Le donne quando si raccontano fanno un passo indietro

 

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Foto di Pleuntje (CC)

Ci hanno cresciute insegnandoci a stare al nostro posto, a non farci notare, a chiedere permesso, a stare “composte”. La compostezza è una condizione morale, prima che un atteggiamento. La donna composta non si emoziona troppo, non in modo sfacciato, non si altera, non cammina davanti al marito ma un po’ indietro o di lato. La donna composta sa ascoltare, sa restare in silenzio, non contraddice, soprattutto non contraddice un uomo, non in modo esplicito almeno. Con sottigliezza tutt’al più, con ironia, quasi senza che lui se ne accorga.

La donna composta non critica e non dice a un uomo che cosa deve fare, gli lascia il timone e poi comanda la nave senza remi e senza meriti. La donna composta d’altri tempi, ma anche un po’ dei nostri, intuisce che il suo posto è fra le chiacchiere in cucina a parlare di futilità come gli affetti e le questioni di cuore, non in salotto a parlare di cose serie come il prezzo dell’usato e la finale di campionato

E così spesso le donne quando si raccontano senza esibirsi, quando sono lì per quello che fanno e che pensano, non per l’aspetto che hanno, fanno un passo indietro. Si prendono il loro tempo e il loro spazio, ma hanno l’aria di chi sa di doverselo meritare, non di chi lo occupa per diritto. Soprattutto se in sala c’è anche un uomo.

È la Legge del Forno.

Quando ero piccola, durante un viaggio ci fermammo a comprare il pane in un paesino del Monferrato. Quattro case intorno a una via principale deserta, fatta eccezione per la nostra macchina che si scaldava al sole. Scese mia madre e noi restammo in macchina ad aspettarla. Ma lei non tornava, in macchina faceva caldo e il tempo passava, così scendemmo a cercarla.

La panetteria incredibilmente era piena. C’erano quattro o cinque donne davanti a mia madre, che se la prendevano comoda, fra una michetta e il referto medico di qualche conoscente.

Non appena mio padre entrò calò il silenzio e la panettiera, che fino a quel momento aveva ignorato mia madre, si rivolse a lui, senza sapere che era il marito.

“Mi dica! Come posso servirla?”

Mio padre indicò le signore davanti a lui lasciando intendere che non aveva fretta.

“Ma no, loro possono aspettare. Serviamo prima questo bel signore, mi dica!”

Mia madre uscì dal negozio fumante, borbottando che non ci avrebbe mai più messo piede. Mio padre uscì gongolando per il trattamento ricevuto.

In realtà, come avrei scoperto più avanti, le signore avevano fretta di servire mio padre non per riverirlo o in segno di rispetto, niente affatto. Era solo per liberarsi di lui e poter continuare a chiacchierare in pace fra donne. Probabilmente lo sapevano anche mio padre e mia madre, ma il fatto che fossero a parte di quel segreto non impedì a mio padre di essere servito in un lampo, né a mia madre di dover aspettare il suo turno in eterno.

La Legge del Forno, ti tratto come un principe, per toglierti di torno.

In molte di noi, anche le più emancipate, al momento di confrontarsi con un uomo scatta il bisogno di dimostrare qualcosa, che sia la compostezza e il saper stare al nostro posto o il nostro valore e la forza delle nostre idee. Così, quasi senza accorgercene, facciamo un passo indietro. Ci scusiamo, giustifichiamo il nostro essere dove siamo, e spesso facciamo della modestia il nostro valore, invece di lasciare che sia il nostro valore a definire la nostra modestia.

Ma c’è anche un’altra cosa che ci portiamo dietro dalle chiacchiere in cucina e in panetteria, ed è l’intimità, la capacità e il bisogno di parlare di sentimenti, di metterci la faccia e il cuore. Così le donne che si raccontano fanno un passo indietro e si celano dietro il bisogno  della compostezza mentre si svelano attraverso la necessità delle emozioni.

Le donne che si raccontano a volte sembrano un po’ meno protagoniste degli uomini, sembrano sottrarsi e chissà, forse è stato proprio il ricatto della compostezza a costringerci a imparare così bene una lingua universale come quella delle emozioni.

Non so dire se esista una scrittura femminile e una scrittura maschile, credo di no. Credo però che esista un modo di raccontarsi femminile (il che ovviamente non significa che a usarlo non possa essere un uomo), che ha qualcosa di clandestino, di più intimo e schivo. In cui il racconto delle emozioni racchiude e soddisfa il bisogno di parlare di sé. In cui le emozioni e la capacità di esplorarle e viverle fino in fondo non sono la strada che conduce verso l’eroismo, ma l’unico eroismo davvero necessario.

Donna impregnata, mezza salvata

bebe-1909813_960_720La mamma non si tocca.

Guai a prendersela con le mamme. Di mamma ce n’è una sola e ha sempre ragione. C’è una laurea speciale alla scuola della vita, la si prende in nove mesi a suon di nausee e smagliature. La mamma non sbaglia mai, ha sempre ragione, anche quando ha torto, altrimenti che mamma è? La mamma che sbaglia non è contemplata. Tutt’al più è stanca, stressata (dal lavoro, dalla casa, dai cani, non dal pargolo, ovviamente), affaticata, magari era distratta perché stava facendo cinque cose alla volta.

Perché la mamma non si riposa mai. La mamma che si riposa è egoista e un po’ cazzona. La mamma è stanca per definizione, ma è sempre bella comunque. Anzi, se ha qualche chilo di troppo è perfino meglio. Mai saputo di qualcuna che abbia vinto il titolo di mamma dell’anno con un fisico da fotomodella, del resto. Due fianchi un po’ larghi ci stanno, altrimenti che mamma è? E che nostalgia, ammettiamolo, per la mamma con il grembiule a fiori e le ciabatte, le mamme che se uscivano di casa era per andare a fare la spesa e che non ti preparavano mai lo stesso piatto due volte alla settimana e che nel tempo libero cucivano, ricamavano, si spaccavano gli occhi su un centrino di pizzo. Che nostalgia. Quelle sì che erano mamme. Una mamma così poteva anche mollartelo uno schiaffone ogni tanto, ci stava, insomma. Perché poi la pasta la faceva in casa, e con la conserva di pomodoro.

Ma poi va bene anche la mamma moderna, per carità. Quella che la pasta la compra già pronta, ma non ripete mai la stessa attività Montessori due volte alla settimana. Quella che fa gli addominali ipopressivi e prepara la pappina di carota con la ricetta di Cracco e fa ascoltare Il flauto magico al pupo. Anche lei ha sempre ragione. Gli schiaffoni lei non può darli, questo no, altrimenti che cosa l’abbiamo mandata a studiare a fare. Se poi riesce a trovare un lavoro che si possa fare due ore alla volta, mentre il pupo dorme, e con una ventina di giorni di ferie al mese quando inizia la catena di Sant Antonio dei virus, allora ancora meglio.

Che dispensi schiaffoni o insegni gli ideogrammi cinesi (che da piccoli sono spugne, bisogna approfittarne), che ricami il nome del pargolo sul grembiule con tanto di secondo e terzo nome e senza neanche un’iniziale puntata o che ci attacchi un adesivo personalizzato comprato on line, la mamma è sempre la mamma. Dovrà guardarsi dalle altre mamme, questo sì, ma brillerà comunque di luce propria e non appena il pargolo inizierà a infilare due parole di fila avrà anche un sacco di idee per i post sui social.

Ecco. E le altre donne, chiederete voi? Quelle che di figli non ne hanno?

E qui cade un silenzio imbarazzato. Poverine. Se non hanno figli è perché non possono, è chiaro. Non sarà certo perché non li vogliono, non diciamo sciocchezze. Fanno come la volpe con l’uva, è solo questo, ma non ci crede mica nessuno. Certo che li volevano. Solo che non hanno potuto averne. Qualcuna forse è così egoista da non volerne davvero, magari perché pensava di potersi divertire tutta la vita, ma poi le vedi, vecchie e sole, che vanno in giro per musei e girano il mondo e leggono un sacco di libri per riempirsi la vita. Mica come le altre, che da vecchie le vedi alle prese con un passeggino che non vuole saperne di aprirsi o con un nipote che non vuole saperne di alzarsi da terra. Povere. Sono arrivate troppo tardi. Sono rimaste sole. Hanno voluto divertirsi e hanno calcolato male i tempi. Poi ci credo che hanno la pancia piatta e un fisico da fotomodelle, ma chi farebbe mai a cambio con degli addominali dispersi in azione, due tette cadenti e un trottolino amoroso che riempie di sabbia il vicino di ombrellone?

Su, non raccontiamoci frottole, in realtà sotto sotto, un figlio lo volevano eccome, e adesso si sono pentite.

Chi dice donna dice mamma, si sa. La mamma che dà sempre il buon esempio, la mamma che non abbassa mai la guardia, la mamma che non ha mai un momento di egoismo, che non dice mai la parola sbagliata costringendo i pargoli a un futuro sul lettino dello psicoanalista. La mamma che fa sempre tutto meglio delle altre, o almeno ci prova, la mamma che non ozia, non cazzeggia, non si diverte se non rincorrendo i figli in giro per la casa vestita da Furia cavallo del West, perché per tutto il resto c’è la vecchiaia, i figli se non te li godi adesso quando te li godi?

La mamma nell’immaginario di molti è la quintessenza della femminilità, il tripudio della Sindrome dello Strofinaccio, il senso ultimo e inappellabile dell’esistenza di una donna. Chi dice donna dice mamma. Il resto sono errori di fabbricazione, esemplari difettosi, come libri senza le ultime pagine di cui non conosceremo mai il finale. Per le donne senza figli hanno tutti un sorrisetto imbarazzato, qualche frase fatta sull’invidia a cui non crede nessuno e una parola di conforto non richiesta. Una donna senza figli è un’occasione mancata, un seme che non ha attecchito, un terreno sterile.

Chi dice donna dice mamma, e la dice lunga sulla situazione di noi donne oggi.

Prima regola del femminismo: non parlate mai del femminismo

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Foto di Jay Morrison (CC)

Del femminismo non si parla.

Del femminismo non si parla con chi non è femminista o non crede di esserlo. La parola evoca polemiche rabbiose, argomenti polverosi, donne incazzate con il mondo e con il genere maschile, slogan graffianti e provocazioni intransigenti. Qualcuno ci prova, per carità. Qualche uomo talvolta lo fa con un tono compiacente e paternalista, di chi le donne le stima davvero per quello che valgono, altro che guardare il culo come nei bassifondi di periferia. Lui le donne le tratta con rispetto. Ne ha conosciute alcune intelligentissime, peraltro. E se non lo sono, di sicuro possono diventarlo. Anche con il suo aiuto. È un po’ l’equivalente del “Ho anch’io un amico negro” in versione rosa e radical chic. Alla fine ci scappa sempre il sorrisetto, la battutina, il diminutivo irritante, l’equivalente verbale e molto intellettuale di una palpatina al culo.

Il femminismo nei migliori dei casi viene trattato con una certa pazienza condiscendente. Ti è concesso di dire un paio di cose femministe, un po’ come per le quote rosa, poi basta, però. Perché se ne dici tre di seguito stai esagerando, sei un po’ nevrotica, vagamente repressa. Una sorta di liberalismo un tanto al chilo, con moderazione, senza esagerare.

Ma il problema è che non è mica tanto facile anche parlare di femminismo con le femministe. Perché va sempre a finire che sbagli qualcosa. Per cominciare, che non ti salti in mente di dire che si potrebbe fare qualcosa di diverso. Il femminismo non si tocca, non si critica, non si cambia. Il femminismo, non sempre, ovviamente, ma più spesso di quanto dovrebbe succedere, viene reclamato con una gelosia irritante. Conosci la parola d’ordine? C’eri alla manifestazione per l’aborto? Hai sputato su Hegel? Sei una di noi? No? Allora taci. O se proprio non puoi stare zitta, ripeti per bene quello che abbiamo già detto noi.

Non è sempre così, lo ripeto, perché so che sarà la critica principale a questo post. Ma anche se è politicamente scorretto dirlo e non è certo il modo per attirarsi simpatie, molti dibattiti femministi usano toni anacronistici e un linguaggio polveroso. Molte femministe continuano a parlare dritte dagli anni Settanta. Il femminismo ispira antipatia anche perché a volte rischia di sembrare una sorta di dogma, un circolo ristretto e inaccessibile. Il femminismo fa sentire la maggior parte delle donne inadeguate, troppo frivole o ignoranti per potervi prendere parte. Non è così, ovviamente. E di certo non era così negli anni Settanta, quando il femminismo andava davvero a stanare le donne da casa per confrontarsi insieme.

Il femminismo sta perdendo in modo preoccupante le nuove generazioni. E dalla società non arrivano messaggi molto più rassicuranti, come è diventato evidente con le ultime campagne istituzionali. Ecco perché serve un linguaggio nuovo, un linguaggio comune, in cui le donne e le ragazze possano e vogliano riconoscersi, che sappiano e desiderino usare. Un linguaggio da reinventare e attraverso il quale reinventarsi. Un linguaggio da decidere insieme. Un linguaggio che passi per le emozioni, che non colpevolizzi ulteriormente le donne, che non lasci nessuna in disparte, che ammetta i sogni e che ci insegni a essere felici e a credere di meritarcelo. Un nuovo modo di intendere l’amore. Un linguaggio che le donne e le ragazze siano felici di usare, perché solo così si riuscirà a passare il testimone alle nuove generazioni, su cui si allunga un’ombra retrograda e maschilista sempre più inquietante.

La maternità non è un bene comune

 

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Foto Paul Keller (CC)

«Sono la mamma di Giulio.»

Si presentò così, come se fosse a un colloquio con gli insegnanti della scuola di suo figlio, la mamma di Giulio Regeni, alla conferenza stampa.

Sono la mamma di Giulio. A ripensarci poi, forse quella frase di esordio era una sorta di sfida, in realtà, un grido di guerra. Sono la mamma di Giulio. Sono la mamma di quel viso su cui ho visto tutto il male del mondo. Sono sopravvissuta a quel dolore. Sono sopravvissuta a tutto il male del mondo e sopravviverò anche a voi e a chiunque cerchi di intralciare la mia battaglia.

La seconda volta in cui ho sentito usare la parola “mamma” in modo straziante fu in una situazione molto diversa. Ero in ospedale e la mia vicina di letto era una signora di novantatré anni che i medici avevano dato per spacciata. Ogni sera, prima della cena che la figlia le infilava in bocca a forza, assistevo a una sfilata di parenti benintenzionati che passavano a dirle addio; la fidanzata di uno dei tanti nipoti le disse teneramente che si sarebbe presa cura del ragazzone in questione. Non so chi abbia fatto un gesto scaramantico per primo, se lui o la nonna.

La notte, si sa, negli ospedali non si dorme. Io poi dormivo ancora meno, perché la signora stava male ma non aveva le forze per chiamare le infermiere, così lo facevo io al suo posto. E una notte l’ho sentita. «Addio» ha gridato all’improvviso, con una disperazione un po’ stupita, come se non capisse bene neanche lei che cosa le stesse succedendo. «Addio. Addio.» E poi, nel buio della stanza, con una voce improvvisamente stravolta dal bisogno, iniziò a chiamare la mamma. Non sua madre, non la figlia, non il nipote e di certo non la fidanzata del nipote. No, la mamma. «Mamma. Mamma!» gridò, senza più stupore, questa volta. Solo con una paura disperata e senza nome. Chiamò la mamma due o tre volte, poi si addormentò.

Il mattino dopo i medici dissero che no, si erano sbagliati, la signora forse ce l’avrebbe fatta, alla fine. All’ora di pranzo la mia vicina di letto era seduta in poltrona, impaziente di tornarsene a casa. Venne dimessa prima di me.

La maternità, mi direte voi, è tante cose. Per me è racchiusa tutta in quel grido e in quel bisogno. La maternità dà un nuovo volto all’amore, ma anche al dolore. La maternità è la prima voce che sentiamo quando si spalancano le distanze. La maternità è fatta di orgoglio e di sensi di colpa, intrecciati così stretti da non sapere più dove finisce il primo e incominciano gli altri. È fatta di assenze e del potere di sanarle, proprio come i baci che si portano via le piccole ferite e qualche volta anche le grandi. È un grido di guerra. È il nostro approdo sicuro quando dobbiamo scacciare la paura.

La maternità è tante cose, una per ogni persona. La maternità non è neanche necessariamente biologica. Ma di una cosa sono sicura. La maternità non ha niente a che spartire con le clessidre e con i videogiochi in cui gli spermatozoi corrono più veloci dei Minions. La maternità non c’entra niente con le pensioni di domani o con le babbucce bianche rosse e verdi. La maternità è così intima da avere addirittura qualcosa di impudico, a volte. La maternità è la nostra gioia più grande e il nostro dolore più grande. Parlare di fertilità senza passare per la maternità (e la paternità, ovviamente) non è solo riduttivo, è un insulto. La maternità non inizia e finisce nell’utero.

La maternità non è un bene comune e non lo sarà mai.

Meglio sole che ben accompagnate

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Foto Claus Tom Christensen (CC)

Donna sola è un ossimoro, come piacere disgustoso o lucida follia. A differenza di questi ultimi, però, è un ossimoro che prelude a sventure e tragedie. Le racchiude, in qualche modo. La donna sola si fa ammazzare, si fa violentare, si caccia nei guai. La donna sola, è evidente, non sta bene. Ha qualche problema. Nella migliore delle ipotesi, non ha trovato nessuno che se la pigli.

Ricordo ancora le telefonate quando decisi di andare a vivere da sola, superati i vent’anni da un pezzo. Quando scoprivano che i miei genitori vivevano nella stessa città, nessuno voleva più affittarmi la stanza. Se te ne vai di casa avrai già i tuoi problemi, mi disse una tizia. Ci rimasi malissimo. No, non avevo nessun problema. Andavo d’accordissimo con i miei genitori. Solo mi sembrava che fosse arrivato il momento di stare da sola. Non avevo capito che il problema era tutto lì, in quella parola. Sola. Che poi sola un corno, visto che ho passato l’anno successivo a difendere il mio scaffale in frigo.

Ai tempi comunque non mi soffermai troppo sulla faccenda. Ci arrivai qualche anno dopo, al funerale di mio padre. Quando una cara amica si avvicinò e mi disse Tranquilla, voi siete tre donne forti. Eccola, ce l’avevo sotto il naso e non l’avevo vista. La tragedia nella tragedia. Non avevamo perso soltanto nostro padre. Avevamo perso l’unico uomo della famiglia. Tre donne sole, e come si fa, pensavano probabilmente in molti. Tre donne sole sono vittime per definizione, come potranno mai cavarsela, così ingenue e sprovvedute, senza una salda mano maschile che le guidi?

La questione insomma rimane. Me la sono ritrovata di nuovo sotto il naso un’infinità di volte, viaggiando da sola, leggendo dell’omicidio delle due ragazze argentine nello stesso posto in cui ero stata con un’amica, perfino incappando in un post apparentemente innocuo come questo.

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Quale tragedia può mai spingere una donna a voler restare sola? Quale grave forma di isteria e di malattia mentale? Ma soprattutto, quanto può essere brutta una donna che vuole stare da sola? Brutta dentro e brutta fuori, si intende. Quanto dev’essere egoista, sventata, imprudente, meschina, arida, una donna che decide, chessò, di trascorrere il suo tempo a leggere e andare alle mostre, a viaggiare e andare al cinema, da sola? Per forza che poi le succede qualcosa di brutto. Come si fa, siamo sinceri, a non pensare che se l’è meritato almeno un po’?

La gravidanza delle donne non dura nove mesi, nossignori. La nostra è una gravidanza eterna. Noi restiamo incinte tutta la vita, ogni volta che un uomo si sente in diritto di dirci che cosa dobbiamo fare e perché abbiamo bisogno di lui. Siamo incinte quando ci considerano deboli, con la mente offuscata. Siamo incinte quando protestiamo e ci dicono di darci una calmata, di non fare le isteriche. Siamo incinte ogni volta che ci tarpano le ali facendoci sentire in colpa, spaventandoci, mettendoci paura, chiudendoci in casa. Noi te l’abbiamo spiegato per bene, poi, se ti succede qualcosa, non venire anche a lamentarti.

Una donna sola è un’anomalia, una stranezza della natura. Una chiocciola senza conchiglia, un cono senza gelato, un Moscow Mule senza zenzero. La strada verso i diritti delle coppie omosessuali è lunga e in salita. Ma quella verso il diritto della donna a non stare in coppia lo è ancora di più, se possibile.

Eppure il bellissimo post con cui ragazza paraguaiana ha dato voce alle due turiste uccise racconta una storia diversa. La storia di migliaia di donne che hanno sempre viaggiato sole e continueranno a farlo. La paura che ci portiamo dentro non ci appartiene, è fatta della stessa sostanza dei sensi di colpa con cui ci hanno tenute buone. Liberiamocene. Possiamo scegliere di farlo per tutte le donne a cui hanno fatto il processo da morte. Possiamo farlo per le nostre figlie e le nostre nipoti e le figlie delle nostre amiche. Ma sarebbe ancora più bello se lo facessimo solo per noi stesse, per una volta. Anche perché significherebbe che dobbiamo iniziare a farlo da subito.

Si scrive felicità delle donne, si legge ribellione

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Foto Maureen Barlin (CC)

Qualche sera fa sono andata a cena a casa di un’amica che si è separata da poco. L’appartamento accogliente e mezzo vuoto, una terrazza con vista sul mare, il camino acceso, la sua musica preferita sul computer e la bottiglia di vino con i due bicchieri sistemata su una cassetta della frutta rovesciata. Era tutto così palpabile da essere quasi imbarazzante: quel punto di passaggio fra una vita e l’altra, il momento in cui il nuovo inizio si confonde con la fine, in cui la vita si svuota così di colpo da rendere tutto, almeno per un attimo, dolorosamente ovvio.

Ma quel che mi ha colpito, mentre chiacchieravamo affondate nell’enorme divano di cuoio, guardando le luci delle barche da pesca che ingioiellavano il mare scuro, era che la mia amica avesse dovuto fare tanto vuoto intorno a sé per ritrovare se stessa.

L’ultima volta che ero andata a trovarla, stava sfornando biscotti per gli amici di sua figlia, subito dopo essere andata a correre e subito prima di aiutare l’altra figlia a fare i compiti e preparare la cena. Aveva la casa sempre piena di bambini e di amici, di profumi e di bozze da correggere e di acquarelli appesi alle pareti e di lavoretti per la scuola che si asciugavano sulle mensole in sala. Per questo non ho potuto fare a meno di chiedermelo, l’altra sera, mentre la vedevo guardarsi intorno fra le pareti bianche, felice e un po’ spaesata: perché noi donne aspettiamo sempre che qualcuno ci dia il permesso di essere felici? Al punto che quando quel permesso non arriva – perché non arriva mai, finché lo chiediamo alla persona sbagliata – ci sentiamo costrette a restare da sole, per provarci davvero? Perché siamo così tante a viaggiare sul filo sottile dell’insoddisfazione, in attesa di quel permesso?

Ci sono donne che trascorrono tutta la vita a un passo dai loro sogni, perché aspettano soltanto di sentirsi legittimate a inseguirli. Con l’idea che quando avranno fatto tutto quello che ci si aspettava da loro, quando avranno dato abbastanza e saranno abbastanza stanche, allora finalmente potranno pensare a se stesse senza sensi di colpa. Perché gli uomini che inseguono i propri sogni sono nobili e intraprendenti e un po’ eroici, ma le donne che lo fanno sono egoiste e perditempo e un po’ stronze.

Una cosa l’ho imparata, guardandomi dentro e attorno: quando decidi di non avere bisogno di quel permesso ti si spalanca dentro una solitudine cattiva e pericolosa, che sembra non aspettare altro che l’occasione per inghiottirti. E cammini su quel filo sottile fino alla prima gratificazione, fino al primo riconoscimento, sperando di arrivarci alla svelta e non scivolare giù, in quel vuoto fatto di sensi di colpa e di vergogna. E di inutilità. Mentre una parte di te si sente messa a nudo in modo imbarazzante e vergognoso.

Sarebbe bello non essere costrette a crearsi il vuoto intorno per poter provare a essere felici. Non avere bisogno di una casa vuota per essere libere da obblighi e doveri. E sarebbe ancora più bello, in una casa affollata, ricordarsi che la prima responsabilità che abbiamo è quella verso noi stesse, verso il dovere di ascoltarci. Verso il dovere di essere felici. Perché quando si inizia a camminare sul filo senza permesso, gli occhi puntati sui propri sogni, e capita di mettere un piede in fallo, si scopre quasi sempre che il filo in realtà è a pochi centimetri da terra. Il vuoto era tutto nella nostra testa, ma camminando l’abbiamo riempito di entusiasmo e di speranza.

Non so perché la mia amica si sia separata, abbiamo parlato di tutto fuorché del suo ex marito, ma sono convinta che molte donne lascino il compagno di una vita anche per questo, perché aspettavano un permesso che non sarebbe mai arrivato. E di cui in realtà non avevano bisogno. Perché l’unica persona che poteva darglielo davvero era quella che si portavano dentro. E che non lasciavano parlare.