La misura della lettura

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«Sai qual è il vero problema con gli e-reader?»

«Ho la sensazione che stai per rivelarmelo», borbotta Amelia, senza alzare lo sguardo dal suo  libro cartaceo.

«Tutti pensano di avere buon gusto, ma la maggior parte della gente non ce l’ha. Direi anzi che la maggioranza ha gusti pessimi. Se lasciata a se stessa, sola col suo aggeggio, legge porcherie e non se ne accorge neppure.»

«Sai qual è il bello degli e-reader?» chiede Amelia.

«No, mia cara signora-lato-positivo, e non voglio saperlo.»

«Be’, per quelle di noi i cui mariti stanno diventando ipermetropi, e non faccio nomi; per quelle di noi i cui mariti stanno raggiungendo la mezz’età e stanno perdendo la vista; per quelle di noi i cui mariti sono individui patetici…»

«Vieni al punto, Amy!»

«Un e-reader permette alle sfortunate creature di cui sopra d’ingrandire il testo quanto vogliono.»

Gabrielle Zevin, La misura della felicità, Nord, 2014.

L’amore pigro

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L’amore dei padri è pigro. Arriva fin dove arrivano le braccia, fin dove riescono a toccare, è come la pozza di luce di una lampadina, non riesce a spingersi oltre il cerchio che proietta. Le madri sanno amare anche dove non vedono e non sanno. I padri no. I padri amano con gli occhi e con le mani, e quando hanno paura di non stringere più nulla lasciano che il loro amore si trasformi in gelosia e in rancore. Perché sei scappata via, perché ti sei portata via il loro cuore, perché sei cresciuta.

Ferma nel suo studio, Giulia capì che il padre in realtà non era arrabbiato con lei, era arrabbiato con se stesso, perché non era più capace di amarla. O forse sì, forse ne sarebbe stato ancora capace, solo che lei avrebbe dovuto farsi piccola e tornare sotto la sua luce, e lei non l’aveva mai fatto, perché non sarebbe stato giusto. Eppure in quel preciso istante non desiderava altro che tornare piccola, un palmo di carne grande quanto il cuore di suo padre, delle dimensioni adatte per il suo amore pigro e spaventato.

Mara Roberti, Frittata alle ortiche, Emma Books.

Frittata alle ortiche

Effetto movimento

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Foto jamelah e. (CC)

Viaggiare, spostarsi, fermare il tempo nell’obiettivo, inseguire il controllo e poi perderlo, ma sforzarsi sempre e comunque di decidere della propria vita. Oggi l’ospite speciale del blog è Edy Tassi, la simpaticissima e inarrestabile autrice di Effetto domino:

Nel giro di qualche giorno lei sarebbe ripartita. Suo padre amava cambiare. Quando la sorte non girava, lui faceva le valigie e si trasferiva altrove, inseguendo la fortuna, fiutandola nell’aria. Ma quel continuo trasferirsi non lasciava spazio a sogni romantici. Finché suo padre l’avesse costretta a quella vita, non ci sarebbero state storie d’amore per lei. Solo incontri passeggeri, solo amicizie superficiali.

Si era infilata sotto l’acqua. Lo shock termico l’aveva paralizzata per qualche istante. Ma le aveva anche sgombrato la mente.

Basta sogni, basta illusioni.

Non si sarebbe più avvicinata a nessuno. Non avrebbe più permesso a nessuno di farle del male.

E per un po’ ci era riuscita. Niente contatti, se non superficiali. Niente legami. Niente rapporti con nessuno. Aveva tirato fuori la macchina fotografica che suo padre si limitava a spostare da un albergo all’altro e aveva cominciato a scattare foto a qualsiasi soggetto la interessasse. Così occupava il tempo libero fra una lezione e l’altra, fra un viaggio e l’altro. Il mirino era diventato il suo terzo occhio, l’inquadratura della macchina fotografica il suo nuovo campo visivo.

E pian piano, la fotografia si era rivelata più di un passatempo. Era diventata un modo per creare qualcosa su cui lei avesse il controllo, in una vita dominata dai capricci e dalle assurde illusioni di suo padre.

Edy Tassi, Effetto Domino, Harlequin Mondadori, 2015

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Donne e scrittura

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Il confrontarsi delle donne con la scrittura pubblica è uno dei punti fondamentali del femminismo e si dimostra essenziale nella lotta contro l’oblio e l’effimero.

Duby e Perrot, Storia delle donne. L’Ottocento (pag 491).

Incontrato per caso da Maria Masella.

Lezioni di scrittura alla velocità della luce

Cercas

«Mi piace» mi interruppe Rodney.

«Che cosa ti piace?» gli chiesi, stupefatto.

«Che tu non sappia ancora di che cosa parla il tuo romanzo» rispose. «Se lo sapessi in anticipo, sarebbe un male: diresti soltanto quello che sai già, ossia quello che sappiamo tutti. Se invece non sai ancora che cosa vuoi dire, ma sei così pazzo o così disperato o hai abbastanza coraggio da continuare a scrivere, forse finirai per dire qualcosa che neanche tu sapevi di sapere e che solo tu puoi arrivare a sapere, e questo sì che potrebbe avere un qualche interesse.»

Javier Cercas,  La velocidad de la luz (trad. mia).

La distanza dell’amore

Foto di Giuseppe Milo
Foto di Giuseppe Milo

«Mi ami?»

«Chiedimelo tra dieci anni, quando ti conoscerò meglio.»

La ragazza dagli occhi verdi racconta una delle storie d’amore più realistiche che abbia mai letto, uscita dalla penna di Edna O’Brien, la “Colette irlandese”, le cui storie però, come scrisse Philip Roth, “sono più buie e dense di conflitti”. La relazione fra Kate ed Eugene è descritta con grande pudore, ma mettendo a nudo in modo quasi spietato i sentimenti dei protagonisti, lasciandoli trapelare fra le maglie fittissime delle convenzioni, dei divieti, dei sensi di colpa.

Quel che più mi ha colpita, però, è il modo in cui la vicenda d’amore si intreccia al rapporto con la casa, con l’infanzia, con il punto da cui si è partiti, le origini rinnegate, sofferte o subite. Origini che in qualche modo comunque ci definiscono e non sempre trovano posto in una storia d’amore. “Molto spesso è la pur tanto desiderata separazione, la fuga dalla terra dell’infanzia, a esigere un’impossibile compensazione attraverso l’amore, fisico e romantico” si legge nella Nota sull’autrice in coda al romanzo.

La scena in cui il padre arriva a riprendersela e lei si nasconde sotto il letto, per poi uscire trasformata nel fantasma di sua madre, è forse il momento in cui questo rapporto viene messo in scena in modo più crudele e vivido.

«E così abbiamo tutti e due bisogno di un padre» le dice Eugene. «Abbiamo qualcosa in comune.»

Lungi da me, ovviamente, voler appioppare etichette all’autrice o alla sua lotta personale per l’emancipazione, ma nelle mie riflessioni sul femminismo rosa questo è un tema fondamentale. Il rosa femminista, infatti, è anche quello capace di usare l’amore per raccontare se stesse, il rapporto con ciò che siamo davvero, il triangolo complesso che unisce la donna alla persona amata e alla casa da cui proviene e che racchiude il suo senso di appartenenza. Forse per la difficoltà, in questo triangolo, di riuscire ad appartenere (anche) a se stesse. Perché la relazione amorosa è il momento nella vita di una donna in cui spesso si scontrano, in un conflitto prima di tutto interiore, i modelli imposti dalla società, il desiderio di concedersi e quello di restare fedeli innanzitutto a se stesse.

Ecco dunque che il femminismo rosa oggi può servire anche a questo, a un percorso che va in una direzione diversa, un percorso intimo e personale di riscoperta di sé e dei propri diritti attraverso i sentimenti e i differenti modi di vivere l’amore. Accanto alle battaglie sociali, insomma, il femminismo rosa può combattere un’altra battaglia, più complessa e segreta, e ancora più difficile da vincere. Quella per trovare la propria strada verso la felicità e verso se stesse, la stessa strada che a volte ci allontana da casa e volte ci costringe a tornare, sempre alla ricerca della distanza giusta, dalle aspettative altrui e da noi stesse.

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Caccia allo Strega

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Da quando Nicola Lagioia ha vinto lo Strega, su Facebook stiamo assistendo a un curioso fenomeno: l’Antifascetta, la stroncatura senza cognizione di causa, lo strillo che si fa vanto della propria assenza di argomentazioni e della mancata lettura del libro. Il giudizio insomma espresso con la stessa faziosità, arbitrarietà e inventiva di una fascetta promozionale, solo di segno opposto.

Non mi riferisco soltanto ai post in cui ci si accanisce, di solito con un livore esagerato, contro qualche frase di La ferocia, prontamente estrapolata dal contesto ed esposta al pubblico ludibrio stile quiz: “chi riesce a capire il significato di questa frase?” Circola anche una foto in cui si riportano alcune righe con contorno di punti esclamativi, insieme all’accorata opinione di una cara “professoressa, di quelle che non ne fanno più così”, che segnala il paragrafo in questione “tra lo sconvolto e l’indignato”. E giù commenti altrettanto sconvolti e indignati, derisori nei migliori dei casi, volgari nei peggiori, sulla prosa di Lagioia.

Solo in un caso, trattandosi della pagina di una persona che stimo, ho deciso di dare la risposta al quiz e di dimostrare come le frasi in questione avessero un senso eccome, anzi, più di uno, a ben vedere. Ma il punto non è questo. Non spetta a me difendere la prosa di Nicola Lagioia (un susseguirsi di percorsi di significato nettissimi, secondo me, di una precisione chirurgica, e al tempo stesso incredibilmente sensoriali, in cui non c’è mai una parola di troppo), proprio come non spettava ai commentatori di Facebook distruggerla senza altro argomento che il “io non la capisco” e, inutile dirlo, senza aver letto il romanzo. Il punto è l’evolversi e il proliferare dell’eco. Ne ho parlato in L’eco di Eco: il messaggio nell’era dei social non è più il messaggio in sé, ma l’eco di quel messaggio. Non importa la fonte, non importa il contesto, importa quel ritaglio più o meno corrotto che riportiamo e che verrà a sua volta riportato, condiviso, commentato, perdendo ogni legame con la forma originaria, proprio come la frase di Lagioia ha perso ogni legame con il libro da cui è stata estrapolata.

Questi sfoghi inneggianti al rispetto della lingua italiana (che dovrebbe secondo qualcuno sporgere addirittura “denuncia per stalking”) da parte di chi non la sa evidentemente piegare alla propria volontà espressiva con la stessa violenza, abilità e ferocia di Lagioia, hanno qualcosa della caccia alla strega, nella loro ansia di distruggere ciò che si ignora e non si arriva a capire. Che si tratti dell’establishment letterario o delle tante strade che può prendere la lingua italiana.

Non c’è bisogno di scomodare la dotta ignoranza di Socrate, con grande sollievo di chi vuole essere rassicurato dalle cose semplici. Basta ricordarsi quel che ripetono le mamme a tavola: “Non si dice fa schifo, si dice non mi piace”. Anche sui social, a volte, la democrazia va a braccetto con la buona educazione.