“Lezioni di disegno”, perché non c’è femminismo possibile senza le ribellioni silenziose delle donne

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Foto di Dubh (CC)

“Il marito deve proteggere la donna e la donna deve obbedire al marito” recitava l’articolo 57 del codice civile spagnolo. Fino alla riforma del 2 maggio 1975, le donne in Spagna passavano dalla tutela del padre a quella del marito. Durante la dittatura, una donna sposata non poteva aprire un conto in banca, gestire i propri beni o firmare un contratto di lavoro senza il permesso del marito. In questo contesto giuridico e sociale, non è troppo difficile confondere la serenità e la compostezza con la sottomissione, se da quest’ultima dipendono gli equilibri di coppia e quelli domestici. Non è difficile per una donna far sfumare la propria felicità nella soddisfazione dei bisogni altrui e misurare il proprio valore sulla capacità di sorreggere equilibri impossibili. Tutto il resto scivola nel silenzio e nel segreto delle mura domestiche.

È in questo contesto giuridico, a cui si intreccia il clima di violenza e di minaccia in cui era immersa la società spagnola, che prende forma la storia raccontata in Lezioni di disegno. Per Gloria, la protagonista del romanzo sposata a un collaboratore del regime, obbedire al marito non è semplicemente un’imposizione e un obbligo legale. Per Gloria, e per molte donne come lei, obbedire al marito  è uno dei requisiti di una donna perbene, come avere una casa ordinata e vestiti dignitosi. Nello sguardo femminile di allora il potere maschile è una delle tante colonne che sorreggono un mondo che altrimenti è percepito come instabile  e pericoloso. Se non puoi aprire un conto in banca senza il permesso di tuo marito, significa che lo sguardo e il potere maschile ti definiscono, sono intessuti in modo inestricabile nella tua identità. L’amore per un altro uomo quindi porta con sé la necessità di una ribellione, ma al tempo stesso scatena un conflitto interiore più complesso di quanto possa sembrare, in cui entrano in gioco un senso di appartenenza e un’identità a cui non si può rinunciare tanto facilmente.

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Il 1976 spagnolo è un anno di passaggio fatto di contraddizioni e di spinte in direzioni opposte: l’anno prima era morto Franco, quello dopo si terranno le prime elezioni democratiche. Il 1976 è l’anno in cui tutto sembra possibile, in cui la controcultura, che fremeva sottopelle durante il regime, è sul punto di esplodere, portando con sé un nuovo modo di guardare al sesso, alle droghe, alla libertà, ai diritti delle donne. È anche l’anno della prima manifestazione dopo la morte di Franco, nel febbraio del 1976, a Barcellona, che verrà duramente repressa da una polizia che di democrazia ancora sapeva poco o niente.

Il femminismo spagnolo degli anni Settanta aveva davanti a sé un compito smisurato. Le donne che si riunirono prima a Madrid, dal 6 all’8 dicembre del 1975, e poi a Barcellona, dal 27 al 30 maggio del 1976, sapevano di dover cambiare una mentalità, oltre che un sistema giuridico e sociale. Durante la Transizione, la felicità delle donne aveva qualcosa di scandaloso e la loro libertà era sovversiva, e il femminismo era rivoluzionario per definizione, perché doveva sradicare un intero sistema. Quasi cinquant’anni dopo dovrebbe essere cambiato tutto. E invece è cambiato ancora troppo poco. La felicità delle donne continua ad essere rivoluzionaria e la loro libertà sovversiva e colpevole. E lo stupro prima di essere un crimine è ancora un modo di intendere le relazioni sessuali, di considerare le donne, di guardare alla coppia.

Per quante donne cercare la felicità significa ancora ribellarsi a un sistema da cui dipende la propria sicurezza e in cui trovano le radici della propria identità? Quante donne continuano a sentirsi in colpa quando la loro felicità non coincide e non si esaurisce in quella del marito e della famiglia? E per quanti uomini l’obbedienza fa ancora parte del matrimonio e del modo di guardare alle donne e di pensare il sesso?

Accanto alla ribellione visibile e battagliera del femminismo degli anni Settanta, vi furono migliaia di ribellioni invisibili come quella raccontata in Lezioni di disegno. Ed è arrivato il momento di restituire gli onori e i meriti anche a quelle forme di resistenza, più intime e discrete, fatte spesso di silenzi ostinati, di concessioni e di compromessi. C’è un altro femminismo, che ieri come oggi si combatte fra le mura domestiche e nell’intimità delle donne, è un femminismo fatto di sensi di colpa, di incertezze, di sogni frustrati e messi da parte, di dubbi, di romanticismi fraintesi. Le battaglie silenziose delle donne sono rivoluzionarie tanto quanto lo sono quelle scandite dagli slogan e dalle manifestazioni. E sono necessarie entrambe, non possono esistere, in realtà, le une senza le altre. È questo che racconta Lezioni di disegno, l’incontro fra due modi diversi di ribellarsi che sembrano incompatibili e invece sono, o dovrebbero essere, complementari.

La violenza contro le donne è nascosta nei silenzi, fra le giustificazioni con cui sorreggiamo i nostri equilibri necessari, nel modo sottile e quasi impercettibile in cui le donne a volte si fanno dimesse accanto a un uomo, nell’elogio della stanchezza e del sacrificio femminile, nei nostri sensi di colpa, negli sguardi abbassati, nel bisogno di annullare i conflitti annullando se stesse. Per vedere la violenza dobbiamo smettere di considerare lo stupro un incidente, una di quelle tragedie che con un po’ di fortuna non ci sfioreranno nella vita. Lo stupro è un modo di intendere le relazioni sessuali, di considerare le donne, di guardare alla coppia. Lo stupro è un modo di intendere il matrimonio, proprio come la violenza e gli abusi per molti fanno parte della definizione stessa di vita coniugale. La legge è cambiata, ma non abbastanza, e la sentenza sul delitto del Branco lo ha dimostrato.

Nella giustizia maschile la violenza è fatta di schiaffi e di urla e di lividi; se non puoi dimostrarla, non esiste. La forza delle donne è fatta troppo spesso di silenzi e di resistenze silenziose e dolorose. È nell’abisso fra queste due definizioni che siamo intrappolate. È questo abisso a condannarci. Ed è da qui che dobbiamo risalire.

Libertà

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Foto di Isidre Garcia Puntí

Per chi ha sogni piccoli, che arrivano alla fine del giorno.

Per chi ha sogni grandi, che arrivano alla fine della storia.

Per chi vuole essere lasciato tranquillo.

Per chi tranquillo non ci sa stare.

Per chi si sente vivo lottando.

Per chi vive schivando la lotta.

Per chi crede nella forza delle idee.

Per chi crede nella forza dei pugni.

Non c’è bisogno di assomigliarsi, non c’è bisogno di piacersi, non c’è bisogno di pensarla allo stesso modo.

Non c’è bisogno di volere un mondo migliore, non c’è bisogno di desiderare la democrazia, non serve la forza per lottare e non serve il coraggio di rischiare. Serve solo la consapevolezza che ci riguarda, che vivere significa prendere posizione. Come si può. Ciascuno con le sue armi, le sue parole, la sua musica, i suoi colori, i suoi gesti, le sue note e le sue emozioni. Ciascuno come può, perché tutti possano.

Qualcuno si sentirà grande, qualcuno piccolo e inutile, qualcuno ci metterà il coraggio e qualcun altro la paura. Qualcuno la musica e qualcun altro le parole. Qualcuno la rabbia e qualcun altro la calma. Qualcuno la speranza e qualcun altro il rancore. Qualcuno l’ottimismo e qualcun altro il sarcasmo. Ma i sogni che nascono all’ombra della repressione sono i sogni che nessuno vorrebbe. Lottiamo per poter essere vigliacchi e banali, per poter essere superficiali e meschini, lottiamo per poter sognare in tutte le lingue e con tutte le voci e le idee possibili. Lottiamo per continuare a pensarla diversamente.

Lottiamo, come possiamo, anche solo cinque minuti al giorno, ma lottiamo per il diritto di esprimerci. E per il diritto degli altri a farlo. Lottiamo per essere liberi. Lottiamo per la libertà di chi lotta contro di noi. Lottiamo, se necessario, per il diritto di lottare. E sì, dobbiamo iniziare a farlo subito.