Che faticaccia essere una mamma femminista

Le mamme femministe della mia generazione ci provano, ma non sempre ci riescono.

Facciamo incetta di titoli ribelli e battaglieri e se ci scappa un “Guarda come ti sta bene quel vestitino” poi rimediamo a colpi di Frida Kahlo.

Regaliamo a nostra figlia il Manuale del piccolo ingegnere e spieghiamo a nostro figlio che l’ombrellino rosa ereditato dalla sorella va benissimo, ma poi compriamo una tuta da sci nera per la maggiore “Perché sa, così poi può usarla suo fratello”, spieghiamo alla commessa che ci guardava storto perché vestivamo il nostro angioletto biondo di nero e adesso ci guarda storto perché abbiamo peccato di gender sotto i suoi occhi. Cinquanta flessioni e due biografie di Amelia Earhart.

No, non abbiamo detto a nostra figlia di stare seduta composta e nessuno saprà mai quanta fatica ci è costata non farlo, e sì, nostro figlio aiuta in casa proprio come lei, non importa se ha solo tre anni e ci costa un servizio di piatti a settimana. Quel che è giusto è giusto. Guai a distrarti, che poi succede come quella volta che hai lasciato i vestiti piegati sul letto di ciascun membro della famiglia, tranne quelli di marito e figlio che sono finiti direttamente nell’armadio, anche se in realtà l’hai fatto per evitare che andassero perduti per sempre fra criteri di classificazione imperscrutabili.

Essere mamme femministe è una faticaccia. No, non siamo più esigenti con la femmina solo perché è una femmina, cioè, forse sì, forse qualche volta, per sbaglio, come quel giorno in cui poi abbiamo deciso di recuperare spiegandole che per lei sarà più dura che per suo fratello, qualunque carriera sceglierà, dovrà fare il doppio della fatica per dimostrare che vale qualcosa, e poi non abbiamo dormito chiedendoci se quello che le avevamo spiegato era molto maschilista o molto femminista. O come quella volta in cui abbiamo permesso al maschio di mettersi lo smalto per le unghie di sua sorella e abbiamo resistito ben 48 ore prima di ordinargli di toglierlo “altrimenti le unghie non respirano”.

Se non inviti quei piccoli Conan dei compagni maschi alla festa di tua figlia ti diranno che sei sessista. Se vedi un castello o un aereo dal finestrino dell’auto e avvisi tuo figlio e non tua figlia (a cui dei castelli e degli aerei non frega un tubo) sei sessista. Se regali le perline per i braccialetti a sua figlia e i Lego a tuo figlio sei sessista. Perfino scegliere un peluche è più complicato di quanto sembri, a voler fare le cose per bene (il cagnolino per la femmina e il draghetto per il maschio andrà bene, o meglio il contrario?).

Insomma, diciamolo, se le mamme sbagliano sempre, le mamme femministe sbagliano sempre il doppio.

Per fortuna le mamme femministe di solito hanno figlie femministe, le stesse che chiedevano la macchina per fare la pasta a Natale e che vanno pazze per la Barbie e che per anni si sono vestite solo di rosa e che non hanno mai letto neanche due pagine della biografia di Frida Kahlo. Come abbiano fatto a crescere così intraprendenti e battagliere fra tanti lustrini e tanti principi e tante “boquitas” del reggaeton resta un mistero. Ma sono lì, più femministe di noi, e ci rimettono sempre sulla strada giusta.

Ribellissima. Non vogliamo più figlie bellissime, le vogliamo ribelli

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Ribellissima. Lo si potrebbe intitolare così, il remake del capolavoro di Visconti del 1951, aggiornato ai tempi nostri. Non le vogliamo più bellissime, le nostre figlie, come recitava il titolo del film. Le vogliamo ribelli.

Niente provini, niente fotografi, niente registi, le nostre figlie non devono subire maestre di recitazione e di ballo. No. Provvediamo a colpi di libri e slogan e consigli e fiabe della buonanotte per bambine ribelli. Leggiamo loro storie di donne forti e speciali, che ce l’hanno fatta, loro sì, non come noi, che dopo aver chiuso il libro andremo a lavare i piatti e a preparare il pranzo che il marito si porta in ufficio. Non come noi che il libro siamo andate a comprarlo appena uscite dal lavoro, ma in libreria siamo rimaste giusto il tempo di prenderlo e pagarlo, il romanzo che vogliamo leggere lo compreremo un altro giorno, quando non avremo da fare la spesa e correre a casa.

Non come noi, che andiamo in manifestazione femminista dopo aver lasciato la cena in caldo al marito, dopo aver messo a dormire il bambino, dopo aver tenuto buone tutte le persone –  ma quante sono – che dipendono da noi e dalle nostre cure e dalla nostra Sindrome dello Strofinaccio.

Non come noi, che ci siamo realizzate, sì, come ci diceva la nostra madre, ma senza trascurare casa e marito, come diceva la nostra nonna. Non come noi, che per arrivare ai nostri sogni dobbiamo avanzare con il machete fra i sensi di colpa e il dubbio di essere donne solo a metà, mai abbastanza stanche e mai per i motivi giusti.

Non come noi, che siamo ribelli sui social e nei gruppo di whatsapp e ci crediamo davvero e povero il copy che ha inventato quello slogan sessista perché lo faremo a pezzi, fra una lavatrice e l’altra.

Non come noi, che regaliamo favole ribelli alle nostre figlie come tante Maddalene Cecconi, con lo stesso amore e la stessa caparbia disperazione della madre interpretata da Anna Magnani, che in fondo voleva solo una figlia felice, una figlia che avesse quello che a lei non era riuscito ottenere.

Ribellissima. Ribellati tu, tesoro mio, perché voi ce la farete, lo so, ne sono sicura, e sarò lì a guardarvi e a fare il tifo per voi, e ce la farete anche grazie a noi, ma non grazie ai nostri libri e di certo non grazie alle magliette con la scritta I’m a feminist. Ce la farete perché ci avete visto stringere i denti per anni e vi abbiamo insegnato a lottare. Ce la farete perché stendendo i panni con una mano e agitando con l’altra il machete vi abbiamo insegnato che tutto è possibile, se lo si desidera davvero, che sulla strada per la felicità ci sono più compromessi che ribellioni, che la vera ribellione è non mollare mai, soprattutto quando ti senti meno ribelle che mai, perché è allora che inizia la vera lotta, quella con se stesse, per continuare a crederci.

Ce la farete perché ogni volta che ci siamo sentite egoiste vi abbiamo insegnato a dare la precedenza a voi stesse. Ogni volta che c’era il frigo vuoto e la casa era più sporca perché noi eravamo sotto consegna, ogni volta che eravamo più stanche e distratte, ogni volta che siamo uscite con le amiche o che siamo andate al cinema da sole e ci avete chiesto perché non potevate venire e non sapevamo che cosa rispondere, ogni volta che ci sembrava di fare meno la madre, in realtà lo stavamo facendo di più. Ogni volta che abbiamo voltato lo sguardo un attimo, ogni volta che siamo partite e non abbiamo sentito la vostra mancanza, ogni volta che vi abbiamo chiesto di stare zitte e lasciarci lavorare, ogni volta che ci siamo sentite cattive mamme, vi stavamo insegnando la cosa più importante di tutte. Che essere donna non significa essere moglie o essere madre, significa solo fare il doppio della fatica e crederci dieci volte tanto o nessuna.

Allora porta pazienza, amore, lascia che ti legga le favole della buonanotte che parlano di donne coraggiose e realizzate e uniche. È il mio modo per dirti che sei unica anche tu, che voglio solo il meglio per te, che credo in te più di quanto immagini e forse più di quanto ci credi tu. E che sono così sciocca da pensare che il meglio per te sia quello che io non sono riuscita a diventare, quando il meglio per te è quello che sono adesso. Stanca, un po’ incazzosa e decisa a non mollare. Più resistente che ribelle, forse, ma ciascuna ha la ribellione che può. E ti prometto, angelo mio, che la mia ribellione non sarai tu.