La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni

La strada del voler bene è lastricata di buone intenzioni, proprio come quella dell’inferno. Scorrono sotterranee dietro i nostri gesti e i nostri discorsi, scavando gallerie di sensi di colpa e di dilemmi silenziosi, come tante termiti.

Ogni tanto una buona intenzione centra il tiro e grida vittoria, perché ha strappato un sorriso, un grazie, magari perfino un ti voglio bene. Ma il più delle volte si ritirano silenziose, senza sapere se sono state notate, se qualcuno si è accorto di loro.

La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni perché più ne metti in fila e più arrivi lontano, fino in fondo agli amori più cocciuti, quelli che non si lasciano amare, che non si lasciano coccolare, che si riparano dietro un’ostilità capricciosa ma necessaria.

La strada del volersi bene è costellata di buone intenzioni perché quando si passa ai fatti si sbaglia sempre, ci si ferisce a vicenda scagliandosi addosso le proprie debolezze e le proprie paure.

L’amore e l’affetto sono egoisti, parlano in prima persona, gridano, non ascoltano, hanno sempre paura di correre troppo rapidi verso la fine, senza sapere che la fine non la vedi arrivare, non è in fondo alla strada, è una trappola che ti si spalanca sotto i piedi dopo una parola o un gesto banali, che non sembravano tanto importanti un attimo prima.

Le buone intenzioni sono come i cani randagi, quando non vengono ignorate di solito si beccano un calcio.

Quando ti perdi, però, quando hai bisogno di tornare a orientarti anche se non sei sicura di voler andare da nessuna parte, le buone intenzioni a saperle riconoscere ti indicano la strada da seguire. E ti riportano a casa.

Le mamme dei maschi

miniature-1802333_960_720Le madri dei maschi sono un capolavoro di ottimismo.

Dove c’è uno spintone vedono un gesto amichevole. Dove c’è un pugno vedono una manifestazione di esuberanza. Dove c’è violenza vedono un bambino troppo sicuro del proprio corpo. Quanto testosterone, esclamano ammirate, mentre il pargolo distribuisce cazzotti agli amici, e quanta maleducazione, esclamano scandalizzate, quando il pargolo riceve cazzotti dagli amici.

Le madri dei maschi sono un capolavoro di fantasia.

Dove c’è uno scarabocchio vedono il futuro Picasso. Dove c’è un paio di scarpette da calcio vedono il futuro Messi. Dove c’è un nove in pagella vedono un futuro premio Nobel. Non so da chi ha preso, eclamano con finta modestia, a cinque anni è già più intelligente di me.

Le madri dei maschi gridano allo scandalo se qualcuno infastidisce il figlio ma non riescono a reprimere un sorrisetto divertito quando raccontano che il figlio a sei anni ha toccato le tette della compagna di banco. Le madri dei maschi fanno secchi i mariti al primo segno di autorità nei confronti della prole ma poi si lasciano prendere a calci dal figlio di cinque anni perché poverino è un po’ stanco. Le madri dei maschi sbandierano il proprio femminismo ma poi trovano così tenero che se lei esce con le amiche il figlio la tempesti di messaggi per chiederle di tornare altrimenti non dorme.

Da grande voglio vedere il mondo con gli occhi delle madri dei maschi. Dev’essere un mondo meraviglioso, in cui gli insulti sono emozioni trattenute, la disobbedienza un eccesso di vitalità, la maleducazione un segno di virilità. Non c’è spazio per gli errori, nel mondo delle madri dei maschi. Non c’è spazio per la debolezza. Non c’è spazio per i rimproveri. Non c’è spazio per i difetti.

È proprio un maschio, è la formula magica, che cura ogni sbaglio e guarisce ogni colpa.

E poi i figli crescono e sono sempre ragazzi che ogni tanto si divertono un po’ ed esagerano e non c’è niente di male e qualcosa dovranno pur fare con tutta quell’energia. Del resto guarda le ragazze come vanno in giro, anche loro come fanno poveretti, a resistere. E poi i figli crescono e scoprono che non sono Messi e non sono Picasso e non prendono neanche il premio Nobel e l’unica cosa di cui avrebbero davvero bisogno è aver imparato a sbagliare e a convivere con le proprie debolezze. A convivere con i rifiuti, soprattutto quelli delle donne.

Io guardo le madri dei maschi e non posso fare a meno di pensare che avremmo degli uomini molto migliori se qualcuna di loro tenesse a bada l’orgoglio materno e magari anche il pargolo, ogni tanto. Se qualcuna avesse insegnato ai figli a tenere a posto le mani e a cambiare tono di voce e che una donna ha il diritto di uscire con le amiche senza che nessuno le rompa le scatole, che le donne non si toccano neanche con un fiore, che le frustrazioni sono una gran brutta cosa ma sono anche un problema tutto loro. Se avessero insegnato ai figli a chiedere il permesso, ad accettare un no come risposta e che essere maschi non è una scusa, ma una responsabilità.

Anche perché una volta adulti, non ci saranno più scuse e mamme che tengano. Non importa se hanno sempre pensato che la virilità fosse quella cosa lì. La colpa di quello che faranno sarà soltanto loro.

Lo stesso figlio

ipe-yellow-1741843_960_720Eppure è sempre lui.

È lo stesso figlio a cui hai portato il monopattino in spalla al ritorno da scuola fino a un’età scandalosamente avanzata, quando avrebbe potuto farlo tranquillamente da solo. Perché poverino, quando esce è stanco morto.

È lo stesso figlio per cui hai litigato con la tua migliore amica, perché sua figlia lo prendeva sempre in giro per le orecchie a sventola e lui poi ci stava malissimo (le donne sono tutte troie, amore mio, tutte tranne la mamma).

È lo stesso figlio a cui hai sempre fatto trovare la mela già tagliata e a fettine sottili, perché così è più buona. Lo stesso a cui tagliavi la crosta del toast e a cui passavi il mandarino una fetta dopo l’altra, in modo che potesse correre con i suoi amici mentre faceva merenda e prendesse abbastanza vitamine.

È sempre lui.

È lo stesso figlio a cui hai permesso di mettere il canale dei cartoni animati mentre tu leggevi le notizie sullo schermo del cellulare. Fino a quando non ha voluto giocare con il tuo cellulare e ti ha lasciato il telecomando. È lo stesso figlio per cui hai rinunciato a viaggiare finché non l’hai portato a Disneyland. Lo stesso figlio con cui hai passato pomeriggi interminabili a ripassare la tabellina dell’otto e la fotosintesi.

È lo stesso figlio a cui hai cercato di costruire intorno la migliore delle vite possibili, perché a soffrire si fa sempre in tempo e che la vita fa schifo lo scoprirà da solo e più tardi è meglio è.

È lo stesso figlio che da un giorno all’altro è cresciuto e ha iniziato a scrollarsi il tuo amore dalle spalle con un gesto infastidito. Lo stesso figlio che adesso ha solo voglia di imparare a sbagliare e di farlo da solo. Lo stesso figlio che sbatte la testa contro limiti inesistenti cercando se stesso, soffiando e sbuffando come un animale in gabbia, cercando la lite e un posto per quella rabbia nuova che si è scoperto dentro e a cui sembra aver dato il tuo nome. O il nome del suo affetto per te.

Lo stesso figlio che gira la faccia quando provi a chiedergli un bacio, a cui riesci a malapena a raddrizzare il colletto prima che esca con gli amici. È lo stesso figlio che adesso si nasconde dietro la porta chiusa e ti lascia il telecomando del televisore e anche il cellulare, perché il suo è più veloce e ha più memoria.

Lo stesso figlio che adesso non devi più andare a prendere da nessuna parte e che ti ha svuotato le giornate di colpo, lasciandoti con un sacco di tempo libero e nessuna idea di come utilizzarlo. A parte imparare da capo a fare la mamma e a fare la donna, a nascondere la premura dietro i divieti, a scivolare sullo sfondo della sua vita buttando qua e là regole incerte e speranzose. A parte fare lo yo-yo fra i suoi bisogni improvvisi e i suoi divieti.

Mentre scopri che l’amore di una madre è sempre troppo o troppo poco. E ti viene il dubbio improvviso che non si nutra affatto di sacrifici e preoccupazioni come hai sempre pensato. Che in realtà si sia sempre nutrito soprattutto di ricordi. In una rincorsa al contrario in cui più ci si affanna e più ci si allontana da quell’amore perfetto e impossibile da cui è cominciato tutto.

Allora d’accordo, ricominciamo tutto da capo. Tutto al contrario. E se potessi tornare indietro glielo lasceresti portare da solo il monopattino su per le scale, anche se vederlo sudare e affannarsi è più difficile che spaccarsi la schiena per farlo al posto suo. Perché hai scoperto che il regalo più prezioso che puoi fargli non è difenderlo dalla paura e dalla fatica e dal resto del mondo, ma lasciare che il sorriso orgoglioso che gli illumina il viso quando è arrivato in cima sia soltanto suo.

 

Mamma, e se ti facessi una vita?

Mamma, e se ti facessi una vita?

Non dico che quella che hai non vada bene, però ogni tanto assomiglia un sacco alla mia. Come quel giorno che credevo di avere un Whatsapp tutto mio e invece mi hai detto che no, è il tuo, anche se la foto è la mia. Che hai messo la mia foto perché mi vuoi un sacco di bene. E non è che non mi faccia piacere, anzi, l’ho perfino detto alla maestra che parli sempre di me su Facebook, solo che mi sembra un po’ strano. Se c’è il tuo nome, non dovresti metterci la tua di foto e usarlo per raccontare gli affari tuoi?

La maestra ha detto che sono molto fortunato, perché è chiaro che per te sono molto importante. Mi ha anche detto che c’erano tre errori nell’esercizio di matematica che mi hai fatto tu e che devi, cioè devo, ripassare le tabelline. E ha detto che il tuo blog è molto carino e che non avrebbe mai pensato che io facessi ancora la pipì a letto a sei anni.

Ecco, mamma, io sono molto felice che tu parli di me nel tuo blog, ma quella parte dovevi proprio scriverla? O di quella volta che ti ho detto che volevo baciare la Claudia perché sapeva di fragola o di quella volta che ho giocato a tiro a segno con il pisellino? Dovevo proprio scriverlo nel tuo blog?

Ma se invece ti facessi una vita solo tua, mamma?

Lo so che non è tanto facile con tutte le lezioni di yoga e di pilates e di acrobazia e di zumba a cui mi porti e che non trovi neanche il tempo di andare in palestra, figuriamoci. E lo so che l’altro giorno hai perso un’ora solo per cancellare tutte le foto della gita a teatro da Whatsapp, che poi in realtà si vedeva soltanto Carlo perché le foto le aveva fatte la sua mamma, e lo so che spiegarmi le divisioni a due cifre è stata una faticaccia e che per fortuna poi la mamma di Giulio ti ha mandato quel video di Youtube dove lo spiegavano benissimo e usavano un metodo molto più facile di quello della maestra.

Però io ti volevo dire di non offenderti, ma che quando sarò grande sulla mia pagina Facebook ci metterò la mia di foto, non la tua. E anche su Whatsapp, credo. Spero che non sia un problema, questa cosa, se mi farò la mia vita e tu non ci sarai tanto. Perché io ti vorrò bene lo stesso, anche con la mia vita, questo ci tenevo a dirtelo. E secondo me dovresti mettere la tua di foto su Whatsapp, visto che sei la mamma più bella del mondo.

La verità è che non possiamo farci niente

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Foto Mateusz Lapsa-Malawski (CC)

La verità è che non possiamo farci niente.

Possiamo mettere ai nostri figli tutta la crema solare che vogliamo, cercare di evitare che si trovino davanti siti pornografici, legarli ben stretti nei seggiolini per le auto, controllare che non ci sia traccia di olio di palma, latticini, carne di maiale, conservanti e coloranti in quello che si cacciano in bocca.

Possiamo controllare con chi giocano prima e con chi escono poi, non portarli a Londra perché abbiamo paura del terrorismo, fargli lavare le mani appena entrano in casa, toglierci le scarpe quando iniziano a gattonare, mettergli il casco quando vanno a sciare e misurare la distanza fra le assicelle del lettino quando sono piccoli. Possiamo prendercela con i cellulari e con internet e con i social e con i pericoli in agguato su Instagram. Possiamo prendercela con le canne e con i bicchieri di troppo e con le compagnie sbagliate e con i bulli a scuola e con la superficialità dell’adolescenza.

Possiamo illuderci che dove c’è la legge ci sia la giustizia, che dove ci siano le norme saranno al sicuro, che basti fare le cose nel modo giusto per non finire nei pasticci e restare sulla buona strada. Che dove il mestiere di genitore non arriva più si possano seguire i consigli della maestra, del parroco, del pediatra, del preside, dello psicologo per sfuggire ai pericoli e agli errori più gravi.

Ma la verità è che non possiamo farci niente. E lo sappiamo. Quando spegniamo la luce della loro stanza, quando entriamo in punta di piedi per vederli dormire e controllare che non abbiano scalciato via le coperte, quando ci chiniamo piano su di loro per baciarli mentre dormono, una vocina ce lo sussurra sul fondo dei nostri pensieri e del nostro affetto.

I nostri figli non saranno mai al sicuro. E noi non possiamo farci proprio un bel niente. Perché un giorno magari scopri un livido di troppo e lo vedi un po’ pallido e due anni dopo te lo porta via la leucemia. Perché gli hai insegnato quanto è importante allacciarsi la cintura di sicurezza ma in quella frazione di secondo se l’era slacciata per togliersi la giacca. Perché lui sa che se è ubriaco non deve mettersi al volante, ma quello della Seat rossa che gli si è lanciato addosso no. Perché gli hai messo il casco quando andava a fare snowboard ma era allacciato male ed è volato via un attimo prima. Perché un giorno magari tuo figlio decide di cercare la sicurezza buttandosi giù dalla finestra.

Le canne, i cellulari, i conservanti e il casco non c’entrano niente. Sono i nomi che diamo alla nostra paura. La paura di perderli, la paura di scoprirci inadatti, la paura di avere sbagliato tutto, la paura di trovare il vuoto nel letto la sera in camera loro. Sono l’uomo nero dei genitori, quello che cerchiamo di scacciare ogni volta che spegniamo la luce, quello che ci sveglia fra gli incubi e che sentiamo agitarsi nell’armadio quando andiamo a dormire. Sono il nostro mostro e continueremo a combatterlo come tanti Don Chisciotte spaventati. Ma arriva un momento in cui lo facciamo per noi, non più per i nostri figli. Arriva un momento in cui varchiamo una linea invisibile e inafferrabile e la paura ha soltanto la nostra di faccia.

La verità è che non possiamo farci niente.

Tranne forse lasciar cadere il braccio fuori dalle coperte, come nella favola che gli leggevamo quando era piccolo, e lasciare che il mostro ci prenda la mano dal suo mondo a rovescio. E scoprire che la paura in realtà ha il volto di un amore spaventato, come tutti gli amori. E come in tutti gli amori, ogni tanto forse l’unica cosa da fare è ammettere di non capirci più niente, ma continuare a camminare tenendosi ben stretti per mano.