Sì, scrivere è un mestiere. E sì, bisogna impararlo

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274. È il numero dei testi di esordienti che ho letto in questi anni, per lavoro. Non è una cifra altissima, ci sono professionisti che probabilmente ne leggono quasi il doppio in un anno solo. Il dato interessante è un altro, ossia che nella stragrande maggioranza dei casi, le debolezze dei testi erano le stesse. E si traducevano in due parole: non raccontavano.

È curioso, ma neanche tanto, se pensiamo che la letteratura è forse l’unica arte che, per molti, non si impara.

Nessuno trova strano che Rembrandt abbia avuto un maestro, prima di diventarlo a sua volta. I pittori, si sa, vanno a bottega come apprendisti per imparare il mestiere. I ballerini si ammazzano di fatica in palestra e si allenano per ore, per conseguire il movimento e la posizione perfetta, ed è proprio quello, la perfezione della tecnica, a sorreggere la loro arte. Gli sceneggiatori studiano sceneggiatura. I fotografi devono studiare a lungo, se vogliono fare qualcosa di diverso dalle foto ricordo delle vacanze. I pianisti passano ore al pianoforte, per eseguire o comporre.

Gli scrittori no. Gli scrittori in un immaginario popolare ancora più vivo di quanto si creda, si ubriacano e poi riversano tutto il loro furore sulla carta o sui tasti del computer. Et voilà, il capolavoro è servito. A partire da lì, tutto il resto è marketing e prostituzione. Non appena una matita rossa si avvicina al testo, questo perde la sua innocenza, viene snaturato, corrotto, piegato alle leggi del mercato. E nessuno pensa che prima delle leggi del mercato vengono quelle del romanzo. Che ogni arte ha le sue regole e i suoi strumenti. Che raccontare è un mestiere e come tutti i mestieri, deve essere imparato. Non tutti imparano allo stesso modo, non tutti faranno ricorso alle stesse regole, i più bravi ne scriveranno di nuove, qualcuno le piegherà alla propria ispirazione e qualche altro piegherà la propria ispirazione a quelle regole. Ma le regole (da regere, “guidare diritto”), o strumenti narrativi, se si preferisce, esistono. Altrimenti succede quello che succede in molti dei testi mandati in valutazione alle case editrici: possono essere ben scritti, possono avere spunti interessanti, ma non raccontano.

Ecco allora i difetti più ricorrenti nei manoscritti:

  1. Non raccontano, riassumono

Il testo riferisce, riassume, corre veloce sugli eventi, sorvola, informa. Veniamo a sapere che cosa è successo al personaggio, ma succedere non succede mai niente, o poca cosa. È tutto già successo. Ciò che preme all’autore o all’autrice, sembrerebbe, è informarci, non raccontarci la storia. Così non vediamo i personaggi in azione, non li sentiamo parlare, non sappiamo che cosa provavano in un determinato momento, che gesti facevano, dove si trovavano, se faceva freddo o caldo, se era sera o giorno, se erano stanchi o pieni di energia. Il romanzo finisce per assomigliare alla sua quarta di copertina. Non sono le quarte di copertina però a fare le storie, ma i dettagli che le rendono uniche.

  1. Non raccontano, spiegano

Sono i romanzi a tesi. Qui all’autrice o all’autore ciò che preme non è riassumere, ma dimostrare. Il tema c’è, e può essere originale e interessante e sincero, ma straborda e finisce per invadere l’intera storia. I personaggi invece di dialogare impartiscono lezioni all’autore, invece di riflettere dimostrano l’esattezza delle loro teorie, invece di agire, sbagliare, mettersi alla prova, soffrire, essere messi di fronte alle proprie ferite e costretti a guardare in faccia i propri conflitti, spiegano al lettore come la pensano.

  1. Non raccontano, illustrano

Sono le trame statiche, che non avanzano, che non propongono azione. Le storie in cui non c’è conflitto, non c’è posta in gioco, non c’è desiderio. Non è detto che non succeda niente, qualcosa succede, spesso si tratta di trame dispersive e poco equilibrate, ma il loro difetto principale non è questo, è che manca una linea d’azione e che i conflitti dei protagonisti sono già stati risolti fin dall’inizio. A muovere la storia non è quindi il loro desiderio, non sono le loro ferite, ma il desiderio dello scrittore di descrivere una determinata situazione, un mondo, un universo. E non perché in quel mondo non succeda niente, non perché l’assenza di azione sia una caratteristica di quell’universo e sia importante da raccontare. I protagonisti non aspettano nessuno, per scomodare Godot. Il punto non è quello. Il punto è che in realtà manca il racconto, perché l’autore sta illustrando, appunto, e non ha scosso abbastanza il suo mondo, non l’ha esaminato e messo alla prova abbastanza da capire che cosa fosse ad attirarlo davvero, dove si nascondesse il vero motivo della sua ispirazione. “Fate salire i vostri protagonisti su un albero, tempestateli di pietre e poi fateli scendere”, ricordo di aver letto in un manuale di scrittura creativa. Ecco, nei romanzi che illustrano senza raccontare i protagonisti restano ai piedi dell’albero, con il naso all’insù.

Insomma, 274 manoscritti per arrivare alla conclusione a cui qualcuno probabilmente era arrivato già molto prima. Scrivere e scrivere romanzi non sono sinonimi più di quanto lo siano farsi il bagno e gareggiare per i cinquanta metri stile libero. O indossare un accappatoio ed essere uno jedi, come dice il meme. Nessuno, credo, andrebbe a vivere nella casa progettata da un architetto senza studi e senza esperienza, quindi non vedo perché dovrebbero leggere il romanzo di un autore che non ha dimestichezza con le regole narrative. E se è vero, parafrasando Truffaut, che tutti hanno due mestieri, il loro e quello di scrittore, allora forse converrà iniziare a imparare anche il secondo. E no, stiamo pure tranquilli, non abbiamo venduto l’anima e la penna a nessuno. Stiamo solo imparando.

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Libertà

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Foto di Isidre Garcia Puntí

Per chi ha sogni piccoli, che arrivano alla fine del giorno.

Per chi ha sogni grandi, che arrivano alla fine della storia.

Per chi vuole essere lasciato tranquillo.

Per chi tranquillo non ci sa stare.

Per chi si sente vivo lottando.

Per chi vive schivando la lotta.

Per chi crede nella forza delle idee.

Per chi crede nella forza dei pugni.

Non c’è bisogno di assomigliarsi, non c’è bisogno di piacersi, non c’è bisogno di pensarla allo stesso modo.

Non c’è bisogno di volere un mondo migliore, non c’è bisogno di desiderare la democrazia, non serve la forza per lottare e non serve il coraggio di rischiare. Serve solo la consapevolezza che ci riguarda, che vivere significa prendere posizione. Come si può. Ciascuno con le sue armi, le sue parole, la sua musica, i suoi colori, i suoi gesti, le sue note e le sue emozioni. Ciascuno come può, perché tutti possano.

Qualcuno si sentirà grande, qualcuno piccolo e inutile, qualcuno ci metterà il coraggio e qualcun altro la paura. Qualcuno la musica e qualcun altro le parole. Qualcuno la rabbia e qualcun altro la calma. Qualcuno la speranza e qualcun altro il rancore. Qualcuno l’ottimismo e qualcun altro il sarcasmo. Ma i sogni che nascono all’ombra della repressione sono i sogni che nessuno vorrebbe. Lottiamo per poter essere vigliacchi e banali, per poter essere superficiali e meschini, lottiamo per poter sognare in tutte le lingue e con tutte le voci e le idee possibili. Lottiamo per continuare a pensarla diversamente.

Lottiamo, come possiamo, anche solo cinque minuti al giorno, ma lottiamo per il diritto di esprimerci. E per il diritto degli altri a farlo. Lottiamo per essere liberi. Lottiamo per la libertà di chi lotta contro di noi. Lottiamo, se necessario, per il diritto di lottare. E sì, dobbiamo iniziare a farlo subito.

Si scrive “dieta”, si legge “Ehi, ci sono prima io”

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«Un po’ meno bistecche, Marasco.»

La memoria funziona in modo strano e abbastanza impietoso. E infatti, dei tanti ricordi dei miei anni di liceo, uno di quelli più nitidi è proprio questo.

«Mangia meno bistecche, Marasco» seguito da un coro di risate maschili e da un dito puntato verso il mio sedere. Pesavo dieci chili di più di adesso, niente di drammatico, ma ce n’era abbastanza per offrire il fianco (e il culo) a qualche beffa.

Non è stata ovviamente l’unica cattiveria che ho sentito in vita mia. Credo che nessuno cresca senza la sua bella dose nello zaino. Eppure, curiosamente, è una di quelle che ricordo meglio e il motivo non fu che mi ferì – anche se lo fece – ma che la mia mente occupata in modo ossessivo dalle diete riuscì soltanto a pensare che le bistecche, in realtà, non facevano mica ingrassare. Se il mio compagno mi avesse detto «Un po’ meno gelati, Marasco»  probabilmente ci sarei rimasta molto peggio, il suo commento mi sarebbe sembrato più credibile, ma forse l’avrei anche dimenticato più facilmente.

La dieta. Chi non l’ha avuta sempre come una compagna di vita, in un modo o nell’altro, da adolescente come da adulta. Per non parlare della menopausa, quando, dicono, i chili ti si saldano addosso definitivamente e non te ne liberi più neanche con lo sciopero della fame.

La dieta è una compagna di vita delle donne sovrappeso e delle donne magre, delle donne sicure di sé e di quelle insicure, di chi mette il proprio aspetto al di sopra di tutto e di chi se ne frega. La dieta è sempre lì. E non può essere diversamente, forse, quando hai un corpo che scandisce i mesi come un calendario, ricordandoti della sua esistenza a ogni ciclo, preciclo e ovulazione. Non può essere diversamente con un corpo fatto di curve che sembrano essere state disegnate apposta per sfuggire a ogni controllo e cambiare e trasformarsi a ogni pié sospinto.

A una ragazza ossessionata dai chili di troppo non serve a niente dire che è bellissima così. Non serve a niente dirle che si tratta di modelli passeggeri e discutibili, che la bellezza risiede altrove, che non è importante entrare in una determinata taglia o in un paio di jeans skinny, e che ciascuna di noi detta le proprie regole e i propri canoni, e ha il potere di riscriverli.

Perché in realtà la nostra non è una battaglia per essere accettate, non andiamo a caccia di complimenti maschili o di corteggiatori. La nostra è una battaglia contro il nostro corpo, contro quel sedere e quelle tette che si contendono il potere con il resto di noi, che ci rubano la scena, che sembrano arrivare prima, sempre prima di noi. La nostra è una battaglia per il controllo, per rimettere il nostro corpo nei ranghi e sapere di poterlo dominare, avere la certezza che contiamo di più noi, che l’abbiamo spuntata, che siamo più importanti. Il nostro corpo a volte sembra un fratellino minore che ci contende le attenzioni e l’affetto delle persone che contano, che con quattro smorfie e un paio di sculettate manda tutti in brodo di giuggiole, mentre noi mettiamo il muso e ci accaniamo a scrivere/disegnare/comporre un capolavoro, per far vedere a tutti quanto valiamo. Per poi scoprire che non serve a niente, perché anche dopo aver scritto il capolavoro ci sarà sempre il nostro fratellino ammiccante e acchiappabaci, così rassicurante in tutta la sua morbida sfacciataggine, e continueranno a parlare di lui più che di noi. E si conquisterà qualche occhiata rubata nei momenti meno opportuni, una carezza un po’ troppo lunga, un complimento volgare, mentre noi siamo lì a declamare il nostro capolavoro sperando che si dimentichino di lui e guardino noi, noi soltanto.

La dieta non è una questione di taglia o di bellezza. La dieta è una questione di controllo. È questo che inseguiamo pesando il cibo e le rinunce in modo ossessivo, ed è questo che ci paralizza e ci fa sentire sconfitte quando falliamo: sapere di aver perso il controllo, che ha vinto lui, il fratellino, quel corpo che ogni tanto sembra volerci fagocitare tutte, mente e cuore, per risucchiare dentro di sé tutti i nostri sogni e le nostre aspirazioni e seppellirle sotto chili di ciccia e di cellulite e di insulti e di commenti volgari. E la colpa è nostra, perché non siamo abbastanza forti da riuscire a tirarli fuori, quei sogni, a estrarli da tutte quelle curve e quella carne e tornare a crederci.

Allora forse stiamo sbagliando tutto. Forse cerchiamo le risposte nel posto sbagliato. Il nostro corpo non è un nemico, è un avvertimento che non ascoltiamo abbastanza. È lì a ricordarci che ogni tanto dobbiamo essere capaci di gettare la spugna, che non possiamo avere il controllo su tutto, che alla fine, volenti o nolenti, l’avrà vinta lui. Se non puoi combatterli, alleati con loro. Allora forse dovremmo provare a prestare più attenzione al nostro corpo. Questo dovremmo spiegare alle nostre figlie adolescenti. Smetti di lottarci e ascoltalo, e sarà lui a dirti come devi fare, come conviverci, come gestire questo eterno tiro alla fune. Non significa che devi piacerti per forza così come sei, non significa che sei bella comunque e non significa che sei brutta comunque. Significa che siete in due, tu e il tuo corpo, e visto che sarà il compagno più fedele che avrai mai, tanto vale trovare il modo di andarci d’accordo. E forse, ma solo forse, così smetterà finalmente di rubarti la scena e ti lascerà il posto e l’attenzione che meriti.

Corso di autodifesa al femminile, ma femminile davvero

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Foto di MsSaraKelly (CC)

Al femminile. Perché i corsi di autodifesa sono la dimostrazione che viviamo in una società al maschile, in cui si declina, si adatta, si ingentilisce, ma si parte spesso da modelli e presupposti maschili. I corsi di autodifesa “al femminile”, infatti, di femminile a pensarci hanno ben poco. Sono in realtà corsi maschili, pensati con metodi maschili per combattere la violenza subita dagli uomini, non dalle donne. Non che non siano utili. Ti insegnano a difenderti a borsettate o con un colpo di nocche allo sterno o sul cranio, dove anche l’aggressore più nerboruto si piega dal dolore, o con il classico calcio fra le gambe. Sono corsi pensati per difendersi da un avversario sconosciuto, che aggredisce per strada o comunque in un luogo pubblico, fuori di casa.

Le statistiche però dicono chiaramente che non è quella la violenza da cui devono difendersi le donne. Sono gli uomini che hanno maggiori probabilità di essere aggrediti da sconosciuti e per strada. Le donne subiscono violenza soprattutto per mano di persone conosciute e fra le pareti domestiche. Non solo, certo, ma più spesso. E non sarà una borsettata o un mazzo di chiavi stretto fra le dita a salvarci da un marito violento o da un ex fidanzato. Magari bastasse. No, quello che serve davvero alle donne è tutto ciò che avviene prima dei calci e delle borsettate. È la consapevolezza di avere il diritto di difendersi, il diritto e il dovere verso se stesse di farlo.

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Per un corso di autodifesa al femminile non c’è bisogno di tuta o di borsette o di chiavi. Serve uno specchio.

Posizioniamoci davanti allo specchio, guardiamoci negli occhi il tempo sufficiente e rilassarci e a smettere di sentirci a disagio sotto il nostro sguardo. E quando avremo dimenticato tutto il resto e riusciremo a guardarci e a riconoscerci, iniziamo l’esercizio.

«No.»

«No, non è il suo modo di volermi bene.»

«No, non è vero che non può fare altrimenti.»

«No, non è fatto così, si comporta così.»

«No, non sarà una volta sola.»

«No, non cambierà.»

«No, non ne ha il diritto.»

«No, non lo fa per te.»

«No, gli uomini non sono tutti così.»

«No, dopo uno schiaffo non si torna più indietro.»

«No, non è colpa mia.»

«No.»

«No.»

«No.»

«No.»

«No.»

Diciamolo davvero, impariamo a dire di no. Non è così facile, ovviamente, e non si risolve così la violenza di genere, ma è l’unico esercizio di autodifesa che abbia un senso, secondo me, e che può essere davvero utile. Imparare a dire di no. Non sarà mirare ai punti vitali dell’avversario o imparare a schivare un colpo a difenderci. E meno che mai camminare con le spalle dritte e controllare l’ambiente in cui ci muoviamo. A difenderci dalla violenza di un compagno può essere solo la convinzione di avere il diritto di farlo. Il diritto e il dovere. A salvarci sarà la certezza che non è colpa nostra. Non è mai colpa nostra. Non ce l’hanno insegnato abbastanza. Alle donne insegnano a dire di sì, a dire certo, a restare in silenzio, a non alzare la voce e la testa, a non creare problemi, a non farsi riconoscere, a lasciar fare. Alle donne non insegnano mai abbastanza a dire di no, perché il no delle donne è pericoloso, il no delle donne è un muro, è un terremoto, il no delle donne cambia tutto, non lascia nulla com’era. Dirlo più spesso farà bene alle donne e sentirlo più spesso farà bene agli uomini.

Ma lo faremo per noi, non per loro.

Davanti allo specchio, inspirare, espirare. Dieci volte per ogni esercizio.

«No.»

«Non è il suo modo per volermi bene.»

«No.»

«No.»

«No.»

«Sì, è grave.»

«Sì, ti meriti di essere trattata diversamente.»

«Sì, esiste un’alternativa.»

«Sì, ce la farai anche senza di lui.»

 

La felicità delle donne si chiama rivoluzione

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Foto di Mary Crandall (CC)

La rivoluzione è donna. Che sollievo. Che sollievo capirlo e non sentirsi più tutte sbagliate. La rivoluzione è donna e non c’è felicità senza trasgressione. E non c’è trasgressione senza solitudine. E va bene così.

Prima lezione dei romanzi rosa: la donna per essere felice deve guardare a se stessa in modo diverso. E non è mica tanto facile, quando ogni ventotto giorni madre natura ti rimette al tuo posto, quando gli ormoni fanno di te quello che vogliono, quando per capire che giorno è basta il tuo umore e non c’è bisogno del calendario, quando per cinque giorni al mese vai in giro con qualcosa nelle mutande, con buona pace dei pubblicitari che ci infilano i pantaloni bianchi e ci fanno fare le capriole (si infilino il cotone nel sedere e le facciano loro, le capriole).

Non sta bene parlarne, non lo si dovrebbe dire, lo so, la donna soffre in silenzio. Certo, se toccasse agli uomini probabilmente sarebbe una festa nazionale. In memoria del sangue versato per la sopravvivenza della specie, o qualcosa del genere. Ma noi siamo donne, quindi soffriamo e sanguiniamo in silenzio, grazie e prego e tanti saluti agli assorbenti passati dal sistema sanitario. E ringrazia che io ai tuoi tempi avevo le mutande di plastica e non potevo andare in spiaggia.

Seconda lezione dei romanzi rosa: la donna per essere felice deve trasgredire. Deve trasgredire i confini della propria condizione economica e sociale, deve osare e superare i propri complessi e i propri limiti e le proprie insicurezze. Non è che una donna può vivere la propria vita di tutti i giorni e ops, ci inciampa, nella felicità, tu guarda è sempre stata lì e non l’avevo mai vista. No, bisogna osare, uscire dalle regole, alzare la testa, essere un po’ meno ligie al dovere, un po’ meno compiacenti. “Con quel caratteraccio non andrai mai da nessuna parte”, insomma, è la balla più grande che ci abbiano mai raccontato.

Terza lezione dei romanzi rosa: per essere felici dobbiamo smettere di sentirci in colpa. Se non abbiamo traumi nascosti nel passato, castighi da scontare, tragedie familiari nascoste nel cassetto, ci resta pur sempre la cara vecchia Sindrome dello Strofinaccio con cui fare i conti. No, non possiamo essere felici e servizievoli, non tutte e non necessariamente. Per essere felici non è necessario rimboccarci le maniche, come ci insegnavano le nostre mamme, ogni tanto basta alzare il dito medio e sollevare i piedi sul divano.

Insomma, facciamocene una ragione, a volte tocca alzare la voce, girare le spalle, dire la cosa sbagliata al momento sbagliato, farsi riconoscere, perché sono le bambine che si sentono dire “non farti riconoscere” “sento solo te” “non gridare”, sono le bambine e le ragazze che devono farsi piccole piccole e occupare meno spazio, quel che è concesso al gentil – dito medio – sesso. A volte allora l’unica soluzione è lasciare che ci piovano addosso critiche come coriandoli e spazzarcele di dosso con la stessa leggerezza.

La rivoluzione è donna. Non c’è felicità possibile senza rivoluzione. Non è maleducazione. Non è ingratitudine. Non è mancanza di rispetto. Non è volgarità. Siamo solo nate per occupare più spazio di quello che ci hanno dato, e adesso stiamo per riprendercelo. E no, non lo faremo necessariamente con le buone.

 

 

Il magico potere del disordine nelle battaglie delle donne

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Il mito dell’amore romantico va rivisto, riletto, ribaltato, raso al suolo?

Son finiti i tempi in cui San Valentino erano solo cioccolatini e frasette romantiche, ora tocca prendere le cose un po’ più sul serio e farsi qualche domanda. E le femministe lo hanno fatto, in Spagna (e sicuramente anche altrove), con un San Violentín in cui invitavano a fare tabula rasa di un ideale romantico che porta con sé una serie di presupposti sbagliati e pericolosi, brodo di coltura ideale per comportamenti abusivi e offensivi. In Spagna, le associazioni Novembre feminista e Vaga feminista, hanno messo in chiaro che il mito romantico della nostra società si fonda su uno squilibro di poteri, perpetua gli stereotipi di genere ed è alla base di molte relazioni tossiche.

Difficile dare loro torto. L’amore vissuto come possesso e confuso con la gelosia, la donna corteggiata in quanto oggetto passivo, la coppia intesa come unica sfera di realizzazione personale, le violenze spacciate per grandezza di sentimenti, tutto questo non può che fare male alle donne. Anche agli uomini, in realtà.

Non sempre, in realtà, il romanticismo delle donne è passivo come sembra, anzi, la letteratura romantica assegna alle donna quel ruolo da protagonista che altrove le è negato; il lieto fine del romance è soprattutto un’occasione di riscatto e un invito a sognare, e l’indulgere sui sentimenti un’occasione di introspezione e ricostruzione di sé. Ma non è questo il punto.

Il punto, secondo me, è che prendersela con il mito dell’amore romantico è un po’ come  prendersela con il dito che indica la luna. Ciò che imbriglia la donna non è il mito dell’amore romantico, non solo. A frenarla e a tarparle le ali è aver fatto di lei il principio dell’ordine domestico e di coppia, sociale e privato. Averle scaricato addosso il ruolo di paladina della stabilità e della quotidianità. E se è difficile liberarsi del mito dell’amore romantico, figuriamoci di quella serie di regole non scritte che ci fanno credere di essere il perno invisibile da cui dipende tutto il resto, o se non altro che lo mantiene in funzione. Perché per scrollarci di dosso questo peso dovremmo anche rivedere quello della famiglia, e il suo ruolo conservatore e stabilizzatore all’interno della società, andando incontro a una rivoluzione per cui la nostra società è tutto fuorché pronta.

Eppure è lì che dovremmo affondare i nostri colpi, se vogliamo cambiare davvero qualcosa. Abbiamo lottato per le donne in politica, per le donne scienziato, per le donne chirurgo, per le donne astronauta. Ora proviamo a lottare per la “follia” delle donne. Per il nostro diritto a mandare tutto all’aria, a non sentirci obbligate a ricucire ogni strappo, a conciliare, a mediare, a puntare i talloni quando la carrozza va dritta verso il precipizio. Possiamo anche ribaltare il mito romantico, ma finché ci resterà addosso il ruolo di paladine dell’ordine, non avanzeremo poi molto. Sarà un po’ come aver conquistato il diritto a lavorare prima di tornare a casa a pulire e cucinare. La vera libertà è poter decidere, non sacrificarsi sempre e comunque per il bene altrui, non abbassare la testa per evitare discussioni, non arrotolarsi le maniche quando nessun altro lo fa, la vera libertà è avere lo stesso diritto degli uomini di prendere e partire e sbagliare e ricominciare da capo, senza il peso del giudizio altrui. La vera libertà è non correre a tappare le falle della vita familiare e domestica, come se spettasse solo a noi. Non vivere le pecche della nostra famiglia come tare personali. Non sentire che i successi degli altri sono anche i nostri, e i loro fallimenti pure.

Ci hanno fregate con quella storia che “dietro un grande uomo c’è una grande donna” e continuiamo a crederci, in fondo. Dietro un grande uomo investito dalla luce del successo c’è la sua ombra.  Proprio come dietro una donna.

Nessuno dice che le donne debbano essere il cuore pulsante della casa e della famiglia, e nessuno dice che le donne debbano essere ribelli. Ma dobbiamo poter scegliere. E farlo senza sensi di colpa. Proprio come gli uomini. Finché prenderci cura di noi, inseguire i nostri sogni, essere artiste, ci renderà odiose e folli e pericolose, non ci sarà nessuna concezione dell’amore che possa aiutarci.

E il paradosso è che l’amore romantico, lo stesso guardato con sospetto da molte femministe, è un modo per canalizzare proprio quell’ansia di disordine e di evasione, tutta l’insofferenza, la ribellione e la follia delle donne. Invece di criticarlo, forse allora dovremmo lasciarlo libero di esplodere, senza le pressioni sociali che di volta in volta si sono nascoste dietro il puritanesimo, la convenienza, il pudore, la morale, il senso del dovere, il mito della superdonna. C’è un potenziale enorme, perfino nel romanticismo più bieco e sdolcinato, perfino dietro il successo di libri scadenti come le Sfumature; c’è l’energia di migliaia e migliaia di donne che sono convinte di non poter osare altrimenti, a cui hanno insegnato che non potevano seguire i loro sogni senza tradire quelli di qualcun altro, e che dunque hanno finito per cercarli e realizzarli fra le pagine.

Il romanticismo non è (sempre) un inno al maschio alfa o al principe azzurro sul bianco destriero, il romanticismo può essere un viaggio in una sfera intima fatta di aspirazioni e insofferenze e frustrazioni e desideri proibiti e vissuti come sbagliati, fino a un attimo prima di aprire il libro. Aspirazioni e desideri di cui il sesso e l’amore non sono che una metafora, in realtà, più o meno consapevole.

Mentre combattiamo la nostra lotta contro gli squilibri e le falle di un certo amore romantico, allora, non dimentichiamoci che il nostro vero nemico è un altro. È il ruolo che la società ha voluto per noi, come tanti vigili a guardia dell’ordine e della sopravvivenza domestica, proprio come ci hanno convinte che dobbiamo essere madri per la sopravvivenza della specie. Ogni volta che ricacciamo indietro un sogno, che ci mordiamo il labbro per trattenere un’emozione, che riconosciamo un’autorità inesistente in un uomo o nella famiglia, ogni volta che ci mettiamo da parte perché il nostro mondo vada avanti senza scossoni, ricordiamoci che stiamo pagando il prezzo delle battaglie altrui. E che, a volte, le prime a chiederci di farlo siamo proprio noi stesse.

Se fa male non è amore

Il 14 febbraio è la festa degli innamorati,

di tutti gli innamorati,

quelli che hanno amato e perduto,

quelli che non ci hanno creduto abbastanza,

quelli che ci hanno creduto troppo,

quelli che hanno amato di un amore tiepido

e quelli che si sono scottati fin nel fondo dell’anima.

 

È la festa degli innamorati,

di chi ha troppo amore dentro per una persona sola

di chi ha troppo amore dentro perché è rimasto solo

di chi ha troppo amore dentro e per questo è da solo.

Di chi cerca se stesso in un amore futuro

e chi si ritrova soltanto in un amore passato.

 

Ma non è la festa dell’amore cattivo,

quello che per proteggerti ti fa il vuoto intorno

quello che ti fa sentire speciale solo perché fa male

quello che ti fa vivere nell’ansia a ogni istante

quello che ti striscia addosso, che fa paura,

la stessa paura che poi non fa sentire il dolore.

L’amore intermittente, in cui è o tutto o niente

in cui tu sei o tutto o niente,

in cui la tua vita si accende e si spegne.

 

San Valentino non è la festa del possesso spacciato per amore

della dominazione travestita da devozione

della colpa spacciata per condanna.

Se ti senti sola, non è amore.

Se ti senti in colpa, non è amore.

Se ti senti inadatta, non è amore.

Se hai paura di dire di no, non è amore.

Se hai paura di non essere all’altezza, non è amore.

Se pensi di non poterci fare niente, non è amore.

Se pensi che sia solo la vita che ti è toccata, non è amore.

Se non è la vita che avresti scelto, non è amore.

Se ti sei messa da parte, non è amore.

Se devi soffocare te stessa, non è amore.

Se lo fai per lui, non è amore.

Se lo fai per voi, non è amore.

Se non lo fai per te, non è amore.

Se fa male, non è amore.

E oggi non è la tua festa, non è la sua festa, non è la vostra festa.

È la festa degli innamorati.