Si scrive “dieta”, si legge “Ehi, ci sono prima io”

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«Un po’ meno bistecche, Marasco.»

La memoria funziona in modo strano e abbastanza impietoso. E infatti, dei tanti ricordi dei miei anni di liceo, uno di quelli più nitidi è proprio questo.

«Mangia meno bistecche, Marasco» seguito da un coro di risate maschili e da un dito puntato verso il mio sedere. Pesavo dieci chili di più di adesso, niente di drammatico, ma ce n’era abbastanza per offrire il fianco (e il culo) a qualche beffa.

Non è stata ovviamente l’unica cattiveria che ho sentito in vita mia. Credo che nessuno cresca senza la sua bella dose nello zaino. Eppure, curiosamente, è una di quelle che ricordo meglio e il motivo non fu che mi ferì – anche se lo fece – ma che la mia mente occupata in modo ossessivo dalle diete riuscì soltanto a pensare che le bistecche, in realtà, non facevano mica ingrassare. Se il mio compagno mi avesse detto «Un po’ meno gelati, Marasco»  probabilmente ci sarei rimasta molto peggio, il suo commento mi sarebbe sembrato più credibile, ma forse l’avrei anche dimenticato più facilmente.

La dieta. Chi non l’ha avuta sempre come una compagna di vita, in un modo o nell’altro, da adolescente come da adulta. Per non parlare della menopausa, quando, dicono, i chili ti si saldano addosso definitivamente e non te ne liberi più neanche con lo sciopero della fame.

La dieta è una compagna di vita delle donne sovrappeso e delle donne magre, delle donne sicure di sé e di quelle insicure, di chi mette il proprio aspetto al di sopra di tutto e di chi se ne frega. La dieta è sempre lì. E non può essere diversamente, forse, quando hai un corpo che scandisce i mesi come un calendario, ricordandoti della sua esistenza a ogni ciclo, preciclo e ovulazione. Non può essere diversamente con un corpo fatto di curve che sembrano essere state disegnate apposta per sfuggire a ogni controllo e cambiare e trasformarsi a ogni pié sospinto.

A una ragazza ossessionata dai chili di troppo non serve a niente dire che è bellissima così. Non serve a niente dirle che si tratta di modelli passeggeri e discutibili, che la bellezza risiede altrove, che non è importante entrare in una determinata taglia o in un paio di jeans skinny, e che ciascuna di noi detta le proprie regole e i propri canoni, e ha il potere di riscriverli.

Perché in realtà la nostra non è una battaglia per essere accettate, non andiamo a caccia di complimenti maschili o di corteggiatori. La nostra è una battaglia contro il nostro corpo, contro quel sedere e quelle tette che si contendono il potere con il resto di noi, che ci rubano la scena, che sembrano arrivare prima, sempre prima di noi. La nostra è una battaglia per il controllo, per rimettere il nostro corpo nei ranghi e sapere di poterlo dominare, avere la certezza che contiamo di più noi, che l’abbiamo spuntata, che siamo più importanti. Il nostro corpo a volte sembra un fratellino minore che ci contende le attenzioni e l’affetto delle persone che contano, che con quattro smorfie e un paio di sculettate manda tutti in brodo di giuggiole, mentre noi mettiamo il muso e ci accaniamo a scrivere/disegnare/comporre un capolavoro, per far vedere a tutti quanto valiamo. Per poi scoprire che non serve a niente, perché anche dopo aver scritto il capolavoro ci sarà sempre il nostro fratellino ammiccante e acchiappabaci, così rassicurante in tutta la sua morbida sfacciataggine, e continueranno a parlare di lui più che di noi. E si conquisterà qualche occhiata rubata nei momenti meno opportuni, una carezza un po’ troppo lunga, un complimento volgare, mentre noi siamo lì a declamare il nostro capolavoro sperando che si dimentichino di lui e guardino noi, noi soltanto.

La dieta non è una questione di taglia o di bellezza. La dieta è una questione di controllo. È questo che inseguiamo pesando il cibo e le rinunce in modo ossessivo, ed è questo che ci paralizza e ci fa sentire sconfitte quando falliamo: sapere di aver perso il controllo, che ha vinto lui, il fratellino, quel corpo che ogni tanto sembra volerci fagocitare tutte, mente e cuore, per risucchiare dentro di sé tutti i nostri sogni e le nostre aspirazioni e seppellirle sotto chili di ciccia e di cellulite e di insulti e di commenti volgari. E la colpa è nostra, perché non siamo abbastanza forti da riuscire a tirarli fuori, quei sogni, a estrarli da tutte quelle curve e quella carne e tornare a crederci.

Allora forse stiamo sbagliando tutto. Forse cerchiamo le risposte nel posto sbagliato. Il nostro corpo non è un nemico, è un avvertimento che non ascoltiamo abbastanza. È lì a ricordarci che ogni tanto dobbiamo essere capaci di gettare la spugna, che non possiamo avere il controllo su tutto, che alla fine, volenti o nolenti, l’avrà vinta lui. Se non puoi combatterli, alleati con loro. Forse dovremmo provare a prestare più attenzione al nostro corpo. Questo dovremmo spiegare alle nostre figlie adolescenti. Smetti di lottarci e ascoltalo, e sarà lui a dirti come devi fare, come conviverci, come gestire questo eterno tiro alla fune. Non significa che devi piacerti per forza così come sei, non significa che sei bella comunque e non significa che sei brutta comunque. Significa che siete in due, tu e il tuo corpo, e visto che sarà il compagno più fedele che avrai mai, tanto vale trovare il modo di andarci d’accordo. E forse, ma solo forse, così smetterà finalmente di rubarti la scena e ti lascerà il posto e l’attenzione che meriti.

Pelo e contropelo

 

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Foto Beth (CC)

Non so più se sono incazzosa perché sono femminista o se sono femminista perché sono incazzosa. E pelosa, il che farebbe di me, secondo gli stereotipi duri a morire ricordati dalla Stampa, una femminista almeno per sei mesi l’anno (da quando vivo al mare, prima ero femminista molto più a lungo).

Pelosa per scelta, d’accordo, ma incazzosa un po’ per forza. Perché davanti, chessò, a Vissani che dice che le ragazzine fanno le stupide con la stessa tranquillità con cui avrebbe potuto dire che la maionese ogni tanto impazzisce (cosa che peraltro non autorizza nessuno, che io sappia, a usarla per attività illegali e poi appellarsi all’infermità mentale) è difficile non provare la tentazione di rispolverare la sua ricetta e ricoprirlo di sugo alla puttanesca.

In ogni caso, non mi ero mai soffermata più di tanto sulla questione “brutte e pelose”, finché non ho letto il post della Stampa sulle nuove femministe e sugli stereotipi duri a morire. Il femminismo rosa è uno di quei nuovi femminismi (loro ancora non lo sanno, ma per ora non gliene faremo una colpa) e quindi l’argomento mi interessava. Peccato che a metà del post abbia capito di non avere capito niente. Perché ho scoperto che, cito per pigrizia: il dizionario lo dice chiaramente: il femminismo è il «movimento diretto a conquistare per la donna la parità dei diritti nei rapporti civili, economici, giuridici, politici e sociali rispetto all’uomo».

Oh, cazzo. Allora ho sbagliato tutto. Io non voglio la parità di diritti. Io voglio il diritto di essere me stessa, di realizzarmi e di essere felice. Che gli uomini lo facciano oppure no rientra fra i tanti altri problemi, dall’effetto serra ai diritti degli animali, che mi preoccupano ma che non cambiano di una virgola il mio proposito. Voglio il diritto di emozionarmi, di vestirmi come mi pare, di studiare, di lavorare, di dedicarmi a me stessa. Se gli uomini intorno a me non lo fanno mi dispiace per loro, certo, ma io continuerò lo stesso a lottare per i miei diritti. E se potrò, anche per i loro (perché non credo di avere mai sentito un uomo che diceva di voler essere felice tanto quanto una donna; liberali a volte sì, ma scemi no, va detto).

E uno dei diritti che vorrei, a cui terrei davvero tanto, è che si possa parlare di noi donne senza fare riferimento al nostro aspetto, a quanto siamo belle o brutte e alle zone del nostro corpo che scegliamo di ricoprire di peli superflui. (No, neanche per dire che non è importante e che sono stereotipi duri a morire.) Non per altro, è che altrimenti, per rispecchiare la definizione di femminismo del dizionario, ci toccherà fare lo stesso con gli uomini. Con i politici italiani, per esempio. E ho il sospetto che non sarà molto piacevole. Non so se è peggio sentire quello che dice Salvini o soffermarsi sui suoi difetti fisici e sui suoi peli corporei.

Allora facciamoci un favore a vicenda, ignoriamo il nostro aspetto e parliamo d’altro. Perché sarà anche femminismo rosa, ma quelli che vogliamo estirpare alla radice sono gli stereotipi sessisti, non i peli superflui.