Le mamme dei maschi

miniature-1802333_960_720Le madri dei maschi sono un capolavoro di ottimismo.

Dove c’è uno spintone vedono un gesto amichevole. Dove c’è un pugno vedono una manifestazione di esuberanza. Dove c’è violenza vedono un bambino troppo sicuro del proprio corpo. Quanto testosterone, esclamano ammirate, mentre il pargolo distribuisce cazzotti agli amici, e quanta maleducazione, esclamano scandalizzate, quando il pargolo riceve cazzotti dagli amici.

Le madri dei maschi sono un capolavoro di fantasia.

Dove c’è uno scarabocchio vedono il futuro Picasso. Dove c’è un paio di scarpette da calcio vedono il futuro Messi. Dove c’è un nove in pagella vedono un futuro premio Nobel. Non so da chi ha preso, eclamano con finta modestia, a cinque anni è già più intelligente di me.

Le madri dei maschi gridano allo scandalo se qualcuno infastidisce il figlio ma non riescono a reprimere un sorrisetto divertito quando raccontano che il figlio a sei anni ha toccato le tette della compagna di banco. Le madri dei maschi fanno secchi i mariti al primo segno di autorità nei confronti della prole ma poi si lasciano prendere a calci dal figlio di cinque anni perché poverino è un po’ stanco. Le madri dei maschi sbandierano il proprio femminismo ma poi trovano così tenero che se lei esce con le amiche il figlio la tempesti di messaggi per chiederle di tornare altrimenti non dorme.

Da grande voglio vedere il mondo con gli occhi delle madri dei maschi. Dev’essere un mondo meraviglioso, in cui gli insulti sono emozioni trattenute, la disobbedienza un eccesso di vitalità, la maleducazione un segno di virilità. Non c’è spazio per gli errori, nel mondo delle madri dei maschi. Non c’è spazio per la debolezza. Non c’è spazio per i rimproveri. Non c’è spazio per i difetti.

È proprio un maschio, è la formula magica, che cura ogni sbaglio e guarisce ogni colpa.

E poi i figli crescono e sono sempre ragazzi che ogni tanto si divertono un po’ ed esagerano e non c’è niente di male e qualcosa dovranno pur fare con tutta quell’energia. Del resto guarda le ragazze come vanno in giro, anche loro come fanno poveretti, a resistere. E poi i figli crescono e scoprono che non sono Messi e non sono Picasso e non prendono neanche il premio Nobel e l’unica cosa di cui avrebbero davvero bisogno è aver imparato a sbagliare e a convivere con le proprie debolezze. A convivere con i rifiuti, soprattutto quelli delle donne.

Io guardo le madri dei maschi e non posso fare a meno di pensare che avremmo degli uomini molto migliori se qualcuna di loro tenesse a bada l’orgoglio materno e magari anche il pargolo, ogni tanto. Se qualcuna avesse insegnato ai figli a tenere a posto le mani e a cambiare tono di voce e che una donna ha il diritto di uscire con le amiche senza che nessuno le rompa le scatole, che le donne non si toccano neanche con un fiore, che le frustrazioni sono una gran brutta cosa ma sono anche un problema tutto loro. Se avessero insegnato ai figli a chiedere il permesso, ad accettare un no come risposta e che essere maschi non è una scusa, ma una responsabilità.

Anche perché una volta adulti, non ci saranno più scuse e mamme che tengano. Non importa se hanno sempre pensato che la virilità fosse quella cosa lì. La colpa di quello che faranno sarà soltanto loro.

I bambini non si possono fare con il cuore?

child-427173_960_720

“Mamma, perché i maschi sono diversi dalle femmine?”

“Perché così possiamo riprodurci, avere dei bambini e fare in modo che la specie non si estingua.”

“E i bambini non si possono fare con il cuore? O con il cervello?”

Nella mia immaginazione, avrei avuto grandi conversazioni esistenziali con i miei figli seduta a tavola, in una cucina inondata di sole, davanti a una fetta di torta appena sfornata e a una tazza di cioccolata, magari. Io avrei avuto un’aria interessata e paziente e loro mi avrebbero ascoltato bevendosi ogni parola che mi usciva dalle labbra.

Ma l’educazione dei figli è quella cosa che succede mentre tu stai facendo grandi progetti su come educare i tuoi figli. Non avrei mai pensato che mi avrebbero rivolto le domande cruciali mentre li obbligavo a lavarsi i denti, mentre infilavamo la giacca di corsa per correre a scuola o mentre procedevamo all’eterna perlustrazione alla ricerca di lendini e pidocchi. Il che significa fra l’altro che io più che un’aria paziente avevo quasi sempre un’aria stressata, scocciata e vagamente isterica.

Ho imparato presto che in questi casi non si può sperare di cavarsela con un “Ne parliamo dopo”, come faccio con quasi tutte le altre domande critiche (tipo “Posso andare a dormire a casa del mio amico che ha il padre alcolizzato e la madre depressa cronica?”). O adesso o mai più. L’espressione “cogliere l’attimo” secondo me è stata coniata proprio per le conversazioni con i figli.

Tutto questo per dire che lo so, non era il massimo come risposta, ma provate voi a trovare qualcosa di meglio mentre state allacciando una stringa con una mano e strizzando il tubetto di dentifricio stitico con l’altra, sapendo che dovreste già essere usciti di casa da dieci minuti per avere qualche remota speranza di portare il pargolo puntuale a scuola.

Poi per fortuna se ne escono con frasi come queste e tu pensi che in realtà hai più bisogno tu delle loro risposte che loro delle tue. Sì, tesoro, sì, hai ragione, i figli si possono fare con il cuore. E con il cervello. Anzi, si devono fare con il cuore e con il cervello. Più con il cuore, forse, perché se dovessimo farli con il cervello altro che calo delle nascite.

Te lo ricorderò quando sarai più grande, quando i ruoli saranno invertiti, quando mi rinfaccerai tutti i miei sbagli, compreso probabilmente il fatto di aver ridotto tutto alla sopravvivenza della specie. Quando ti telefonerò e non mi dedicherai più di cinque minuti perché sarai occupato con la tua famiglia, quando ti darò il tormento su mille questioni ininfluenti perché sarà l’unico modo per tenerti al telefono, quando ce l’avrai con me per averti amato troppo o troppo poco e averti incoraggiato troppo o troppo poco, e averti difeso troppo o troppo poco.

Chissà se te ne ricorderai. Chissà se capirai. Quando ti dirò che i figli si fanno con il cuore. E tu probabilmente sbufferai e mi risponderai che con il cuore mica gli dai da mangiare, che mica puoi mandare il cuore ad accompagnarli in venticinque posti diversi alla settimana, che per me è facile, qui da sola in una casa vuota, mettermi a dare lezioni di vita.

E io penserò a quel mattino in cui ti lavavi i denti e mi guardavi con gli occhi grandi e mi dicevi che in fondo potremmo anche essere tutti uguali e fare i figli con il cuore. E avevi già capito tutto e non lo sapevi.

Mamma, mollami

Mamma, mollami.

Altro che adolescenti, secondo me lo pensa anche il bambino che alle elementari fa lo slalom fra un test per diagnosticare il deficit dell’attenzione e una merendina all’olio di palma, fra la seduta dal fisioterapista e la lezione di piano e il corso di inglese all’ora di pranzo. Quando arriva a casa e la mamma si trasforma in signorina dalla penna rossa perché “domani abbiamo l’esame di scienze” e poi si trasforma in nutrizionista e gli serve una cena macrobiotica e poi diventa taxista e lo porta a lezione di scherma e poi segretaria per rispondere ai cinque inviti di compleanno in tre giorni, fissare una tabella di marcia che neanche un capo di stato (“Potete servire il dolce prima del mago così arriviamo all’altra festa prima dello spettacolo con le tigri ammaestrate?”) poi finalmente, finalmente, torna a trasformarsi in mamma, quando – dopo avergli letto una favola su Frida Kahlo per abbattere gli stereotipi di genere – gli dà il bacio della buonanotte e gli dice che gli vuole bene.

Non sarebbe molto più facile, deve pensare quel bambino, se la mia mamma si rilassasse un po’ fra il bacio del buongiorno e quello della buonanotte? Invece di essere sempre vigile come un soldato in ricognizione, a caccia di minacce che ti fanno quasi rimpiangere il “diventerai cieco” di altri tempi, che avrà turbato i piaceri solitari di molti ma non regge certo il confronto con lo spettro dei conservanti, degli ogm, dello zucchero bianco, dei germi sotto le suole e delle fiabe sessiste. Ora invece sua madre racconta alla zia di quando si strusciava contro il divano perché “non c’è niente di male, è naturale”, ma se poi lo vede con una merendina del Mulino Bianco gliela strappa di mano chiedendosi dove ha sbagliato.

Ogni giorno un bambino si sveglia e sa che dovrà correre più veloce del metodo Montessori, delle lezioni di ukulele, del libro su come gestire la rabbia (fanculo il libro per gestire la rabbia) e degli hamburger vegani, più veloce dei compiti e delle mamme che si indignano per i compiti, roba che neanche i Minions nel videogioco a cui non può giocare più di venti minuti se non vuole lasciarsi dietro una scia di neuroni stecchiti al posto delle banane.

Mamma, mollami.

Tanto lo so che mi vuoi bene lo stesso. E lo so che la nonna ti trascurava e quanto avresti pagato tu per avere qualcuno che faceva i compiti con te e ti difendeva dai bulli in cortile e dalle maestre dispotiche in classe. Lo so che se a te avessero diagnosticato la discalculia i tuoi compagni non ti avrebbero chiamata scema all’ora di matematica e che se parlo bene l’inglese andrò ovunque e che la signora della mensa è una stronza a gridarci addosso in quel modo e che se tutte le altre mamme annusassero il fiato dell’autista prima della gita certe tragedie non succederebbero e che non va bene portare la bottiglietta d’acqua perché è antiecologico e che non posso bere dai rubinetti e che devo mettere il casco quando vado in bici e che la crema solare va messa anche all’ombra e che la musica classica farà di me una persona migliore. Credimi, lo so, ma non me ne frega niente. Anzi, ti dirò, per me la vita è piú bella quando non faccio le cose giuste, quando mi spavento, quando rischio l’osso del collo, quando mi sgridano, quando cado, quando combino una cavolata, quando piango, quando mi arrabbio, quando mi difendo da solo, quando mi rialzo, quando parlo la mia lingua inventata con il bambino inglese di seconda e ci capiamo benissimo, quando faccio i compiti da solo e la maestra si arrabbia sempre ma ogni tanto no, quando sbaglio, quando non mi sembra di capirci più niente, quando non riesco a gestire i miei sentimenti, quando mi sento un bambino, e basta.

Tanto lo so che poi arriva la sera e tu mi dai il bacio della buonanotte e mi dici che mi vuoi bene e io mi sento di nuovo invincibile. A me basta che tu ci sia, sei perfetta così. Ma non chiedere di essere perfetto anche a me.

Mamma, ti leggi una storia?

bear-422369_640

Alzi la mano chi dopo dieci minuti di gioco con i cubi o con le macchinine insieme al pargolo non ha provato il desiderio improvviso di fare qualcosa di più gratificante, tipo pulire il water. E per quanto io adori leggere insieme ai bambini, all’ottava rilettura di Riccioli d’oro credo che avrei preso la sedia di papà orso e gliel’avrei tirata in testa. All’orso, non al bambino.

No, non siete finite in un blog per mamme. Si parla sempre di rosa e femminismo. Perché uno dei motivi per cui il rosa può essere femminista è che insegna a essere felici. Ma allora, considerato che come è noto insegna più l’esempio di mille parole, per quale motivo dopo aver letto Peppa Pig non possiamo prendere in mano il nostro libro per dieci minuti, con buona pace del pargolo? Quale modo migliore per insegnare ad amare la lettura? Non sarebbe fantastico per le nostre figlie vedere che la mamma ogni tanto legge qualcosa che le piace? Così sì che si sentirebbero autorizzate e incoraggiate a fare altrettanto. Perché allora leggiamo il nostro libro di nascosto, la sera, quando i bambini sono andati a dormire, neanche fosse un piacere proibito, e di giorno ci facciamo vedere lavorando e o svuotando lavatrici? Che messaggio crediamo di trasmettere con tanta abnegazione, se non che altrettanta abnegazione sarà richiesta loro più avanti?

Intendiamoci, non sto dicendo di fregarsene mentre il pargolo fa l’equilibrista sul davanzale e neanche di creare un clima di terrore imponendo il silenzio assoluto. Anzi, se il libro o l’età del pargolo lo permettono, potete leggerlo a voce alta. Si tratta solo di educare alla lettura, davvero, nel quotidiano.

Di educare al piacere, senza sensi di colpa. Per non rischiare di insegnare anche quelli.