Barcellona fra le pagine

Avete già letto tutto Zafón e tutto Montalbán, conoscete La cattedrale del mare a memoria e avete ancora voglia di libri ambientati a Barcellona? Ecco allora una lista con otto titoli per tutti i gusti: per chi ama i romanzi storici, per chi legge volentieri i gialli, per chi preferisce le storie al femminile e perfino per i più piccoli.

Come dicono qui, in Catalunya: Bones lectures!

Un atelier a Barcellona

Núria Pradas, trad. it. Sara Cavarero (Salani)

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Barcellona, 1926. Ferran Clos ha disegnato una collezione che sta per trasformare la sartoria Santa Eulalia nel regno della haute couture spagnola. È uno stilista brillante, non ha nulla da invidiare a Chanel, e per creare i suoi abiti trova ispirazione nelle donne, innamorandosene, tradendole. Una di queste è Laia. Giovane apprendista, bellissima, spensierata, non sa nulla dell’abbandono, della preoccupazione, del dolore acuto della perdita, quando la sua vita ne viene investita inesorabilmente. Ma Laia cresce, è forte e determinata a farcela, a sopravvivere e, quando possibile, a vivere davvero. Quando gli anni Venti lasciano spazio agli anni bui della Guerra civile, la ragazzina dalle gonne svolazzanti non c’è più. Al suo posto c’è una madre, una donna moderna ed elegante, che è ancora sensibile all’amore e alla passione, ma con gli occhi bene aperti. Laia ha fatto carriera, è stata una colonna portante dell’atelier durante tutte le vicissitudini che lo hanno coinvolto: quando era un salone vivo e colorato, punto di riferimento dell’alta società, quando i repubblicani lo hanno sequestrato, quando resisteva in una Barcellona mesta e bombardata, quando il ritratto di Franco è stato affisso al muro, per forza. A Barcellona, oggi, c’è un atelier dalle vetrine scintillanti: Santa Eulalia. La storia della casa di moda è talmente affascinante e ricca da essere perfetta per un romanzo, questo. È la saga di una famiglia, è il racconto corale delle vite intrecciate delle sarte e degli apprendisti, è la Storia di un’Europa euforica e di un’Europa schiacciata.

La dama di Barcellona

Daniel Sànchez Pardos, trad. it Claudia Marseguerra (Corbaccio)

51synisqnIL._SX322_BO1,204,203,200_1854, Barcellona. Una città soffocata dalla paura e da un’incombente epidemia di colera è il palcoscenico di una serie di morti misteriose. Quando il cadavere di una fanciulla viene ritrovato in fondo al pozzo di un monastero, da tempo immemore al centro di oscure leggende, il terrore non può che fomentare l’immaginazione popolare. Octavio Reigosa, ispettore del Corpo di vigilanza, sarà chiamato a indagare sui crimini che sconvolgono la città e sugli assurdi miracoli che l’anziano vescovo Riera si ostina a leggere come altrettanti segni dei tempi. Non solo: cosa si nasconde dietro l’estrema segretezza della clinica psichiatrica Neothermas, diretta dal dottor Carrera? A dipanare questo folle intrico di sacro e profano interverrà Andreu Palafox, giovane chirurgo con un passato torbido, affiancato dalla conturbante scrittrice Teresa Urbach e dalla sua ingegnosa e giovane governante. Ma, soprattutto, Palafox ha un dono, o forse una maledizione: «abitare il tempo sacro»…

Lezioni di disegno

Roberta Marasco (Fabbri Editori)

cover leggeraUn amore finito, un impiego insoddisfacente lasciato indietro e una vita che, a 39 anni, non ha ancora messo radici e sta tutta in una valigia. Come quella con cui Julia arriva a Barcellona, nella lussuosa villa di Pedralbes che lei e le sorelle sono costrette a vendere dopo la morte della madre Gloria. Fra i ricordi di un padre autoritario e severo, complice della dittatura franchista, e i segreti di famiglia occultati fra le pareti delle stanze deserte, Julia ritrova anche una fotografia della madre da giovane, abbracciata a un bellissimo sconosciuto. Alle prese con la sfrenata nipote, figlia della ribelle Olga, Julia si trova a fare i conti con un passato pieno di rivelazioni. Dalla Barcellona in fermento degli anni Settanta, quella delle prime manifestazioni e delle assemblee femministe, dell’amore libero, della musica e della controcultura, emerge il volto segreto di Gloria, una donna che la figlia conosceva solo a metà, capace di vivere una passione clandestina e travolgente che molto ha da insegnare, sull’amore e sulla vita. E sulle ribellioni silenziose che ci conducono verso i nostri sogni.

Mio caro serial killer

Alicia Giménez-Bartlett, trad. it. Maria Nicola (Sellerio)

413KX0Or-8L._SX349_BO1,204,203,200_L’ispettrice Petra Delicado di Barcellona è un po’ giù, sente che gli anni le sono piombati addosso tutti insieme. Un nuovo caso la scuote, un delitto «mostruoso e miserabile» che la rimescola dentro in quanto donna. Una signora sola, mai sposata, con un piccolo lavoro e una piccola vita, è stata trovata accoltellata. L’assassino si è accanito su di lei e ha poggiato sul corpo martoriato un messaggio di passione. L’indagine mette in luce che in quella esistenza era entrato l’amore, quello che illude e sconvolge una «zitella», come ripetono i maschi facendo imbestialire Petra. Tutto parla di femminicidio. Inizia con l’inseparabile vice Fermin Garzón il tran tran da segugi di strada che annusano il sospetto, un uomo insignificante che non lascia tracce. Però il rituale di sangue e lettere d’amore si ripete uguale ai danni di altre vittime. Si stende l’ombra preoccupante del serial killer e, anche per compiacere la stampa, alla coppia viene aggiunto, con funzione direttiva, un ispettore della Polizia autonoma della Catalogna, un giovane dal piglio moderno, rigido e pedante. Tutto l’opposto della collaudata coppia di sbirri, abituati a farsi sorprendere dalle intuizioni, ad attardarsi tra burette e tapas insaporite dal continuo battibecco. Così l’indagine prosegue nella tensione tra due generazioni e due modi opposti di investigazione e di vita. E forse questo allude metaforicamente allo scontro attuale tra i due patriottismi iberici. E porta dentro un bizzarro mondo metropolitano, le agenzie per cuori solitari. Nulla di straordinario per Petra che finisce sempre coll’immergersi dentro i misteri di una quotidianità piena di risvolti oscuri. Ma stavolta per sciogliere un’intricata matassa di colpevoli che sembrano vittime e vittime colpevoli Petra e Fermín devono affidarsi a un’indagine logica, quasi da detective deduttivi non da piedipiatti; e soprattutto la dura ma empatica poliziotta deve affrontare un assassino disumano. «L’essere umano può essere rabbioso e crudele, ma se non è psicopatico non arriva a tanto». E, forse a causa dello stress, forse per l’amarezza della verità, la commedia tra lei e Fermín corre più veloce del solito.

 

Barcellona mi amor

Melinda Miller (Tre60)

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A Barcellona, il 23 aprile è il giorno di Sant Jordi, la festa degli innamorati e dei libri. Chi si ama si scambia un regalo: le donne ricevono una rosa, gli uomini un libro. Proprietaria della libreria Bésame Mucho, Paloma ama quel giorno più di ogni altro, e sa consigliare sempre il libro perfetto da regalare, specialmente se si tratta di un dono che deve “valere” come dichiarazione d’amore. Eppure, lei, l’anima gemella non l’ha ancora incontrata… Enrique è un uomo affascinante, giornalista affermato con una passione smodata per la buona cucina ed un segreto che custodisce gelosamente. Anche lui si troverà a festeggiare Sant Jordi e, alla ricerca di un regalo per la sua compagna, entrerà nella libreria di Paloma. Ma il destino, un misterioso taccuino vergato a mano e una rosa stuzzicheranno la sua curiosità sino a travolgerlo e fargli conoscere il vero amore…

Il signore di Barcellona

José Lloréns, trad. it. Pierpaolo Marchetti (Mondadori)
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Barcellona, anno 1052. Quando Martí Barbany de Montgrí, giovane contadino, varca per la prima volta le porte della città che cambierà per sempre la sua vita, un anello e una piccola pergamena sono tutto ciò che possiede e che gli serve per riscattare la cospicua eredità lasciatagli dal padre. Ha così inizio la grande avventura che lo porterà a diventare un personaggio di spicco nella città dalle mille opportunità. Con grande fiuto e ingegno, Martí si arricchisce sempre più dedicandosi al commercio, ma l’impresa più ardua è quella di diventare cittadino di Barcellona e coronare il suo sogno d’amore contrastato con la dolce Laia, figliastra di un malvagio e influente personaggio. Il cammino si presenta irto di ostacoli e difficoltà, e non sempre la fortuna sarà dalla sua parte. La storia di Martí Barbany si intreccia con quella dell’amore tra Ramón Berenguer I, conte di Barcellona, e Almodis de la Marca, contessa di Tolosa, il cui legame adultero minaccia la pace della città, causando problemi politici con le contee vicine e addirittura con il pontefice. Il signore di Barcellona è un romanzo che emoziona con l’avvincente racconto di un’epoca oscura. Con grande maestria José Lloréns unisce fiction e storia per dare vita a una minuziosa ricostruzione della Barcellona medievale dell’XI secolo, una città di duemilacinquecento abitanti, che il lettore vedrà crescere pagina dopo pagina. I patti, le alleanze, gli intrighi di palazzo, l’ambizione economica e la convivenza tra differenti religioni sono animati dai sentimenti più intensi: passione, amicizia, invidia, lealtà e onore.

Imprevisto a Barcellona

Sir Steve Stevenson, illustrazioni di Stefano Turconi (De Agostini)
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Il nuovo caso che attende Larry è più strano del solito. Il giovane detective è stato contattato da un agente esperto per svolgere un incarico segretissimo: dovrà volare a Barcellona, incontrare l’agente JC33 e consegnargli un misterioso pacco. Sembra una missione molto delicata, ma tranquilla… finché, giunto in Spagna insieme ad Agatha, Larry scoprirà che è solo l’inizio di un caso decisamente complicato! Età di lettura: da 8 anni.

 

 

 

Trizia a Barcellona

Pedro Pérez (Dentiblù)
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Questo è il secondo volume di Trizia, la sexy protagonista del fumetto di Pedro Pérez. Sono passati due anni da quando Trizia e la sua migliore amica Olivia hanno trovato un editore per il loro primo fumetto. Adesso che il libro è pubblicato, partono alla volta di Barcellona per una sessione di dediche. È lì che lei e Olivia si accorgeranno di quanto una comic convention ti possa davvero mandare fuori di testa, specialmente se ci incontri una rivale con un enorme ego. A questo si aggiungerà un’orda di strambi personaggi in coda per una dedica. Un weekend che indubbiamente porterà molte emozioni alla splendida e ingenua Trizia.

Libertà

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Foto di Isidre Garcia Puntí

Per chi ha sogni piccoli, che arrivano alla fine del giorno.

Per chi ha sogni grandi, che arrivano alla fine della storia.

Per chi vuole essere lasciato tranquillo.

Per chi tranquillo non ci sa stare.

Per chi si sente vivo lottando.

Per chi vive schivando la lotta.

Per chi crede nella forza delle idee.

Per chi crede nella forza dei pugni.

Non c’è bisogno di assomigliarsi, non c’è bisogno di piacersi, non c’è bisogno di pensarla allo stesso modo.

Non c’è bisogno di volere un mondo migliore, non c’è bisogno di desiderare la democrazia, non serve la forza per lottare e non serve il coraggio di rischiare. Serve solo la consapevolezza che ci riguarda, che vivere significa prendere posizione. Come si può. Ciascuno con le sue armi, le sue parole, la sua musica, i suoi colori, i suoi gesti, le sue note e le sue emozioni. Ciascuno come può, perché tutti possano.

Qualcuno si sentirà grande, qualcuno piccolo e inutile, qualcuno ci metterà il coraggio e qualcun altro la paura. Qualcuno la musica e qualcun altro le parole. Qualcuno la rabbia e qualcun altro la calma. Qualcuno la speranza e qualcun altro il rancore. Qualcuno l’ottimismo e qualcun altro il sarcasmo. Ma i sogni che nascono all’ombra della repressione sono i sogni che nessuno vorrebbe. Lottiamo per poter essere vigliacchi e banali, per poter essere superficiali e meschini, lottiamo per poter sognare in tutte le lingue e con tutte le voci e le idee possibili. Lottiamo per continuare a pensarla diversamente.

Lottiamo, come possiamo, anche solo cinque minuti al giorno, ma lottiamo per il diritto di esprimerci. E per il diritto degli altri a farlo. Lottiamo per essere liberi. Lottiamo per la libertà di chi lotta contro di noi. Lottiamo, se necessario, per il diritto di lottare. E sì, dobbiamo iniziare a farlo subito.

Sette romanzi per conoscere meglio la Catalogna

Per chi in questi giorni sente il bisogno o anche solo il desiderio e la curiosità di conoscere un po’ meglio la storia della Catalogna, ecco un breve percorso narrativo, senza alcuna pretesa di essere esaustivo. Sette libri a cui se ne potrebbero aggiungere molti altri (ad alcuni titoli ho dovuto rinunciare perché non sono stati tradotti in italiano), che vi invito a scrivere nei commenti al post, se vorrete.

Sette libri molto diversi, per lo stile, la voce dell’autore e il periodo storico affrontato, ma che ci lasciano tutti con la stessa sensazione colpevole di aver trascurato troppo a lungo la storia, come gli avvertimenti fastidiosi gridati sulla soglia di casa da una mamma apprensiva, che prima o poi ci si pente di non aver ascoltato.

Victus, di Albert Sánchez Piñol (Rizzoli)

È il romanzo ideale per chi vuole capire che cosa accadde nel 1714, quando Barcellona cadde nelle mani dei Borboni dopo un lungo assedio, durante la guerra di secessione spagnola. Victus racconta fra le altre cose la difesa della città e tratteggia un ritratto efficace e ricco di sfumature dei suoi protagonisti, dalla classe dirigente alla base popolare. L’autore, antropologo, racconta l’epica di quei momenti, ma anche la vigliaccheria, il meglio e il peggio dell’uomo, al centro del momento storico che cambierà per sempre la storia della Catalogna. La documentazione è esaustiva e tutto ciò che viene raccontato è reale, per quanto insolito e romanzesco possa sembrare. Per conoscere i giorni di settembre del 1714 che sono il prologo lontano delle rivendicazioni catalane di oggi. E l’avventura della difesa di una città. Avventuroso, rigoroso, appassionante.

I girasoli ciechi, di Alberto Méndez (Guanda)

Un capitano dell’esercito franchista alla vigilia della vittoria, un giovane poeta in fuga verso la Francia con la sua compagna, un prigioniero condannato a morte, un intellettuale repubblicano nascosto dentro un armadio a muro. Quattro storie che trasportano il lettore dentro il lato umano della guerra civile spagnola, fra vincitori e vinti. Storie scritte nel silenzio, che raccontano di esistenze piegate, che portano il segno della sconfitta, ma non quello del rancore, per trovare in quella guerra fratricida una lezione per il presente. Per ricordare che la guerra è sempre dietro l’angolo e a perderla siamo sempre tutti quanti. L’autore morì pochi mesi dopo l’uscita del libro.

Anatomia di un istante, di Javier Cercas (Guanda)

Tutti i libri di Cercas fanno luce sulla situazione spagnola, a partire dal romanzo che lo portò alla fama, Soldati di Salamina. In Anatomia di un istante, lo scrittore ripercorre un episodio della storia spagnola relativamente recente e significativo per capire il presente: il colpo di stato fallito del 23 febbraio 1981. Cercas racconta con dovizia di particolari il giorno in cui il colonello Tejero entrò armi in pugno al parlamento di Madrid, mentre si votava il candidato alla presidenza del governo. Il golpe, che non arrivò al giorno successivo, fu il risultato delle tensioni uscite dalla transizione, tensioni di cui si continua a risentire tutt’oggi. All’epoca a infuocare il clima politico era la situazione nei Paesi Baschi, oltre alla crisi economica e alla difficoltà che comportava l’organizzazione di uno stato democratico che albergava nelle sue fila molti esponenti appena usciti dal fascismo, nei ranghi militari e non solo. La crisi catalana di questi giorni porta in un certo senso il segno delle tensioni e delle contraddizioni di allora, di una democrazia costruita a suon di compromessi sulle ceneri ancora calde della dittatura.

Adiós muchachos, di Juan Marsé (Frassinelli)

Il romanzo, il cui titolo originale, obiettivamente intraducibile, era Si te dicen que caí (un verso di Cara al Sol, l’inno della Falange) venne messo al bando dalla censura franchista, tanto che l’autore fu costretto a pubblicarlo in Messico nel 1973. È una delle cronache più dure e disincantate che abbia letto di quegli anni, visti attraverso lo sguardo ferito e complice suo malgrado di un gruppo di ragazzi di strada, nella Barcellona degli anni quaranta. È una storia crudele, nella sua immediatezza, che non fa sconti di pena al lettore e lo catapulta nell’essenza di una dittatura: la perdita dell’innocenza, della purezza. Uno scorcio della storia che ha costretto in tanti a vendere l’anima e la propria infanzia. Un ritratto di un’ingenuità spietata e di una spietatezza ingenua. Un addio all’infanzia, sordido e doloroso e crudele. E magnifico.

La metà dell’anima, di Carme Riera (Fazi)

Il giorno di Sant Jordi in Catalogna si celebra la festa del libro e delle rose. Inizia così il romanzo, con la protagonista impegnata a firmare autografi, quando uno sconosciuto le lascia una cartelletta e poi scompare. Dentro ci sono alcune lettere d’amore che porteranno la protagonista sulle tracce di una madre che non conosce. La madre che viveva da benestante sotto la dittatura mentre appoggiava in segreto la resistenza antifascista. Un modo diverso, attraverso una figura femminile intensa e originale, per avvicinarsi agli anni della dittatura franchista e conoscerla, in tutte le sue zone d’ombra e le sue menzogne. Una dittatura la cui ombra si allunga sul futuro, tanto da spingere la protagonista a chiedersi chi sia davvero. Chi siamo noi davvero? Figli di guerre e di tragedie passate che non conosciamo del tutto, la nostra identità in bilico sul passato, un passato che dovremmo conoscere meglio ma che continuerà a sfuggirci. Insieme al senso del presente.

La piazza del diamante, di Mercè Rodoreda (Beat)

Impossibile parlare di letteratura catalana senza citare La piazza del diamante, la storia di una giovane che vive nel quartiere di Gràcia, a Barcellona, durante la guerra civile. Una giovane come tante altre, semplice, umile, riservata, discreta, attraverso i cui occhi il lettore vive, intuisce e sfiora, senza enfasi e senza proclami, il dramma della guerra civile nelle sue ripercussioni più quotidiane e dolorose: la paura, la fame, la solitudine, la morte delle persone care, tutta la fragilità dell’essere umano davanti a un momento storico più grande di lui, all’insegna della violenza e della barbarie. Una storia intessuta di rassegnazione, di attesa, di insoddisfazione e delle piccole e grandi crudeltà che la storia incide sul nostro quotidiano. Una cronaca sincera e diretta della Barcellona di quegli anni.

Omaggio alla Catalogna, di George Orwell  (Oscar Mondadori)

Non si tratta di un romanzo, in realtà, ma è un altro libro che non può non essere citato. La guerra civile spagnola vista attraverso gli occhi di George Orwell, che arrivò a Barcellona nel dicembre del 1936 e finì presto per arruolarsi nelle file repubblicane e prendere parte in prima persona alla storia del paese. Le descrizioni della città, della sua atmosfera, e le vicissitudini al fronte, sono intense e appassionanti e non hanno nulla da invidiare a un romanzo. Un viaggio avventuroso fra le contraddizioni della storia, mosso da un profondo bisogno di giustizia e scritto in uno stile asciutto che lo rende ancora più efficace. L’esperienza personale dell’autore acquista un carattere universale e si fa al tempo stesso diario e riflessione teorica e storia.

Come nasce un’indipendentista catalana inaspettata

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Foto di Marc Borell (scattata a Sant Iscle de Vallalta)

Fino a qualche giorno fa non ero indipendentista. Non capivo del tutto le ragioni dei catalani, pur vivendo qui da più di dieci anni, non mi sentivo abbastanza catalana da sforzarmi di comprenderle e, devo ammetterlo, alcuni indipendentisti dell’ultima ora, di quelli che il giorno prima andavano al club nautico del mio paese a parlare castigliano (perché i ricchi snob parlavano solo castigliano)  e il giorno dopo se ne andavano in giro con le espadrillas con la estelada, la bandiera indipendentista, non li sopportavo proprio.

Così ho seguito tutto il processo con una relativa indifferenza, sicura che avrebbe vinto il No, perché se io in quanto straniera avrei solo da perdere con l’indipendenza e con un’eventuale e molto prevedibile uscita dall’Europa, anche per il catalano medio che per esempio percepisce la pensione dallo Stato spagnolo, non c’era da stare molto allegri all’idea.

Poi sono arrivati gli arresti. La censura. L’intimidazione. Gli agenti della polizia spagnola, neanche ci fosse una sommossa in corso. E sono arrivate le violenze. Non ero fisicamente presente davanti alle scuole e ai seggi, ma c’erano i miei amici, c’era mio marito,  c’erano le maestre dell’asilo di mio figlio. Della situazione politica catalana si è scritto molto e molto si scriverà, ma non ho letto nulla sulla reazione della popolazione, sul senso che ha avuto questo referendum nei paesi, fra la gente.

Provate a immaginare di vivere in un paesino di qualche migliaia di abitanti. Quel giorno volete andare a votare. Perché avete sempre voluto farlo. Perché avete deciso di farlo dopo aver visto la vera faccia dello Stato spagnolo. Perché voterete No, ma credete nel diritto di un popolo di esprimere la propria opinione. Forse non sarete fra i tanti (il cuoco della scuola, le maestre, la panettiera, gli scout del paese) che hanno tenuto aperto il seggio fin dal giorno prima e hanno dormito lì. Forse non sarete fra i responsabili del seggio che da settimane si organizzano per far arrivare le tanto temute urne nei seggi, con tecniche e trucchi da società segreta. Forse sarete semplicemente un votante fra i tanti, che la domenica si avvia verso il seggio, con relativa serenità.

E all’improvviso, lungo la strada principale del paese, la stessa che avete percorso ogni giorno, quella che potreste fare in macchina a occhi chiusi tanto la conoscete bene, su quella stessa strada che fa parte del vostro mondo fino a essere diventata parte di voi, vedete avanzare almeno cento agenti della Guardia Civil in tenuta antisommossa. Tutti neri e verdi, come insetti strani, caschi e scudi e armi e tutto quanto, sembrano appena usciti da un film di fantascienza. Come se Darth Vader avesse deciso di andare a comprare due michette nella vostra panetteria di fiducia. Solo che gli agenti non smettono di avanzare e proseguono e poi si scagliano contro le persone riunite lì per votare. Per votare.

E la gente incredibilmente resiste. Si aggrappano alla balaustra della scala che salgono ogni giorno i loro figli, e non mollano finché il manganello non rischia di spaccargli le dita. Si stringono intorno agli anziani per proteggerli, gli anziani che sanno bene di che cosa è capace la guardia civil, eppure non mollano e non tornano a casa, restano lì, a difendere le urne e il loro voto. E le prendono. La guardia civil non risparmia nessuno, non guarda in faccia nessuno. Il genitore dell’amico di vostro figlio finisce con sette punti in faccia. La maestra di ginnastica ha la schiena piena di lividi. L’edicolante ha la giacca strappata e una ciocca di capelli in meno. Un vostro amico a Barcellona per poco non perdeva un occhio per colpa dei proiettili di gomma.

Nel frattempo dentro il seggio ci si organizza. Le urne scompaiono e vengono nascoste in una sorta di assurda caccia al tesoro che potrebbe sembrare divertente, se non si rischiasse tanto e non si avesse tanta paura. Qualcuno in qualche seggio ha abbastanza sangue freddo da tirare fuori il domino e fingere di stare solo giocando una partita, nel seggio alloggiato nel centro ricreativo per anziani. Intanto fuori gli agenti della guardia civil sembrano macchine impazzite. Mostri disumani. Afferrano la gente per i capelli, lanciano gli anziani giù per le scale, affondano i manganelli contro gente colpevole soltanto di voler votare. E di non arrendersi. Quanta forza ci vuole, mi chiedo, per decidere una domenica mattina di essere disposti a farsi riempire di botte pur di poter esprimere il proprio voto? Quanta forza ci vuole per mobilitarsi tutti insieme, sistemare i trattori nei punti strategici, bloccare ogni accesso al paese, mentre la pizzeria del posto distribuisce tranci di pizze e buon umore, e l’intero paese per una volta mette da parte i vecchi rancori e le antipatie e diventa una cosa sola?

Perché è questa forza la risposta a qualunque tentativo di impedire il referendum e tutto ciò che seguirà nei prossimi giorni. Non basteranno tutti gli agenti dello Stato spagnolo per fermare un popolo che ha dato una dimostrazione simile domenica scorsa. Ogni volta che Rajoy apre bocca nasce un nuovo indipendentista. Allo sciopero di oggi, 3 ottobre, in molti sono scesi con i cartelli “Non sono indipendentista, ma non resterò a casa mentre pestano la mia gente”. I pompieri, i veri assoluti eroi di questi giorni, sempre a fianco della popolazione, più dei mossos (la polizia locale) che non è intervenuta né per difendere né per punire, più dei politici, che con l’eccezione di pochi (fra cui Ada Colau, la sindaca di Barcellona) non si sono visti a difendere i seggi insieme agli altri votanti, i pompieri ci sono sempre stati, tanto da scusarsi con i seggi e i votanti che non sono riusciti a difendere, in un coro di “Els bombers seran sempre vostres”.

Ecco perché oggi mi sento stranamente catalana perfino io, più lontana che mai da uno Stato spagnolo disprezzabile e odioso nel suo volto governativo fascista e autoritario, più lontana che mai dall’Europa che tace vigliaccamente lasciando che Spagna e Catalunya se la vedano fra loro.

Ecco perché se avessi potuto votare (non potevo, in quanto straniera) perfino io avrei votato sì. Ecco perché sono disposta ad affrontare l’abisso che si spalancherebbe davanti a una Catalunya indipendente pur di difendere quello che ho visto nascere in questi giorni intorno a me. La resistenza pacifica davanti a violenze inaccettabili. Il senso di appartenenza e l’orgoglio di una nazione di fronte alla censura e all’oppressione. La solidarietà e il coraggio di tanti che diventano una voce sola. Els carrers seran sempre nostres, era uno degli slogan di questi giorni. E all’improvviso mi trovo anch’io a percorrere quelle strade con l’orgoglio di chi se le sente un po’ sue, pur da straniero.

I catalani non sono mai stati molto bravi a esportare la propria causa e le proprie ragioni. Ma credo che lo stesso orgoglio e la stessa compatta chiusura su se stessi che ha impedito loro di farlo finora adesso stia levando una voce che non si può non ascoltare. Qui ogni sera alle dieci la gente esce sui balconi e sbatte pentole e coperchi in segno di protesta. E l’altra sera, al sentir gridare “Visca Catalunya” dai miei vicini, mi sono sorpresa sul punto di gridare anch’io “Visca!”.

Perché ad ascoltarlo bene, quel “Visca Catalunya”, è un grido di libertà. È un grido di resistenza, contro l’oppressione, contro ogni autoritarismo. È la resistenza di chi mette i trattori contro i furgoni di una polizia straniera, ogni giorno più straniera, chiusa negli alberghi in formazione a gridare Viva España, carica di odio. Noi italiani conosciamo bene il valore della Resistenza. Ascoltiamo quella voce, allora. Perché ha molto da insegnarci, c’è il seme di un futuro migliore, nel senso di comunità dei catalani oggi, nella loro lezione di libertà, di coraggio e di dignità. Nel loro senso di appartenza e nel loro orgoglio.

Visca Catalunya, allora. Viva la libertà!