Dieci cose che vorrei dire a un’adolescente (e che lei probabilmente sa già)

girl-2067378_1280

1. Ti sentirai sbagliata, sola, goffa, ingenua, troppo giovane o troppo vecchia. E significherà solo che il mondo non vuole starti a sentire e non ti accetta come sei. Non smettere anche tu di accettarti e di ascoltarti. Non prendertela con te stessa, prenditela con il mondo.

2. Chiediti se la strada che fai è la tua o quella che gli altri hanno deciso per te. E ricordati che le critiche altrui non ti faranno male davvero, se non lasci che si trasformino in sensi di colpa.

3. Parla di te stessa. Parlane più che puoi. Raccontati, racconta la tua storia e le tue storie, non abbassare la voce, non lasciarti convincere che non sono importanti, che non interessano a nessuno. Il mondo ha bisogno delle storie delle donne, raccontate dalla voce delle donne. Ha bisogno di storie che assomigliano a noi e non ai bisogni altrui proiettati su di noi.

4. Non chiedere mai scusa quando hai ragione tu.

5. Se un uomo ti fa paura, anche solo una volta, non chiederti dove hai sbagliato, non chiederti neanche chi ha ragione dei due, vattene e basta. Se ti fa male, se ti fa sentire in pericolo, stupida o sbagliata, non pensare mai di meritartelo o di essere abbastanza forte per sopportarlo. Non scambiare il bisogno di punirti per amore o compassione. Non è coraggio e di certo non è amore. L’unica cosa che ti meriti è salvarti da lui.

6. No, una volta in coppia non sei tenuta a cambiare proprio niente della tua vita. Se sei costretta a cambiare qualcosa, allora comincia dal fidanzato.

7. Amerai il tuo corpo e lo odierai, ma non permettere mai a nessuno di trattarlo male o  di non rispettarlo. Il tuo corpo, le tue regole.

8. Difendi sempre il tuo lavoro e il tuo tempo, anche quando sarai l’unica a farlo, anche quando ti faranno sentire sbagliata per questo, anche quando saranno più i sensi di colpa delle soddisfazioni. Non aspettare il permesso altrui per inseguire i tuoi sogni, non ne hai bisogno. L’unico permesso che ti serve è il tuo.

9. Alza la voce, alza la testa, pretendi attenzione, rispetto e diritti. Non sei isterica, non sei di cattivo umore, non sei aggressiva, non sei poco dignitosa, non sei sbagliata. Sei forte e determinata. E va bene così.

10. Non ritagliarti il tempo che ti lasciano i bisogni altrui, perché quei bisogni sono egoisti e inesauribili. Ricordati sempre che vieni prima tu.

Uomini, ecco perché non essere femministi (e perché sì)

1. Il radical feminist chic. Perché se sei di sinistra sei femminista per forza, il che si traduce in un sostegno incondizionato alle battaglie femminili portate avanti dagli uomini e in un sostegno tiepido venato di paternalismo e infarcito di buoni consigli quando le stesse battaglie le conducono direttamente le donne.

2. Il testosterone è mio e me lo gestisco io. Perché le femministe hanno bisogno di te. Donne, fate largo, arrivo io, i vostri problemi stanno per finire. Sono già finiti. Sarebbero già finiti, se mi deste retta e faceste come dico io.

3. Il cattofemminista. Perché essere femminista ci rende tutti più buoni. Certo che servono più diritti per le donne. Del resto, una brava moglie e una brava madre non si merita forse una ricompensa, ogni tanto? Io per esempio lavo il bagno ogni sabato, niente specchio e niente water, che a tutto c’è un limite, ma il mio contributo simbolico lo do, eccome.

4. Me too, bellezza. “Che begli occhi che hai”, non si può più dire, va a finire che ti accusano di molestie. Ma con due slogan femministi diventi irresistibile e fra un “no è no” e “certo che le donne devono lavorare”, ti aprono le gambe in men che non si dica.

Ma allora, perché un uomo dovrebbe essere femminista?

1. Perché non si può essere brave persone e non desiderare un mondo più giusto.

2. Perché il talento delle donne non è una minaccia, ma una risorsa per tutti.

3. Per le stesse ragioni per cui non siete razzisti (o non dovreste esserlo).

4. Perché non si sono ancora registrati casi di perdita di virilità istantanei al pronunciare le parole “sono” e “femminista” nella stessa frase. Non è una guerra, non contro di voi, quella che combattiamo è una mentalità, un modo di pensare e di vivere che ci vede cittadine di secondo piano con diritti di seconda mano.

Essere femminista e uomo non è una resa, ma una vittoria.

Due cuori e una capanna e due stipendi

piggy-2889041_1280“Io voglio restare a casa con i miei figli, vederli crescere, preparare le torte insieme a loro il pomeriggio, portarli ai giardini e cucinare la cena a mio marito. C’è qualcosa di sbagliato? Perché dovrei sentirmi meno donna o meno femminista per questo?”

Decidere di non lavorare e restare a casa non ci rende, ovviamente, meno donne. E neanche meno femministe. Ci sono più battaglie femministe da combattere fra le pareti domestiche, forse, di quante non ce ne aspettino fuori. Su un punto però non dobbiamo ingannarci. Ci rende meno indipendenti.

Sarà poco romantico ricordarlo, ma dopo aver teso la mano per farci infilare la fede, la tenderemo palmo all’aria per farci passare i soldi che ci servono. E questo, per quanto ci si ami, per quanto sia stata una decisione comune, per quanto suoni sgradevole e odioso, non rende il rapporto paritario e mette la donna nell’eterna condizione di chiedere. Nel momento in cui minacceremo di prendere e andarcene di casa – perché prima o poi scappa detto a tutti o quasi – dovremo chiedere a nostro marito i soldi dell’autobus.

Non facciamoci illusioni. I figli crescono, l’amore cambia e si trasforma, in meglio o in peggio, ma i soldi resteranno sempre lì, a far pendere l’ago della bilancia in una direzione sola. I soldi pesano. E nessuno, tranne voi, penserà che ve li siete guadagnati.

Perché non stendere un tariffario, allora? Un vero tariffario, come si addice a qualunque prestazione di lavoro. Se decidete di restare a casa e dovete dipendere dai soldi di vostro marito, stendetene uno il più dettagliato possibile. Senza sconti. Nero su bianco. “Cura dei bambini anche per la parte che spetterebbe al padre per tot ore.” “Tragitti in auto per accompagnarli a scuola o a calcio oltre la metà che mi spetta numero tot.” “Spesa.” “Pranzi e cene per tot persone un tot di volte alla settimana.” “Pulizia casa.” Stabilite insieme le tariffe. Al centesimo. E pretendete, sempre, ogni mese, di essere retribuite per aver compensato con la vostra presenza l’assenza del secondo adulto di casa. Se lo stipendio di vostro marito serve per pagare il mutuo della casa, pretendete che la casa sia a nome di entrambi. Pretendetelo, esattamente come pretendereste uno stipendio a fine mese. Se vi sembra antipatico, fatevi due passi fuori da un tribunale e chiedete alle donne che lo trovavano tanto antipatico e che sono rimaste orgogliosamente senza un tetto sopra la testa.

Suona tutto poco romantico, certo, ma non è che ricevere la paghetta a fine mese per “le nostre necessità” lo sia molto di più. E forse, fra i tanti miti romantici da rivedere c’è anche questo. Forse dovremmo iniziare a scrivere i nostri diritti partendo dalla fine della coppia, non dall’inizio. I soldi non sono tutto, ma dove c’è uno squilibrio economico c’è uno squilibrio di potere. Poche balle. E quello squilibrio di potere potrebbe fare la differenza fra la vostra felicità e la vostra infelicità, un giorno. Potrebbe impedirvi di uscire da una relazione pericolosa, tossica o semplicemente sbagliata. Potrebbe farvi sentire sempre l’anello debole della coppia. Potrebbe convincervi che il vostro valore dipende dalla sfera domestica e da quella di coppia, e che da sole, fuori nel mondo, non avreste alcuna possibilità. Che non ne siete capaci. Quante situazioni di abuso partono proprio da qui? Dalla convinzione della donna di non essere capace di farcela, fuori di casa e dalla coppia?

Ci sono molti modi diversi di vivere il proprio diritto a essere felici e non spetta a nessuno tranne noi decidere quale sia quello che ci assomiglia di più. Ma non facciamoci illusioni. I soldi fanno la differenza. Sempre. Qualunque sia l’equilibrio che troveremo, qualunque sia l’accordo a cui si giungerà, ricordiamoci che potrebbe arrivare il momento in cui quei soldi ci verranno rinfacciati. Potrebbe arrivare il momento in cui la persona di cui ci fidavamo di più ci chiederà dove cavolo crediamo di andare, se non abbiamo neanche un lavoro. E noi non sapremo che cosa rispondere. E tutte le cene che abbiamo cucinato e i pavimenti che abbiamo lavato e i dolci che abbiamo preparato non varranno più nulla e, quel che è peggio, non serviranno a comprarci la libertà.

Dopo toccherà alle donne

Non finirà con i migranti e le vaccinazioni e il taser, lo sappiamo, vero?

Dopo toccherà alle donne.

Si dirà che è per la nostra sicurezza, che in una terra infestata di migranti le donne non possono essere libere e sicure al tempo stesso. Non scendono forse dalle navi proprio per venire a violentarci tutte quante? Le donne dovranno restare in casa, evitare le strade buie, non uscire da sole, farsi accompagnare.

Ci avviseranno che prelevare con il bancomat è pericoloso e che è meglio farlo con un uomo accanto. Forse penseranno perfino a dei bancomat rosa, che le donne possono usare da sole e da cui è possibile prelevare solo una cifra irrisoria.

Ci convinceranno che abbiamo bisogno di un uomo, che si prenda cura di noi, che ci protegga. Era soltanto ieri, non dimentichiamolo, che le donne spagnole avevano bisogno del permesso del marito per aprire un conto in banca e firmare un contratto di lavoro.

Poi ci vedranno sperdute e un po’ annoiate, e ci daranno gli strumenti per sentirci utili e a posto con la coscienza. Ci spiegheranno che cosa fa di noi una donna forte ed encomiabile e degna di ammirazione, riempiranno così i nostri vuoti di senso, sostituiranno la nostra solitudine perduta con un senso di appartenenza e di utilità sociale. Elogeranno il nostro essere madri e mogli, il nostro ruolo imprescindibile nella famiglia, ci inchioderanno alla necessità di un esempio e al bisogno di approvazione.

In cambio dell’autonomia ci daranno sicurezza, in cambio della libertà una medaglia, in cambio dei nostri sogni complimenti di seconda mano e un ruolo che non ci appartiene e ci va abbastanza stretto da farci dimenticare il resto.

E tutte le altre saranno pazze, streghe, folli pericolose che si meritano tutto ciò che di male potrà loro accadere. Perché dove non c’è posto per i diritti delle persone non ce n’è nemmeno per la libertà delle donne.

Dopo toccherà alle donne e ci sarà solo un modo per essere libere: disobbedire.

«Non sono femminista»

11313144106_76480e86fc_b
Foto di KylaBorg (CC)

«Non sono femminista.»

Lo leggo e lo sento dire sempre più spesso e ogni volta mi fa un effetto strano, come se mi avessero appena detto: «Non sono contro il razzismo/contro lo sterminio dei cuccioli di foca/contro lo sfruttamento minorile/contro il ketchup nel ragù». Non dico che non sia legittimo, ma non è neanche una cosa che si possa comunicare a cuor leggero, come se stessimo dichiarando quanto zucchero vogliamo nel caffè.

Affermare di non essere femminista è una scelta estrema e radicale, è una presa di posizione netta contro i diritti delle persone, è una sorta di dichiarazione di guerra ai concetti di base della democrazia e della giustizia.

Affermare di non essere femminista significa che non ci importa avere diritti uguali per tutti, che non ci interessa se le donne ricevono uno stipendio più basso rispetto agli uomini, che non ci interessa se le donne vittime di violenza vengono processate da una giustizia maschile e condannate prima e più duramente dei loro aggressori. Non essere femminista significa che che non ci importa che donne e uomini abbiano pari opportunità e che non ci interessa che una bambina possa sognare di svolgere una professione “maschile” senza dover superare il doppio degli ostacoli e ricevere la metà dei riconoscimenti. Non essere femminista significa che riteniamo giusto che gli assorbenti costino come beni di lusso e che le donne siano considerate prima oggetti che soggetti, oggetti di sguardi, di battute, di spiegazioni, di commenti, di volgarità e di limiti e divieti. Non essere femminista significa che siamo convinte che esista un noi e un loro e che quello che succede alle altre donne non ci riguardi tutte, in qualche modo, prima o poi.

Che cosa significa allora essere femminista? Essere femminista significa non giudicare, non giudicare le donne che restano a casa e non giudicare quelle che danno la precedenza al lavoro. Non giudicare chi si mette al servizio dei figli e chi sceglie di non averne. Essere femminista significa non confondere la femminilità con il sesso o con la maternità. Essere femminista significa sollevare domande, aprire porte, abbattere tabù e luoghi comuni, essere femminista significa imparare a sognare in un modo diverso, scoprire che non c’era bisogno di vergognarci, significa liberarci dei sensi di colpa e della solitudine, liberarci dal peso di aspettative che non ci corrispondono e ci fanno sentire sbagliate.

Essere femminista non significa andare in giro con la faccia incazzosa pronta a unire le quattro dita nel simbolo della vagina alla prima occasione, non significa odiare gli uomini, non significa neanche essere grintose e combattive, non significa vestire i maschi di rosa e le femmine di azzurro, non significa sognare una figlia scienziata e non significa mettere al rogo i romanzi rosa e girare la testa davanti alle emozioni. Essere femminista non significa dover dimostrare a tutti i costi di essere forte e non significa non potere e non dovere chiedere aiuto.

Essere femminista non significa avere tutte le risposte, non significa necessariamente scendere in manifestazione, non significa lottare se non ci sentiamo all’altezza di farlo, non significa neanche essere obbligate a ribellarci, se quella ribellione ci fa male, in qualche modo. Essere femminista significa rimettere in discussione la realtà in cui viviamo e i nostri diritti e doveri. Ciascuna di noi è femminista come può e come le riesce, ciascuna arriva fino a dove glielo permette la sua personalità e la sua situazione.

Essere femminista significa una cosa diversa per ciascuna di noi, proprio come è diverso il modo di sognare di ciascuna di noi. Perché essere femminista significa arrivare il più possibile vicina a se stessa, imparare a coltivare i nostri sogni, quei sogni di cui ci hanno insegnato a non fidarci e di cui hanno sorriso e continuano a sorridere. Essere femminista significa tornare a crederci, e sentirsi in diritto di provarci. Ogni volta che qualcuno dice di non essere femminista non sta rivendicando il diritto a essere se stessa, sta rinunciando a quel diritto e sta calpestando un sogno.

Ma è una conquista, questa felicità?

a1837cfd6fdddbe8117a3fd7e5adbbd6

Ma è una conquista, questa indipendenza? si chiedeva Gramellini qualche giorno fa su Vanity Fair, dove avvertiva che gli uomini si innamorano della “donna cerbiatto che sbatte gli occhioni in cerca di protezione”, non delle donne forti e indipendenti, ma che comunque le due lettrici che si erano rivolte a lui devono restare fedeli a se stesse, forti ed emancipate ed esauste come sono.

L’unica volta che ho provato a sbattere le palpebre con un uomo, mi ha chiesto se mi era entrato qualcosa nell’occhio, quindi d’accordo, Gramellini, a ciascuno il suo. Del resto, come scrivi, al mio compagno resta pur sempre una sua utilità nei “momenti in cui mi sento piccola e vulnerabile” (ed è subito Drupi).

Ma è una conquista, questa indipendenza? In realtà, la lettrice di Gramellini si lamentava di dover fare tutto da sola, di non avere aiuti, perché era convinta che l’emancipazione femminile significasse diventare una donna che non deve chiedere mai, che può cavarsela da sola. Nella lettera scrive di essersi stancata, di volere qualcuno che le dica di non preoccuparsi di niente, che pensa a tutto lui, “e fanculo il femminismo e i suoi principi”.

La domanda da porsi, però, non è se l’indipendenza sia una conquista, ma se il femminismo fosse davvero questo. Chi l’ha mai detto che per essere femminista una donna debba ammazzarsi di fatica? Chi l’ha mai detto che una donna femminista debba fare tutto da sola, che non possa contare sull’aiuto di un uomo? Che non possa aver voglia di cedere il timone ad altri, ogni tanto? Chi l’ha detto che una femminista non voglia un bel paio di spalle larghe su cui appoggiarsi, a volte?

È dietro questo fraintendimento pericoloso che si nasconde uno dei problemi del femminismo. Abbiamo tutte e tutti bisogno di rifugiarci dentro la nostra debolezza, ogni tanto, e questo non dovrebbe allontanarci dalla nostra felicità o dai nostri diritti. L’incapacità di un certo femminismo di accostarsi al romanticismo nelle sue forme più semplici ed elementari, la sua diffidenza nei confronti delle emozioni che rischiano di essere scambiate per debolezza e svagatezza, la necessità della durezza e della forza che trapela, a torto o a ragione, da un certo discorso femminista, rischiano di tenere a distanza gran parte delle donne, ma soprattutto rischiano di far passare il messaggio pericoloso che dove inizia la coppia cessano i diritti della donna.

Ecco perché credo che sia importante quello che chiamo “femminismo rosa”, con buona pace di chi trova spassoso l’accostamento dei due termini. Un femminismo che metta l’accento sulla felicità delle donne, non sulla loro forza. Un femminismo capace di andare a braccetto con il romanticismo, con i sogni di coppia, con il bisogno e la necessità di chiedere aiuto, un femminismo che ci liberi della Sindrome dello Strofinaccio e dei sensi di colpa, in cui trovino posto tutte le emozioni delle donne e che ci insegni a viverle con orgoglio, perché sono la nostra arma, non la nostra debolezza.

Un femminismo che riparta dalle donne, da tutte le donne, quelle che sentono il bisogno di fare tutto da sole e quelle che vogliono delegare, quelle che solo nella solitudine riescono a prendersi cura di sé e quelle che si realizzano nella cura altrui e del darsi, quelle che inseguono i tanto detestati maschi alfa, quelle che vogliono restare single, quelle che non hanno figli e quelle che sognano la famiglia Bradford. Un femminismo più intimo, che ci insegni che abbiamo il diritto di essere felici sempre e comunque, il diritto di non fare niente, di riposarci, di essere superficiali, ma soprattutto il diritto di sognare e il dovere verso noi stesse di provare a realizzare quei sogni.

Un femminismo in cui a nessuna donna venga il dubbio di dover mandare al diavolo i propri principi per tirare il fiato e che non confonda la felicità con l’indipendenza. E in cui a nessun uomo venga in mente di poter calpestare i diritti di una donna solo perché si considera o si lascia credere frivola, fragile e vulnerabile. Un femminismo che piaccia anche alle “donne cerbiatto” di Gramellini, insomma, e che non ci obblighi a sbattere le ciglia per farci aiutare.

 

Pelo e contropelo

 

balance
Foto Beth (CC)

Non so più se sono incazzosa perché sono femminista o se sono femminista perché sono incazzosa. E pelosa, il che farebbe di me, secondo gli stereotipi duri a morire ricordati dalla Stampa, una femminista almeno per sei mesi l’anno (da quando vivo al mare, prima ero femminista molto più a lungo).

Pelosa per scelta, d’accordo, ma incazzosa un po’ per forza. Perché davanti, chessò, a Vissani che dice che le ragazzine fanno le stupide con la stessa tranquillità con cui avrebbe potuto dire che la maionese ogni tanto impazzisce (cosa che peraltro non autorizza nessuno, che io sappia, a usarla per attività illegali e poi appellarsi all’infermità mentale) è difficile non provare la tentazione di rispolverare la sua ricetta e ricoprirlo di sugo alla puttanesca.

In ogni caso, non mi ero mai soffermata più di tanto sulla questione “brutte e pelose”, finché non ho letto il post della Stampa sulle nuove femministe e sugli stereotipi duri a morire. Il femminismo rosa è uno di quei nuovi femminismi (loro ancora non lo sanno, ma per ora non gliene faremo una colpa) e quindi l’argomento mi interessava. Peccato che a metà del post abbia capito di non avere capito niente. Perché ho scoperto che, cito per pigrizia: il dizionario lo dice chiaramente: il femminismo è il «movimento diretto a conquistare per la donna la parità dei diritti nei rapporti civili, economici, giuridici, politici e sociali rispetto all’uomo».

Oh, cazzo. Allora ho sbagliato tutto. Io non voglio la parità di diritti. Io voglio il diritto di essere me stessa, di realizzarmi e di essere felice. Che gli uomini lo facciano oppure no rientra fra i tanti altri problemi, dall’effetto serra ai diritti degli animali, che mi preoccupano ma che non cambiano di una virgola il mio proposito. Voglio il diritto di emozionarmi, di vestirmi come mi pare, di studiare, di lavorare, di dedicarmi a me stessa. Se gli uomini intorno a me non lo fanno mi dispiace per loro, certo, ma io continuerò lo stesso a lottare per i miei diritti. E se potrò, anche per i loro (perché non credo di avere mai sentito un uomo che diceva di voler essere felice tanto quanto una donna; liberali a volte sì, ma scemi no, va detto).

E uno dei diritti che vorrei, a cui terrei davvero tanto, è che si possa parlare di noi donne senza fare riferimento al nostro aspetto, a quanto siamo belle o brutte e alle zone del nostro corpo che scegliamo di ricoprire di peli superflui. (No, neanche per dire che non è importante e che sono stereotipi duri a morire.) Non per altro, è che altrimenti, per rispecchiare la definizione di femminismo del dizionario, ci toccherà fare lo stesso con gli uomini. Con i politici italiani, per esempio. E ho il sospetto che non sarà molto piacevole. Non so se è peggio sentire quello che dice Salvini o soffermarsi sui suoi difetti fisici e sui suoi peli corporei.

Allora facciamoci un favore a vicenda, ignoriamo il nostro aspetto e parliamo d’altro. Perché sarà anche femminismo rosa, ma quelli che vogliamo estirpare alla radice sono gli stereotipi sessisti, non i peli superflui.