La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni

La strada del voler bene è lastricata di buone intenzioni, proprio come quella dell’inferno. Scorrono sotterranee dietro i nostri gesti e i nostri discorsi, scavando gallerie di sensi di colpa e di dilemmi silenziosi, come tante termiti.

Ogni tanto una buona intenzione centra il tiro e grida vittoria, perché ha strappato un sorriso, un grazie, magari perfino un ti voglio bene. Ma il più delle volte si ritirano silenziose, senza sapere se sono state notate, se qualcuno si è accorto di loro.

La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni perché più ne metti in fila e più arrivi lontano, fino in fondo agli amori più cocciuti, quelli che non si lasciano amare, che non si lasciano coccolare, che si riparano dietro un’ostilità capricciosa ma necessaria.

La strada del volersi bene è costellata di buone intenzioni perché quando si passa ai fatti si sbaglia sempre, ci si ferisce a vicenda scagliandosi addosso le proprie debolezze e le proprie paure.

L’amore e l’affetto sono egoisti, parlano in prima persona, gridano, non ascoltano, hanno sempre paura di correre troppo rapidi verso la fine, senza sapere che la fine non la vedi arrivare, non è in fondo alla strada, è una trappola che ti si spalanca sotto i piedi dopo una parola o un gesto banali, che non sembravano tanto importanti un attimo prima.

Le buone intenzioni sono come i cani randagi, quando non vengono ignorate di solito si beccano un calcio.

Quando ti perdi, però, quando hai bisogno di tornare a orientarti anche se non sei sicura di voler andare da nessuna parte, le buone intenzioni a saperle riconoscere ti indicano la strada da seguire. E ti riportano a casa.

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Il televisore nell’armadio

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Foto Giulia van Pelt (CC)

L’altro giorno ero in un’agenzia immobiliare e nella stanza accanto alla mia si discuteva della vendita di una casa. Ho sbirciato, incuriosita, e ho visto una coppia anziana insieme a una ragazza giovane, probabilmente la figlia, perché aveva gli stessi occhi intensi e mansueti della madre. Dall’altra parte del tavolo c’era una coppia giovane, belli, ben vestiti, impazienti.

Mentre aspettavo ho origliato, confesso. Stavo per smettere, annoiata da quel susseguirsi di tasse, assegni circolari, mappe catastali, quando la voce della signora anziana ha richiamato la mia attenzione. Mentre la figlia e l’agente immobiliare discutevano del contratto della luce e dell’assicurazione, lei li ha interrotti ansiosa per ricordare che nel secondo cassetto in bagno c’erano i suoi occhiali di lettura e che gli asciugamani buoni erano ancora nell’armadio in corridoio.

Ho sorriso. Doveva trattarsi di una seconda residenza, l’ho intuito dai loro discorsi. Ho sbirciato di nuovo. La proprietaria aveva una gran testa di capelli neri, acconciata per l’occasione, e una giacca scura di panno all’antica ma di buon taglio. Accanto a lei, il marito guardava sornione la coppia di successori e cercava di convincerli a comprare un quadro africano.

La segretaria dell’agenzia è passata da me per avvisarmi che la persona con cui avevo appuntamento era in ritardo. Era appena uscita, quando ho sentito la donna anziana commentare alla giovane acquirente, a bassa voce e in tono di intesa: «C’è una televisione nascosta nell’armadio in camera da letto. Sa, per quando mio marito faceva tardi di sotto» ha aggiunto con aria vergognosa, ma orgogliosa del suo piccolo segreto. Poi l’ho sentita sospirare. «L’ho curata così tanto quella casa.»

Una decina di minuti dopo, mentre io cercavo un appartamento in montagna a un prezzo ragionevole, ho sentito che uscivano e ho allungato il collo. La signora anziana avanzava in testa al corteo, tamponandosi discretamente gli occhi dietro le lenti scure. Il marito la seguiva a ruota scherzando con la giovane acquirente.

E mi si è stretto qualcosa dentro. Era una storia d’amore che finiva, quella fra l’anziana signora e la sua casa al mare. Ho pensato a tutte le attenzioni che doveva avervi riversato, pulendola e strigliandola, mentre gli altri se la godevano. E adesso stavano per svuotarla da cima a fondo rischiando di dimenticarsi i suoi occhiali di lettura nel cassetto del bagno. Tutte quelle pulizie erano state un gesto d’amore, in fondo, un modo come un altro per buttare fuori quell’intensità senza nome che a volte noi donne ci portiamo dentro e che se non traduciamo in gesti e parole ci marcisce nel petto e ci sommerge in una malinconia incurabile. Mi sono chiesta se la casa l’avesse ricambiata. Immagino che lo facesse la sera, quando la signora apriva l’anta dell’armadio e si godeva in solitudine il suo televisore segreto.

Se è stata davvero una storia d’amore, è stata una storia triste, probabilmente. Come tutte le storie vissute in solitudine, quella solitudine che conosciamo solo noi donne, credo, anche quando siamo al centro della più affettuosa e unita delle famiglie. Quella solitudine che tinge ogni piccolo piacere di un senso di colpa strisciante, perfino il piacere di un televisore nascosto in un armadio, di cui approfittare solo quando “mio marito fa tardi di sotto”.

Forse, pensavo tornando alla mia casa caotica e sporca, quella donna starà meglio, in fondo, senza quelle stanze di cui prendersi cura con tanta dedizione. Forse, esauriti a poco a poco gli oggetti su cui riversare le nostre attenzioni, un giorno potremo tutte aprire l’anta dell’armadio e trovarci dentro noi stesse. E a quel punto non avremo più scuse per guardare da un’altra parte, con un po’ di fortuna il senso di colpa tacerà e potremo ascoltare la voce che ci grida dentro.

Perché sono sicura che in realtà fosse quella voce a far piangere l’anziana signora dopo la vendita della casa. L’eco di una voce di tanti anni prima, una voce giovane, piena di sogni e di promesse.  Qualcuno di quei sogni sarà incorniciato nelle fotografie sulla mensola del camino, qualche altro, i più audaci ed egoisti, secondo me è rimasto sul fondo di un cassetto in una casa vuota.

Si scrive felicità delle donne, si legge ribellione

Maureen Barlin
Foto Maureen Barlin (CC)

Qualche sera fa sono andata a cena a casa di un’amica che si è separata da poco. L’appartamento accogliente e mezzo vuoto, una terrazza con vista sul mare, il camino acceso, la sua musica preferita sul computer e la bottiglia di vino con i due bicchieri sistemata su una cassetta della frutta rovesciata. Era tutto così palpabile da essere quasi imbarazzante: quel punto di passaggio fra una vita e l’altra, il momento in cui il nuovo inizio si confonde con la fine, in cui la vita si svuota così di colpo da rendere tutto, almeno per un attimo, dolorosamente ovvio.

Ma quel che mi ha colpito, mentre chiacchieravamo affondate nell’enorme divano di cuoio, guardando le luci delle barche da pesca che ingioiellavano il mare scuro, era che la mia amica avesse dovuto fare tanto vuoto intorno a sé per ritrovare se stessa.

L’ultima volta che ero andata a trovarla, stava sfornando biscotti per gli amici di sua figlia, subito dopo essere andata a correre e subito prima di aiutare l’altra figlia a fare i compiti e preparare la cena. Aveva la casa sempre piena di bambini e di amici, di profumi e di bozze da correggere e di acquarelli appesi alle pareti e di lavoretti per la scuola che si asciugavano sulle mensole in sala. Per questo non ho potuto fare a meno di chiedermelo, l’altra sera, mentre la vedevo guardarsi intorno fra le pareti bianche, felice e un po’ spaesata: perché noi donne aspettiamo sempre che qualcuno ci dia il permesso di essere felici? Al punto che quando quel permesso non arriva – perché non arriva mai, finché lo chiediamo alla persona sbagliata – ci sentiamo costrette a restare da sole, per provarci davvero? Perché siamo così tante a viaggiare sul filo sottile dell’insoddisfazione, in attesa di quel permesso?

Ci sono donne che trascorrono tutta la vita a un passo dai loro sogni, perché aspettano soltanto di sentirsi legittimate a inseguirli. Con l’idea che quando avranno fatto tutto quello che ci si aspettava da loro, quando avranno dato abbastanza e saranno abbastanza stanche, allora finalmente potranno pensare a se stesse senza sensi di colpa. Perché gli uomini che inseguono i propri sogni sono nobili e intraprendenti e un po’ eroici, ma le donne che lo fanno sono egoiste e perditempo e un po’ stronze.

Una cosa l’ho imparata, guardandomi dentro e attorno: quando decidi di non avere bisogno di quel permesso ti si spalanca dentro una solitudine cattiva e pericolosa, che sembra non aspettare altro che l’occasione per inghiottirti. E cammini su quel filo sottile fino alla prima gratificazione, fino al primo riconoscimento, sperando di arrivarci alla svelta e non scivolare giù, in quel vuoto fatto di sensi di colpa e di vergogna. E di inutilità. Mentre una parte di te si sente messa a nudo in modo imbarazzante e vergognoso.

Sarebbe bello non essere costrette a crearsi il vuoto intorno per poter provare a essere felici. Non avere bisogno di una casa vuota per essere libere da obblighi e doveri. E sarebbe ancora più bello, in una casa affollata, ricordarsi che la prima responsabilità che abbiamo è quella verso noi stesse, verso il dovere di ascoltarci. Verso il dovere di essere felici. Perché quando si inizia a camminare sul filo senza permesso, gli occhi puntati sui propri sogni, e capita di mettere un piede in fallo, si scopre quasi sempre che il filo in realtà è a pochi centimetri da terra. Il vuoto era tutto nella nostra testa, ma camminando l’abbiamo riempito di entusiasmo e di speranza.

Non so perché la mia amica si sia separata, abbiamo parlato di tutto fuorché del suo ex marito, ma sono convinta che molte donne lascino il compagno di una vita anche per questo, perché aspettavano un permesso che non sarebbe mai arrivato. E di cui in realtà non avevano bisogno. Perché l’unica persona che poteva darglielo davvero era quella che si portavano dentro. E che non lasciavano parlare.

La distanza dell’amore

Foto di Giuseppe Milo
Foto di Giuseppe Milo

«Mi ami?»

«Chiedimelo tra dieci anni, quando ti conoscerò meglio.»

La ragazza dagli occhi verdi racconta una delle storie d’amore più realistiche che abbia mai letto, uscita dalla penna di Edna O’Brien, la “Colette irlandese”, le cui storie però, come scrisse Philip Roth, “sono più buie e dense di conflitti”. La relazione fra Kate ed Eugene è descritta con grande pudore, ma mettendo a nudo in modo quasi spietato i sentimenti dei protagonisti, lasciandoli trapelare fra le maglie fittissime delle convenzioni, dei divieti, dei sensi di colpa.

Quel che più mi ha colpita, però, è il modo in cui la vicenda d’amore si intreccia al rapporto con la casa, con l’infanzia, con il punto da cui si è partiti, le origini rinnegate, sofferte o subite. Origini che in qualche modo comunque ci definiscono e non sempre trovano posto in una storia d’amore. “Molto spesso è la pur tanto desiderata separazione, la fuga dalla terra dell’infanzia, a esigere un’impossibile compensazione attraverso l’amore, fisico e romantico” si legge nella Nota sull’autrice in coda al romanzo.

La scena in cui il padre arriva a riprendersela e lei si nasconde sotto il letto, per poi uscire trasformata nel fantasma di sua madre, è forse il momento in cui questo rapporto viene messo in scena in modo più crudele e vivido.

«E così abbiamo tutti e due bisogno di un padre» le dice Eugene. «Abbiamo qualcosa in comune.»

Lungi da me, ovviamente, voler appioppare etichette all’autrice o alla sua lotta personale per l’emancipazione, ma nelle mie riflessioni sul femminismo rosa questo è un tema fondamentale. Il rosa femminista, infatti, è anche quello capace di usare l’amore per raccontare se stesse, il rapporto con ciò che siamo davvero, il triangolo complesso che unisce la donna alla persona amata e alla casa da cui proviene e che racchiude il suo senso di appartenenza. Forse per la difficoltà, in questo triangolo, di riuscire ad appartenere (anche) a se stesse. Perché la relazione amorosa è il momento nella vita di una donna in cui spesso si scontrano, in un conflitto prima di tutto interiore, i modelli imposti dalla società, il desiderio di concedersi e quello di restare fedeli innanzitutto a se stesse.

Ecco dunque che il femminismo rosa oggi può servire anche a questo, a un percorso che va in una direzione diversa, un percorso intimo e personale di riscoperta di sé e dei propri diritti attraverso i sentimenti e i differenti modi di vivere l’amore. Accanto alle battaglie sociali, insomma, il femminismo rosa può combattere un’altra battaglia, più complessa e segreta, e ancora più difficile da vincere. Quella per trovare la propria strada verso la felicità e verso se stesse, la stessa strada che a volte ci allontana da casa e volte ci costringe a tornare, sempre alla ricerca della distanza giusta, dalle aspettative altrui e da noi stesse.

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Scusi, vuol ballare con me?

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L’altro giorno la mia vicina aveva la radio a tutto volume e canticchiava Tu vuo’ fa’ l’americano. Era domenica mattina e confesso che ho avuto uno dei miei momenti da emigrante nostalgica (sul genere la casa dov’è?) e sono rimasta ad ascoltarla. A un certo punto però mi sono dimenticata della canzone e ho ascoltato solo la vicina. Perché cantava con allegria, con una punta di malizia, perfino, come se non stesse cucinando il pesce fritto alle nove di domenica mattina (eh, sì, non ditelo a me…), ma si stesse preparando per uscire un sabato sera.

Quella non era la stessa vicina che un giorno mi ha suonato arrabbiatissima perché un vaso rischiava di caderle sul terrazzo e neanche la stessa che mi guarda sempre con sospetto perché non sono nata qui. E chi se lo immaginava che dentro la vicina, dentro quella signora anziana dall’aria un po’ tignosa che va ogni sabato a farsi fare la messinpiega, fosse rimasta intrappolata una ragazza di sedici anni che aspetta solo di andare a ballare? E chissà se quella ragazza di sedici anni se lo immaginava che alla fine, anche dopo aver trovato marito, averlo perso, avere avuto dei figli e averli visti andar via, quella ragazza di sedici anni sarebbe stata ancora lì, sempre uguale? Con la stessa identica voglia di ballare. Che non sarebbero bastati tutti i mariti e i figli del mondo a fargliela passare.

Ecco, il rosa secondo me è femminista anche per questo, perché riporta in vita la ragazza di sedici anni che abbiamo dentro, tutte quante. Quella che balla solo per se stessa, affamata di emozioni, che forse pensa di andare alla ricerca dell’uomo della sua vita e di voler mettere su famiglia, ma in realtà vuole soltanto qualcuno che la faccia ballare finché non le reggono più le gambe. E anche dopo. Almeno finché non rischia di far bruciare il pesce fritto.

E allora che cosa c’è di più femminista di una penna rosa che ci prende per mano e ci fa ballare? Che ci aiuta a chiudere gli occhi e riscoprire noi stesse, quello che eravamo quando eravamo soltanto noi stesse, quel desiderio che parla di noi, che poi è lo stesso desiderio di chiudere gli occhi e saltare, di dimenticare tutto e tuffarsi.

Quante cose saremmo capaci di fare, se tornassimo più spesso a essere quelle sedicenni? Se ogni tanto mandassimo al diavolo i mariti e i figli e anche il gatto e il pesce fritto, per metterci a ballare Tu vuo’ fa’ l’americano sulla terrazza? Se assomigliassimo di più a noi stesse?

Voglio andare a casa, la casa dov’è?

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A chi vive all’estero fa più male, forse, ma prima o poi secondo me succede a tutti. Quel momento in cui vorresti solo tornare a casa. Mica per sempre. Il tempo di ricaricarti, orientare di nuovo la bussola, capire se è la vita che ti tradisce ultimamente o sei tu che tradisci te stessa. E allora ti guardi intorno, ti guardi dentro, ti guardi alle spalle e ti chiedi, come Jovanotti: la casa dov’è?

Non è la casa dove sei nata, soprattutto se non è la stessa casa in cui sei cresciuta e non è la stessa in cui vivono ora i tuoi genitori. Non è la prima casa in cui sei andata a vivere da sola (e per fortuna, perché ci manca di dover litigare di nuovo con la tua coinquilina per chi pulisce il bagno) e neanche quella in cui vivi da sposata. Forse potrebbe essere quella in cui hai messo al mondo il primo figlio, se non fosse che diventare mamme è un po’ come mettere piede in terra straniera e perdersi di nuovo.

Ma allora, se voglio tornare a casa, dove devo andare?  Continue reading “Voglio andare a casa, la casa dov’è?”