Tranquilla

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“Tranquilla.”

“Brava.”

Ci sono parole che pesano più delle altre, sarà la polvere di anni decenni secoli di subordinazione. Ci sono parole che si portano dietro un giudizio collettivo, non c’è neanche bisogno di usare un tono minaccioso, la minaccia è tutta lì, nel ricordarti le regole e il tuo ruolo, nel farti sentire piccola e isterica e ingenua.

Quanta forza ci vuole per reagire a un semplice “Tranquilla”, se sei una donna educata a non alzare la voce, a non farti notare, a cercare la virtù nella posatezza? Quanta forza ci vuole, se sei un’adolescente alla ricerca di approvazione e sai, senza bisogno che vengano a dirtelo, che quell’approvazione ha un sesso e non è il tuo? E che non ce l’avrai mai se non stai “Tranquilla” quando ti dicono di farlo. Anche se in quel momento hai una mano dove non vorresti averla, un alito troppo vicino, un’erezione incollata al culo e nessuna voglia di eccitarti. “Tranquilla” e “Brava” sono le parole magiche per essere accettate. Quando sei adolescente lo sai per istinto,  quando sei adulta lo sai per esperienza.

Quanto coraggio ci vuole, a sedici anni, per scrollarti di dosso gli sguardi che non vuoi e che non hai cercato? Quanto ce ne vuole a cinquanta per mettere in chiaro che esisti anche al di fuori di quegli sguardi? Quante donne si sono perdute, nello spazio che separa un Tranquilla da un Brava?

Ci sono momenti in cui sembra che bastino quelle due parole a spazzare via tutte le battaglie delle donne, e altri in cui vorresti celebrarle tutte lì, nella capacità di disobbedire a quelle due parole per scoprire che in realtà non hai disobbedito a nulla, hai solo obbedito a te stessa.

Ogni volta che una donna ignora un “Tranquilla” e se ne frega di un “Brava” dovrebbe sapere di non essere sola. Che dietro di lei ci sono dieci, cento, mille donne che sono state tranquille fino a ieri e si sono stufate. Dieci, cento, mille donne a cui non frega più niente dell’approvazione di una società che non le rappresenta e non si cura di loro. Dieci, cento, mille donne che non hanno più nessuna voglia di stare tranquille mentre qualcuno fa loro quello che non vogliono e a cui non frega più niente di sentirsi dire brave mentre fanno a qualcun altro quello che non hanno voglia di fare.

“Tranquilla. Non fare tante storie.” Lo senti, il coro silenzioso alle tue spalle? Tranquilla un cazzo.

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Le principesse possono essere femministe?

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Si può essere principessa e femminista? Si può essere principessa e femminista senza aprire un ristorante, senza partire per la guerra al posto di tuo padre, senza avere sempre il naso nei libri, senza essere la migliore con arco e frecce, senza rinchiudersi in un castello di ghiaccio, senza tuffarsi da scogliere di cinquanta metri, insomma, senza rischiare ogni giorno la vita o di rovinarsi lo smalto?

Si può essere romantica e femminista? Si può essere pigra, debole, fragile, un po’ svampita, e femminista? Per essere femminista devo per forza prendere in mano il mio futuro e rimpinzarlo di grandi progetti o posso anche vivermelo un giorno alla volta, senza pretendere troppo da me stessa? Posso essere femminista e aspettare lo stesso che un uomo venga a salvarmi su un cavallo bianco? Posso essere femminista e pensare che il senso della mia vita inizi e finisca con la coppia?

Tutte le donne dovrebbero essere femministe. Perché tutte le donne hanno un sogno da realizzare e diritti da far rispettare. Se escludiamo la coppia dal femminismo, se tracciamo linee invisibili ma insuperabili fra un mondo e l’altro, finiamo inevitabilmente per escludere anche il femminismo dalla coppia, con le conseguenze pericolose che vanno a ingrossare le statistiche ufficiali e i drammi segreti dentro casa.

I diritti della donna sono un po’ come il pisello della fiaba di Andersen. Meno materassi hai sotto il sedere più sarà facile ricordarsi che esistono, ma la vera sfida del femminismo in questa notte di tempesta dovrebbe essere riuscire a turbare il sonno anche della principessa in cima a venti materassi. Un materasso per chi non si sente forte abbastanza. Un materasso per chi non vuole rinunciare a essere romantica. Un materasso per chi vuole dedicare la propria vita ad accudire marito e figli. Un materasso per chi non resiste davanti a un paio di spalle larghe e a un gesto cavalleresco. Un materasso per chi non lavora e non ha intenzione di farlo. Un materasso per chi non è coraggiosa o non sa di esserlo. Un materasso per chi si rifiuta di andare dal meccanico al posto di suo marito. Un materasso per chi ama vestirsi e atteggiarsi in modo provocante. Un materasso per chi si sente più geisha che samurai. Un materasso per chi non sopporta gli slogan e le grandi adunate. Un materasso per chi non vuole etichette. Un materasso per chi vuole ricevere cioccolatini e mazzi di fiori. Un materasso per chi non ha intenzione di essere indipendente. Un materasso per chi adora il rosa e i complimenti maschili.

Il femminismo dovrebbe arrivare anche lì, fin lassù, sopra tutti quei materassi, perché tutte le donne indistintamente sappiano che nessuno ha il diritto di alzare le mani su di loro, di controllarle, di sminuirle, di toccarle come non vogliono essere toccate o di considerarle una proprietà. Nessuno. Neanche il maschio alfa con le spalle larghe e il cavallo bianco e il castello più bello di tutti. Neanche l’uomo che paga le bollette e il cibo che c’è in tavola. Neanche l’uomo che dice di essere tanto fragile e avere tanto bisogno di te. Una donna non dovrebbe mai sentirsi costretta a scegliere fra essere romantica ed essere femminista. Così come non dovrebbe mai confondere l’essere succube con l’essere romantica. La passione con la prevaricazione. La violenza con la forza dei sentimenti.

Il femminismo dovrebbe arrivare fino al ventesimo materasso e dare fastidio quel tanto che basta per ricordare alle donne che hanno diritto di essere felici e di realizzarsi, qualunque cosa significhi per loro. Fosse anche solo andare in giro a gorgheggiare nei pozzi come quell’insopportabile di Biancaneve. Perché altrimenti, se togliamo tutti i materassi, annidata nel cuore del femminismo resterà sempre l’ombra del messaggio più pericoloso: che quando nasci donna, in qualche modo, devi farti perdonare e scontare la tua colpa a suon di muscoli e aspirazioni. O che per sentirti libera e usare il tuo potere devi costruirti un castello di ghiaccio e chiudertici dentro.

 

Il tempo delle donne

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«Che bello dev’essere, il tuo lavoro, un po’ come l’uncinetto.»

«Sei davvero fortunata ad avere un marito che ti permette di lavorare.»

«Povero bambino, eh, sono gli svantaggi di avere una madre di successo.»

«Oh, come sei drammatica, non ti si può neanche parlare quando sei al computer.»

Se sei donna e lavori hai delle pretese. Se sei donna e lavori da casa fai passare il tempo fra una lavatrice e l’altra. Se sei donna e lavori da casa facendo qualcosa che ti piace, te la stai spassando.

Sembra che ci sia qualcosa di tossico, nelle donne che si realizzano, come se lo facessero sempre a spese altrui, come se fossero una minaccia per la sopravvivenza della specie che in confronto al buco dell’ozono ci metti una pezza e via. Ma siamo nel 2019, travolti dalla quarta ondata femminista, fra #metoo e bambine ribelli, non puoi mica saltar su e dire che le donne dovrebbero pensare alla famiglia prima di tutto. No, la strategia che viene usata è molto più sottile.

Si comincia con una narrazione del materno da crisi iperglicemica, a metà fra Madre Teresa di Calcutta e una chioccia sotto acido, di cui le mamme pancine sono la versione hardcore, per intenderci. Perché sia credibile, però, bisogna avvolgere le creature in una serie di esigenze, bisogni e necessità inarrestabili e spesso incomprensibili, ma abbastaza vitali da costringere le genitrici a non abbassare mai la guardia. Mai. Quale leonessa nella selva, puoi avere una riunione decisiva per la tua carriera, un appuntamento con l’estetista fissato un secolo prima o – Dio non voglia – essere fuori a divertirti con le amiche, ma saprai sempre che là fuori sono in agguato l’olio di palma, il senso di abbandono, la frustrazione, i pidocchi, i compiti, il gruppo di whatsapp, la maestra che mina la sua sicurezza, una gamma infinita di patologie, sindromi, virus e una sfilza di traumi tutti riconducibili in sostanza al fatto che tu sei una stronza.

No, no, prego, liberissima di lavorare e uscire con le amiche e divertirti, ci mancherebbe altro. Ciascuna ha le sue priorità, certo. Se non ti preoccupa il fatto che tua figlia mangi una merendina confezionata con grassi saturi e zuccheri e un biglietto di sola andata per colesterolo, infarto e tumori a scelta, invece di un panino fatto in casa con farina integrale, lievito madre, polvere di curcuma anti infiammatoria, semini antiossidanti e pomodorini dell’orto, fai pure.

Speravano che fosse sufficiente per farci desistere. E invece no. È saltato fuori che le donne sono disposte a farsi in due in quattro in otto, invece di sbrigare due cose per volta ne fanno dieci, quindici, venti, tutte quelle che sono necessarie, pur di riuscire a lavorare, uscire con le amiche, andare dall’estetista e preparare un panino perfetto e monitorarlo per quando le verranno a dire che i semini irritano e i pomodorini fanno acidità e allora meglio una conserva di frutta di stagione fatta in casa, che con cinque o sei ore te la cavi ed è tutta salute.

Il tempo delle donne è come la borsa di Mary Poppins, la riempi e la riempi e continui a riempirla e ci sta dentro tutto, sempre, non scoppia mai. Il tempo delle donne è il materiale del futuro, non esiste lega altrettanto resistente ed elastica. Sono sicura che alla Nasa ci sono almeno un paio di scienziati che lo stanno studiando, scienziati uomini, certo. Il tempo delle donne è una grande enorme Big Babol, una bolla di sapone che cresce cresce cresce e non scoppia mai. Perché scoppieremo prima noi.

Ci siamo fatte fregare, ammettiamolo. Ci siamo cascate. E il peggio è che ce ne vantiamo. Non dovremmo essere orgogliose perché riusciamo fare cinquanta cose alla volta, dovremmo darci delle sceme. L’esaltazione della stanchezza materna è una trappola e noi ci siamo cascate. Siamo circondate da annunci di integratori pensati apposta per la spossatezza e lo stress delle donne, quando l’unico integratore di cui avremmo bisogno è una porta chiusa e qualche senso di colpa in meno.

Non siamo tenute a stancarci, non siamo tenute a sfinirci per stare dietro a tutto, non dobbiamo dimostrare di essere in grado di pensare a casa e famiglia e figli e lavoro e cani e pesci rossi, tutto insieme. Non abbiamo nessuna colpa da lavare, nessuno a cui chiedere scusa perché abbiamo usato il nostro tempo per noi stesse, nessuna giustificazione da dare se ci siamo realizzate e nessun peccato da espiare perché ci stiamo divertendo. Ogni volta che ci ammazziamo di fatica e riempiamo le nostre giornate all’inverosimile quello che stiamo facendo in realtà è dire che non ce lo meritiamo, che non ci meritiamo un lavoro che ci piace, che non ci meritiamo di essere lasciate in pace mentre lo facciamo, che non ci meritiamo di essere felici.

Non è necessario. Non è necessario autodistruggerci. Tutto il contrario. Pensiamoci. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è sorridere. Un sorriso è l’unico permesso che ci serve. Il nostro.

Un vuoto a forma di me

Quando succede esattamente?

Quando passiamo dall’impegnarci al vergognarci delle nostre ambizioni? Quando iniziamo a non trovare più lo spazio per le nostre inquietudini, per i nostri desideri, per i nostri progetti?

Basta andare a una conferenza qualsiasi, a una lezione, a una presentazione, e contare. Le donne fra il pubblico sono quasi sempre la stragrande maggioranza; sul palco sono la minoranza, ammesso che ci siano.

Quando succede, mi chiedo ogni volta, quando si inverte improvvisamente la rotta delle donne? E dove vanno a finire tutti i loro sforzi, l’oggetto delle loro curiosità, le loro competenze, le loro capacità?

Ci dev’essere una sorta di ritratto di Dorian Gray nascosto da qualche parte, abbandonato in uno sgabuzzino, che crea e produce e inventa e insegna al posto nostro, mentre noi invecchiamo.

Dove mettiamo tutti i sogni che coltivavamo quando ci lasciamo convincere che fossero incongrui, superflui, vagamente indecenti, poco più degni di attenzione delle pagine del diario di un’adolescente? Quando abbiamo pensato che fossero moneta corrente con cui pagare gli sguardi maschili, il titolo di madre e il cognome di un uomo, la rispettabilità e l’approvazione di cui non sapevamo neanche di avere bisogno?

Non c’è donna senza croce, questo ci hanno insegnato, e quale sacrificio più grande da celebrare all’altare domestico di tutti quei sogni che riguardavano noi e noi soltanto, e che adesso non entrano più dalla porta di una casa in cui puoi parlare solo al plurale.

Quante donne si portano dentro quel vuoto, che più lo riempi di cure e preoccupazioni e più si allarga, invece di rimpicciolire, perché quel vuoto ha la nostra forma e il nostro nome, e le uniche in grado di riempirlo siamo noi. Ma non possiamo. Siamo troppo abituate al pudore, a inseguire obiettivi altrui. Siamo troppo abituate a riconoscere i nostri contorni nel dovere, perché ci venga in mente di provare a cercarli dentro di noi.

E così ce lo portiamo dentro, quel vuoto che parla di noi e che nessuno ascolta, nemmeno noi, perche ci hanno insegnato che non è interessante, ci hanno insegnato a nutrirci dei nostri segreti, a restare in disparte, a sussurrare senza mai alzare la voce, di certo non quando parliamo di noi.

Quanti sogni perduti abitano tutti quei vuoti, quante possibilità sprecate, quante emozioni marcite perché le pensavamo sbagliate e invece erano giuste, era tutto il resto a essere sbagliato, ma ammetterlo significava ammettere di essere sole e per quello ci vuole troppo coraggio, più di quanto ne serve per fingere che quel vuoto non esista e non parli di noi.

Vuoi fare una cosa femminista? Riposati

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Non si uccidono così anche le femministe?

Ci stanno prendendo per sfinimento. Ancora una decina d’anni a questo ritmo e al primo che dirà che le donne devono stare a casa risponderemo in coro “Ma magari, quando comincio?”

Ammettiamolo, questa faccenda del dover dimostrare quanto valiamo ci è sfuggita un po’ di mano. Siamo super mamme, super mogli, super sexy, super professioniste, super acconciate, super alla moda, super smaltate, super calzate, super depilate, super aletiche. Super donna puoi dirlo a tua sorella, qui siamo oltre. Ultra. Un’ultradonna con prestazioni inaudite, interfaccia in cinque lingue, capacità di gestire ottanta gruppi whatsapp al secondo e un bebè per braccio con riunione in cuffia e spesa in testa, scheda grafica impeccabile, memoria ram di ultima generazione, master in cucina esotica e attrezzata per sopportare mansplaining e schivare mani sul culo con disinvoltura e il dito già sull’hashtag metoo, capace di gestire campagne femministe e impastare il pane con lievito madre, farina integrale di quinoa e acqua dai ghiacciai vergini dell’Himalaya, e ricavarci pure un paio di storie Instagram e un post che spacca.

Le donne in carriera degli anni Ottanta ci fanno il solletico, patetiche imitazioni di quei polpi con la sindrome da iperattività che siamo diventate trent’anni dopo. Cinque minuti liberi sono diventati un’anomalia, una spia accesa, un malfunzionamento improvviso da riparare al più presto, prima che qualcuno se ne accorga. Lista della spesa, lavatrice, polvere, mail di lavoro in sospeso, status persi su Facebook, telo del divano da sistemare, scarpe da raccattare in giro per il soggiorno, piante da annaffiare, sopracciglia da strappare. L’importante è riempire al volo quel poro dilatato nelle nostre giornate tese come leggings di spandex.

Non si uccidono così anche le femministe? Ecco la maratona della vita, signore mie, tante donne che si sfidano fino all’ultimo muscolo dolorante, fino all’ultima emicrania, fino all’ultimo messaggio di whatsapp, fino all’ultima corsa a casa, fino all’ultima riunione, ventiquattrore su ventiquattro, a oltranza. Senza scordarsi di divertirsi con le amiche, andare al cinema, leggere i libri del momento, scrivere un paio di commenti arguti sui social, fotografare il pupo che poi cresce, giocare con il pupo che poi cresce, andare a comprare le scarpe al pupo che porca vacca se cresce, portare il pupo al nido che cresce bene lo stesso e si fa gli anticorpi, andare a riprendere il pupo dal nido perché gli anticorpi al primo virus hanno fatto i finti morti.

Insomma, sapete che vi dico. Io mi fermo. Non di colpo, che rischio il testacoda. Comincio con cinque minuti. Cinque minuti al giorno senza far niente, senza pensare a niente, cinque minuti da ferma, per provare a rallentare. Cinque minuti senza cellulare. Senza ascoltare i figli, senza decidere che cosa fare per cena, senza accarezzare il cane, senza raccogliere relitti alimentari da terra che in confronto il formaggio peloso della Schiappa è fresco di giornata, senza preoccuparmi se sono in ritardo con la consegna. Senza pensare al prossimo romanzo da scrivere e a come vendere quello appena scritto. Senza leggere i commenti sulla pagina, senza sfogliare un libro, senza aprire le mail, senza ascoltare musica, senza decidere che film vedere la sera, senza chiedere ai miei figli se hanno fatto i compiti. Cinque minuti da sola. E sono sicura che sarà la cosa più femminista che avrò fatto in tutta la settimana. Ritrovarmi all’improvviso al centro del mio mondo, per la bellezza di cinque minuti. Io e me stessa continuiamo a volerci un gran bene, ma ultimamente ci vediamo meno di una coppia di astronauti in due missioni diverse.

Più crediamo di dimostrare di essere invincibili, più ci stiamo preparando a essere sconfitte. Stanno per arrivare tempi duri, non facciamoci trovare già esauste. Se vogliamo vendere cara la pelle dobbiamo sapere chi ci abita, in quella pelle. Non facciamoci fregare dai cori del “Non mi siedo altrimenti chi si rialza”, dalle gare al martirio femminili, dalla stanchezza indossata come medaglia al valore, la prova definitiva del nostro essere donna: lo sfinimento. È una fregatura. Ci hanno fregate. Ci siamo fregate da sole. La strada del femminismo è lastricata di buone intenzioni e donne esauste.

Io dico di fermarci. Per ricordarci quanto valiamo. Per tornare a conoscerci, per sapere per chi stiamo lottando. Per poi tornare più incazzate, ribelli e riposate che mai.

Qualcuna non era femminista

 

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Qualcuna non era femminista perché aveva troppo da fare.

Qualcuna non era femminista perché non sarebbe mai andata in manifestazione.

Qualcuna non era femminista perché leggeva romanzi d’amore.

Qualcuna non era femminista perché che due palle Frida Kahlo.

Qualcuna non era femminista perché agli uomini le donne che non sono femministe piacciono di più.

Qualcuna non era femminista perché odiava andare a fare benzina da sola.

Qualcuna non era femminista perché le altre donne le davano sui nervi.

Qualcuna non era femminista perché non sarebbe mai uscita di casa senza mascara.

Qualcuna non era femminista perché della carriera chi se ne frega.

Qualcuna non era femminista perché le piacevano gli uomini che si fanno valere.

Qualcuna non era femminista perché si sentiva debole e le andava bene così.

Qualcuna non era femminista perché le femministe leggono troppo.

Qualcuna non era femminista perché le femministe si fanno troppe domande.

Qualcuna non era femminista perché essere femminista era triste complicato e noioso.

Qualcuna non era femminista perché la sua vita le stava bene così.

Qualcuna non era femminista perché i peli sulle gambe che schifo.

Qualcuna non era femminista perché le femministe erano sempre incazzate.

Qualcuna non era femminista perché non sapeva che poter scegliere se essere femminista o meno era la cosa più femminista del mondo.

(Work in progress: aggiungete nei commenti i vostri “Qualcuna non era femminista perché”, se volete.)

Ho l’endometriosi

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Endoche?

Solo in Italia ne soffrono tre milioni di donne, eppure l’endometriosi resta una malattia invisibile. Uno dei motivi è che i sintomi all’inizio possono essere scambiati con quelli di un ciclo mestruale doloroso ed è facile sentirsi dire di sopportare e non fare tante storie. Non ho esperienza diretta di endometriosi, ma quello che so è che quando a una donna dicono di sopportare, nove volte su dieci in realtà quello che le stanno chiedendo è di dimostrare quanto vale, come se il dolore fosse una sorta di prova darwiniana di selezione naturale al femminile. Vuoi estinguerti o ti prendi un paracetamolo e non rompi? Se vale per il parto, figuriamoci per i dolori mestruali. “Non crederai mica di averli solo tu?”

Come le mestruazioni, l’endometriosi è un’altra cosa di cui è necessario parlare, parlare, parlare fino allo sfinimento, per farla uscire da un’invisibilità assurda e ingiusta, per dare all’intimità femminile lo spazio che merita. Non riusciremo mai a portare avanti una nuova idea della donna, se tutto ciò che non è legato al piacere maschile e alla sessualità viene considerato al pari di un accessorio molesto e trascurabile, di quelli che in una versione 2.0 dovrebbero scomparire, per intenderci, come il rumore della lavapiatti o il sacco dell’aspirapolvere. Serve una nuova coscienza del femminile, che ci liberi dal bisogno costante di dimostrare qualcosa. Serve un nuovo ruolo per le donne, che non ci veda succubi di nessuno, neanche del nostro corpo.

Ecco perché Rosapercaso ospiterà le esperienze di tutte le donne che vorranno condividerle. Come questa, arrivata qualche giorno fa alla posta della pagina Facebook, da una ragazza che mi ha chiesto di restare anonima.

Sai, forse poche ragazze e poche donne sanno bene cosa sia e cosa comporta l’endometriosi. Io ho quasi 24 anni, a 22 mi hanno scoperto questa malattia che aveva intaccato l’utero e tutte e due le ovaie e per poco anche intestino e retto. Sono stata operata d’urgenza, sorpresi dalla mia età perché di solito succede alle donne più avanti con l’età… Mi hanno detto che sono una delle più giovani ad essere operata in tutta Italia, con la rimozione anche di tre masse tumorali nell’utero causate dall’endometriosi… Per il momento sto bene, sono riusciti a rimuovermi la malattia, solo che purtroppo questa aumenta ad ogni ciclo mestruale quindi devo prendere la pillola continuativa per tre mesi e poi sospenderla, così da fare in modo che mi venga il ciclo 4 volte in un anno.

Parlane di questa malattia, perché purtroppo la si nasconde, proprio come hai detto te, la si ignora fingendo che non esista. Ma cambia la vita e soprattutto i progetti di vita, se succede ad una ragazza giovane proprio come me.

Sai quello che mi fa più infuriare cos’è? Tu hai parlato degli assorbenti che sono un bene di lusso. Io ho dovuto prendere obbligatoriamente per 6 mesi una pillola per il post operazione che mi costava al mese 56€ e lo stato italiano non te la passa… Io prendo la pillola perché non mi venga il ciclo, non perché voglio essere protetta, ci sono le carte che documentano la malattia, ma devo pagarla lo stesso.

Grazie di cuore per questa testimonianza. E per tutte le donne che vorranno condividere le loro o parlare dell’endometriosi, la Posta per caso è sempre aperta!