatica ci vuole per dire che “no, non fa ridere” e avrete la misura di quanta strada resta ancora da fare. A tutti quanti, insieme.