Perché le Colazioni d’autore hanno fatto un gran bene all’editoria

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Foto di Petunia Ollister

L’oggetto libro ha qualcosa di ostinato, di cocciuto e di sacro, di inamovibile. È un resistente. È passato quasi indenne attraverso le avanguardie del secolo scorso, il futurismo, il formalismo, l’iperromanzo, la metanarrativa, il post moderno e l’epoca del digitale. La letteratura è cambiata, certo, si è interrogata sulle proprie funzioni, sul ruolo del lettore, sulla citazione e la parodia e la commistione dei generi, sulla scrittura del tempo e lo smascheramento della finzione, ma senza arrivare a scalfire l’importanza della storia e della dimensione del racconto. Il libro come oggetto è rimasto praticamente identico a se stesso. È cambiata la carta, certo, sono cambiati i materiali e le modalità di stampa. Le copertine si sono adeguate all’estetica corrente e hanno sperimentato a loro volta, ma il tutto sembra essere avvenuto senza gli sconvolgimenti vissuti da altre forme artistiche, come la pittura, la scultura o il cinema.

Con tutte le variazioni grafiche e storiche del caso, un libro nella maggior parte dei casi ha un solo senso di lettura, un unico orientamento, pagine numerate e continua a proporci titolo e nome dell’autore ed editore in copertina, alette e quarta. Con alcune eccezioni più o meno significative, è scritto quasi sempre in caratteri neri e con un font che non aspira a essere protagonista. Tutto sembra insomma convergere verso la storia, la rassicurazione del racconto, il patto implicito fra autore e lettore. Il libro tiene duro, non molla. Rigetta ogni esperimento (come i flip book di qualche anno fa, che hanno avuto vita breve) e quando proprio non può ignorare un fenomeno come l’ebook, lo obbliga ad assomigliargli il più possibile e a scimmiottarlo, proponendo modalità di lettura sostanzialmente analoghe a quelle del cartaceo (con alcune differenze, certo, ma non sostanziali).

Perfino l’interattività e la multimedialità hanno lasciato il libro quasi indifferente. Chi progettava e sognava applicazioni in cui la storia prendeva vita davanti agli occhi del lettore, in cui le illustrazioni si muovevano a seconda di come inclinava il supporto di lettura o in cui la letteratura si intrecciava ai giochi di ruolo, consentendo al lettore di dirigere la trama e condizionarla, ha dovuto presto arrendersi o accontentarsi di un pubblico più ristretto di quanto sperasse.

L’oggetto libro è un sopravvissuto. L’hanno dato per morto o moribondo un’infinità di volte ed è sempre risorto e ha tirato dritto per la sua strada, un po’ più acciaccato, forse, con qualche lettore in meno e qualche refuso in più, ma si è rialzato e ha proseguito. La resilienza del libro è la sua forza, certo, ma come spesso accade, anche la sua debolezza. Il libro resta lì, si intreccia al suo tempo in modi meno sfacciati di quanto accada con altri media e altre forme artistiche, e dunque rischia di scollarsi da una parte del pubblico, che invece al suo tempo aderisce e vuole aderire con la stessa costanza e determinazione con cui aderisce allo schermo del cellulare e a quello del computer.

Poi sono arrivati i #bookbreakfast di Petunia Ollister, le sue Colazioni d’autore, e hanno cambiato tutto.

Non ce ne siamo accorti subito, o almeno io non me ne sono accorta subito, ma hanno inciso in profondità sul rapporto fra libro e lettore, portando nuova linfa e nuovi lettori all’editoria. Non solo perché sono fotografie magnifiche, non solo perché sono fatti con cura e precisione e una raffinatezza dissimulata nell’apparente semplicità. I #bookbreakfast soprattutto sono riusciti a portare il libro in altri ambiti costringendolo a parlare il loro linguaggio. Sono riusciti nella difficile impresa di schiodare l’oggetto libro dagli scaffali e schiaffarlo su Instagram e sui social in generale, operando uno slittamento di significato che in pochi sono stati capaci di fare. Nei #bookbreakfast, infatti, il libro non arriva su Instagram come protagonista di un momento di vita, come la traccia di qualcos’altro, della storia che racconta o della storia di chi lo sta raccontando e leggendo e recensendo. No. I libri nei #bookbreakfast diventano forma e colore, diventano un elemento compositivo, che solo apparentemente condiziona e orienta gli altri. Il fondo scelto, le tazzine, le matite, i taccuini, le tavolette di cioccolato hanno in realtà la stessa importanza formale del libro e ci dialogano alla pari. I libri dunque diventano oggetti grafici, giochi di linee e di colori e di forme, punto di partenza e di arrivo di attenti rimandi formali e di equilibri interni raffinatissimi. Il tutto senza mai trascurare il significato a favore della forma, senza mai dimenticarsi della storia che raccontano.

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Foto di Petunia Ollister

Ecco così che accanto al Giovane Holden, il “succo d’arancia, uovo col bacon, pane tostato e caffè” che compongono la “colazione abbondante” del protagonista diventano anche elementi formali, cerchi, rettangoli e note formali che sembrano opporre resistenza e voler far implodere l’ordine e il vuoto dell’immagine e il minimalismo della copertina bianca di Einaudi, dicendoci al tempo stesso molto del suo protagonista, del suo rapporto con l’ipocrisia e il vuoto che lo circondano, e perfino delle scelte “ipnotiche” di traduzione. E le patatine sotto Cent’anni di solitudine sembrano portarci nella selva che fa da sfondo all’immagine, in uno scrocchiare di foglie divertito che rende omaggio in modo perfetto al realismo magico dell’autore e alla sensorialità della sua scrittura.

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Foto di Petunia Ollister

Ecco come scatta la magia dei #bookbreakfast. Nel gioco di assonanze e nei palleggi fra i sensi. Nell’impossibilità di separare forma e significato, nel rincorrersi continuo di entrambi, tanto che si potrebbe guardare per ore le fotografie di Petunia Ollister, godendosi il modo in cui i temi del libro si fanno colore e odore e sapore, prendono posto nell’immagine e strizzano l’occhio all’altro capo dell’immagine, dove un altro tema fa capolino, in una simmetria o in un’assonanza di forme e colori. E i sensi non restano certo in disparte, una tazza di caffè, un ciuffo di panna, un croissant, una tavoletta di cioccolato fanno a loro volta parte del gioco, a loro volta forma e significato, insieme.

I #bookbreakfast sono irresistibili, perché procurano piacere a chi li guarda, un appagamento estetico che non tradisce mai il suo soggetto, al contrario, lo esalta. E così facendo Petunia Ollister coglie alla sprovvista perfino il tenace e cocciuto oggetto libro e lo mette al centro dei social senza snaturarlo, esaltandolo, stuzzicandone la vanità e provocandolo e punzecchiandolo un po’, ogni tanto. E i libri si offrono allo sguardo, si concedono al piacere estetico dei social e dei nuovi mezzi, come regine sorprese dal lampo di un flash. Sotto lo sguardo di Petunia Ollister, i  libri si lasciano sedurre dalla grafica e dal design, si concedono alla ricerca della bellezza e al lavoro cromatico sempre più protagonista e sempre più consapevole oggi.

Ecco perché sono convinta che i #bookbreakfast abbiano fatto un gran bene all’editoria. Perché sono riusciti a scardinare l’oggetto libro dal mondo delle parole, perché l’hanno raccontato usando un linguaggio completamente diverso, l’hanno catapultato nel mondo dell’immagine e degli hashtag e del foodporn, non come ospite e guest star un po’ spaesata, ma come soggetto della comunicazione, costringendolo a parlare il loro stesso linguaggio.

E soprattutto, i #bookbreakfast non possono fare a meno di emozionarci, completando così il circolo del piacere estetico e della narrazione. E rendendolo irresistibile.

I #bookbreakfast sono i protagonisti di un volume magnifico uscito da poco e ritratto nella foto che apre questo post, Colazioni d’autore, dove sono raccolti i ritratti di libri che parlano di cibo o di cucina, edito da Slow Food Edizioni.

Petunia Ollister
Foto di Petunia Ollister
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Sette romanzi per conoscere meglio la Catalogna

Per chi in questi giorni sente il bisogno o anche solo il desiderio e la curiosità di conoscere un po’ meglio la storia della Catalogna, ecco un breve percorso narrativo, senza alcuna pretesa di essere esaustivo. Sette libri a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri (ad alcuni titoli ho dovuto rinunciare perché non sono stati tradotti in italiano), che vi invito a scrivere nei commenti al post, se vorrete.

Sette libri molto diversi, per lo stile, la voce dell’autore e il periodo storico affrontato, ma che ci lasciano tutti con la stessa sensazione colpevole di aver trascurato troppo a lungo la storia, come gli avvertimenti fastidiosi gridati sulla soglia di casa da una mamma apprensiva, che prima o poi ci si pente di non aver ascoltato.

Victus, di Albert Sánchez Piñol (Rizzoli)

È il romanzo ideale per chi vuole capire che cosa accadde nel 1714, quando Barcellona cadde nelle mani dei Borboni dopo un lungo assedio, durante la guerra di secessione spagnola. Victus racconta fra le altre cose la difesa della città e tratteggia un ritratto efficace e ricco di sfumature dei suoi protagonisti, dalla classe dirigente alla base popolare. L’autore, antropologo, racconta l’epica di quei momenti, ma anche la vigliaccheria, il meglio e il peggio dell’uomo, al centro del momento storico che cambierà per sempre la storia della Catalogna. La documentazione è esaustiva e tutto ciò che viene raccontato è reale, per quanto insolito e romanzesco possa sembrare. Per conoscere i giorni di settembre del 1714 che sono il prologo lontano delle rivendicazioni catalane di oggi. E l’avventura della difesa di una città. Avventuroso, rigoroso, appassionante.

I girasoli ciechi, di Alberto Méndez (Guanda)

Un capitano dell’esercito franchista alla vigilia della vittoria, un giovane poeta in fuga verso la Francia con la sua compagna, un prigioniero condannato a morte, un intellettuale repubblicano nascosto dentro un armadio a muro. Quattro storie che trasportano il lettore dentro il lato umano della guerra civile spagnola, fra vincitori e vinti. Storie scritte nel silenzio, che raccontano di esistenze piegate, che portano il segno della sconfitta, ma non quello del rancore, per trovare in quella guerra fratricida una lezione per il presente. Per ricordare che la guerra è sempre dietro l’angolo e a perderla siamo sempre tutti quanti. L’autore morì pochi mesi dopo l’uscita del libro.

Anatomia di un istante, di Javier Cercas (Guanda)

Tutti i libri di Cercas fanno luce sulla situazione spagnola, a partire dal romanzo che lo portò alla fama, Soldati di Salamina. In Anatomia di un istante, lo scrittore ripercorre un episodio della storia spagnola relativamente recente e significativo per capire il presente: il colpo di stato fallito del 23 febbraio 1981. Cercas racconta con dovizia di particolari il giorno in cui il colonello Tejero entrò armi in pugno al parlamento di Madrid, mentre si votava il candidato alla presidenza del governo. Il golpe, che non arrivò al giorno successivo, fu il risultato delle tensioni uscite dalla transizione, tensioni di cui si continua a risentire tutt’oggi. All’epoca a infuocare il clima politico era la situazione nei Paesi Baschi, oltre alla crisi economica e alla difficoltà che comportava l’organizzazione di uno stato democratico che albergava nelle sue fila molti esponenti appena usciti dal fascismo, nei ranghi militari e non solo. La crisi catalana di questi giorni porta in un certo senso il segno delle tensioni e delle contraddizioni di allora, di una democrazia costruita a suon di compromessi sulle ceneri ancora calde della dittatura.

Adiós muchachos, di Juan Marsé (Frassinelli)

Il romanzo, il cui titolo originale, obiettivamente intraducibile, era Si te dicen que caí (un verso di Cara al Sol, l’inno della Falange) venne messo al bando dalla censura franchista, tanto che l’autore fu costretto a pubblicarlo in Messico nel 1973. È una delle cronache più dure e disincantate che abbia letto di quegli anni, visti attraverso lo sguardo ferito e complice suo malgrado di un gruppo di ragazzi di strada, nella Barcellona degli anni quaranta. È una storia crudele, nella sua immediatezza, che non fa sconti di pena al lettore e lo catapulta nell’essenza di una dittatura: la perdita dell’innocenza, della purezza. Uno scorcio della storia che ha costretto in tanti a vendere l’anima e la propria infanzia. Un ritratto di un’ingenuità spietata e di una spietatezza ingenua. Un addio all’infanzia, sordido e doloroso e crudele. E magnifico.

La metà dell’anima, di Carme Riera (Fazi)

Il giorno di Sant Jordi in Catalogna si celebra la festa del libro e delle rose. Inizia così il romanzo, con la protagonista impegnata a firmare autografi, quando uno sconosciuto le lascia una cartelletta e poi scompare. Dentro ci sono alcune lettere d’amore che porteranno la protagonista sulle tracce di una madre che non conosce. La madre che viveva da benestante sotto la dittatura mentre appoggiava in segreto la resistenza antifascista. Un modo diverso, attraverso una figura femminile intensa e originale, per avvicinarsi agli anni della dittatura franchista e conoscerla, in tutte le sue zone d’ombra e le sue menzogne. Una dittatura la cui ombra si allunga sul futuro, tanto da spingere la protagonista a chiedersi chi sia davvero. Chi siamo noi davvero? Figli di guerre e di tragedie passate che non conosciamo del tutto, la nostra identità in bilico sul passato, un passato che dovremmo conoscere meglio ma che continuerà a sfuggirci. Insieme al senso del presente.

La piazza del diamante, di Mercè Rodoreda (Beat)

Impossibile parlare di letteratura catalana senza citare La piazza del diamante, la storia di una giovane che vive nel quartiere di Gràcia, a Barcellona, durante la guerra civile. Una giovane come tante altre, semplice, umile, riservata, discreta, attraverso i cui occhi il lettore vive, intuisce e sfiora, senza enfasi e senza proclami, il dramma della guerra civile nelle sue ripercussioni più quotidiane e dolorose: la paura, la fame, la solitudine, la morte delle persone care, tutta la fragilità dell’essere umano davanti a un momento storico più grande di lui, all’insegna della violenza e della barbarie. Una storia intessuta di rassegnazione, di attesa, di insoddisfazione e delle piccole e grandi crudeltà che la storia incide sul nostro quotidiano. Una cronaca sincera e diretta della Barcellona di quegli anni.

Omaggio alla Catalogna, di George Orwell  (Oscar Mondadori)

Non si tratta di un romanzo, in realtà, ma è un altro libro che non può non essere citato. La guerra civile spagnola vista attraverso gli occhi di George Orwell, che arrivò a Barcellona nel dicembre del 1936 e finì presto per arruolarsi nelle file repubblicane e prendere parte in prima persona alla storia del paese. Le descrizioni della città, della sua atmosfera, e le vicissitudini al fronte, sono intense e appassionanti e non hanno nulla da invidiare a un romanzo. Un viaggio avventuroso fra le contraddizioni della storia, mosso da un profondo bisogno di giustizia e scritto in uno stile asciutto che lo rende ancora più efficace. L’esperienza personale dell’autore acquista un carattere universale e si fa al tempo stesso diario e riflessione teorica e storia.

Siamo proprio sicuri che i libri costino troppo?

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Ieri mattina mi sono alzata e mentre preparavo la colazione ho infilato nello zaino di mio figlio la ricevuta del pagamento per la visita al Museo della Musica: 24 euro.

Dopo aver lavorato, sono andata a fare la spesa, pasta, formaggio, uova, latte, biscotti, frutta e verdura: 47,20 euro.

Mentre tornavo a casa mi sono ricordata che sabato mio figlio va a una festa di compleanno e sono passata a comprare un regalo, una tazza con la cacca di Arale che farà furore: 14 euro.

Il pomeriggio avevo già comprato il biglietto per andare a sentire Colson Whitehead al CCCB (3,70 euro) così ho deciso di andare a Barcellona un po’ in anticipo. Arrivata in stazione ho comprato la T-10, che vale dieci viaggi: 34,45 euro.

Visto che diluviava e di passeggiare non se ne parlava, prima ho comprato un ombrello nuovo, perché quello che avevo si è rotto alla prima folata di vento (18 euro), poi ho commesso l’errore di entrare in un negozio da cui non riesco mai a uscire a mani vuote e con la scusa che ero congelata sono uscita con una sciarpa (bellissima!), per 19,70 euro.

Alla fine mi sono arresa, diluviava troppo, così ho saltato di pozzanghera in pozzanghera fino al CCCB dove sono arrivata zuppa e con un anticipo assurdo. Per fortuna avevo con me Le nostre anime di notte, comprato durante l’ultimo viaggio in Italia (17 euro). Così il tempo è volato fino all’arrivo di Colson Whitehead e poi fino all’arrivo a casa, sul treno affollatissimo del ritorno.

Devo fare una confessione, a questo punto: sono una di quelle persone che al momento di comprare un libro pensano “Orca, 20 euro, che caro…”. Lo penso soltanto e non lo dico, perché sono consapevole di averne anch’io uno in libreria che costa 16,40 euro e quindi so anche quanti di quei soldi vanno all’autore e quante spese ci siano dietro. Insomma, ho il buon gusto di tenermi quel pensiero per me. Ma lo penso lo stesso. E più di una volta dopo averlo pensato ho lasciato a malincuore il libro sullo scaffale, magari per poi spendere il doppio in una pentola o un maglione e senza farmi troppe domande.

Così ieri, mentre tornavo a casa con i piedi e i pantaloni fradici, stanca, schiacciata contro una ragazza che ha strillato nel cellulare e nelle mie orecchie per venti minuti, mi sono resa conto che di tutti i soldi spesi quel giorno, i 17 euro del libro erano quelli che avevano fatto davvero la differenza, mentre i personaggi di Haruf si ritagliavano un posto nel profondo dentro di me e mi concedevano di entrare nelle loro vite e nelle loro storie, di conoscere i loro segreti e vivere le loro emozioni più segrete, condividere i loro momenti di intimità intrufolandomi nella stanza e nel letto di Addie.

Nel tempo dedicato a leggere il romanzo, anche la mia storia personale diventava stranamente più interessante e più ricca, alcune delle emozioni e degli imbarazzi e delle tragedie dei personaggi davano un significato ai miei, mi permettevano di convivere in modo nuovo con la mia stessa storia e con le mie emozioni e i miei dubbi. Il romanzo in quelle poche ore ha reso tutto meno opaco, più importante, ha dato un senso diverso alla mia giornata, alle persone che mi circondavano e alle loro storie, ai piccoli dettagli che mi scorrevano intorno e che d’un tratto vedevo sotto una nuova luce. Come se fossi finita anch’io per magia a Holt, fra affetti, paure, cattiverie e piccoli gesti di coraggio che passano inosservati.

Non ho ancora finito il romanzo, quindi so che mi terrà compagnia ancora per diversi giorni. Insieme alla sciarpa, alla T-10, a quel poco che è rimasto della spesa di ieri (e con un po’ di fortuna anche all’ombrello, se durerà più del suo predecessore). E sì, certo, non posso negare che 17 euro in un’economia non disastrosa ma neanche da nababbi come la mia si facciano sentire. Ma mi ha scaldata più Haruf della sciarpa e mi ha fatto viaggiare più veloce e più lontano di quanto non abbia fatto la T-10.

Mentre tornavo spiaccicata come una sardina nel treno affollato, un signore sulla cinquantina dietro di me si lamentava di vivere da quindici anni in un seminterrato che lo obbligava a tenere sempre accesa la luce e di aver capito solo ora di non poterne più e di sognare un quarto piano e un terrazzino, a costo di dover rinunciare all’affitto stracciato che pagava nel seminterrato.

“Paghi per avere qualità di vita, è fondamentale” gli ha detto l’amica e lui ha annuito convinto.

Ho annuito anch’io, di istinto, e sono tornata alla storia di Addie e Louis.

Anche i libri migliorano la qualità della nostra vita. Qualunque libro, che si tratti di un classico o di un romanzo di evasione, di una storia raffinata e preziosa come quella di Haruf o di una storia raccontata per sommi capi ma in grado di emozionare comunque chi la legge.

Sono sicura che nessuno avrebbe esitato a consigliare a quel signore di cercarsi un altro posto dove vivere e dove poter guardare fuori dalla finestra. E allo stesso modo e per ragioni molto simili credo che nessuno, dopo essersi soffermato a pensarci, possa credere davvero che 20 euro sia un prezzo troppo alto per guardare fuori dalla finestra, gettare una luce nuova sulle nostre giornate e avere una qualità di vita migliore.

La misura della lettura

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«Sai qual è il vero problema con gli e-reader?»

«Ho la sensazione che stai per rivelarmelo», borbotta Amelia, senza alzare lo sguardo dal suo  libro cartaceo.

«Tutti pensano di avere buon gusto, ma la maggior parte della gente non ce l’ha. Direi anzi che la maggioranza ha gusti pessimi. Se lasciata a se stessa, sola col suo aggeggio, legge porcherie e non se ne accorge neppure.»

«Sai qual è il bello degli e-reader?» chiede Amelia.

«No, mia cara signora-lato-positivo, e non voglio saperlo.»

«Be’, per quelle di noi i cui mariti stanno diventando ipermetropi, e non faccio nomi; per quelle di noi i cui mariti stanno raggiungendo la mezz’età e stanno perdendo la vista; per quelle di noi i cui mariti sono individui patetici…»

«Vieni al punto, Amy!»

«Un e-reader permette alle sfortunate creature di cui sopra d’ingrandire il testo quanto vogliono.»

Gabrielle Zevin, La misura della felicità, Nord, 2014.

L’amore pigro

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L’amore dei padri è pigro. Arriva fin dove arrivano le braccia, fin dove riescono a toccare, è come la pozza di luce di una lampadina, non riesce a spingersi oltre il cerchio che proietta. Le madri sanno amare anche dove non vedono e non sanno. I padri no. I padri amano con gli occhi e con le mani, e quando hanno paura di non stringere più nulla lasciano che il loro amore si trasformi in gelosia e in rancore. Perché sei scappata via, perché ti sei portata via il loro cuore, perché sei cresciuta.

Ferma nel suo studio, Giulia capì che il padre in realtà non era arrabbiato con lei, era arrabbiato con se stesso, perché non era più capace di amarla. O forse sì, forse ne sarebbe stato ancora capace, solo che lei avrebbe dovuto farsi piccola e tornare sotto la sua luce, e lei non l’aveva mai fatto, perché non sarebbe stato giusto. Eppure in quel preciso istante non desiderava altro che tornare piccola, un palmo di carne grande quanto il cuore di suo padre, delle dimensioni adatte per il suo amore pigro e spaventato.

Mara Roberti, Frittata alle ortiche, Emma Books.

Frittata alle ortiche

Effetto movimento

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Foto jamelah e. (CC)

Viaggiare, spostarsi, fermare il tempo nell’obiettivo, inseguire il controllo e poi perderlo, ma sforzarsi sempre e comunque di decidere della propria vita. Oggi l’ospite speciale del blog è Edy Tassi, la simpaticissima e inarrestabile autrice di Effetto domino:

Nel giro di qualche giorno lei sarebbe ripartita. Suo padre amava cambiare. Quando la sorte non girava, lui faceva le valigie e si trasferiva altrove, inseguendo la fortuna, fiutandola nell’aria. Ma quel continuo trasferirsi non lasciava spazio a sogni romantici. Finché suo padre l’avesse costretta a quella vita, non ci sarebbero state storie d’amore per lei. Solo incontri passeggeri, solo amicizie superficiali.

Si era infilata sotto l’acqua. Lo shock termico l’aveva paralizzata per qualche istante. Ma le aveva anche sgombrato la mente.

Basta sogni, basta illusioni.

Non si sarebbe più avvicinata a nessuno. Non avrebbe più permesso a nessuno di farle del male.

E per un po’ ci era riuscita. Niente contatti, se non superficiali. Niente legami. Niente rapporti con nessuno. Aveva tirato fuori la macchina fotografica che suo padre si limitava a spostare da un albergo all’altro e aveva cominciato a scattare foto a qualsiasi soggetto la interessasse. Così occupava il tempo libero fra una lezione e l’altra, fra un viaggio e l’altro. Il mirino era diventato il suo terzo occhio, l’inquadratura della macchina fotografica il suo nuovo campo visivo.

E pian piano, la fotografia si era rivelata più di un passatempo. Era diventata un modo per creare qualcosa su cui lei avesse il controllo, in una vita dominata dai capricci e dalle assurde illusioni di suo padre.

Edy Tassi, Effetto Domino, Harlequin Mondadori, 2015

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Donne e scrittura

masella

Il confrontarsi delle donne con la scrittura pubblica è uno dei punti fondamentali del femminismo e si dimostra essenziale nella lotta contro l’oblio e l’effimero.

Duby e Perrot, Storia delle donne. L’Ottocento (pag 491).

Incontrato per caso da Maria Masella.