Manuale di RIscrittura creativa/3

PROglasseyes view
Foto glasseyes view (CC)

La riscrittura arriva molto più vicino al processo creativo di quanto non faccia la scrittura, il che spiega fra l’altro perché sia più difficile da insegnare. Di manuali sulla scrittura sono pieni gli scaffali delle librerie, virtuali e non, ma di testi dedicati alla riscrittura ne esistono molti meno.

Innanzitutto c’è un equivoco di fondo da chiarire: non si riscrivono solo i testi che non funzionano. Anche un romanzo riuscito può essere riscritto, perché no? Per provare a esplorare la storia da un’angolazione diversa, per allungarla magari, farla diventare più seria, più spiritosa, più esplicita… Le ragioni possono essere le più svariate.

Nella mia esperienza, riscrivere è come sbirciare sotto la storia originaria, per scoprire che cosa nasconde. Un personaggio può avere un vissuto molto più interessante e ricco di conseguenze narrative di quanto sembri. Qualcosa nel suo passato può non solo aiutarci a definirlo meglio, ma portare avanti la storia, spingerla in una direzione leggermente diversa.

Un luogo può essere più ricco di dettagli di quelli che sono arrivati sulla pagina. Dettagli che è importante menzionare, perché conferiscono un’atmosfera del tutto nuova alla storia, aggiungendovi significato. Frasi che completano le conversazioni, gesti che chiariscono le emozioni del momento, oggetti che reclamano un posto sulla scena…

Ma è sul piano strutturale che la riscrittura riserva le sorprese più emozionanti. Scoprire che fra due personaggi esiste un legame più intimo e intenso di quel che credevamo alla prima stesura, scoprire che qualcun altro al contrario è più utile da morto che da vivo, o non è utile affatto.

E poi quel momento particolarmente magico in cui ti accorgi di aver sempre girato intorno a quel che ti stava a cuore davvero, per paura di non saperlo raccontare, di averlo relegato in un angolo, in una trama secondaria, e aprire la porta di quella storia, concederle più spazio e lasciare che si prenda – finalmente – l’importanza che meritava e che aveva sempre avuto.

La riscrittura è sfuggente e delicata, come le idee, che nel momento in cui si impongono spazzano via le tracce che si sono lasciate alle spalle, come un personaggio in fuga sulla neve. Ma soprattutto la riscrittura è azzardata, e ha qualcosa di rivoluzionario e di ribelle.

Di tutti i cambiamenti portati dal digitale, questo secondo me è quello destinato a lasciare le conseguenze più durature: la possibilità di intervenire sui testi in modo quasi immediato, privandoli della immobilità a cui ci aveva abituati il cartaceo. Il digitale ci ha riportati alla magia della narrazione orale, con la sua immediatezza, la sua padronanza assoluta sul racconto e la sua capacità di trasformare le storie ogni volta, raccontandole, consegnandole all’istante in cui le parole si fanno storia.

Quell’istante in può succedere davvero di tutto.

 

Confessioni di una lettrice sedotta e abbandonata dal Kindle

Foto Toto @ Matinino (CC)

Buongiorno, mi chiamo Mara e non tocco un Kindle da almeno un anno. Ebbene sì. L’ho detto. Il mio Kindle giace inutilizzato e, inutile dirlo, scarico, da mesi. È sempre lì, sul comodino, ma non ricordo più neanche quando è stata l’ultima volta che l’ho acceso. E sapete qual è la parte peggiore? Che non ho voglia di farlo. Nonostante, ovviamente, continui compulsivamente a comprare ebook in offerta.

Qualche spiegazione ho provato (o hanno provato) a darmela, ed erano tutte molto sensate: il cartaceo è più riposante, è meno stressante, ti libera dall’ansia del multitasking costante, ti senti più coccolata, ecc. Ma nessuno di questi motivi mi convinceva del tutto. E non sopportavo l’idea di dover ragione a quegli insopportabili gufi un po’ snob che profetizzano la scomparsa improvvisa del ditigale. Io ho sempre creduto negli ebook e negli scenari aperti dal nuovo mercato editoriale, e continuo a crederci. (Oltre al fatto che se non leggessi più in digitale avrei perso ogni possibilità di rileggere anche i miei, di libri.)

Ogni volta che pensavo di riprendere in mano il Kindle, però, finivo sempre con lo storcere il naso e cercavo un libro cartaceo. Altro che una pausa salutare o una fase di crisi di quelle che nelle coppie prima o poi arrivano sempre, la mia sembrava una situazione senza uscita. Finché non sono successe due cose.

La prima è che mi sono decisa a usare Whatsapp. Che cosa c’entra? mi chiederete voi. C’entra. Perché usando Whatsapp ho anche scoperto che tutto diventava improvvisamente meno impegnativo. Le foto che scattavo non dovevano necessariamente essere belle. I messaggi che scrivevo non dovevano necessariamente avere un’ortografia accettabile (confesso di avere fatto stragi di maiuscole, accenti e punti alla fine della frase per cui fino a qualche mese fa avrei gridato allo scandalo).

Il digitale è poco impegnativo, provvisorio, approssimativo, perché i suoi canoni e i suoi parametri sono altrove. Su Spotify credo di non essere quasi mai riuscita ad arrivare alla fine di una canzone. Quando leggo le mail sono diventata così rapida che mi perdo quasi sempre per strada la metà del messaggio. Se mi dovessi scattare un selfie (cosa a cui per ora non sono ancora arrivata, ma chi può dirlo), non andrei prima dal parrucchiere. Qualche giorno fa in aereo una ragazza davanti a me si è scattata una foto su Whatsapp mentre digitava alla velocità della luce per avvertire che era appena atterrata. Una foto seria e per niente emotiva, più dalle parti delle impronte digitali (sì, sono davvero io!) che da quelle di un emoticon. Una foto che per significato e funzioni non aveva quasi nulla a che spartire con le foto come le avevo conosciute io fino a poco prima.

Con i libri però il provvisorio e l’approssimativo non funzionano. Con i libri vogliamo l’impegno. Reciproco. E ai primi tempi con il Kindle l’avevo trovato. Avevo la sensazione che ci stessimo impegnando entrambi a cambiare le cose. Lui mi veniva incontro con prezzi e modalità di acquisto più vantaggiosi e io gli andavo incontro rinunciando al piacere di sfogliare le pagine e di avere davanti una copertina, per investire a modo mio sul futuro del digitale. E che cosa c’è di più impegnativo che andarsi incontro a vicenda e investire su un futuro in comune?

La seconda cosa che mi è successa è che ho letto il post in cui Craig Mod spiega come a lui sia accaduto qualcosa di simile e in cui critica il digitale sostenendo che è rimasto, fra le altre cose, chiuso su se stesso, senza aprirsi al lettore o alla rete di lettori. È stato un po’ come se un’amica avesse appena criticato un’abitudine insopportabile del mio fidanzato che io credevo di dover mandar giù senza fiatare.

In quest’ultimo anno, se non prima, il Kindle ha smesso di venirmi incontro. Se ne è rimasto lì, identico a se stesso, senza rinnovarsi, senza scommettere davvero sul digitale, senza rischiare, senza offrirmi almeno un decimo di quello che mi offrivano nel frattempo gli altri dispositivi.

Ecco perché non ho più voglia di prenderlo in mano. Perché mi sento tradita, perché mi ha costretta a cambiare, a rivoluzionare tutte le mie abitudini di lettura e poi se ne è rimasto lì, ingrigito e rigido come un vecchio brontolone, con tutte le sue regole del cavolo sulla condivisione dei file e il prestito e i suoi DRM e una sfilza di divieti che neanche mia nonna, altro che gioventù ribelle e pronta a rischiare.

Quando lo prendo in mano, il Kindle ha il sapore un po’ malinconico e amaro di una scommessa persa per pigrizia, di una rivoluzione lasciata a metà perché c’erano da fare i conti in cassa, di una dichiarazione d’amore tradita dalla distrazione.

Perché io lo sapevo che il Kindle in realtà mi considerava solo una consumatrice come tutte le altre, ma ho sempre fatto finta che mi considerasse anche una lettrice speciale, finché lui ha smesso di ascoltarmi e di starmi al passo ed è rimasto indietro. Non è ringiovanito. È rimasto vecchio. Non è cresciuto insieme al mio modo di leggere digitale. Non ha ascoltato le mie esigenze. Non mi ha più lusingata, blandita, coccolata come faceva all’inizio. Io ho tollerato i suoi difetti (come quelle note impossibili da prendere, un dizionario così scomodo da usare che fai prima con il cartaceo, i pdf da leggere con la lente di ingrandimento, le pagine tutte sballate) nella convinzione che prima o poi sarebbe cambiato. E invece, si sa, poche convinzioni hanno fatto affondare tante coppie come questa.

Il Kindle, insomma, mi ha trascurata. E c’è un po’ di livore adesso nel mio rifiuto a prenderlo in mano e a riaccenderlo. Un po’ di sano risentimento. Sei sicura che se lo meriti? mi sussurra una vocina ogni volta che sto per caricarlo. E alla fine decido sempre di no. Perché non è facile perdonare chi ti costringe a cambiare e poi resta ostinatamente identico a se stesso.

Ma come spesso accade nelle coppie, mentre gli volto le spalle non desidero altro che scoprire che mi sto sbagliando. E che da un momento all’altro riceverò una dichiarazione d’amore così magnificamente fasulla e impostora da convincermi a perdonargli tutti i suoi sbagli e a scommettere di nuovo sul nostro futuro insieme.

Ebook: è cambiato tutto perché non cambiasse niente?

Foto di Des Byrne
Foto di Des Byrne

Una mia conoscente da un po’ fa avanti e indietro fra un marito affidabile e noiosetto e un amante un po’ volgare e molto più giovane di lei. L’altro giorno la incontro e mi dice che è andata a ballare da sola. «Come da sola?» le ho chiesto stupita. «Da sola» mi ha risposto. «Con tutti gli uomini che ho. Perché non ce n’è, che siano zucche o peperoni, dopo un po’ diventano tutti uguali.»

Il commento mi è tornato in mente qualche giorno dopo mentre guardavo la classifica di Amazon dei romanzi rosa. Me la sono letta tutta, dalla prima alla centesima posizione, e continuavo a pensare: «Ma questa è l’edicola. L’edicola del digitale, ma pur sempre l’edicola. È tornato tutto come prima». C’erano gli Harmony di sempre, una sfilza di romanzi senza troppe pretese, qualche chicca inaspettata e qualche classico, capitato lì più per caso che per fortuna, proprio come una volta li si trovava in allegato al quotidiano.

Possibile? Davvero è cambiato tutto perché non cambiasse niente?

La rivoluzione del digitale, tanto gridare alla democrazia, al diritto di pubblicare, leggere a poco, sfondare limiti e pregiudizi, e tutto per ritrovarsi davanti un’altra versione della dicotomia scaffale/edicola?

Non starò qui a indagare le cause, non ne ho le competenze, ma se dovessi tirare a indovinare direi che è il risultato più logico di una politica di vendita che ha scimmiottato il cartaceo, con prezzi assurdamente alti per i titoli “da libreria”, offerte random e un abbassamento altrettanto assurdo dei prezzi sul fronte del self publishing e dell’Unlimited. Tanto che a farne le spese, almeno in termini di classifica, sono proprio le case editrici che nel digitale ci hanno creduto davvero e che l’hanno proposto e venduto come tale, con prezzi non bassissimi e non altissimi, quasi mai superiori ai 5 euro, e scelte editoriali innovative e anche rischiose.

Ma il futuro? Che cosa ci riserva?

La prossima volta che incrocio la mia amica sono curiosa di scoprire se alla fine ha optato per la versione più conosciuta e rassicurante o per quella più azzardata e meno elegante dell’universo maschile. Chissà mai che non ne tragga indicazioni preziose per il futuro del digitale. Prometto di tenervi aggiornati.

Nel frattempo, potremmo cominciare con lo smettere di dire che un libro è un libro e che digitale e cartaceo sono uguali. Non lo sono e non lo saranno mai e possono essere valorizzati solo a partire dalle rispettive differenze.

E sono pronta a scommettere che la mia amica, che non ha alcuna difficoltà a far convivere i due formati e legge in cartaceo in pubblico e in digitale in camera da letto, col cavolo che li trova uguali.

Anche se le raccontano sempre la stessa storia.

Il profumo del ciclostile

Ho deciso: darò retta a chi dice che senza libri cartacei non può stare solo quando lo scriverà su tanti pezzettini di carta (profumati di carta) e li spargerà ai quattro venti. Finché lo scrive sui social (sui social! e il ciclostile? non profumava anche lui, forse, porello?) digitando su una tastiera invece di impugnare anche solo una penna a sfera, mi spiace ma verrà ignorato.

Intendiamoci, non ho niente contro la carta, affatto. Proprio come non ho niente contro le care vecchie lettere. Le preferisco di gran lunga alle mail, che scompariranno senza lasciare traccia, stanno rendendo la gente sempre più maleducata e – orrore! – non profumano per niente. Ma se mi chiedete quando è stata l’ultima volta che ne ho scritta una, confesso che non me lo ricordo. E mi dispiace, non dico di no. Ma scrivo mail per lo stesso motivo per cui compro e leggo (e scrivo) ebook: perché è più pratico, rapido ed economico.

Ora, non dico che non si possa piangere la carta perduta, per carità, fra tanti esercizi inutili, meglio questo che il tiro al piccione, ma quello che non sopporto è il tono un po’ snob che c’è dietro, quello che lascia intendere che i veri lettori siano loro, non tutti gli altri corrotti dalla modernità, ignorando probabilmente che i lettori forti sono passati quasi tutti al digitale, perché non avevano più spazio in libreria (o più soldi, o entrambe le cose).

È lo stesso atteggiamento, in fondo, di chi snobba la letteratura di genere (e in particolare il rosa) e millanta di leggere solo classici, cosa che mi fa sempre sospettare che in realtà non legga affatto.

L’importante è leggere, insomma. Che sia in digitale o su carta. Che siano classici o libri di intrattenimento. C’è solo una cosa più bella di leggere, è leggere e poi condividere il piacere della lettura. Quindi piantiamola di andarcene in giro con il naso sdegnosamente alzato quando si tratta di libri, anche perché se lo alzate tanto, non lo sentirete mica questo benedetto odore della carta. 🙂