E quando sarà finita, pensiamo alle cose serie

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Quando la crisi finirà, ci sarà tanto di quel testosterone da smaltire nell’aria, nella comunicazione politica, nel modo di governare e di intendere l’autorità, che i diritti delle donne rischieranno di essere scacciati via come una spruzzata di lacca molesta. Se fino a ieri le cose serie si declinavano al maschile, da domani non si tratterà soltanto di quelle serie, ma della nostra sicurezza, dello spirito di sacrificio necessario per risorgere come comunità, della volontà comune di ripartire. E in quella volontà comune, le aspirazioni delle donne e i loro progetti di vita saranno ammennicoli graziosi che possono abbellire gli scaffali in tempo di noia, ma che in caso di emergenza devono essere spazzati via da un braccio possente e muscoloso, senza esitare, per fare spazio a quello che conta.

Nessuno ci dice abbastanza che quello che conta, ora, per salvarci, non sono le misure sempre più autoritarie, non sono i politici che fanno la voce sempre più grossa e neanche i militari o le forze dell’ordine. Senza nulla togliere al buon senso e alla necessità e all’importanza di restare in casa, in questi giorni a salvarci sono state la fantasia e la creatività e la generosità, di chi crea mascherine in 3D, di chi si reinventa professionalmente in un batter di ciglia, di chi regala il proprio lavoro, crea piattaforme on line, di chi sa che i problemi esigono soluzioni, non solo divieti.

Quando la crisi finirà, sarà facile, fin troppo facile, lasciarsi convincere che non c’è spazio per i sogni di tutti e che quelli delle donne devono essere i primi a cadere, per lasciare posto agli altri. Allora cominciamo da adesso a ricordarci che non esiste un solo modo di gestire la società, che i sacrifici non hanno genere, che nessuno potrà venire a dirci che il lavoro delle donne conta di meno o è meno utile per ripartire e che tutto questo sfoggio di autorità e potere sulla vita delle persone è un vizietto a cui più d’uno farà fatica a rinunciare, soprattutto in una società in cui i maschi ultracinquantenni si aggrappavano al potere con i cerotti di un ego smarrito, e non è che l’altra faccia dei sorrisi paternalistici con cui hanno guardato al nostro impegno fino a ieri.

La festa di compleanno? La facciamo online

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“Giovedì compirò 45 anni e sarò da sola, un compleanno che ricorderò per sempre ❤️” Così ha scritto Veronica in un commento sulla pagina Facebook di Rosapercaso. E giovedì, alle 17.00, ci siamo ritrovate tutte lì. Qualcuna ha portato una fetta di torta, qualcuna i palloncini, qualcuna la sua canzone preferita, qualcuna una canzone speciale di buon compleanno, tutte ci abbiamo messo entusiasmo, affetto, voglia di andare oltre i limiti della quarantena. Tiramisù, zeppole, una fetta di torta su piattino lasciata (virtualmente) in terrazza per la festeggiata, tutto fatto in casa, va da sé.

In questi giorni Rosapercaso ha aperto i suoi confini, mentre tutti gli altri venivano chiusi, e ci si ritrova per parlare un po’ di tutto, non solo di femminismo. Chi ha bisogno di sfogarsi può scrivere al Balcone per caso e raccontare la situazione che sta vivendo. Perché è fondamentale continuare a raccontarsi in questi giorni, buttar fuori le emozioni. Le nostre storie non si fermano. Non importa se ci sembra poco importante, non importa se c’è chi sta peggio e chi sta meglio. Raccontiamoci, ci farà bene. L’isolamento rischia di farci sentire invisibili e abbiamo bisogno di far sentire la nostra voce.

Del resto, esiste qualcosa di più femminista di tante donne che si ritrovano per ricordarsi a vicenda che no, non siamo mai sole, anche quando crediamo di sì. Ci siamo, ci siamo sempre. La solidarietà femminile resta in casa, sì, ma non si ferma.

Uomini che amano le donne

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Foto di Igor Ovsyannykov da Pixabay

“L’uomo che ama le donne.” L’ho letto di recente in un titolo, non ricordo riferito a chi, a uno stilista, mi pare. Basta provare a inserire “l’uomo che ama le donne” in Google e i risultati non mancano. Sono decine, forse anche di più, gli uomini che sono stati fregiati del titolo. Stilisti, registi, dalla bellezza all’erotismo, dai capelli alle scarpe alla moda, chi se ne occupa, per definizione, “ama le donne”. Ora provate a cercare su Google “la donna che ama gli uomini”. I risultati sono molti di meno e sono tutti porno.

Mi è tornato in mente in questi giorni in cui si parla di registi quarantenni che abusano di ragazzine tredicenni e vengono comunque difesi da un esercito di sì, ma e però. Perché il nesso esiste. L’amore degli uomini verso le donne ha sempre qualcosa di magnanimo, generoso, inattaccabile. Nessuno degli uomini che sono stati definiti così è automaticamente uno stupratore, va da sé, ma l’idea di amore sottesa a quella definizione è la stessa che rende tanto facile giustificare lo stupro di una minorenne, soprattutto quando l’uomo in questione è ricco e potente. Perché l’amore degli uomini ha sempre i toni della concessione. L’amore degli uomini, nella mentalità e nella cultura dello stupro in cui siamo immersi, non è quasi mai colpevole.

L’amore delle donne invece sì. L’amore delle donne è egoista, esigente, fastidioso, molesto. Le donne che amano gli uomini non concedono, si prendono qualcosa di loro, danno sfogo a libidini e lussurie che hanno qualcosa di illecito non appena escono dal letto coniugale. L’amore degli uomini è simpaticamente godereccio, un po’ zozzone a volte ma comunque romantico, abbastanza da cancellare ogni abuso di potere, anzi, più grande è il potere, più piccolo sembra diventare l’abuso, più lo stupro finisce per tingersi di privilegio, un biglietto di sola andata per il successo.

Gli uomini che amano le donne esistono, certo, ma dovrebbero essere le donne a scrivere la definizione e i confini di quell’amore. Finché a deciderlo saranno gli uomini o una cultura declinata al maschile, i quarantenni ricchi e famosi continueranno a stuprare tredicenni in un silenzio colpevole, e se non saranno abbastanza ricchi e famosi, voleranno fino a un paese in cui lo sembrano, e ci sarà sempre qualcuno pronto a dire sì, ma anche lei però. E un sacco di uomini pronti a spiegare alle minorenni perché quello non era uno stupro.

 

Per l’8 marzo, meno mimose e più #fazzolettirossi

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“Perché vorrei poter dire in classe che ho le mestruazioni senza che tutti facciano la faccia schifata.”

Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un solo ricordo scolastico sulle mestruazioni. Nessuno. Da un rapido calcolo approssimativo, dovrei averle avute almeno una sessantina di volte, fra medie e liceo. Possibile che non me ricordi neanche una? Che abbia rimosso tutto completamente? Che abbia finto così bene che non esistevano da cancellarle? In vita mia ho avuto le mestruazioni più di 400 volte eppure l’unica cosa che ricordo sono macchie: cuscini macchiati, costumi macchiati, pantaloni macchiati, lenzuola macchiate. Il terrore di essermi macchiata e la vergogna di essermi macchiata. Dovermi cambiare di nascosto, non sapere che cosa fare dell’assorbente sporco, non trovare un bagno quando ne avevo bisogno. Per 400 volte ho finto di non perdere sangue quattro o cinque giorni di fila, con il terrore di essere scoperta, perché in “quei giorni” le brave ragazze perbene si mettono i pantaloni scuri e se proprio sono costrette a confessare, dicono di “avere le loro cose”.

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“Perché mi sono stufata di nascondere i tampax, neanche stessi spacciando droga.”

C’è qualcosa che non va. È evidente. Vivere nel segreto e nella vergogna del tuo corpo una volta al mese significa stravolgere il senso dell’essere donna. Significa che essere donna ha qualcosa di sporco e di sbagliato, che ti fa sentire inadatta. Significa che giochi in un’altra categoria, che gli spazi pubblici a poco a poco ti vengono negati e ti assomigliano sempre di meno. Un mondo in cui non c’è posto per le mestruazioni è un mondo in cui non c’è posto per le donne. Una società in cui le mestruazioni devono restare un segreto è una società in cui quel che riguarda le donne si sussurra a parte, in privato, per non rubare la scena pubblica ai desideri degli uomini. Soprattutto quando quei desideri riguardano proprio il corpo delle donne, un corpo reinventato e riscritto per aderire alle esigenze altrui. Quante possibilità abbiamo di vivere serenamente nel nostro corpo, con queste premesse?

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“Perché quando sento che devo cambiarmi l’assorbente significa che devo cambiarmi subito! E invece non mi danno il permesso di andare in bagno.”

Quante sono ancora oggi le scuole in cui alle ragazze non è permesso andare a cambiarsi a metà lezione? Quante ragazze hanno sporcato la sedia in aula? Quante scuole si rifiutano di sistemare una scatola di cartone per gli assorbenti sospesi, perché ci sono “questioni più urgenti” di quello che succede alla metà della popolazione studentesca (e alle stesse insegnanti) una volta al mese? Quante ragazze sono costrette a soluzioni di emergenza perché non hanno un assorbente nel momento del bisogno e si vergognano troppo per chiederne uno? Per quante l’ora di ginnastica significa ansia e imbarazzi, una volta al mese?

Ecco perché questo 8 marzo dovremmo portare tutte un fazzoletto rosso: perché parlare di mestruazioni apertamente, sin dalle scuole medie, è il primo passo per permettere alle ragazze di crescere nella convinzione di meritarsi davvero le stesse opportunità dei maschi. “Nessuno può cancellarti” scrive Luna in Fazzoletti rossi. “Se ti senti invisibile, allora significa che devi gridare più forte.” Le bambine ribelli sono cresciute e non hanno intenzione di sussurrare quando si raccontano. Perché hanno imparato che non c’è gesto più rivoluzionario che parlare di sé.

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Uno stipendio di sensi di colpa

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“Oggi le donne possono lavorare senza problemi.”

Ogni volta che lo sento ripenso a quando entravo in macelleria spingendo il passeggino e la macellaia mi guardava sogghignando ed esclamava “Oh, oggi tocca a te, eh!”. Mi ricordo di quando hanno chiesto al marito di un’amica, che lavorava e si prendeva cura dei figli, se per Carnevale si vestiva da casalingo. Mi ricordo di quando hanno detto a un’altra amica che avrebbe dovuto ringraziare il suo compagno, che era disoccupato e si occupava quasi esclusivamente di casa e bambini, perché le permetteva di lavorare.

Mi ricordo di tutte le volte che hanno compatito mio marito quando io viaggiavo per lavoro e non hanno mai ricambiato il favore quando ero io a restare da sola con figli e computer. Di ogni occasione in cui le maestre hanno detto che la mamma doveva aiutare il bambino a fare i compiti e controllare il diario, delle riunioni scolastiche a cui i padri si contano sulle dita di una mano, dei gruppi di whatsapp in cui i pochi uomini presenti sono osannati come special guests da un esercito di geishe che parlano per emoticon.

E non è neanche questo il peggio. Questa è la parte divertente. Non fa male quanto sentire tuo figlio che ti dice che non c’eri quando ha fatto i suoi primi biscotti. Non fa male come sopportare il cattivo umore di tuo marito quando tutte le biglie che di solito fai girare per aria tu all’improvviso gli cascano addosso come tanti proiettili di inadeguatezza e frustrazione. Non fa male come rientrare a casa dopo una giornata di lavoro di dieci ore e sentirsi in colpa nell’istante in cui giri la chiave nella serratura.

Perché non ci sei stata. Ecco la tua colpa. La colpa delle donne non è lavorare. La nostra colpa imperdonabile è non esserci. È quello il peccato che non potremo mai espiare. Non esserci quando gli altri hanno bisogno di noi. Non esserci quando gli altri non hanno bisogno di noi ma potrebbero averne. Non esserci, non essere pronte a ricucire litigi, a curare graffi sulle ginocchia a suon di baci, a trovare una calzamaglia nel cassetto delle calzamaglie, a chiedergli com’è andata a scuola quell’unico giorno in cui ha intenzione di rispondere qualcosa di diverso da “bene”.

La nostra colpa è non irrorare il nido familiare di amore, pasti in tavola, magliette piegate, merende biologiche e cessi puliti. Nessuno ci dirà mai che non possiamo andare a lavorare. Ma nessuno dice mai abbastanza che ogni donna che lavora si porta a casa uno stipendio fatto di assenze e mancanze materne e tensioni familiari e sensi di colpa. Eccolo il vero motivo per cui non lavoriamo. Non è che qualcuno ce lo impedisca, non è che ci costringano ad andare da casa al lavoro con una lettera scarlatta cucita sul petto. Se non lavoriamo, spesso, è soltanto perché così è più facile per tutti.

E possiamo raccontarci tutte le storielle che vogliamo e ripeterci che non c’è insegnamento più prezioso di una madre che lavora e insegue i suoi sogni, ricordare quanto è stato importante il ticchettio della macchina da scrivere di tua mamma, da bambina. Ma al momento di aprire la porta di casa la sentiremo, quella scheggia dentro di noi che si ribella e che vorrebbe tanto che fosse più facile continuare a sentire di meritarsi l’amore che c’è dall’altra parte. Che tornare a casa non significasse anche dover mettere a tacere un pezzetto di sé.

Il gesto rivoluzionario di parlare di noi. Le prime mestruazioni

 

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“Parla di noi” scrive una protagonista all’altra all’inizio di “Fazzoletti rossi”. Ed è quell’invito, in qualche modo, a cambiare tutto. Per questo in occasione dell’uscita del romanzo ho chiesto sulla pagina Facebook di Rosapercaso se qualcuna aveva voglia di ricordare le sue prime mestruazioni. Confesso, pensavo che sarebbero state in poche a raccogliere l’invito e il fiume di risposte che è arrivato, invece, mi ha sorpresa e al tempo stesso mi ha commossa. Quelle storie traboccano di emozioni, di vita, di verità su quel che significa essere donne, sono piene di energia, di gioia, amore, vergogna, paura e solidarietà. E sono piene di segreti.

Come hanno potuto convincerci che dovevamo stare zitte, con tutto quello che avevamo da dire? Il perché, invece, è fin troppo chiaro: le parole delle donne sono rivoluzionarie, basta scorrere quelle storie per capire che il solo fatto di averle scritte, e lette, ha già iniziato a cambiare le cose. Eccone allora alcuni brevi estratti, anche se non rendono giustizia del mosaico che ha preso forma sulla pagina.

Non smettiamo mai, vi prego, di parlare di noi.

Avevo nove anni e fu un trauma. Mentre le altre bambine potevano correre e giocare, io avevo il terrore di sporcare persino la sedia a scuola e rimanevo immobile per tutte e cinque le ore sperando di non fare brutta figura quando dovevo alzarmi per tornare a casa. (Tiziana)

Mio papà mi ha detto: “Ora sei grande, non potrai più uscire dal cortile da sola (!!!!)” Ricordo una sensazione di vergogna, disagio e imbarazzo. Avevo 11 anni. (Francesca)

Quel dolore alla pancia e quella robaccia marroncina mi spaventarono. (Laura)

Mia madre mi premiò con dei soldi che usai per un paio di zoccoletti rossi. (Giorgia)

Il mio ricordo è delle scuole medie e sono un paio di jeans con le tasche larghe, di dimensioni perfette per metterci già da casa l’assorbente per il cambio di metà mattina, così da evitare la vergogna di tirarlo fuori davanti ai maschi in classe! Oppure il tossire in bagno quando toglievo l’assorbente usato ed aprivo il nuovo, per evitare che si sentisse il rumore dello “strappo”! (Alessia)

Ricordo che il mio pensiero stizzito in quel momento fu: “Ma dai, che seccatura, proprio oggi che dovevo andare al mare!” (Noemi)

La sera i miei mi portarono a cena fuori per festeggiare, insieme ad una cara zia. (Loredana)

Signorina. In una parola si nascondono decenni e decenni di vergogna. (Irene)

Se dovessi riassumere tutto in una parola, ti direi vergogna. (Ilaria)

Ricordo che sentii mia madre telefonare a mia nonna e dire :”Oggi è sbocciato un fiore”. (Cinzia)

L’ho vissuta in modo naturale per fortuna. Anzi ero felice di aver concluso una prima parte di vita e di averne iniziata un’altra. (Alessandra)

Mi ricordo la prof di matematica che mi disse davanti alla classe di non fare sceneggiate, altrimenti chissà durante il parto. In verità avevo l’endometriosi, che mi fu diagnosticata solo dieci anni dopo. Ogni volta che mestruavo, e mi succede tutt’ora, mi veniva l’ansia per il male, gli antidolorifici, le emorragie. (Chiara)

Mio padre mi portò a casa le paste per festeggiare “perché sei diventata grande”. (Annamaria)

Tutto quel sangue mi sembrava una colpa e una punizione ingiusta, ogni mese, mal di schiena, mal di pancia, mal di testa davvero non capivo il perché. (Gabriella)

Scoppiai a piangere. Una volta a casa chiesi a mia mamma il perché di tutto ciò e lei mi spiego con tutto l’amore che una mamma può dare. (Sabrina)

Mi sono spaventata così tanto che pensavo sarei morta dissanguata. Poi, quando per consolarmi mi hanno detto che ero diventata “signorina” e che non ero più una bambina, sono scoppiata a piangere perché io volevo giocare ancora con le Barbie, non essere una signorina! (Lorenza)

Gli assorbenti sporchi da portare a casa nella tasca esterna dello zaino perché nella mia scuola media non c’era un cestino apposito, ed i bagni erano unisex. (Irene)

A me è andata di lusso, finalmente erano arrivati gli assorbenti usa e getta. (Antonella)

I dolori sono sempre stati fortissimi, ma a scuola non accettavano giustificazioni con scritto “indisposizione” e, quando spiegavi alle professoresse cosa avevi, rispondevano che non era una giustificazione valida. “Mica è una malattia!”. Ricordo il terrore di sporcare i pantaloni a scuola, allora mettevo due assorbenti perché era capitato ad una compagna di sporcare la sedia e tutti i maschi avevano cominciato a ridere, prendendola in giro. Ricordo ancora la bidella che disinfettava la seduta tra le risate generali. (Alessandra)

Capii subito come andavano le cose: di mestruazioni non si poteva parlare, mai.  (Laura)

 Il mio primo ricordo è un iniziale panico, seguito dalla domanda “non mi sarò mica fatta la cacca addosso?” (Beatrice)

Ricordo che non capivo cosa fosse successo, mia mamma era tutta contenta ma poi mi diceva: “Non parlare di mestruazioni, soprattutto ai maschi, di’ che hai le tue cose!”. (Susanna)

Ho passato il resto della giornata a pensare a quella cosa nelle mutande, con l’ansia che si spostasse. Ero tra le prime ad avere le mestruazioni tra le mie amiche e quindi è stato davvero traumatico! (Federica)

Orgoglio, mi sono sentita grande ma anche sana e “normale”. (Silvia)

Mia madre mi disse che era “una cosa” normale che capitava a tutte le donne e che avrei avuto “quelle perdite”, una volta al mese. Aggiunse: mi raccomando nascondi gli assorbenti che non li vedano tuo padre o tuo fratello. Vietato, in casa, l’uso del termine mestruazione. (Sonia)

Angoscia e tristezza. Non so perché. Forse non capivo bene cosa significasse ma ricordo che scoppiai a piangere quando mia madre mi disse che “ero diventata signorina”. (Nunzia)

I primi mesi sono stati un caos perché non sapevo esistessero gli assorbenti con ali e continuavo a macchiarmi e mia madre mi sgridava perché sporcavo tutto. (Gaia)

Una delle prime volte a 12 anni: mi sono macchiata molto i pantaloni e così ho coperto con la maglia fissata in vita. Salgo sull’autobus per tornare a casa da scuola e un ragazzo più grande ride di me con i suoi amici. Da quel giorno ho il terrore di macchiare i pantaloni e giro con doppio assorbente e un paio di jeans di ricambio. (Veronika)

Ancora adesso, se sono ospite da amici single, ripongo l’assorbente sporco in un apposito sacchettino che butterò una volta rientrata a casa. (Sara)

Avevo 13 anni e stavo tornando a casa da scuola in autobus, ero stravolta e pregavo di non avere macchiato il sedile!  (Liliana)

Ero molto piccola. Ricordo che il primo giorno avevo timore di fare la pipì, l’ho trattenuta quasi tutto il giorno. (Miriam)

 Ricordo il meraviglioso mazzo di rose rosa di mio padre, il passaggio all’età adulta accompagnata da un amorevole sguardo maschile, il più importante. (Paola)

Nella famiglia tutti che esultavano mentre io piangevo nella consapevolezza che stavo crescendo. (Valentina)

Piangevo disperata perché non le volevo, facevano male, mi impedivano di fare un sacco di cose (all’epoca facevo karatè e avevo il terrore che mi venissero all’improvviso chiazzando il kimono bianco). Mi sembrava una condanna. (Gaia)

Panico. (Libera)

Io. A casa di nonna. Col letto e le mutande piene. Spavento allucinante. (Jessica)

Era ora! (Rossella)

Io ho un ricordo tenero e buffo di mia mamma che dopo avermi spiegato dove teneva gli assorbenti in casa e come utilizzarli fa dietrofront e aggiunge: “Mi raccomando, la parte adesiva verso le mutande, eh”. (Valentina)

È stato un disagio terribile anche perché senza spiegarmi niente hanno iniziato a telefonare la notizia a parenti e amici. (Anna)

Il mio primo pensiero è stato “finalmente!!!” perché ero ansiosa di averle per sentirmi grande. (Serena)

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La gratitudine che uccide le donne

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Foto di Free-Fotos da Pixabay

La gratitudine in una coppia è pericolosa, quando si insinua nelle fondamenta e diventa materia stessa della relazione, quando la definisce. Come il rancore, vi apre crepe sottili e impercettibili, che finiscono per minarla e renderla fragile. Possiamo essere riconoscenti al partner per decine e centinaia di motivi diversi. Ma nel momento in cui siamo riconoscenti perché ci ha portate all’altare, perché ha accettato di formare una relazione stabile e mettere su famiglia, allora la gratitudine, come il rancore, rischia di trasformarsi in uno scarto impossibile da colmare. Una relazione nata all’insegna del debito non può essere sana, vi sarà sempre una parte più debole e una più forte, una che si sente in dovere di pagare il prezzo di quel debito e/o un’altra in attesa di riscuoterlo.

Che cosa succede allora in una società che ha fatto della gratitudine un aspetto fondante delle relazioni fra uomini e donne? In una società in cui gli uomini vengono “incastrati” dalle donne, trascinati all’altare, costretti a rinunciare al proprio scanzonato ego adolescente dai ceppi del matrimonio e da quelli della paternità? In cui alle donne con troppo carattere si dice che non troveranno nessuno che se le piglia e in cui “donna sola” è un ossimoro sgradevole che evoca gatti e porte che si chiudono invece di aprirsi? In cui le donne rompono, per definizione, e gli uomini le sopportano? Succede che le donne si convincono di dover essere grate all’uomo che le ha scelte, che se le è prese, che ha sacrificato la propria libertà per loro. Quando basterebbe dare un’occhiata alle statistiche per capire che, nel caso, la gratitudine dovrebbe essere tutta maschile, per ogni donna che accetta a suo rischio e pericolo di entrare in una relazione in cui vengono commessi l’85% dei delitti in cui la vittima è di sesso femminile.

Questo squilibrio di fondo nelle relazioni di coppia non è solo il pretesto per battute e barzellette tanto radicate quanto sessiste. Questo squilibrio di fondo uccide. È quella gratitudine a convincere molte donne a tacere, a sopportare, a pagare il prezzo per essere state sposate. È quella gratitudine che si traduce in diritto, compreso il diritto di alzare le mani, a volte. Ogni volta che facciamo i complimenti a una sposa e le nostre scherzose condoglianze allo sposo stiamo rafforzando una cultura che uccide. Ogni volta che una donna sente, da qualche parte dentro di sé, di dover essere grata all’uomo che l’ha sposata non per la felicità che le ha regalato, non per gli anni meravigliosi trascorsi insieme, non per i gesti quotidiani di rispetto e di amore, ma perché quella gratitudine rientra fra i suoi doveri di donna, diventa automaticamente più vulnerabile.

La colpa di chi uccide è sempre e solo di chi uccide. Ma ad armargli la mano, a volte, è un’intera società.