Non è vero, ma ci credo: il prossimo tasto di Facebook

Foto Nicholas Erwin
Foto Nicholas Erwin

Ora che il caro Mark Zukky ha annunciato al mondo l’arrivo del pollice verso, che tutti volevano e che nessuno saprà come usare, è giunta finalmente l’ora di introdurre un’altra icona imprescindibile nell’universo social: Non è vero, ma ci credo. Perfetta per tutte quelle balle clamorose che spargiamo in giro per le bacheche altrui quasi senza più neanche accorgercene. Al punto che secondo me, quando le scriviamo, ci crediamo davvero. Per esempio:

. “Bellissima”, “Sei uno schianto”, “Meravigliosa”. E sopra non c’è mica la foto di Bo Derek. La bellezza è negli occhi di chi guarda, si sa, ma a volte la foto in questione non rende neanche giustizia al soggetto ritratto. Eppure non ce n’è, se siete appena passabili, il giusto, neanche tanto, fioccano complimenti di quelli che il nostro ego ci campa per un anno.

. “Congratulazioni.” “Ho sempre saputo che sarebbe arrivato questo momento.” “Sono felicissima per te.” Roba da discorso della tua migliore amica il giorno del tuo matrimonio. E invece no. Hai appena annunciato di aver vinto il concorso letterario della parrocchia e chi ti risponde ti ha chiesto l’amicizia da un paio di giorni e non ti ha mai vista in faccia. Il successo è social. Si condivide anche quello. Altrimenti che gusto c’è?

. “Sono con te.” “Hai tutte le ragioni del mondo.” “Chi non ti ama non ti merita.” “Fregatene e lascia correre.” Quest’ultima è la mia preferita, come fare a fregarsene e a lasciar correre, quando sotto il post in questione c’è un diluvio di commenti, tutti inneggianti al linciaggio, altro che peace and love o lo zen e l’arte dei social.

Il punto, con tutte queste frottole, è che quando le scriviamo ci crediamo davvero. Fa parte del gioco. No, certo che non è bellissima, ha le occhiaie e sembra che abbia cinque chili di troppo, ma non importa. E no, in realtà non è che ci cambi la vita che Marta, ah, no, Marina, abbia vinto il secondo premio al concorso di poesia del campetto, ma perché non prenderci anche noi un briciolo della sua gioia, già che siamo qui? E anche se non può fregarcene di meno se una perfetta sconosciuta ha litigato con chissà chi, chissà quando e per chissà quale motivo, che cosa c’è di più irresistibile di qualcuno che ha bisogno di essere consolato?

Non importa quello che scriviamo, importa il bisogno di crederci. Ci siamo collegati a caccia di emozioni e non ce ne andremo finché non le avremo trovate. Allora, Zukky, dai, stacci a sentire anche questa volta, aggiungi un altro ditino in posizione scettica e rassegnata.

Ci sentiremmo un po’ tutti come se ci avessi dato finalmente le chiavi di casa. Come utenti maturi, degni della tua fiducia. Mettici alla prova, Zukky, siamo più intelligenti di quello che sembriamo. Ti stupirebbe scoprire quanto. Provare per credere. O non credere.

Sette post che funzionano (quasi) sempre

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Foto Misspixels
  1. Quelli con la vostra foto. Non importa se siete giovani e belli (anche se aiuta). Non importa quanto sono professionali i vostri contatti. Facebook nasce per farsi i fatti altrui e tale rimane. Servite la vostra vita su un post e diventerà d’argento. L’arte, in questi casi, è riuscire a raccontare di sé senza raccontare niente di sé. La community è assicurata.
  2. Quelli polemici. Tutti dicono di odiare le polemiche ed è quasi sempre vero. Ma tutti ci si buttano a pesce. La tentazione è troppo forte. Qui però non c’è arte che tenga. Un post funziona. Il secondo forse anche. Ma al terzo avrete stufato e a seguirvi saranno i pochi che nelle polemiche ci sguazzano davvero. Che di solito non sono una compagnia piacevole.
  3. Quelli autoironici. Il trucco è riuscire a ridere di voi stessi, senza per questo perdere fascino e carisma, anzi, acquistandone nel momento stesso in cui lo fate. Diventare l’eroe dei nerd, dei nevrotici, degli imbranati e degli outsider, ma mai quello dei pessimisti, dei rinunciatari e dei vittimisti. Ci riescono in pochi, ma quelli che ci riescono possono contare su vagonate di like e di gratitudine.
  4. Quelli in cui esprimete ammirazione per qualcuno. Che lo facciate con l’entusiasmo dell’amica o con quello della scoperta, le dimostrazioni di stima su Facebook sono rare e spesso bene accette (oltre che condite da un pizzico di invidia). Ma fatelo solo se pensate davvero quello che scrivete e spiegate perché.
  5. Quelli che richiedono un piccolo sforzo di interpretazione. Quasi sempre sono post in cui il testo dice una cosa e l’immagine un’altra, lasciando un piccolo vuoto di significato che può essere riempito solo nella testa di chi legge e che fa scattare automaticamente il like (“Capito!”), come se fosse il pulsante di un concorrente televisivo. Non è necessario ricorrere a grandi artifici retorici. A volte basta il fattore sorpresa.
  6. Quelli cinici. Sono l’altra faccia dei gattini, risvegliano la piccola carogna che c’è dentro ciascuno di noi. Quando sono intelligenti, originali e misurati, quasi garbati, sono in grado di scatenare piccole rivoluzioni, oltre a essere spassosi. Unica avvertenza, i commenti fanno quasi tutti a gara a chi è più divertente del padrone di casa. E a volte ci riescono.
  7. Quelli in cui chiedete aiuto. Che abbiate bisogno di un consiglio su come cambiare le impostazioni del profilo, di una ricetta, di un rimedio per il mal di piedi o di trovare la borsa per la spiaggia messa via l’inverno prima, è incredibile quante persone cercheranno di risolvere il vostro problema, desiderando sinceramente esservi utili, che vi conoscano o meno, non importa. Certo, c’è il rovescio della medaglia. Se chiedete un rimedio per un problema alle spalle, almeno la metà vi consiglierà un massaggiatore di un’altra città, qualcuno si sbaglierà e vi spiegherà nei dettagli come curare la pelle, qualcun altro insisterà perché prendiate un farmaco anche se avete precisato che volete un rimedio naturale, e probabilmente ne nascerà un’accesa discussione sull’efficacia dei rimedi naturali. Ma con un po’ di fortuna arriverà anche il rimedio giusto e male che vada ci si sentirà un po’ meno soli.
  8. Quelli fortunati. Che non rispettano nessuna regola, sembrano votati all’insuccesso, troppo colti, troppo banali, troppo di parte, troppo sentimentali, e invece, per qualche ragione misteriosa, fanno scattare una sintonia immediata con chi ci legge, una prossimità inspiegabile, un’affinità destinata a durare il tempo di una condivisione, ma sincera. Ecco, forse la chiave è proprio quella, la sincerità. E in quei casi, per quanto rari siano, pensiamo sollevati che forse è valsa davvero la pena di sprecarci tante ore, su questi benedetti social.

Il social è rosa

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“Tanti auguri! Perché non ti regali un ebook? Ovviamente sto parlando di un bellissimo libro… il mio! Ne vuoi sapere di più?” (messaggio privato)

“Io mi sto leggendo, e voi?” (in bacheca, con foto dell’autore del post intento a leggere il proprio libro e una cinquantina di tag)

“Ciao! Ho appena scritto un libro e sono sicuro che ti interesserà, è proprio il tuo genere!” (messaggio privato)

Vediamo se indovinate che cos’hanno in comune questi tre messaggi… Sono stati tutti e tre scritti da uomini! È una costante, ormai verificata: se qualcuno ti piazza il suo libro in bacheca o fa avance letterarie in privato, 9,99 volte su 10 è un uomo.

Non sto dicendo che le donne non facciano spam, ci mancherebbe, lo fanno eccome, ma in tutt’altro modo. Le donne si intrufolano nei commenti ai post altrui, si autoinvitano in decine di gruppi, copertina del romanzo in bella vista, si autocitano. Ma si consigliano a vicenda, anche. Si aiutano. Si fanno promozione. Sono inarrestabili, certo, ma collaborative. Fanno rete, appunto.

Gli uomini no. Gli uomini quando devono parlare di sé invadono gli spazi altrui, e più sono privati più sembrano ringalluzzirsi. Sono pronta a scommettere che siano davvero convinti che io debba leggere il loro libro, che non possa farne a meno, che è impossibile che non finisca per amare follemente la loro scrittura.

Per quanto sembri assurdo, in questa parodia del rapporto amoroso ho trovato le chiavi di lettura di alcune degenerazioni dei comportamenti di coppia. La ferocia degli uomini respinti, gli abusi, la tracotanza. I palpeggiamenti in autobus non sono poi molto diversi da una foto di se stessi leggendo il proprio libro sbattuta nella mia bacheca. Il principio di fondo è molto simile: prendilo, lo so che ti piace, bellezza.

Ovviamente non tutti gli uomini sui social sono così, anzi, grazie al blog, curiosamente (considerato che è un blog femminista, sui generis, certo, ma pur sempre femminista), ne ho conosciuti di molto interessanti, collaborativi, oltre che intelligenti e cortesi. Una rarità, però, sui social, va detto.

In un post sul blog di Emma Books intitolato Il rosa è conservatore o progressista? rispondevo alla domanda concludendo che il rosa è social. Oggi sono convinta che sia vero anche l’inverso.

Perché gender o non gender, e con buona pace delle poche mosche bianche maschili che vale la pena di avere fra le proprie amicizie, la collaborazione, la condivisione, il chiacchiericcio sfrenato e indiscriminato sono un dono tutto nostro.

Il social è rosa, signori.

Voi farete anche gol, ogni tanto. Ma quando si tratta di fare rete, le donne non le batte nessuno.

Caccia allo Strega

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Da quando Nicola Lagioia ha vinto lo Strega, su Facebook stiamo assistendo a un curioso fenomeno: l’Antifascetta, la stroncatura senza cognizione di causa, lo strillo che si fa vanto della propria assenza di argomentazioni e della mancata lettura del libro. Il giudizio insomma espresso con la stessa faziosità, arbitrarietà e inventiva di una fascetta promozionale, solo di segno opposto.

Non mi riferisco soltanto ai post in cui ci si accanisce, di solito con un livore esagerato, contro qualche frase di La ferocia, prontamente estrapolata dal contesto ed esposta al pubblico ludibrio stile quiz: “chi riesce a capire il significato di questa frase?” Circola anche una foto in cui si riportano alcune righe con contorno di punti esclamativi, insieme all’accorata opinione di una cara “professoressa, di quelle che non ne fanno più così”, che segnala il paragrafo in questione “tra lo sconvolto e l’indignato”. E giù commenti altrettanto sconvolti e indignati, derisori nei migliori dei casi, volgari nei peggiori, sulla prosa di Lagioia.

Solo in un caso, trattandosi della pagina di una persona che stimo, ho deciso di dare la risposta al quiz e di dimostrare come le frasi in questione avessero un senso eccome, anzi, più di uno, a ben vedere. Ma il punto non è questo. Non spetta a me difendere la prosa di Nicola Lagioia (un susseguirsi di percorsi di significato nettissimi, secondo me, di una precisione chirurgica, e al tempo stesso incredibilmente sensoriali, in cui non c’è mai una parola di troppo), proprio come non spettava ai commentatori di Facebook distruggerla senza altro argomento che il “io non la capisco” e, inutile dirlo, senza aver letto il romanzo. Il punto è l’evolversi e il proliferare dell’eco. Ne ho parlato in L’eco di Eco: il messaggio nell’era dei social non è più il messaggio in sé, ma l’eco di quel messaggio. Non importa la fonte, non importa il contesto, importa quel ritaglio più o meno corrotto che riportiamo e che verrà a sua volta riportato, condiviso, commentato, perdendo ogni legame con la forma originaria, proprio come la frase di Lagioia ha perso ogni legame con il libro da cui è stata estrapolata.

Questi sfoghi inneggianti al rispetto della lingua italiana (che dovrebbe secondo qualcuno sporgere addirittura “denuncia per stalking”) da parte di chi non la sa evidentemente piegare alla propria volontà espressiva con la stessa violenza, abilità e ferocia di Lagioia, hanno qualcosa della caccia alla strega, nella loro ansia di distruggere ciò che si ignora e non si arriva a capire. Che si tratti dell’establishment letterario o delle tante strade che può prendere la lingua italiana.

Non c’è bisogno di scomodare la dotta ignoranza di Socrate, con grande sollievo di chi vuole essere rassicurato dalle cose semplici. Basta ricordarsi quel che ripetono le mamme a tavola: “Non si dice fa schifo, si dice non mi piace”. Anche sui social, a volte, la democrazia va a braccetto con la buona educazione.

Chi è senza peccato lanci il primo download

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Ogni tanto, dopo aver scritto la lista della spesa, mi stupisco di non trovare il pdf già scaricabile on line da qualche sito di pirateria (cosa che peraltro mi farebbe un gran comodo, considerato che di solito dopo averla scritta la dimentico a casa). Questo per dire che non c’è bisogno di essere famosi per essere piratati, succede un po’ a tutti, un altro dei vantaggi di questa strana forma di democrazia digitale.

La prima volta che ho trovato un mio libro piratato ero quasi orgogliosa (ma era prima di capire che piratano cani e porci), la seconda ho provato qualcosa di molto simile all’umiliazione. Era Le regole degli amori imperfetti, in cui c’è molto di me, comprese le ore che ho dedicato a riscriverlo almeno tre volte. È stato un po’ come impiegare un giorno intero a fare la torta migliore che sai fare e vederla spiaccicata sotto le ruote di un camion. Quindi, sì, certo, condivido appieno il post di Valentina D’Urbano sugli scaricatori seriali. E ogni volta che ho affrontato l’argomento ho detto anch’io che un’alternativa esiste e sono le biblioteche, dove almeno le copie vengono conteggiate. Ma…

Sì, c’è un “ma”. Un ma grosso come una casa, a dire il vero. Anzi, lungo come tutti i film che una mia amica ogni tanto ha visto di straforo on line. I documentari. Qualche canzone. Le immagini! Quanti scrittori pronti a indignarsi per i pdf scaricati illegalmente usano immagini protette da copyright per promuovere i loro libri?

Allora? Come la mettiamo adesso?

Io continuo a consigliarvi le biblioteche (biblioteche che peraltro danno in prestito anche i film che la mia amica ha visto gratis) o la strategia Ryanair per il prezzo degli ebook (si veda il mio post qui) e continuo a sentirmi un po’ umiliata quando vedo il frutto del mio lavoro lì in bella mostra su qualche sito equivoco. Ma non accuso più nessuno. Non me la prendo più. Piuttosto chiedo a chi leggerà il mio libro, anche gratis, di consigliarlo se gli è piaciuto, di parlarne, di dargli un’eco (che secondo la mia teoria equivale al messaggio, nell’era dei social). Non è facile per me dirlo e sarà ancora meno facile provare a pagare la mia padrona di casa con l’eco dell’affitto, ma credo che sia la cosa più onesta che posso fare. Oltre a consigliare caldamente alla mia amica di scaricare qualche film in meno illegalmente.

Perché l’onestà è contagiosa. Perfino più dei virus che rischiate di beccarvi scaricando il mio libro gratis.

L’eco di Eco

Photo by Steve Rotman, CC

Quando si parla di “legioni di imbecilli” probabilmente ci si sente tutti chiamati in causa, perché si scatena il finimondo.

E così ieri sui vituperati/amati/odiati/incompresi social network fioccavano i commenti sull’uscita di Umberto Eco all’università di Torino. Se ve la siete persa, ecco la parte più commentata e discussa: “Il fenomeno dei social network da un lato è positivo, perché permette alle persone di rimanere in contatto tra loro, ma dall’altro canto dà diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Ora questi imbecilli hanno lo stesso diritto di parola dei Premi Nobel”. Il resto del discorso non ve lo riporto, primo perché non l’ho trovato da nessuna parte, e secondo perché confessatelo, che vi frega del resto del discorso? Il punto non è parlare di quello di cui gli altri hanno parlato?

No, non lo dico per fare polemica. Perché quello che non spiega Eco (e sì, mi vergogno un po’ a fare le pulci a Eco, ma in quanto imbecille nell’era dei social ho anch’io i miei privilegi) è che sui social non è quello che dice la gente che conta. Ma la sua eco. Curioso, no? Quando si dice, nomen omen.

Un tempo si diceva che il medium era il messaggio (e il massaggio), ora il messaggio non è più neanche questo, ora il messaggio è l’eco. Quel moltiplicarsi imprevedibile, che sfugge a ogni controllo perché è in mano alle legioni di cui sopra e anche a una buona dose di imprevisto e di caso (basti pensare che i primi commenti sono decisivi, per esempio, e decidono degli altri, in una rifrazione continua e inarrestabile del messaggio originario, ormai dimenticato). Quello che conta insomma non è il diritto di parola che, ehm, esisteva anche prima. A danneggiare la comunità non è chi esprime la propria opinione (altro diritto che, ehm, esisteva già), è la comunità stessa, nel momento in cui si fa eco di quel messaggio, bicchiere di vino o meno.

Non mi metterò a fare discorsi di semiotica con Umberto Eco (sono imbecille, ma non fino a questo punto), solo da umile frequentatrice del web sono convinta che finché continueremo ad applicare categorie superate a quel magma incontrollato e incontrollabile che sono i social e il digitale, sarà come cercare di acchiappare l’acqua con un retino. L’acqua resta fuori e dentro ci troviamo, che so, un pesce rosso. Un po’ quello che succede quando sui giornali leggiamo titoli come “l’ironia dei social” o troviamo citati Facebook e Twitter solo se c’è di mezzo qualche vicenda gossip e scandalistica. Il pesce rosso, appunto.

Non saranno le legioni di imbecilli di Eco, ma siamo comunque dalle parti dello scemo del villaggio. Globale o meno.

Tu sei l’unico libro per me

Photo by Alexandre Duret-Lutz, CC
Photo by Alexandre Duret-Lutz, CC

Uno degli equivoci in cui si può cadere parlando dei social è affermare che siano “spersonalizzanti”. Forse era vero un tempo, ma adesso i social fanno esattamente il contrario, ossia rendono tutto estremamente personale, senza neanche bisogno di conoscersi.

Provate a postare la foto di una spiaggia esotica e poi ripostate quella stessa foto scrivendo che lì avete trascorso la migliore vacanza della vostra vita (o se volete giocare un po’ sporco, che lì avete fatto il sesso più sfrenato della vostra vita). E poi contate i like e i commenti. Se scrivete che a colazione avete mangiato una brioche fantastica e vi siete macchiate con la marmellata avrete più like che se scrivete che qualche famoso uomo d’affari si è macchiato di un crimine che è costato la vita a decine di persone.

I social sono personali, eccome. Sono personali quando ficcano il naso nella vita altrui e lo sono, ancora di più, quando affondano il dito nelle nostre emozioni come un amo nella pancia di un pesce. E fin qui, direte voi, sai che scoperta. E soprattutto, che cosa c’entrano i libri?

C’entrano. Nei dati sull’editoria forniti al Salone del Libro fra i settori in crescita c’erano il mercato online, i libri per ragazzi e le librerie indipendenti. E a questo punto qualcuno ha levato grida di giubilo per l’auspicato ritorno dei libri di qualità.

Auspicato è auspicato, non c’è dubbio. Ma secondo me con la crescita delle librerie indipendenti c’entra fino a un certo punto. I dati Nielsen sull’editoria svelano in realtà uno scenario non molto diverso dalla tendenza alla customization che impazza nei settori più disparati (si veda il nome sul barattolo della Nutella a cui ho accennato in questo post). Non a caso si registra anche una crescita della letteratura “di nicchia” e il calo del libro generalista.

Il lettore vuole libri che siano fatti per lui, che gli diano del tu, o meglio, a cui poter dare del tu. Il legame con il libro non può più aspettare il momento in cui inizieremo a leggerlo. Deve scattare prima dell’acquisto.

I lettori che entrano nelle piccole librerie non lo fanno solo perché cercano libri di qualità, lo fanno soprattutto perché vogliono che il libro che stanno per comprare si rivolga a lui, abbia qualcosa a che vedere con lui. Proprio come la Nutella personalizzata, la cover dell’iPad o la bacheca di Facebook, in un certo senso.

Lunga vita alle librerie indipendenti e ai libri di qualità, non c’è neanche bisogno di dirlo. Ma se puntare su testi di qualità è difficile, sarà ancora più difficile trovare il modo di dare voce ai libri prima ancora che siano aperti, non confondere le strizzatine d’occhio del marketing con le pacche sulle spalle di un libro che, volente o nolente, con buona pace dei più conservatori, quando arriva sugli scaffali della libreria ha già avuto più vite dei gattini di Facebook e sa già quali lettori lo degneranno di una seconda occhiata e quali no.