E tu, che mamma sei?

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C’è la mamma sportiva, che fa ginnastica con il pupo nel marsupio, se lo porta ovunque in bicicletta e può continuare ad amare lo sport mentre insegna alle persone che ama a fare altrettanto. Tennis, calcio, scalata, kayak, tutto vale. La prole si divertirà e la mamma continuerà a sentirsi se stessa consapevole di fare il bene dei figli, insieme al suo.

C’è la mamma cuoca, che prepara manicaretti e non appena il pargolo è in grado di stare seduto a tavola lo piazza a preparare torte e biscotti. La mamma cuoca può sperimentare ogni giorno piatti diversi, contando sul palato e sull’aiuto dei figli, e più lei si diverte e si dedica alla propria passione, più i figli imparano l’arte dei fornelli e si abbuffano di delizie caserecce.

C’è la mamma scienziata, che quando il pupo inizia a gattonare gli sistema davanti esperimenti di ogni tipo e non appena lui acquista l’uso della parola se lo porta in giro a declamare il nome di piante e fiori e animali, per poi passare al Piccolo Chimico qualche anno prima dell’età consigliata sulla confezione.

C’è la mamma lettrice, che legge legge legge ai figli, qualunque cosa a qualunque età, anche solo per il piacere di far riecheggiare storie sconosciute nella propria voce. C’è la mamma matematica, che inventa teoremi impossibili con i numeri della minestrina. C’è la mamma musicista, che crea una ninna nanna per ogni vagito. La mamma sciatrice, che si lancia con i pargoli giù per piste spericolate. La mamma fotografa, che ti spiega i misteri della camera oscura. La mamma sarta, che ti confeziona qualunque vestito tu le indichi sulla rivista.

E poi c’è la mamma cazzona.

La mamma cazzona si sente davvero se stessa quando ne combina qualcuna, quando sfida i mulini a vento, quando trasgredisce, inventa, evade, quando viaggia, quando fa di testa propria, quando sta da sola, quando si incavola, quando dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato. La mamma cazzona si fa scappare troppe parolacce, non riesce mai a tenere la bocca chiusa, ha un caratteraccio ed è felice di averlo. La mamma cazzona esagera quasi sempre, vive di malinconie e di sogni in un futuro da reinventare non appena diventa noioso. La mamma cazzona ogni tanto ha bisogno di mandare tutto al diavolo, di ricominciare da capo, di fare la cosa sbagliata sapendo di farla. La mamma cazzona vuole avere sempre l’ultima parola come quando era piccola ed è bastian contrario come quando era adolescente. La mamma cazzona ama sedersi per terra, mettere i piedi sul tavolo, tenere la musica troppo alta, mangiare fuori pasto e poco sano e quando le pare. La mamma cazzona dorme fino a tardi e la sera non andrebbe mai a letto, perché le sembra sempre di non aver spremuto il giorno abbastanza.

Come fa allora la mamma cazzona a continuare a sentirsi se stessa insieme ai pargoli, senza condannarli a un futuro sul lettino dello psicoanalista? Una cosa è insegnare ai tuoi figli a ribellarsi, un’altra costringerli ad affrontare giornate allo sbando. Una cosa è divertirsi in modo sfrenato con i propri figli, un’altra è saperlo fare nei momenti giusti, rispettando i loro spazi e quelli del quotidiano. Una cosa è pasteggiare ogni tanto a stuzzichini come faceva Cher in chissà quale film, un’altra è sconvolgere il menu e le analisi del sangue dei tuoi figli sulla scia dei tuoi cambiamenti di umore. Insomma, non si può. La mamma cazzona deve darsi una regolata, deve mettere via una parte di sé e sacrificarla a pasti caldi abbastanza sani e regolari, a una vita ordinata e rassicurante che non si lasci frastornare da sprazzi occasionali di follia, perché non si può spedire un figlio nel labirinto senza tenere ben stretto il nostro capo del filo, o almeno provarci.

La mamma cazzona sacrifica ogni giorno una piccola parte di sé. Se fosse un uomo probabilmente non sarebbe necessario, i padri cazzoni sono divertenti e imprevedibili, l’invidia degli amici, e non sconvolgono la vita domestica.  Ma fra la Sindrome dello Strofinaccio e l’esaltazione del materno a tutti i costi e senza sfumature, la donna una volta diventata mamma china impercettibilmente il capo, si getta alle spalle gli anni di giovinezza e indipendenza e follia e si consegna a quell’amore tutto nuovo che un po’ la trasforma e un po’ la opprime, che ogni tanto è la misura assoluta della sua felicità e ogni tanto le impedisce di arrivarci.

La mamma cazzona della mia generazione vive stretta fra il richiamo all’indipendenza sentito da adolescente negli anni Ottanta e la Sindrome dello Strofinaccio ereditata da nonne e madri, che le impone la cura altrui come misura del proprio valore. Vive fra l’attaccamento a se stessa e il senso di colpa per un materno idealizzato che non le appartiene e che sente di tradire ogni giorno, rubando qualcosa all’ideale materno che i suoi figli sono condannati a portarsi dietro amputato e un po’ goffo. Ma ha una certezza, che quell’ideale materno se non altro è sincero ed è presente.

Sì, perché alla fine la madre cazzona fa di necessità virtù e decide che non c’è niente di più prezioso che insegnare a sbagliare, a essere imperfetti, a rattoppare, a rischiare, a scusarsi, a ricominciare da capo, a riconciliarsi con i propri errori, e così continua a sbagliare e a scusarsi, imbastisce un quotidiano il più sereno possibile e poi lo manda all’aria in due secondi con la frase sbagliata, ma poi ricomincia e ci riprova. Perché sa che è la strada del voler bene, non quella dell’inferno, a essere lastricata di buone intenzioni. E sa che alla fine, passata l’epoca dei pasti sani e della casa che profuma di torta appena sfornata e dei compiti e della merenda nello zaino, finita quest’epoca, i suoi figli potranno fare tesoro del suo esempio incerto e impacciato e sforzarsi di trovare sempre la strada che porta verso se stessi, anche nel territorio inesplorato e disorientante dell’amore altrui.

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Siate affamate, siate romantiche

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C’è un segreto ben custodito dietro il romanticismo dei romanzi d’amore, che eserciti di donne in un patto segreto e silenzioso, hanno fatto di tutto per non svelare.

Pensiamoci bene. Se i romanzi rosa fossero soltanto sospiri, emozioni a metà, ragazzuole ingenue in attesa del principe azzurro, non avrebbero conquistato una fetta così grande di mercato anno dopo anno. Non c’è nemmeno bisogno di essere femministe per affermarlo. Basta un po’ di buon senso. Perché tuffarsi fra le pagine per ritrovare una versione sminuita di noi stesse, dopo aver sospirato, sbuffato e smadonnato tutto il giorno? Che cosa ce ne facciamo di personaggi maschili convinti di occupare tutta la scena solo perché le donne glielo lasciano credere, quando ce l’abbiamo già seduto a tavola e dobbiamo pure ricordargli dove ha messo il telecomando? Insomma, superata una certa età, altro che l’amore non è bello se non è litigarello, basta il rutto libero tanto caro a Fantozzi a dare un’idea del genere di battaglie che ci si trova a combattere a volte pur di conservare un’ombra dei propri candidi sogni adolescenziali.

Il romanticismo dei romanzi rosa, in realtà, è un’altra cosa, è il sotterfugio di donne educate all’insegna della compostezza e della misura, è il nostro modo per inseguire e vivere quella follia che ci farebbe sembrare sconvenienti e irresponsabili, altrimenti. Agli uomini è concesso fare follie, loro non rischiano di essere tacciati di stregoneria o che gli si ricordi il proprio ciclo mestruale. La follia maschile è premiata con la definizione di genio, di coraggio, di audacia, non viene guardata con un misto di fastidio e paura. Noi donne non siamo altrettanto fortunate, la nostra follia ha connotati negativi e pericolosi, ma questo non significa che siamo disposte a rinunciarvi tanto facilmente. Ecco allora dove entrano in scena i romanzi rosa.

Per cominciare, sono a prova di censura: c’è sempre un uomo convinto di essere il senso di tutto, anche quando fa poco o niente e ha il carisma di un merluzzo sotto sale, in confronto alle protagoniste. Così, messo al riparo l’orgoglio e l’ego maschile, la donna sotto l’ombrello del romanticismo è libera di fare un po’ quel che le pare.

Il romanticismo delle storie d’amore non c’entra niente con gli uomini. Il romanticismo delle storie d’amore parla di noi, delle nostre emozioni, dei nostri desideri nascosti, delle mille donne diverse che avremmo potuto e voluto diventare, del piacere che non abbiamo il coraggio di chiedere, dei sogni che ci si agitano dentro cercando la strada per uscire, della ribellione silenziosa nascosta dietro i gesti di ogni giorno. I romanzi rosa sono un modo per sognare l’impossibile e continuare a crederci. Il romanticismo delle storie d’amore a volte è l’unica follia concessa alle donne, ha qualcosa di clandestino, a guardarlo bene, qualcosa di prepotente e liberatorio. Nasconde la forza di una ribellione dura a morire, anche sotto la polvere e la fatica del quotidiano. Avremo fatto molta strada, ma quando si tratta di essere folli continuiamo a inoltrarci in un terreno tutto maschile. La donna un po’ folle continua a essere considerata isterica, umorale, pericolosa, da isolare.

Eppure chi di noi non la sente e non continua a sentirla, quella irrequietezza che scorre sotto pelle, quel bisogno di andare oltre il presente e pretendere di più, quel grido che si spalanca dentro, la fame di egoismo, di tempo per se stesse, della libertà di essere quello che vogliamo davvero, senza piegarci alle aspettative e ai bisogni altrui. Quell’ansia di ribellione e la voglia di osare, di osare davvero. Non c’è da stupirsi che l’autolesionismo sia un fenomeno soprattutto femminile. È il buco nero che ci portiamo dentro, quel buco in cui abbiamo nascosto le tante facce del nostro modo di essere donne, che ogni tanto ci trascina dentro di sé.

Siamo folli, allora signore, siamo audaci. Smettiamo di chiamarlo solo romanticismo, cominciamo da qui, dall’amore e dal piacere, per poi avvitarci e lasciarci andare e scordarci di tutto e tornare su noi stesse cambiate, completamente diverse e sempre uguali, finalmente padrone della nostra follia. Perché sognare l’amore non sia più un’alternativa ai nostri sogni di ribellione, ma una sorta di prova generale, il primo passo verso una vita diversa.

La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni

La strada del voler bene è lastricata di buone intenzioni, proprio come quella dell’inferno. Scorrono sotterranee dietro i nostri gesti e i nostri discorsi, scavando gallerie di sensi di colpa e di dilemmi silenziosi, come tante termiti.

Ogni tanto una buona intenzione centra il tiro e grida vittoria, perché ha strappato un sorriso, un grazie, magari perfino un ti voglio bene. Ma il più delle volte si ritirano silenziose, senza sapere se sono state notate, se qualcuno si è accorto di loro.

La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni perché più ne metti in fila e più arrivi lontano, fino in fondo agli amori più cocciuti, quelli che non si lasciano amare, che non si lasciano coccolare, che si riparano dietro un’ostilità capricciosa ma necessaria.

La strada del volersi bene è costellata di buone intenzioni perché quando si passa ai fatti si sbaglia sempre, ci si ferisce a vicenda scagliandosi addosso le proprie debolezze e le proprie paure.

L’amore e l’affetto sono egoisti, parlano in prima persona, gridano, non ascoltano, hanno sempre paura di correre troppo rapidi verso la fine, senza sapere che la fine non la vedi arrivare, non è in fondo alla strada, è una trappola che ti si spalanca sotto i piedi dopo una parola o un gesto banali, che non sembravano tanto importanti un attimo prima.

Le buone intenzioni sono come i cani randagi, quando non vengono ignorate di solito si beccano un calcio.

Quando ti perdi, però, quando hai bisogno di tornare a orientarti anche se non sei sicura di voler andare da nessuna parte, le buone intenzioni a saperle riconoscere ti indicano la strada da seguire. E ti riportano a casa.

Le mamme dei maschi

miniature-1802333_960_720Le madri dei maschi sono un capolavoro di ottimismo.

Dove c’è uno spintone vedono un gesto amichevole. Dove c’è un pugno vedono una manifestazione di esuberanza. Dove c’è violenza vedono un bambino troppo sicuro del proprio corpo. Quanto testosterone, esclamano ammirate, mentre il pargolo distribuisce cazzotti agli amici, e quanta maleducazione, esclamano scandalizzate, quando il pargolo riceve cazzotti dagli amici.

Le madri dei maschi sono un capolavoro di fantasia.

Dove c’è uno scarabocchio vedono il futuro Picasso. Dove c’è un paio di scarpette da calcio vedono il futuro Messi. Dove c’è un nove in pagella vedono un futuro premio Nobel. Non so da chi ha preso, eclamano con finta modestia, a cinque anni è già più intelligente di me.

Le madri dei maschi gridano allo scandalo se qualcuno infastidisce il figlio ma non riescono a reprimere un sorrisetto divertito quando raccontano che il figlio a sei anni ha toccato le tette della compagna di banco. Le madri dei maschi fanno secchi i mariti al primo segno di autorità nei confronti della prole ma poi si lasciano prendere a calci dal figlio di cinque anni perché poverino è un po’ stanco. Le madri dei maschi sbandierano il proprio femminismo ma poi trovano così tenero che se lei esce con le amiche il figlio la tempesti di messaggi per chiederle di tornare altrimenti non dorme.

Da grande voglio vedere il mondo con gli occhi delle madri dei maschi. Dev’essere un mondo meraviglioso, in cui gli insulti sono emozioni trattenute, la disobbedienza un eccesso di vitalità, la maleducazione un segno di virilità. Non c’è spazio per gli errori, nel mondo delle madri dei maschi. Non c’è spazio per la debolezza. Non c’è spazio per i rimproveri. Non c’è spazio per i difetti.

È proprio un maschio, è la formula magica, che cura ogni sbaglio e guarisce ogni colpa.

E poi i figli crescono e sono sempre ragazzi che ogni tanto si divertono un po’ ed esagerano e non c’è niente di male e qualcosa dovranno pur fare con tutta quell’energia. Del resto guarda le ragazze come vanno in giro, anche loro come fanno poveretti, a resistere. E poi i figli crescono e scoprono che non sono Messi e non sono Picasso e non prendono neanche il premio Nobel e l’unica cosa di cui avrebbero davvero bisogno è aver imparato a sbagliare e a convivere con le proprie debolezze. A convivere con i rifiuti, soprattutto quelli delle donne.

Io guardo le madri dei maschi e non posso fare a meno di pensare che avremmo degli uomini molto migliori se qualcuna di loro tenesse a bada l’orgoglio materno e magari anche il pargolo, ogni tanto. Se qualcuna avesse insegnato ai figli a tenere a posto le mani e a cambiare tono di voce e che una donna ha il diritto di uscire con le amiche senza che nessuno le rompa le scatole, che le donne non si toccano neanche con un fiore, che le frustrazioni sono una gran brutta cosa ma sono anche un problema tutto loro. Se avessero insegnato ai figli a chiedere il permesso, ad accettare un no come risposta e che essere maschi non è una scusa, ma una responsabilità.

Anche perché una volta adulti, non ci saranno più scuse e mamme che tengano. Non importa se hanno sempre pensato che la virilità fosse quella cosa lì. La colpa di quello che faranno sarà soltanto loro.

Lo stesso figlio

ipe-yellow-1741843_960_720Eppure è sempre lui.

È lo stesso figlio a cui hai portato il monopattino in spalla al ritorno da scuola fino a un’età scandalosamente avanzata, quando avrebbe potuto farlo tranquillamente da solo. Perché poverino, quando esce è stanco morto.

È lo stesso figlio per cui hai litigato con la tua migliore amica, perché sua figlia lo prendeva sempre in giro per le orecchie a sventola e lui poi ci stava malissimo (le donne sono tutte troie, amore mio, tutte tranne la mamma).

È lo stesso figlio a cui hai sempre fatto trovare la mela già tagliata e a fettine sottili, perché così è più buona. Lo stesso a cui tagliavi la crosta del toast e a cui passavi il mandarino una fetta dopo l’altra, in modo che potesse correre con i suoi amici mentre faceva merenda e prendesse abbastanza vitamine.

È sempre lui.

È lo stesso figlio a cui hai permesso di mettere il canale dei cartoni animati mentre tu leggevi le notizie sullo schermo del cellulare. Fino a quando non ha voluto giocare con il tuo cellulare e ti ha lasciato il telecomando. È lo stesso figlio per cui hai rinunciato a viaggiare finché non l’hai portato a Disneyland. Lo stesso figlio con cui hai passato pomeriggi interminabili a ripassare la tabellina dell’otto e la fotosintesi.

È lo stesso figlio a cui hai cercato di costruire intorno la migliore delle vite possibili, perché a soffrire si fa sempre in tempo e che la vita fa schifo lo scoprirà da solo e più tardi è meglio è.

È lo stesso figlio che da un giorno all’altro è cresciuto e ha iniziato a scrollarsi il tuo amore dalle spalle con un gesto infastidito. Lo stesso figlio che adesso ha solo voglia di imparare a sbagliare e di farlo da solo. Lo stesso figlio che sbatte la testa contro limiti inesistenti cercando se stesso, soffiando e sbuffando come un animale in gabbia, cercando la lite e un posto per quella rabbia nuova che si è scoperto dentro e a cui sembra aver dato il tuo nome. O il nome del suo affetto per te.

Lo stesso figlio che gira la faccia quando provi a chiedergli un bacio, a cui riesci a malapena a raddrizzare il colletto prima che esca con gli amici. È lo stesso figlio che adesso si nasconde dietro la porta chiusa e ti lascia il telecomando del televisore e anche il cellulare, perché il suo è più veloce e ha più memoria.

Lo stesso figlio che adesso non devi più andare a prendere da nessuna parte e che ti ha svuotato le giornate di colpo, lasciandoti con un sacco di tempo libero e nessuna idea di come utilizzarlo. A parte imparare da capo a fare la mamma e a fare la donna, a nascondere la premura dietro i divieti, a scivolare sullo sfondo della sua vita buttando qua e là regole incerte e speranzose. A parte fare lo yo-yo fra i suoi bisogni improvvisi e i suoi divieti.

Mentre scopri che l’amore di una madre è sempre troppo o troppo poco. E ti viene il dubbio improvviso che non si nutra affatto di sacrifici e preoccupazioni come hai sempre pensato. Che in realtà si sia sempre nutrito soprattutto di ricordi. In una rincorsa al contrario in cui più ci si affanna e più ci si allontana da quell’amore perfetto e impossibile da cui è cominciato tutto.

Allora d’accordo, ricominciamo tutto da capo. Tutto al contrario. E se potessi tornare indietro glielo lasceresti portare da solo il monopattino su per le scale, anche se vederlo sudare e affannarsi è più difficile che spaccarsi la schiena per farlo al posto suo. Perché hai scoperto che il regalo più prezioso che puoi fargli non è difenderlo dalla paura e dalla fatica e dal resto del mondo, ma lasciare che il sorriso orgoglioso che gli illumina il viso quando è arrivato in cima sia soltanto suo.

 

Mamma, e se ti facessi una vita?

Mamma, e se ti facessi una vita?

Non dico che quella che hai non vada bene, però ogni tanto assomiglia un sacco alla mia. Come quel giorno che credevo di avere un Whatsapp tutto mio e invece mi hai detto che no, è il tuo, anche se la foto è la mia. Che hai messo la mia foto perché mi vuoi un sacco di bene. E non è che non mi faccia piacere, anzi, l’ho perfino detto alla maestra che parli sempre di me su Facebook, solo che mi sembra un po’ strano. Se c’è il tuo nome, non dovresti metterci la tua di foto e usarlo per raccontare gli affari tuoi?

La maestra ha detto che sono molto fortunato, perché è chiaro che per te sono molto importante. Mi ha anche detto che c’erano tre errori nell’esercizio di matematica che mi hai fatto tu e che devi, cioè devo, ripassare le tabelline. E ha detto che il tuo blog è molto carino e che non avrebbe mai pensato che io facessi ancora la pipì a letto a sei anni.

Ecco, mamma, io sono molto felice che tu parli di me nel tuo blog, ma quella parte dovevi proprio scriverla? O di quella volta che ti ho detto che volevo baciare la Claudia perché sapeva di fragola o di quella volta che ho giocato a tiro a segno con il pisellino? Dovevo proprio scriverlo nel tuo blog?

Ma se invece ti facessi una vita solo tua, mamma?

Lo so che non è tanto facile con tutte le lezioni di yoga e di pilates e di acrobazia e di zumba a cui mi porti e che non trovi neanche il tempo di andare in palestra, figuriamoci. E lo so che l’altro giorno hai perso un’ora solo per cancellare tutte le foto della gita a teatro da Whatsapp, che poi in realtà si vedeva soltanto Carlo perché le foto le aveva fatte la sua mamma, e lo so che spiegarmi le divisioni a due cifre è stata una faticaccia e che per fortuna poi la mamma di Giulio ti ha mandato quel video di Youtube dove lo spiegavano benissimo e usavano un metodo molto più facile di quello della maestra.

Però io ti volevo dire di non offenderti, ma che quando sarò grande sulla mia pagina Facebook ci metterò la mia di foto, non la tua. E anche su Whatsapp, credo. Spero che non sia un problema, questa cosa, se mi farò la mia vita e tu non ci sarai tanto. Perché io ti vorrò bene lo stesso, anche con la mia vita, questo ci tenevo a dirtelo. E secondo me dovresti mettere la tua di foto su Whatsapp, visto che sei la mamma più bella del mondo.

La verità è che non possiamo farci niente

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Foto Mateusz Lapsa-Malawski (CC)

La verità è che non possiamo farci niente.

Possiamo mettere ai nostri figli tutta la crema solare che vogliamo, cercare di evitare che si trovino davanti siti pornografici, legarli ben stretti nei seggiolini per le auto, controllare che non ci sia traccia di olio di palma, latticini, carne di maiale, conservanti e coloranti in quello che si cacciano in bocca.

Possiamo controllare con chi giocano prima e con chi escono poi, non portarli a Londra perché abbiamo paura del terrorismo, fargli lavare le mani appena entrano in casa, toglierci le scarpe quando iniziano a gattonare, mettergli il casco quando vanno a sciare e misurare la distanza fra le assicelle del lettino quando sono piccoli. Possiamo prendercela con i cellulari e con internet e con i social e con i pericoli in agguato su Instagram. Possiamo prendercela con le canne e con i bicchieri di troppo e con le compagnie sbagliate e con i bulli a scuola e con la superficialità dell’adolescenza.

Possiamo illuderci che dove c’è la legge ci sia la giustizia, che dove ci siano le norme saranno al sicuro, che basti fare le cose nel modo giusto per non finire nei pasticci e restare sulla buona strada. Che dove il mestiere di genitore non arriva più si possano seguire i consigli della maestra, del parroco, del pediatra, del preside, dello psicologo per sfuggire ai pericoli e agli errori più gravi.

Ma la verità è che non possiamo farci niente. E lo sappiamo. Quando spegniamo la luce della loro stanza, quando entriamo in punta di piedi per vederli dormire e controllare che non abbiano scalciato via le coperte, quando ci chiniamo piano su di loro per baciarli mentre dormono, una vocina ce lo sussurra sul fondo dei nostri pensieri e del nostro affetto.

I nostri figli non saranno mai al sicuro. E noi non possiamo farci proprio un bel niente. Perché un giorno magari scopri un livido di troppo e lo vedi un po’ pallido e due anni dopo te lo porta via la leucemia. Perché gli hai insegnato quanto è importante allacciarsi la cintura di sicurezza ma in quella frazione di secondo se l’era slacciata per togliersi la giacca. Perché lui sa che se è ubriaco non deve mettersi al volante, ma quello della Seat rossa che gli si è lanciato addosso no. Perché gli hai messo il casco quando andava a fare snowboard ma era allacciato male ed è volato via un attimo prima. Perché un giorno magari tuo figlio decide di cercare la sicurezza buttandosi giù dalla finestra.

Le canne, i cellulari, i conservanti e il casco non c’entrano niente. Sono i nomi che diamo alla nostra paura. La paura di perderli, la paura di scoprirci inadatti, la paura di avere sbagliato tutto, la paura di trovare il vuoto nel letto la sera in camera loro. Sono l’uomo nero dei genitori, quello che cerchiamo di scacciare ogni volta che spegniamo la luce, quello che ci sveglia fra gli incubi e che sentiamo agitarsi nell’armadio quando andiamo a dormire. Sono il nostro mostro e continueremo a combatterlo come tanti Don Chisciotte spaventati. Ma arriva un momento in cui lo facciamo per noi, non più per i nostri figli. Arriva un momento in cui varchiamo una linea invisibile e inafferrabile e la paura ha soltanto la nostra di faccia.

La verità è che non possiamo farci niente.

Tranne forse lasciar cadere il braccio fuori dalle coperte, come nella favola che gli leggevamo quando era piccolo, e lasciare che il mostro ci prenda la mano dal suo mondo a rovescio. E scoprire che la paura in realtà ha il volto di un amore spaventato, come tutti gli amori. E come in tutti gli amori, ogni tanto forse l’unica cosa da fare è ammettere di non capirci più niente, ma continuare a camminare tenendosi ben stretti per mano.