Lasciatemi fare la cinquantenne

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Foto di Dean Moriarty da Pixabay

Non la mamma. Non la moglie. Non la milf attempata. La cinquantenne e basta.

Arriva un punto nella vita di una donna in cui vivere stretta fra le esigenze e i parametri altrui non è più soltanto sbagliato e inaccettabile, è anche impossibile. Se hai sempre tirato la coperta da una parte e dall’altra, lasciando scoperto ogni volta qualcosa (il lavoro, i figli, la tua autostima, la tua fragilità, il tuo corpo), arriva un momento in cui quella coperta ti si strappa fra le mani. E tu non hai più voglia di rattopparla.

Sei sempre stata la figlia di, la fidanzata di, la madre di. Hai vissuto proiettando un’ombra di desiderabilità e piacevolezza, hai finito per accettare che le tue idee e i tuoi succcessi fossero rinchiusi fra parentesi di paternalismo e occhiate alle tette, soppesando affondi aggressivi per farsi valere e ritirate dietro sorrisi modesti e innocui, quando era più facile tenere buono l’ego maschile che tirarselo contro. Hai finito per accettare che venisse prima il tuo aspetto, la tua carica sensuale, poca o tanta che fosse, che la tua disponibilità a incassare battute maliziose e occhiate insistenti facesse parte del gioco, comunque decidessi di spenderla. Hai assottigliato i tuoi progetti di vita come un elastico teso fra la coppia e la maternità. E adesso, arrivata ai cinquant’anni, che cosa dovresti fare, secondo il mondo degli uomini?

Arrivata ai cinquanta fra te e l’invisibilità resta tutto quello che appartiene esclusivamente a te. E diventa frustrante e spossante difenderlo incollandosi addosso la maschera di una finta fertilità, di una sensualità da ventenne a misura dei desideri altrui, di una giovinezza di cui non sentiresti neanche la mancanza, se essere donna non la rendesse tanto indispensabile.

Eccola allora la gravità del body shaming, del giudizio costante sul corpo delle donne, eccolo il peso di una vita passata a schivare commenti e mani sul culo e sorrisetti per poter dire come la pensi. Lo senti tutto quando arrivi a cinquant’anni e diventi invisibile, un bozzo a forma di mamma accanto alla figlia adolescente a cui sono indirizzati adesso sguardi e sorrisi, una forma umana con un paio di guanti da forno che prepara pizze per gli amici del figlio, una creatura in menopausa che aleggia invisibile fra gli ormoni altrui. E ti starebbe benissimo così, se questo non finisse per passare un colpo di spugna anche sul tuo valore in quanto persona, sui tuoi desideri e sul tuo desiderio, sulla tua autonomia, sul senso della tua presenza.

Nello spaesamento di una donna di cinquant’anni, nella sua fragilità, nel corpo segnato dalla vita propria e altrui, si nasconde una risorsa preziosa, c’è una direzione da seguire, non un pozzo di botox e inadeguatezza. C’è tutto quello che resta quando ci scrolliamo di dosso il peso delle aspettative altrui, quando non ci incastriamo più a forza nei contorni tracciati dal desiderio e dalle esigenze maschili e riproduttive. Lasciateci fare le cinquantenni, allora, non imitazioni raffazzonate della ventenne che siamo già state. Basta invertire lo sguardo, e imparare a raccontare le donne partendo dalle donne.

 

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Non sono difetti, sono la prova che ce l’abbiamo fatta

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Le cicatrici, la pelle rimasta vuota dopo i chili persi, le grinze, le operazioni, un cesareo d’urgenza, una mastectomia, la pancia che reclama sempre più spazio, le braccia che sballonzolano un po’, i capillari di un sangue stanco e pigro,  i piedi un po’ storti, smagliature come corsie d’autostrada per ogni nostro cambiamento, i muscoli ingombranti dopo anni di sport, il seno afflosciato dall’allattamento, i segni incisi sulla pelle dalle operazioni…

È cominciata come una sfida, sulla pagina Facebook di Rosapercaso: ciascuna poteva indicare una parte del proprio corpo che non le piaceva, con cui provare a fare la pace quest’estate in spiaggia. E il risultato è stato magico. Perché a leggerli tutti insieme, quei commenti smettevano di parlare del nostro corpo e iniziavano a raccontare una storia. C’erano il trascorrere degli anni, il desiderio di essere diverse, le prove superate, gli ostacoli, le malattie, le guerre e i drammi e gli amori di tutte. C’erano parti sofferti e operazioni andate bene per miracolo e anni dedicati ai figli e il ricordo della giovinezza e la paura di invecchiare e tutte le tappe di una vita vissuta.

All’improvviso, a leggerli uno dopo l’altro, diventava evidente che quelli non erano affatto difetti. Tutta quella pelle in eccesso e la ciccia e il corpo che cambia e si trasforma e si rifiuta di obbedirci, e i peli e le gambe e il seno sempre troppo grande o troppo piccolo, e le vene che impazzano e le cicatrici non avevano più niente di brutto o di osceno o di vergognoso. Al contrario, erano meravigliosi. Erano la prova che siamo ancora qui, che abbiamo resistito, ce l’abbiamo fatta. Erano la dimostrazione della nostra tenacia, della nostra fortuna, della nostra forza. Del nostro ostinato rifiuto di essere perfette, per continuare a essere noi.

Come abbiamo fatto a non accorgercene? Come abbiamo fatto a scambiare per difetti il privilegio di abbassare lo sguardo su di noi e trovare quei segni ancora lì, nonostante tutto, nonostante noi, nonostante i nostri tentativi di scacciarli e farli scomparire? Quanto è magnifico un corpo che insiste, che non molla, che si aggrappa a se stesso in questo modo? Tutta quella pelle che si rifiuta di scomparire quando dimagriamo è eroica, non è oscena. Le cicatrici che ci ha scritto addosso la nostra storia non sono sgradevoli, sono la cosa più preziosa che abbiamo. Perché ci ricordano che siamo sopravvissute.

Che cos’è l’amore se non il privilegio di costruire ricordi comuni? Non è questo il segreto, non è questo che ci fa restare insieme, nonostante tutto, e ci riempie gli occhi di tenerezza e di desiderio, anche dopo tanti anni? E non è forse questo che continua a fare il nostro corpo, a scrivere i ricordi e a conservarli per noi, nonostante noi?

Stiamo sbagliando tutto, carissime, ma proprio tutto. Siamo ingrate, miopi e ci siamo lasciate fregare da quattro foto sulle riviste, invece di ascoltare chili di ciccia e di sangue e di pelle e di nei e peli, che ci conoscono e parlano di noi meglio di chiunque altro. Ci siamo lasciate convincere che il nostro corpo non ci appartenesse, che dovesse essere modellato sullo sguardo e sul desiderio altrui, che dovesse essere punito con un desiderio di perfezione impossibile. Portiamo addosso tutte le contraddizioni dell’essere donna, a cominciare dall’impossibilità di farci ascoltare, dal bisogno del permesso altrui, dalla necessità del castigo, dalla convinzione che il nostro corpo in realtà non ci appartiene.

Non c’è bisogno che il nostro corpo ci piaccia. Abbiamo confuso il nostro libro di storia con un romanzo rosa, il nostro diario personale con un articolo da rivista. Non è l’oggetto del nostro desiderio quello che vediamo allo specchio, non è la rappresentazione delle nostre aspirazioni e dei nostri sogni. Quel corpo siamo noi, è la nostra storia, porta scritte addosso tutte le nostre avventure, i nostri sbagli, le nostre paure. E il desiderio di essere diverse è solo una parte di quella storia.

Non siamo tenute a piacere nessuno. È da noi che il nostro corpo vuole essere ascoltato. Soltanto da noi. Ha custodito tutti quei momenti per ricordarci quanto siamo forti e tenaci, quanto siamo state fortunate, quanto siamo state sfortunate, quanto abbiamo lottato. I ricordi non sono forse tante cicatrici incise per sempre sui giorni e sulle ore? 

Non sono difetti, sono ricordi. Dobbiamo solo ricordarci di leggerli, ogni tanto. Il nostro corpo racconta la nostra storia. Non mettiamolo a tacere proprio noi.