Mini corso di scrittura creativa per ragazzi

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Foto di fancycrave1 da Pixabay

Mini che più mini non si può. Cinque regole rapidissime per provare ad affrontare la pagina bianca con qualche punto di riferimento in più.

1. Prendete la vostra idea e spaccatela in due. Dovete tirarci fuori due mondi il più distanti possibile. Più saranno diversi, più la vostra storia sarà efficace. E sarà proprio il confronto fra questi due mondi a rendere il percorso del protagonista interessante. Povertà/Ricchezza Freddo/Caldo Realtà/Magia Sconosciuto/Famoso Timido/Estroverso Di successo/Imbranato… Se poi si tratta di una storia d’amore, la regola vale anche per i due protagonisti. Più saranno diversi, più la loro storia sarà impossibile, più il lettore si appassionerà. ESEMPIO: Élite, la serie di Netflix, non sarebbe la stessa cosa senza Samuel, Nadia e Christian, se tutti i protagonisti fossero ricchi.

2. Qualcuno ha detto impossibile? Ogni storia ha una posta in gioco, ossia quello che c’è in ballo e che il protagonista, o l’intera società, rischia di perdere. Quello che si vuole ottenere davvero. Un poliziotto può desiderare di risolvere un caso per il proprio senso innato di giustizia, ma se lo fa anche per riscattarsi, per mettere a tacere un senso di colpa nascosto, perché anni prima per esempio non è riuscito a salvare qualcuno che amava, la storia diventerà molto più appassionante. Nella posta in gioco è implicita anche la difficoltà della missione che aspetta i personaggi. Più l’obiettivo è difficile, più la storia sarà intrigante. ESEMPIOLa casa di carta, la serie di Netflix, a chi era mai venuto in mente di derubare proprio l’inespugnabile Fábrica Nacional de Moneda y Timbre?

3. A cena con il protagonista. Non basta dargli un nome, un passato, un colore per gli occhi e i capelli. Il vostro protagonista deve prendere vita sulla pagina. Significa che dobbiamo vederlo muoversi, dobbiamo sentire il suo tono di voce, dobbiamo sapere come cammina, che cosa lo spaventa, che cosa nega perfino a se stesso. Immaginatevelo davanti a una porta. Come la apre? Bussa? La spalanca? Aspetta di sentire chi c’è dall’altra parte? Se bussa lo fa con decisione o con discrezione? Si pulisce i piedi sullo zerbino? Non è necessario sapere tutto dei vostri personaggi, ma quando si muovono sulla carta dovete vederli, il movimento deve nascere da loro, non dovete muoverli voi come marionette. Date loro spazio, guidateli e lasciatevi guidare da loro. ESEMPIO: una storia di Instagram. Quante cose vi rivela una storia di Instagram dei vostri amici? Molto più di quello che crede chi l’ha postata. Sapremo qualcosa della sua casa, dei suoi gusti musicali, dei suoi orari, del suo stato d’animo… Con i vostri personaggi è lo stesso, ogni volta che agiscono ci svelano molto di più di quanto credono.

4. Sì, ma dove? Tutto ciò che accade nella vostra storia si svolge in uno spazio ben preciso, non avviene nel nulla. Questo non significa che ogni volta dobbiate fermare l’azione e descrivere tutto nei dettagli, stile catalogo Ikea, ma è importante che ci arrivi almeno l’atmosfera, qualche pennellata, i colori, la luce, un soprammobile, un profumo, un suono fuori dalla finestra. Non riferite quello che succede ai vostri protagonisti, non riassumete, mostratelo. Per questo non deve esserci nulla di casuale. La vostra stanza vi assomiglia, giusto? Ecco, anche il mondo della vostra storia deve assomigliare alla vostra storia. ESEMPIO: i meme di Harry Potter. Se non conosciamo il mondo di Harry Potter, i meme non ci diranno niente, al massimo potranno strapparci un sorriso poco convinto. Se scoppiamo a ridere quando li vediamo su Instagram è perché conosciamo il mondo a cui appartengono, proprio come la vostra storia ha bisogno di appartenere a un mondo.

5. La battaglia reale. Una storia non è una linea tesa fra l’inizio e la fine, ogni tanto bisogna aggrovigliarla, scomporla e cambiare l’ordine dei tasselli, spostare le informazioni qui e là, per rendere tutto più avvincente. Vi sono poi alcune tappe che tornano spesso e che possono aiutarvi a costruire la vostra trama. Ci sarà per esempio un momento in cui l’equilibrio iniziale del vostro protagonista cambia, per esempio quando riceve una notizia o conosce qualcuno o riceve un nuovo incarico. Ci sarà un momento in cui conosce i suoi nuovi compagni di viaggio e di avventura, ci sarà un momento in cui affronterà un mondo nuovo (forse perché si è messo in viaggio, forse perché ha conosciuto qualcuno che lo porta in quel mondo) e un altro in cui capirà che non può più tornare indietro, ci sarà un primo scontro con il nemico da cui uscirà malconcio, ma soprattutto ci sarà un momento in cui penserà che tutto è perduto, prima della battaglia finale. Per chi è interessato ad approfondire, cercate le 12 tappe dell’eroe di Christopher Vogler. Gli sceneggiatori dicono che quando scrivi una storia devi prendere il tuo protagonista, farlo salire su un albero, iniziare a tirargli le pietre e poi farlo scendere dall’albero. Solo mentre lo prendiamo a sassate infatti il nostro protagonista ha occasione di cambiare, di capire che cosa vuole davvero e di fare scelte diverse. ESEMPIO: i videogiochi ci portano in un mondo diverso, di cui dobbiamo conoscere le regole, per cui dobbiamo attrezzarci. Nel corso del gioco possiamo stringere alleanze e avere nuovi compagni e il nostro personaggio può cambiare pelle, come le skin di Fortnite, per avere maggiori possibilità di vincere. E più andiamo avanti, più il gioco si fa difficile. Proprio come per i nostri personaggi.

Dopo aver buttato giù la vostra storia, se volete fare la prova del nove, cercate il Manuale di NON scrittura creativa, crudele, ma utile. 🙂

Buon lavoro!

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Tre cose che ho scoperto sui libri e i ragazzi

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Foto di Pexels da Pixabay

1. Proprio vero che i ragazzi non leggono i libri. Li divorano. Se amano un romanzo lo finiscono in una sera. Se non sono interessati, invece, lo mettono giù dopo poche pagine e non lo riprendono più in mano. Leggono eccome, solo hanno il privilegio di leggere come vivono, senza mezzi termini e mezze misure.

2. Quando chiedi qualcosa a un adolescente non otterrai quasi mai la risposta che cercavi. “Che libro vorresti leggere? Su che argomento?” E se la ottieni, di solito è dopo un sacco di sbuffi e dopo averglielo chiesto cento volte e con ogni probabilità avrà finito per dirti quello che immaginava volessi sentirti dire, perché ti togliessi dai piedi. Le risposte degli adolescenti e dei preadolescenti, però, sono anche piccole esplosioni meravigliose di significato, che non c’entrano niente eppure contengono esattamente quello che cercavi prima ancora di avere capito che cercavi proprio quello. Perché la verità è tangenziale e caotica, e loro lo sanno, siamo noi che ce ne siamo dimenticati e abbiamo finito per credere ai nostri criteri patetici per inscatolarla e tenerla a bada.

3. Se domandi a un ragazzo se un libro gli è piaciuto ti risponderà semplicemente sì o no. E se gli chiedi anche perché probabilmente ti risponderà con una scrollata di spalle scocciata, perché il piacere andrebbe vissuto, non raccontato e di certo non analizzato. Il piacere è intimo e prezioso. Chi ha voglia di raccontare il gusto di una tavoletta di cioccolato mentre la mangia o mentre ne conserva ancora il sapore sulla lingua? E quando invece ti rispondono, spesso lo fanno con una frase sola, che le contiene tutte e il cui significato è riassumibile con: “Perché parla di me”. E il senso dei libri non è proprio quello, il senso più profondo e prezioso, il motivo per cui sono indispensabili?

Insomma, altro che preoccuparci perché i ragazzi non leggono. Dovremmo ricominciare da capo a imparare a leggere da loro.

 

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“Io non lo so più chi sono.” La violenza di genere fra i minori

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Foto di Karen Arnold da Pixabay

Le bambine ribelli sono cresciute. E il femminismo non ha ancora trovato il modo giusto per parlare con loro. I toni infantili e le storie della buonanotte non servono più e per gli spunti adolescenziali più duri e senza filtro è ancora troppo presto. E così finiamo per lasciarle sole. Le lasciamo sole negli anni delle prime curve e delle prime mestruazioni, quando diventare donna rischia di sembrare una condanna, non un privilegio, quando la libertà ti si stringe addosso come il primo reggiseno. Rischiamo di lasciarle sole quando si affacciano alle relazioni di coppia e azzardano le prime definizioni dell’amore e del sesso.

Il discorso femminista non sempre arriva alle preadolescenti, non parla abbastanza il loro linguaggio, e le conseguenze iniziano a farsi sentire. Lo dimostra l’ultimo rapporto della fondazione spagnola ANAR (Ayuda a Niños y Adolescentes en Riesgo) che rivela come la violenza di genere aumenti fra preadolescenti e adolescenti in modo preoccupante. L’età dei minori che si rivolgono alla fondazione è sempre più bassa: la media sono 15,7 anni, contro i 16,1 dell’anno precedente, e il 17,6% rientra nella fascia fra i 12 e i 14 anni. Non solo, nell’1,8% delle situazioni l’adolescente convive con il suo aggressore.

“Io non so se la colpa è mia, se mi ama e mi odia. E la cosa peggiore è che se mi chiamasse tornerei fra le sue braccia, come faccio sempre.” “È geloso, non mi lascia uscire con le mie amiche, mi dà della puttana solo perché vado a farmi un giro. Mi ha detto che se lo denuncio mi ammazza.” “Mi insulta continuamente, mi dice che sono una zoccola, una schifosa… Io non lo so più chi sono.” “A volte devo farlo con lui perché se no si arrabbia e diventa violento.” “Io gli dico che non mi piace e lui mi risponde: dai, tranquilla, sopporta, abbiamo quasi finito.” Sono alcune testimonianze raccolte al telefono dell’associazione da ragazze di 15 e 16 anni.

Messaggi di WhatsApp dai toni sempre più violenti e minacciosi, l’obbligo di condividere la propria posizione in ogni momento, il controllo esercitato sul cellulare, la richiesta di fotografie intime come prova d’amore… Nel 67,5% dei casi le aggressioni avvengono per mano del fidanzato, nel 32,5 di un ex fidanzato. A quell’età le nuove tecnologie giocano ovviamente un ruolo rilevante, ma per il resto le dinamiche non cambiano.  Se non fosse che nel 39,3% dei casi l’aggressore ha meno di 18 anni e in due casi su dieci le vittime hanno fra i 12 e i 14 anni.

Il dato più preoccupante però è quello sulla consapevolezza. Nel 53,5% dei casi, la minore che chiama al telefono dell’associazione non è cosciente di essere vittima di violenza. Nell’80,9% dei casi non ha alcuna intenzione di denunciare. Siamo abituati a leggere frasi e dati simili nel contesto della violenza di genere, ma quanto fa male scoprire che a quindici anni ancora oggi puoi cadere in una relazione tossica, essere isolata dalle tue amiche, essere sminuita, insultata, umiliata, controllata in modo ossessivo, presa a schiaffi, violentata, e non riuscire a dare un nome diverso dall’amore a quello che ti sta succedendo? Se la forma di violenza più frequente fra le adolescenti è quella psicologica, questo significa che c’è stato un vuoto preoccupante nel discorso femminista rivolto a quella fascia d’età. Ce la siamo cantata e suonata fra di noi, insomma, e anche quando eravamo convinte di rivolgerci a loro, parlavamo un linguaggio così distante e incomprensibile da non riuscire a farci sentire, o a far venire loro voglia di ascoltarci.

L’età anagrafica delle vittime della violenza degli uomini sta diminuendo più in fretta della nostra capacità di adattarci e imparare il loro linguaggio. C’è una nuova sfida all’orizzonte del nostro discorso femminista e dobbiamo raccoglierla il più in fretta possibile.

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Quello che ogni genitore vorrebbe sapere su TikTok (e non ha mai osato chiedere)

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Foto di Kirill Averianov da Pixabay

“Sarà sicuro?” è la domanda che ci poniamo davanti alle richieste social dei figli preadolescenti. “Mia figlia ha dodici anni e vuole installarsi Instagram, ma sarà sicuro?” ci chiediamo, chattando da un cellulare che usiamo come macchina fotografica con sveglia incorporata, mentre la figlia in questione lo usa per trovare informazioni, confrontarle, editarle e condividerle nel tempo che noi impieghiamo a decidere se qual è si scrive con l’apostrofo. La stessa figlia che forse non si porrà il problema sicurezza, ma che sa benissimo come filtrare i suoi contatti social con precisione chirurgica, a cominciare dalla madre. “Io controllo sempre il profilo Instagram di mia figlia, ci mancherebbe altro” mi ha detto un’amica. “Il profilo?” avrei voluto risponderle. “Quale, dei cinque che ha?”

“Allora facciamo così, vado in negozio e scatto una foto e te la mando e tu mi dici se ti piace” ho proposto a mia figlia, non senza sentirmi molto moderna. “Aspetta” mi ha risposto lei dall’altro angolo del divano. E dieci secondi dopo mi ha mandato le foto della maglietta che voleva, con il prezzo, la taglia, indirizzo e orario di apertura del negozio, scorte restanti e canzone preferita della commessa e un cuore rosso con la scritta “Graxx!!! Anche nera plis”.

Una delle ragioni per cui ho scritto “Fazzoletti rossi” è stata provare a capire TikTok. E c’è qualcosa di teneramente patetico in una generazione come la mia, cresciuta a colpi di “cogli l’attimo” e “nessuno può mettere Baby in un angolo”, e tutto il campionario di sfrontatezza ribelle da Roxy Bar, che adesso si ritrova alle prese con una generazione cresciuta a biberon di consapevolezza e rivendicazioni, per cui cogliere l’attimo è semplicemente assurdo, perché loro sono l’attimo, e la ribellione va bene sulle magliette ma non li rende più liberi di quanto non siano già. Guardano Facebook con la curiosità con cui guarderebbero un mucchio di vecchie riviste ingiallite, sono già oltre Instagram, che usano solo per le storie, sono precipitati nel flusso di TikTok e chissà in quanti altri social che ignoro e di cui scoprirò l’esistenza solo quando saranno diventati troppo vecchi per loro.

“Che scemenze” non posso fare a meno di commentare ogni volta che guardo TikTok. Certo che sono scemenze, lo sanno anche loro, non abbiamo cresciuto un esercito di decerebrati, su questo possiamo rassicurarci, è cazzeggio puro e dichiarato. Solo che noi cerchiamo significati a priori, abbiamo bisogno di agganciarci a quel che riteniamo importante, di usare punti fermi di senso per orientarci, loro no. E non perché siano privi di valori, come sostengono praticamente tutte le generazioni di quelle che vengono dopo, ma perché il significato delle cose è fare le cose, non può esistere a priori, si manifesta e si crea nell’azione stessa, come nei videogiochi. Non esiste un sistema di valori esterno o precedente al videogioco, e se esistesse, probabilmente sarebbe ingannevole e poco affidabile. L’etica di un videogioco emerge dalle scelte che sei portato a fare, dalle conseguenze delle sue regole nel corso della partita, dagli obiettivi che ti prefiggi e dalle strategie per conseguirli. Non è una dichiarazione di principi, è il principio di una dichiarazione.

Possiamo gridare ai nostri figli quanto vogliamo che dovrebbero pensare a cose più serie, ma è un po’ come dire loro di imparare a nuotare prima di azzardarsi a mettere un piede in acqua. Loro non imparano le cose importanti, lasciano che prendano forma mentre fanno tutt’altro, le scoprono per caso e soprattutto hanno imparato che non devono sembrare importanti, per esserlo davvero. Anzi, che il modo più sicuro per trovare qualcosa di serio e importante è rifuggire da tutto ciò che sostiene di esserlo. Del resto, sfido chiunque a guardarsi attorno e dire che hanno torto.

È una generazione dall’identità fluida, che scorre da una performance collettiva all’altra, che si nutre di hashtag e si lascia orientare e influenzare dagli algoritmi, gli influencer orwelliani del futuro. Ecco allora che in un mondo in cui plasmarsi sui contenuti altrui ti definisce, non per imitazione o per bisogno di omologazione, ma come attività ludica e creativa, come nuova modalità di relazione con un contesto sociale e social sfuggente, senza mappe e confini, il cyber bullismo va oltre le molestie e l’abuso. Non si tratta di una rete esterna a te che ti intrappola fra insulti e bugie, quel collettivo virtuale diventato improvvisamente ostile non è altro da te, quel collettivo sei tu. Non puoi ignorarlo, non puoi decidere che non ti interessa e passare oltre, perché per farlo devi prima cancellarti e diventare invisibile.

Siamo troppo pesanti per seguire gli adolescenti di oggi, non ci solleviamo abbastanza da terra, ci tiriamo dietro il peso delle nostre paure e della fatica che ci è costata sognare e di tutti gli sforzi che facciamo per non sembrare vecchi. Forse un giorno succederà anche a loro, un giorno scopriranno che sognare costa fatica e quanto è facile perdere tutto e quanto è rischioso navigare a vista. Fino a quel momento, si spostano liberi in un orizzonte in cui i punti di riferimento sono diventati utili come un faro in pieno giorno. Noi allontaniamo lo schermo del cellulare per riuscire a mettere a fuoco i meme che ci mostrano, loro a cinque anni scoprivano dal tg che la webcam può registrare a tua insaputa. Noi li avvertiamo che la ragazzina così simpatica con cui sta chattando potrebbe essere un cinquantenne che un giorno si inventerà un complesso sulle proprie tette inesistenti per convincerla a sollevarsi la maglietta, per loro l’identità della persona dall’altra parte si definisce in termini di popolarità, hashtag, effetti e canzoni, non di autenticità, e se si alzeranno o meno la maglietta dipenderà da tutto quello che abbiamo insegnato loro sulla vita, non sui social.

Stiamo scaricando le colpe degli adulti sul linguaggio usato dagli adolescenti. Dovremmo parlare meno dei pericoli dei social e di più dei pericoli per i social. Se TikTok è il “paradiso dei pedofili” il problema sono i pedofili, non le ragazze che decidono come divertirsi; se un cinquantenne si spaccia per dodicenne per convincere una ragazzina a spogliarsi dovremmo prendercela con il cinquantenne, non con il mezzo che glielo rende possibile. La mia infanzia era tempestata dai racconti di uomini che ti aprivano l’impermeabile davanti per mostrarti quel che avevano fra le gambe, eppure nessuno mai pensato di ritirare gli impermeabili dal commercio. Ecco allora che cosa ho capito di TikTok scrivendo “Fazzoletti rossi”: che non lo capirò mai. E che va bene così.

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Mio figlio ha visto un porno

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Che sarà mai. Succede, è normale, è l’età, sono ragazzi. Un pizzico di Ubalda, due tette, qualche culo, un paio di respiri da asmatico e quattro spinte dopo è finita. Ed è pronta la cena.

Mio figlio ha visto un porno. Non sappiamo bene quando dove o con chi. Ma il vero problema è che non sappiamo che cosa ha visto. Se pensiamo che sia sesso, quello che i ragazzi possono trovare on line digitando quattro parole sul cellulare, siamo fuori strada. E quel che è più grave, lo sono anche loro.

Non è sesso. È quasi sempre violenza mascherata da sesso. È un susseguirsi di abusi, di violazioni del corpo femminile in cui il consenso è poco più di uno sguardo in macchina. Sono stupri mascherati, la fiera di un piacere maschile malato e perverso, che si nutre di sopraffazione e di corpi vuoti e rubati. Non è proibito, è illegale. Alcuni di quei video sono la messa in scena più o meno artefatta degli articoli che leggiamo sui giornali e delle violenze che ci fanno orrore. Una visione del maschile fondata sul potere, sull’abuso, sul furto, in cui il piacere femminile non esiste e non è contemplato, se non in qualche pallida imitazione a uso e consumo di quello maschile.

Forse non sapremo mai a che età l’hanno visto le nostre figlie e i nostri figli, ma sappiamo da che età erano in grado di vederlo. Basta controllare la data della prima bolletta del cellulare che abbiamo pagato. I nostri figli preadolescenti hanno accesso a materiale pornografico in meno tempo di quanto ne impieghiamo noi a ordinare la cena online.

E così, mentre ci scandalizziamo per i testi di Sfera Ebbasta e teniamo d’occhio le letture scolastiche come tanti inquisitori e controlliamo religiosamente l’età prima di entrare al cinema o di scegliere una serie su Netflix, i nostri figli e le nostre figlie digitano “scopare” e “troia” sul cellulare con la stessa facilità con cui noi cercavamo “stronzo” sul dizionario di italiano e poi ridacchiavamo. Ma con risultati molto diversi.

“Secondo te è adatta a un dodicenne?”

“No, credo di no. A un certo punto lei si toglie la maglietta e lui le tocca le tette.”

“Peccato. Volevo portarlo al cinema. Altrimenti sta sempre attaccato al cellulare.”

Ci siamo saltati un aggiornamento, forse anche due. Come tutti i genitori, del resto. La buona notizia è che possiamo smettere di piazzare un cuscino in faccia al piccolo di casa quando in televisione un bacio si fa un po’ troppo focoso. Altro che cambiare canale quando i due protagonisti di una commedia romantica si cercano nudi sotto le lenzuola: dovremmo alzare il volume e dire: “Ecco, è questo il sesso. Si fa così, vedete? Guardate bene, state attenti che nei film finisce subito. E a volte anche nella vita vera… Si amano o forse no, ma si rispettano e lo vogliono entrambi. E se hanno un po’ di sale in zucca prenderanno le loro precauzioni. Tutto chiaro o volete rivederlo meglio?”

C’è solo un modo per combattere il lato oscuro di internet e non è tagliare le scene di nudo come tanti censori anni cinquanta: bisogna parlarne, parlarne e parlarne ancora, più che possiamo. Non solo. Bisogna parlarne e mostrarlo. È finita l’epoca dei dizionari, in quella di Youtube se non lo vedi non esiste. Il sesso dovrebbe scomparire fra i criteri di classificazione dei film e delle serie. Abbiamo messo i nostri figli adolescenti al volante di tante Ferrari senza neanche aspettare che avessero la patente. Adesso, almeno, non tappiamo loro gli occhi mentre sono alla guida.

Tranquilla

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“Tranquilla.”

“Brava.”

Ci sono parole che pesano più delle altre, sarà la polvere di anni decenni secoli di subordinazione. Ci sono parole che si portano dietro un giudizio collettivo, non c’è neanche bisogno di usare un tono minaccioso, la minaccia è tutta lì, nel ricordarti le regole e il tuo ruolo, nel farti sentire piccola e isterica e ingenua.

Quanta forza ci vuole per reagire a un semplice “Tranquilla”, se sei una donna educata a non alzare la voce, a non farti notare, a cercare la virtù nella posatezza? Quanta forza ci vuole, se sei un’adolescente alla ricerca di approvazione e sai, senza bisogno che vengano a dirtelo, che quell’approvazione ha un sesso e non è il tuo? E che non ce l’avrai mai se non stai “Tranquilla” quando ti dicono di farlo. Anche se in quel momento hai una mano dove non vorresti averla, un alito troppo vicino, un’erezione incollata al culo e nessuna voglia di eccitarti. “Tranquilla” e “Brava” sono le parole magiche per essere accettate. Quando sei adolescente lo sai per istinto,  quando sei adulta lo sai per esperienza.

Quanto coraggio ci vuole, a sedici anni, per scrollarti di dosso gli sguardi che non vuoi e che non hai cercato? Quanto ce ne vuole a cinquanta per mettere in chiaro che esisti anche al di fuori di quegli sguardi? Quante donne si sono perdute, nello spazio che separa un Tranquilla da un Brava?

Ci sono momenti in cui sembra che bastino quelle due parole a spazzare via tutte le battaglie delle donne, e altri in cui vorresti celebrarle tutte lì, nella capacità di disobbedire a quelle due parole per scoprire che in realtà non hai disobbedito a nulla, hai solo obbedito a te stessa.

Ogni volta che una donna ignora un “Tranquilla” e se ne frega di un “Brava” dovrebbe sapere di non essere sola. Che dietro di lei ci sono dieci, cento, mille donne che sono state tranquille fino a ieri e si sono stufate. Dieci, cento, mille donne a cui non frega più niente dell’approvazione di una società che non le rappresenta e non si cura di loro. Dieci, cento, mille donne che non hanno più nessuna voglia di stare tranquille mentre qualcuno fa loro quello che non vogliono e a cui non frega più niente di sentirsi dire brave mentre fanno a qualcun altro quello che non hanno voglia di fare.

“Tranquilla. Non fare tante storie.” Lo senti, il coro silenzioso alle tue spalle? Tranquilla un cazzo.

Che faticaccia essere una mamma femminista

Le mamme femministe della mia generazione ci provano, ma non sempre ci riescono.

Facciamo incetta di titoli ribelli e battaglieri e se ci scappa un “Guarda come ti sta bene quel vestitino” poi rimediamo a colpi di Frida Kahlo.

Regaliamo a nostra figlia il Manuale del piccolo ingegnere e spieghiamo a nostro figlio che l’ombrellino rosa ereditato dalla sorella va benissimo, ma poi compriamo una tuta da sci nera per la maggiore “Perché sa, così poi può usarla suo fratello”, spieghiamo alla commessa che ci guardava storto perché vestivamo il nostro angioletto biondo di nero e adesso ci guarda storto perché abbiamo peccato di gender sotto i suoi occhi. Cinquanta flessioni e due biografie di Amelia Earhart.

No, non abbiamo detto a nostra figlia di stare seduta composta e nessuno saprà mai quanta fatica ci è costata non farlo, e sì, nostro figlio aiuta in casa proprio come lei, non importa se ha solo tre anni e ci costa un servizio di piatti a settimana. Quel che è giusto è giusto. Guai a distrarti, che poi succede come quella volta che hai lasciato i vestiti piegati sul letto di ciascun membro della famiglia, tranne quelli di marito e figlio che sono finiti direttamente nell’armadio, anche se in realtà l’hai fatto per evitare che andassero perduti per sempre fra criteri di classificazione imperscrutabili.

Essere mamme femministe è una faticaccia. No, non siamo più esigenti con la femmina solo perché è una femmina, cioè, forse sì, forse qualche volta, per sbaglio, come quel giorno in cui poi abbiamo deciso di recuperare spiegandole che per lei sarà più dura che per suo fratello, qualunque carriera sceglierà, dovrà fare il doppio della fatica per dimostrare che vale qualcosa, e poi non abbiamo dormito chiedendoci se quello che le avevamo spiegato era molto maschilista o molto femminista. O come quella volta in cui abbiamo permesso al maschio di mettersi lo smalto per le unghie di sua sorella e abbiamo resistito ben 48 ore prima di ordinargli di toglierlo “altrimenti le unghie non respirano”.

Se non inviti quei piccoli Conan dei compagni maschi alla festa di tua figlia ti diranno che sei sessista. Se vedi un castello o un aereo dal finestrino dell’auto e avvisi tuo figlio e non tua figlia (a cui dei castelli e degli aerei non frega un tubo) sei sessista. Se regali le perline per i braccialetti a sua figlia e i Lego a tuo figlio sei sessista. Perfino scegliere un peluche è più complicato di quanto sembri, a voler fare le cose per bene (il cagnolino per la femmina e il draghetto per il maschio andrà bene, o meglio il contrario?).

Insomma, diciamolo, se le mamme sbagliano sempre, le mamme femministe sbagliano sempre il doppio.

Per fortuna le mamme femministe di solito hanno figlie femministe, le stesse che chiedevano la macchina per fare la pasta a Natale e che vanno pazze per la Barbie e che per anni si sono vestite solo di rosa e che non hanno mai letto neanche due pagine della biografia di Frida Kahlo. Come abbiano fatto a crescere così intraprendenti e battagliere fra tanti lustrini e tanti principi e tante “boquitas” del reggaeton resta un mistero. Ma sono lì, più femministe di noi, e ci rimettono sempre sulla strada giusta.