E se Cenerentola fosse la favola più ribelle di tutte?

child-1244531_960_720Una giovane dalla vita sfortunata, costretta a dimenticare i propri sogni di felicità a colpi di straccio e di scopa. Le persone che la circondano non fanno che ricordarle qual è il suo posto e sono decise a impedirle di realizzarsi ed essere felice. Ma lei non demorde, insiste, tiene duro e, complici alcuni amici molto speciali, riesce ad arrivare dove si era ripromessa e una volta lì, si trasforma. È bellissima, irresistibile, sa di poter ottenere tutto quello che vuole. E infatti se lo prende.

Non è anche questa una favola perfetta per bambine ribelli? In cui la protagonista si ribella a quello che il destino sembra aver scritto per lei? Non solo. Ci ritroviamo alcuni dei temi fondamentali del femminismo e della battaglia che ciascuna donna deve combattere per trovare la propria strada: la solitudine che ti si spalanca intorno nel momento in cui reclami il diritto a fare di testa tua, il senso del dovere imposto a forza contro il piacere, la necessità di essere ostinata e non mollare mai, anche quando il sogno sembra ormai perduto e impossibile realizzare.

Che cosa cambia, allora, se per riuscirci servono dei topolini che si improvvisano sarti, una zucca che si improvvisa carrozza e una fata che per un pelo non si lasciava il vestito nella bacchetta? E che cosa cambia se il sogno della protagonista era sposare il principe azzurro? Non è questa la parte più importante. L’importante è quello che fa per riuscirci, che ci creda fino in fondo, che non molli mai. È questa la lezione che Cenerentola ha lasciato alle bambine di mezzo mondo (insieme a una pessima reputazione per le matrigne). Il principe è un simbolo, poco di più. Potremmo scambiarlo con un viaggio, con un bel lavoro, con una casa e la storia non cambierebbe poi più di tanto.

Lo dimostra il fatto che i bambini e le bambine non amano Cenerentola perché lei alla fine sposa il principe. Della favola nella versione Disney ameranno soprattutto i topini, l’apparizione della fata smemorata, la cattiveria e la ridicolaggine delle sorellastre. Ameranno tutto ciò che li ha emozionati e li ha fatti ridere, quindi l’ingiustizia e poi l’arrivo al ballo e il riscatto tanto a lungo sognato. Proprio come chi scivola e si affanna sul palo della cuccagna non lo fa perché sa che in cima troverà un prosciutto o una bottiglia di spumante, lo fa per l’ansia e il piacere di vincere. Il principe delle favole, insomma, è un po’ il nostro prosciutto. Dice un paio di battute, non si fa notare troppo, nel complesso ha il carisma di un merluzzo sotto sale, ma è lì, a indicare il traguardo, la fine della storia.

Altro che castelli e bianchi destrieri, niente ci ha preparate alla futura convivenza come un principe che da solo non trova neanche le armi, se qualche fatina irriverente non gliele piazza in mano, che prima ti bacia e poi ti chiede come ti chiami, che è convinto di essere il protagonista solo finché le donne della storia glielo lasciano credere e fanno tutto il lavoro sporco al posto suo. Non ricordo il volto di un solo principe delle favole Disney, ma riconoscerei ovunque una delle principesse. Non è emancipazione, questa, in un certo senso? Non c’è bisogno che alla fine la protagonista apra un ristorante come avviene in La principessa e il ranocchio, non è neanche necessario che lei alla fine diventi una famosa tennista o una pittrice. Quello che importa è la magia, è la fiaba, è credere nella possibilità che il sogno si avveri, se ci metti tutta te stessa e tieni duro, nonostante tutto. Quello che conta è sapere che ciascuno ha la propria favola e il diritto di viverla fino in fondo.

Non è quel che si racconta, insomma, ma come lo si racconta. Generazioni di bambine si sono identificate in Mowgli e in Peter Pan e perfino in Bambi, senza avere bisogno di un corrispettivo femminile. È la storia a fare la differenza, il modo in cui vengono distribuite le informazioni, la posta in gioco, i conflitti, la dimensione emotiva. Se la storia funziona, se ti coinvolge, se ti emoziona, se ti permette di identificarti, non importa più che il protagonista sia un maschio o una femmina. Non c’è neanche bisogno che sia una persona. Sono sempre le parole a compiere la magia, non la storia edificante che vogliono raccontare.

Una favola ben raccontata è ribelle e rivoluzionaria, a prescindere dal sesso dei suoi protagonisti. Basta che scatti la magia, che la storia ci porti con sé, che ci insegni a superare i nostri limiti e a realizzare le nostre aspirazioni. Che ci convinca che abbiamo il diritto di inseguire i nostri sogni, sempre e comunque, senza lasciarci scoraggiare dalle matrigne crudeli o dai lupi cattivi.

Una favola ben raccontata è sempre femminista, a modo suo, perché non c’è niente di più femminista che credere nell’impossibile e trasformarlo in realtà.

Lo stesso figlio

ipe-yellow-1741843_960_720Eppure è sempre lui.

È lo stesso figlio a cui hai portato il monopattino in spalla al ritorno da scuola fino a un’età scandalosamente avanzata, quando avrebbe potuto farlo tranquillamente da solo. Perché poverino, quando esce è stanco morto.

È lo stesso figlio per cui hai litigato con la tua migliore amica, perché sua figlia lo prendeva sempre in giro per le orecchie a sventola e lui poi ci stava malissimo (le donne sono tutte troie, amore mio, tutte tranne la mamma).

È lo stesso figlio a cui hai sempre fatto trovare la mela già tagliata e a fettine sottili, perché così è più buona. Lo stesso a cui tagliavi la crosta del toast e a cui passavi il mandarino una fetta dopo l’altra, in modo che potesse correre con i suoi amici mentre faceva merenda e prendesse abbastanza vitamine.

È sempre lui.

È lo stesso figlio a cui hai permesso di mettere il canale dei cartoni animati mentre tu leggevi le notizie sullo schermo del cellulare. Fino a quando non ha voluto giocare con il tuo cellulare e ti ha lasciato il telecomando. È lo stesso figlio per cui hai rinunciato a viaggiare finché non l’hai portato a Disneyland. Lo stesso figlio con cui hai passato pomeriggi interminabili a ripassare la tabellina dell’otto e la fotosintesi.

È lo stesso figlio a cui hai cercato di costruire intorno la migliore delle vite possibili, perché a soffrire si fa sempre in tempo e che la vita fa schifo lo scoprirà da solo e più tardi è meglio è.

È lo stesso figlio che da un giorno all’altro è cresciuto e ha iniziato a scrollarsi il tuo amore dalle spalle con un gesto infastidito. Lo stesso figlio che adesso ha solo voglia di imparare a sbagliare e di farlo da solo. Lo stesso figlio che sbatte la testa contro limiti inesistenti cercando se stesso, soffiando e sbuffando come un animale in gabbia, cercando la lite e un posto per quella rabbia nuova che si è scoperto dentro e a cui sembra aver dato il tuo nome. O il nome del suo affetto per te.

Lo stesso figlio che gira la faccia quando provi a chiedergli un bacio, a cui riesci a malapena a raddrizzare il colletto prima che esca con gli amici. È lo stesso figlio che adesso si nasconde dietro la porta chiusa e ti lascia il telecomando del televisore e anche il cellulare, perché il suo è più veloce e ha più memoria.

Lo stesso figlio che adesso non devi più andare a prendere da nessuna parte e che ti ha svuotato le giornate di colpo, lasciandoti con un sacco di tempo libero e nessuna idea di come utilizzarlo. A parte imparare da capo a fare la mamma e a fare la donna, a nascondere la premura dietro i divieti, a scivolare sullo sfondo della sua vita buttando qua e là regole incerte e speranzose. A parte fare lo yo-yo fra i suoi bisogni improvvisi e i suoi divieti.

Mentre scopri che l’amore di una madre è sempre troppo o troppo poco. E ti viene il dubbio improvviso che non si nutra affatto di sacrifici e preoccupazioni come hai sempre pensato. Che in realtà si sia sempre nutrito soprattutto di ricordi. In una rincorsa al contrario in cui più ci si affanna e più ci si allontana da quell’amore perfetto e impossibile da cui è cominciato tutto.

Allora d’accordo, ricominciamo tutto da capo. Tutto al contrario. E se potessi tornare indietro glielo lasceresti portare da solo il monopattino su per le scale, anche se vederlo sudare e affannarsi è più difficile che spaccarsi la schiena per farlo al posto suo. Perché hai scoperto che il regalo più prezioso che puoi fargli non è difenderlo dalla paura e dalla fatica e dal resto del mondo, ma lasciare che il sorriso orgoglioso che gli illumina il viso quando è arrivato in cima sia soltanto suo.

 

I bambini non si possono fare con il cuore?

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“Mamma, perché i maschi sono diversi dalle femmine?”

“Perché così possiamo riprodurci, avere dei bambini e fare in modo che la specie non si estingua.”

“E i bambini non si possono fare con il cuore? O con il cervello?”

Nella mia immaginazione, avrei avuto grandi conversazioni esistenziali con i miei figli seduta a tavola, in una cucina inondata di sole, davanti a una fetta di torta appena sfornata e a una tazza di cioccolata, magari. Io avrei avuto un’aria interessata e paziente e loro mi avrebbero ascoltato bevendosi ogni parola che mi usciva dalle labbra.

Ma l’educazione dei figli è quella cosa che succede mentre tu stai facendo grandi progetti su come educare i tuoi figli. Non avrei mai pensato che mi avrebbero rivolto le domande cruciali mentre li obbligavo a lavarsi i denti, mentre infilavamo la giacca di corsa per correre a scuola o mentre procedevamo all’eterna perlustrazione alla ricerca di lendini e pidocchi. Il che significa fra l’altro che io più che un’aria paziente avevo quasi sempre un’aria stressata, scocciata e vagamente isterica.

Ho imparato presto che in questi casi non si può sperare di cavarsela con un “Ne parliamo dopo”, come faccio con quasi tutte le altre domande critiche (tipo “Posso andare a dormire a casa del mio amico che ha il padre alcolizzato e la madre depressa cronica?”). O adesso o mai più. L’espressione “cogliere l’attimo” secondo me è stata coniata proprio per le conversazioni con i figli.

Tutto questo per dire che lo so, non era il massimo come risposta, ma provate voi a trovare qualcosa di meglio mentre state allacciando una stringa con una mano e strizzando il tubetto di dentifricio stitico con l’altra, sapendo che dovreste già essere usciti di casa da dieci minuti per avere qualche remota speranza di portare il pargolo puntuale a scuola.

Poi per fortuna se ne escono con frasi come queste e tu pensi che in realtà hai più bisogno tu delle loro risposte che loro delle tue. Sì, tesoro, sì, hai ragione, i figli si possono fare con il cuore. E con il cervello. Anzi, si devono fare con il cuore e con il cervello. Più con il cuore, forse, perché se dovessimo farli con il cervello altro che calo delle nascite.

Te lo ricorderò quando sarai più grande, quando i ruoli saranno invertiti, quando mi rinfaccerai tutti i miei sbagli, compreso probabilmente il fatto di aver ridotto tutto alla sopravvivenza della specie. Quando ti telefonerò e non mi dedicherai più di cinque minuti perché sarai occupato con la tua famiglia, quando ti darò il tormento su mille questioni ininfluenti perché sarà l’unico modo per tenerti al telefono, quando ce l’avrai con me per averti amato troppo o troppo poco e averti incoraggiato troppo o troppo poco, e averti difeso troppo o troppo poco.

Chissà se te ne ricorderai. Chissà se capirai. Quando ti dirò che i figli si fanno con il cuore. E tu probabilmente sbufferai e mi risponderai che con il cuore mica gli dai da mangiare, che mica puoi mandare il cuore ad accompagnarli in venticinque posti diversi alla settimana, che per me è facile, qui da sola in una casa vuota, mettermi a dare lezioni di vita.

E io penserò a quel mattino in cui ti lavavi i denti e mi guardavi con gli occhi grandi e mi dicevi che in fondo potremmo anche essere tutti uguali e fare i figli con il cuore. E avevi già capito tutto e non lo sapevi.

Mamma, ti spiego come funzionano i social

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Foto Laser Burners (CC

Siamo dei dinosauri. Ammettiamolo. Siamo dei dinosauri nostalgici e testardi, convinti che il mondo non sia cambiato, che ci sia solo qualche interferenza nelle trasmissioni ogni tanto.

Insegniamo ai giovani come usare i social come tanti raccattapalle che spiegano a Nadal come tenere la racchetta da tennis. Tuoniamo contro i pericoli di Facebook mentre gli adolescenti corrono tutti a usare Snapchat e Instagram e WhatsApp, e scrivono stati che durano meno del battito d’ali di una farfalla e del tempo che ci vuole a noi per capire dove è finita l’icona di Messenger dopo l’ultimo aggiornamento.

Siamo un po’ patetici, ammettiamolo, quando ci ricordiamo a vicenda l’importanza di controllare i loro cellulari regolarmente, come se servisse davvero a qualcosa, come se non vedessimo solo quello che loro hanno deciso di farci vedere. Quando ci indigniamo perché i ragazzi seduti vicini si mandano messaggi su Whatsapp invece di parlare fra loro, quando critichiamo la mania dei selfies, ci preoccupiamo per la pericolosità delle chat e tuoniamo contro i videogiochi.

Forse la verità è che ci sentiamo esclusi, che ci fa paura non capirci più niente, essere lasciati indietro da un mondo che parla una lingua diversa che noi non faremo più in tempo a imparare, non bene come loro, almeno. Siamo spaesati, a differenza di loro, che a dieci anni sanno già perfettamente i nomi dei videogiochi che li spiano con una microcamera, si ricordano di oscurare la webcam e sanno montare un video nel tempo che a noi serve per dire “vediamo come si fa”. Siamo spaventati, perché proprio quando hanno più bisogno di noi in realtà non sappiamo da che parte cominciare e ci ritroviamo a dare consigli imbarazzanti come “non comunicare con gli estranei” (ma esistono ancora gli estranei, sui social?), “non farti scattare fotografie dai tuoi amici” (che a un’adolescente deve suonare come “per favore trattieni il respiro finché non rientri a casa”) e “mi raccomando tieniti sempre i vestiti addosso” (ahahah).

Certo che facciamo bene a preoccuparci e certo che qualche consiglio patetico è pur sempre meglio di niente, ma forse non dovremmo prenderci troppo sul serio, mentre li diamo. Forse sarebbe più utile sedersi di fianco a loro, mandare giù mezzo chilo d’orgoglio e chiedere “come funziona?”. Forse, invece di imporre regole e controllare cellulari, potremmo stare ad ascoltare di più ed essere disposti a imparare. O almeno provarci, mentre corriamo come tanti raccattapalle schivando i colpi di chi le regole del gioco le conosce davvero.

I “mi piace” non li ha mica inventati Zukky, e hanno sempre fatto miracoli. Forse dovremmo soltanto tornare a usarli di più. Perché saremo anche analfabeti social, ma il “like” di un genitore continua a valere molto di più di tutti i follower e i pollici alzati del mondo.

Femminismo del cactus

Finalmente ho la risposta alla domanda che fa precipitare nel silenzio anche la relatrice più agguerrita e preparata, al termine di una conferenza. La domanda che tutti temono perché nessuno sa che cosa rispondere. L’interrogativo che agita i sonni di più di una blogger.

Qual è il futuro del femminismo? ci si chiede un po’ ovunque. Che femminismo possiamo lasciare alle nostre figlie? Come sarà il femminismo del futuro?

Ora lo sappiamo, signore. Abbiamo la risposta che cercavamo. Il femminismo del futuro sarà un femminismo del cactus.

Sì, proprio del cactus.

Dopo essersi liberate delle emozioni per sembrare più credibili (le donne, eh, non le femministe, che poi mi saltano tutte alla giugulare nei commenti), dopo aver rinchiuso i figli nell’armadio a muro ogni volta che ricevevano una telefonata di lavoro, sembrava che il più fosse risolto. E invece no. Non avevamo fatto i conti con Instagram e con i selfies. E con le copertine di Vanity Fair.

Ora, è evidente che non si può essere femministe e tirar fuori le tette, insomma, mi sembra ovvio… che cosa c’entrano le tette con le donne, santo cielo? Almeno ci fosse stato un neonato affamato nei paraggi, così forse poteva avere un senso. Invece no, niente neonati. Come Emma Watson, con tutti i suoi discorsi sulle donne e He for She. E poi prende e si spoglia! Mica si fa spogliare o qualche presentatore burlone le solleva il vestito, così ancora ancora. No, ha fatto tutto lei. 

Comunque, visto che togliere anche la libera iniziativa alle donne, dopo le emozioni, sembrava brutto, si è deciso che può essere femminista solo chi non ha le tette. È sembrata la soluzione più logica.

A quel punto restava ancora un sacco di gente che poteva chiamarsi femminista, ma gli uomini quando hanno visto scomparire le tette se ne sono andati anche loro in massa. 

Chi vuole combattere per i diritti delle donne, rischiare la pelle sui social ogni giorno e sentirsi dare della vecchia frustrata inacidita che non scopa abbastanza? Incredibilmente, nessuno si è fatto avanti.

Era rimasto il cactus, però, e corrispondeva perfettamente alla descrizione. Niente emozioni, niente figli, niente tette, spinoso e pungente quanto basta. 

E non si fa neanche un selfie.