I bambini non si possono fare con il cuore?

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“Mamma, perché i maschi sono diversi dalle femmine?”

“Perché così possiamo riprodurci, avere dei bambini e fare in modo che la specie non si estingua.”

“E i bambini non si possono fare con il cuore? O con il cervello?”

Nella mia immaginazione, avrei avuto grandi conversazioni esistenziali con i miei figli seduta a tavola, in una cucina inondata di sole, davanti a una fetta di torta appena sfornata e a una tazza di cioccolata, magari. Io avrei avuto un’aria interessata e paziente e loro mi avrebbero ascoltato bevendosi ogni parola che mi usciva dalle labbra.

Ma l’educazione dei figli è quella cosa che succede mentre tu stai facendo grandi progetti su come educare i tuoi figli. Non avrei mai pensato che mi avrebbero rivolto le domande cruciali mentre li obbligavo a lavarsi i denti, mentre infilavamo la giacca di corsa per correre a scuola o mentre procedevamo all’eterna perlustrazione alla ricerca di lendini e pidocchi. Il che significa fra l’altro che io più che un’aria paziente avevo quasi sempre un’aria stressata, scocciata e vagamente isterica.

Ho imparato presto che in questi casi non si può sperare di cavarsela con un “Ne parliamo dopo”, come faccio con quasi tutte le altre domande critiche (tipo “Posso andare a dormire a casa del mio amico che ha il padre alcolizzato e la madre depressa cronica?”). O adesso o mai più. L’espressione “cogliere l’attimo” secondo me è stata coniata proprio per le conversazioni con i figli.

Tutto questo per dire che lo so, non era il massimo come risposta, ma provate voi a trovare qualcosa di meglio mentre state allacciando una stringa con una mano e strizzando il tubetto di dentifricio stitico con l’altra, sapendo che dovreste già essere usciti di casa da dieci minuti per avere qualche remota speranza di portare il pargolo puntuale a scuola.

Poi per fortuna se ne escono con frasi come queste e tu pensi che in realtà hai più bisogno tu delle loro risposte che loro delle tue. Sì, tesoro, sì, hai ragione, i figli si possono fare con il cuore. E con il cervello. Anzi, si devono fare con il cuore e con il cervello. Più con il cuore, forse, perché se dovessimo farli con il cervello altro che calo delle nascite.

Te lo ricorderò quando sarai più grande, quando i ruoli saranno invertiti, quando mi rinfaccerai tutti i miei sbagli, compreso probabilmente il fatto di aver ridotto tutto alla sopravvivenza della specie. Quando ti telefonerò e non mi dedicherai più di cinque minuti perché sarai occupato con la tua famiglia, quando ti darò il tormento su mille questioni ininfluenti perché sarà l’unico modo per tenerti al telefono, quando ce l’avrai con me per averti amato troppo o troppo poco e averti incoraggiato troppo o troppo poco, e averti difeso troppo o troppo poco.

Chissà se te ne ricorderai. Chissà se capirai. Quando ti dirò che i figli si fanno con il cuore. E tu probabilmente sbufferai e mi risponderai che con il cuore mica gli dai da mangiare, che mica puoi mandare il cuore ad accompagnarli in venticinque posti diversi alla settimana, che per me è facile, qui da sola in una casa vuota, mettermi a dare lezioni di vita.

E io penserò a quel mattino in cui ti lavavi i denti e mi guardavi con gli occhi grandi e mi dicevi che in fondo potremmo anche essere tutti uguali e fare i figli con il cuore. E avevi già capito tutto e non lo sapevi.

Mamma, ti spiego come funzionano i social

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Foto Laser Burners (CC

Siamo dei dinosauri. Ammettiamolo. Siamo dei dinosauri nostalgici e testardi, convinti che il mondo non sia cambiato, che ci sia solo qualche interferenza nelle trasmissioni ogni tanto.

Insegniamo ai giovani come usare i social come tanti raccattapalle che spiegano a Nadal come tenere la racchetta da tennis. Tuoniamo contro i pericoli di Facebook mentre gli adolescenti corrono tutti a usare Snapchat e Instagram e WhatsApp, e scrivono stati che durano meno del battito d’ali di una farfalla e del tempo che ci vuole a noi per capire dove è finita l’icona di Messenger dopo l’ultimo aggiornamento.

Siamo un po’ patetici, ammettiamolo, quando ci ricordiamo a vicenda l’importanza di controllare i loro cellulari regolarmente, come se servisse davvero a qualcosa, come se non vedessimo solo quello che loro hanno deciso di farci vedere. Quando ci indigniamo perché i ragazzi seduti vicini si mandano messaggi su Whatsapp invece di parlare fra loro, quando critichiamo la mania dei selfies, ci preoccupiamo per la pericolosità delle chat e tuoniamo contro i videogiochi.

Forse la verità è che ci sentiamo esclusi, che ci fa paura non capirci più niente, essere lasciati indietro da un mondo che parla una lingua diversa che noi non faremo più in tempo a imparare, non bene come loro, almeno. Siamo spaesati, a differenza di loro, che a dieci anni sanno già perfettamente i nomi dei videogiochi che li spiano con una microcamera, si ricordano di oscurare la webcam e sanno montare un video nel tempo che a noi serve per dire “vediamo come si fa”. Siamo spaventati, perché proprio quando hanno più bisogno di noi in realtà non sappiamo da che parte cominciare e ci ritroviamo a dare consigli imbarazzanti come “non comunicare con gli estranei” (ma esistono ancora gli estranei, sui social?), “non farti scattare fotografie dai tuoi amici” (che a un’adolescente deve suonare come “per favore trattieni il respiro finché non rientri a casa”) e “mi raccomando tieniti sempre i vestiti addosso” (ahahah).

Certo che facciamo bene a preoccuparci e certo che qualche consiglio patetico è pur sempre meglio di niente, ma forse non dovremmo prenderci troppo sul serio, mentre li diamo. Forse sarebbe più utile sedersi di fianco a loro, mandare giù mezzo chilo d’orgoglio e chiedere “come funziona?”. Forse, invece di imporre regole e controllare cellulari, potremmo stare ad ascoltare di più ed essere disposti a imparare. O almeno provarci, mentre corriamo come tanti raccattapalle schivando i colpi di chi le regole del gioco le conosce davvero.

I “mi piace” non li ha mica inventati Zukky, e hanno sempre fatto miracoli. Forse dovremmo soltanto tornare a usarli di più. Perché saremo anche analfabeti social, ma il “like” di un genitore continua a valere molto di più di tutti i follower e i pollici alzati del mondo.

Femminismo del cactus

Finalmente ho la risposta alla domanda che fa precipitare nel silenzio anche la relatrice più agguerrita e preparata, al termine di una conferenza. La domanda che tutti temono perché nessuno sa che cosa rispondere. L’interrogativo che agita i sonni di più di una blogger.

Qual è il futuro del femminismo? ci si chiede un po’ ovunque. Che femminismo possiamo lasciare alle nostre figlie? Come sarà il femminismo del futuro?

Ora lo sappiamo, signore. Abbiamo la risposta che cercavamo. Il femminismo del futuro sarà un femminismo del cactus.

Sì, proprio del cactus.

Dopo essersi liberate delle emozioni per sembrare più credibili (le donne, eh, non le femministe, che poi mi saltano tutte alla giugulare nei commenti), dopo aver rinchiuso i figli nell’armadio a muro ogni volta che ricevevano una telefonata di lavoro, sembrava che il più fosse risolto. E invece no. Non avevamo fatto i conti con Instagram e con i selfies. E con le copertine di Vanity Fair.

Ora, è evidente che non si può essere femministe e tirar fuori le tette, insomma, mi sembra ovvio… che cosa c’entrano le tette con le donne, santo cielo? Almeno ci fosse stato un neonato affamato nei paraggi, così forse poteva avere un senso. Invece no, niente neonati. Come Emma Watson, con tutti i suoi discorsi sulle donne e He for She. E poi prende e si spoglia! Mica si fa spogliare o qualche presentatore burlone le solleva il vestito, così ancora ancora. No, ha fatto tutto lei. 

Comunque, visto che togliere anche la libera iniziativa alle donne, dopo le emozioni, sembrava brutto, si è deciso che può essere femminista solo chi non ha le tette. È sembrata la soluzione più logica.

A quel punto restava ancora un sacco di gente che poteva chiamarsi femminista, ma gli uomini quando hanno visto scomparire le tette se ne sono andati anche loro in massa. 

Chi vuole combattere per i diritti delle donne, rischiare la pelle sui social ogni giorno e sentirsi dare della vecchia frustrata inacidita che non scopa abbastanza? Incredibilmente, nessuno si è fatto avanti.

Era rimasto il cactus, però, e corrispondeva perfettamente alla descrizione. Niente emozioni, niente figli, niente tette, spinoso e pungente quanto basta. 

E non si fa neanche un selfie.

Chiara Ferragni e la F-word

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Valentina Ferragni, Giorgia Marin e Chiara Ferragni (CC)

No, la parola non è Fuck, quella si può dire tranquillamente.

È un’altra la parola impronunciabile che comincia con la F, quella che prima di scriverla devi consultare le bibbie social se vuoi metterti al riparo da attacchi feroci. Quella che si può dire solo dopo un paio di genuflessioni e a mani giunte, impegnandosi a dare tutta te stessa alla causa da quel giorno in avanti, senza vacillare e senza lasciarti indurre in tentazione da scarpe e rossetti.

Quindi no, non ci sperate, non dirò che Chiara Ferragni è femminista. Non penso che lo sia. Anche se credo che lo sia più lei di Fabio Fazio, che comunque il modo per infilare una sua foto in mutande in trasmissione l’ha trovato, anche solo per dire che no, non è mica quello il punto.

Non dirò che Chiara Ferragni è femminista, anche se sono convinta che lo stesso percorso fatto da un uomo gli avrebbe attirato un decimo delle critiche, ammesso e non concesso che sarebbero arrivate. Non dirò che Chiara Ferragni è femminista e non dirò che la sua è una bella favola della self made woman e non dirò neanche che è intelligente (anche se penso che lo sia).

Allora che cosa c’entra, mi direte voi, la parola con la F?

C’entra perché ci sono alcuni punti su cui maschilismo e f……… finiscono stranamente per convergere. Uno è l’ozio femminile, inammissibile su entrambi i fronti, di cui ho già parlato qui, l’altro è l’idea che la donna oltre a mostrarsi impegnata in qualche nobile causa (che si tratti dei suoi diritti o della pulizia del pavimento) debba sempre e comunque essere d’esempio. La donna un po’ santa e un po’ puttana, insomma, che quando non si distingue per le gioie del sesso deve essere almeno un modello di virtù. La donna che in fondo è sempre un po’ mamma, la mamma di tutti, perché anche se non ha sfornato figli vorrà se non altro dispensare buoni consigli e valori edificanti.

A un uomo è concesso di essere superficiale, al massimo si beccherà del cretino, ma non susciterà tanto livore, tanta rabbia. Non è che Fedez si dedichi a salvare il mondo, eppure non suscita commenti feroci e indignati come Chiara Ferragni. Perché a una donna non si perdona di non essere andata nello spazio come Samantha Cristoforetti o non aver diretto un osservatorio astronomico come Margherita Hack. Una donna che si dedica alla moda, poi, anche nei panni di influencer e imprenditrice, diventa l’emblema del Male. Non importa che sfili sulle passerelle o che disegni i vestiti, per un certo tipo di femminismo (non tutti, ovviamente) non c’è poi tanta differenza fra le due cose, soprattutto se la donna in questione è attraente e ben vestita. Altro punto su cui un certo tipo di femminismo e un certo tipo di maschilismo (il più bieco) finiscono per coincidere. La donna per essere rispettata deve scordarsi di avere un corpo e un bel faccino, altrimenti poi che non venga a lamentarsi se le succedono certe cose.

Non me ne vogliate, ma io non voglio che mia figlia diventi a tutti i costi una scienziata o che vada sulla Luna o che diriga il CERN. Se lo farà sarò orgogliosa di lei, come sarò orgogliosa di lei se si dedicherà ad altro, a qualunque cosa che la renda felice e che la faccia sentire realizzata. Non ho intenzione di insegnarle che Chiara Ferragni è il male e che Jane Goodall e Rita Levi-Montalcini sono il bene. Le racconterò di tutte e tre e di tante altre donne che hanno avuto successo e determinazione, le dirò che non deve lasciare che nessuno la ingabbi in un ruolo, in quanto donna e in quanto persona, le dirò che può essere superficiale ogni tanto e che c’è un’età in cui è giusto e normale che lo sia, cercherò di insegnarle a mettere sempre un pizzico di follia nella sua vita, a credere nell’impossibile, a non lasciarsi incantare dai complimenti sul suo aspetto e a diffidare degli uomini che si fingono femministi e poi sbandierano la sua foto in mutande. Le insegnerò a difendere il suo tempo, perché sarà l’unica a farlo, a difendere il suo diritto a oziare e quello a lavorare. Le insegnerò che ha il diritto di essere felice e di difendere le sue idee. E le insegnerò a essere coraggiosa.

Non le dirò che deve sempre e comunque essere un esempio per chi la circonda, ma solo essere se stessa.

Mamma, e se ti facessi una vita?

Mamma, e se ti facessi una vita?

Non dico che quella che hai non vada bene, però ogni tanto assomiglia un sacco alla mia. Come quel giorno che credevo di avere un Whatsapp tutto mio e invece mi hai detto che no, è il tuo, anche se la foto è la mia. Che hai messo la mia foto perché mi vuoi un sacco di bene. E non è che non mi faccia piacere, anzi, l’ho perfino detto alla maestra che parli sempre di me su Facebook, solo che mi sembra un po’ strano. Se c’è il tuo nome, non dovresti metterci la tua di foto e usarlo per raccontare gli affari tuoi?

La maestra ha detto che sono molto fortunato, perché è chiaro che per te sono molto importante. Mi ha anche detto che c’erano tre errori nell’esercizio di matematica che mi hai fatto tu e che devi, cioè devo, ripassare le tabelline. E ha detto che il tuo blog è molto carino e che non avrebbe mai pensato che io facessi ancora la pipì a letto a sei anni.

Ecco, mamma, io sono molto felice che tu parli di me nel tuo blog, ma quella parte dovevi proprio scriverla? O di quella volta che ti ho detto che volevo baciare la Claudia perché sapeva di fragola o di quella volta che ho giocato a tiro a segno con il pisellino? Dovevo proprio scriverlo nel tuo blog?

Ma se invece ti facessi una vita solo tua, mamma?

Lo so che non è tanto facile con tutte le lezioni di yoga e di pilates e di acrobazia e di zumba a cui mi porti e che non trovi neanche il tempo di andare in palestra, figuriamoci. E lo so che l’altro giorno hai perso un’ora solo per cancellare tutte le foto della gita a teatro da Whatsapp, che poi in realtà si vedeva soltanto Carlo perché le foto le aveva fatte la sua mamma, e lo so che spiegarmi le divisioni a due cifre è stata una faticaccia e che per fortuna poi la mamma di Giulio ti ha mandato quel video di Youtube dove lo spiegavano benissimo e usavano un metodo molto più facile di quello della maestra.

Però io ti volevo dire di non offenderti, ma che quando sarò grande sulla mia pagina Facebook ci metterò la mia di foto, non la tua. E anche su Whatsapp, credo. Spero che non sia un problema, questa cosa, se mi farò la mia vita e tu non ci sarai tanto. Perché io ti vorrò bene lo stesso, anche con la mia vita, questo ci tenevo a dirtelo. E secondo me dovresti mettere la tua di foto su Whatsapp, visto che sei la mamma più bella del mondo.