Ma lo smalto no

Donna, partorirai con dolore e morirai su un’asse di legno in mezzo al mare e all’indifferenza e all’odio, e avrai accanto il corpo che avevi partorito.

Avrai una maglietta a righe e il corpo segnato dalle ore in acqua e la faccia all’ingiù, per non vedere e non essere vista, ma a nessuno importerà niente di te.

O forse ti salverai e sbatteranno il tuo viso stravolto in prima pagina, gli occhi ancora sgranati sul fondo dell’umanità, quando il mare e gli uomini ti avranno abbandonata a te stessa e poi neanche più a quello. Ma non importerà niente a nessuno.

A meno che tu non ti metta o non ti lasci mettere uno smalto rosso. Chi sei, tu, relitto portato dal mare, per osare tanta frivolezza. Come osi far tuo un simbolo di femminilità e ostentarlo sulle tue dita nere, che fino a poco prima stringevano un’asse e il ricordo di una vita intera.

Lo smalto no. Puoi indossare la rabbia e la disperazione e la morte. Puoi indossare abiti laceri e la stanchezza e la fame. Possiamo perdonarti la dignità nello sguardo, la forza degli uomini e il silenzio. Possiamo perdonarti perché ci hai guardati negli occhi e perfino le tue accuse e il vuoto che scavi dentro le nostre vite.

Ma lo smalto no. Perché lo smalto è femminilità e quindi svagatezza e superficialità. Non possiamo perdonare la complicità femminile di chi te l’ha messo, la tua vanità nell’accettarlo, la provocazione delle tue unghie rosse. Non abbiamo intenzione di condividere con te la leggerezza di quello smalto rosso, il desiderio di piacere a se stessa, la gioia della sopravvivenza tradotta in bellezza.

Se vuoi viaggiare fra la vita e la morte potrai essere uomo, potrai essere madre, ma non ostentare il tuo essere donna. Quello smalto rosso parla di un piacere e di una leggerezza colpevoli, e se stentiamo a perdonarlo a una donna, quel bastare a se stessa implicito nelle tue unghie rosse, quel bisogno di leggerezza e di bellezza reclamato con furia, che non arriva a farsi oggetto di desiderio ma solo desiderio di vita, credi davvero che potremo perdonarlo a un corpo ripescato dal mare? Se vuoi farti perdonare per essere sopravvissuta, comincia col rinunciare al tuo orgoglio di donna.

Annunci

No, non devi amare te stessa

sparkler-677774_1280

“Devi amare te stessa.”

Mi ci sono voluti quasi cinquant’anni per capire la fregatura nascosta in questa frase, dopo essere stata convinta che fosse la risposta a ogni problema. Che fosse la strada per realizzare i miei sogni. Ma c’è solo una cosa che questa frase ha in comune con i sogni: fa sentire meglio chi la riferisce, non chi la sta a sentire.

A che cosa mi serve, esattamente, amare me stessa? Amare non significa essere in grado di difendere l’oggetto del proprio amore, non significa accettarlo esattamente per quello che è, non significa smettere di giudicare, non significa fidarsi ciecamente. Soprattutto se l’amore di cui stiamo parlando deve durare anni, non qualche ora o qualche settimana. E si spera proprio che sarà così. Amare me stessa non mi impedirà di avere paura, di non confidare abbastanza nelle mie capacità, non mi impedirà neanche di stare male con me stessa. Quale oggetto d’amore non ci ha fatto stare male, almeno una volta, a torto o a ragione?

Ma c’è un altro motivo per cui l’amore per se stessi è una grande balla. Ed è il fatto che a sentirselo dire sono quasi sempre le donne. “Devi amare se stessa” significa: accettati per quello che sei, difetti compresi. Perché ci penserà il mondo a criticarti. Significa: confida nelle tue possibilità, perché ci saranno momenti in cui sarai l’unica a farlo. Significa: prova ad abitare il tuo corpo senza fare tante storie, perché sarà il mondo a camminarci sopra e ad additarlo, quando tu ci navigherai dentro e lo vorrai enorme, per proteggerti dalla paura o dall’infelicità, o lo ridurrai a un confine sottile con una realtà sempre troppo vicina e mai abbastanza. “Devi amare se stessa” in realtà è un altro modo per dire quello che a noi donne dicono già fin troppo spesso: fallo tu perché gli altri non lo faranno, trattati bene perché il mondo ti tratterà male e tu non potrai farci niente, salvo rifugiarti in questa favola dell’amore per te stessa che nessuno sa bene che cosa sia ma suona molto giusta e rassicurante. Salvo cercare le risposte che ti servono dalla prospettiva dell’oggetto, non del soggetto.

A un uomo nessuno dice di amare se stesso, perché non ne ha bisogno. Un uomo dovrà trionfare, mostrarsi sicuro e amare. Un uomo è sempre soggetto, prima di tutto. Sono le donne a essere oggetto, perfino dell’amore per se stesse. Sono le donne a misurarsi attraverso gli sguardi altrui, costrette a passare anche attraverso il proprio. Sono le donne ad avere bisogno di amare se stesse, confinate in quel corpo su cui tutti hanno qualcosa da dire tranne loro e che ruberà sempre la scena e arriverà sempre prima del resto della loro persona, nei giudizi, negli apprezzamenti, nei commenti. Sono le donne a litigare con quel corpo attraverso le mille sfumature dei disturbi alimentari, non perché non amano se stesse, ma perché vorrebbero farlo tacere, quel corpo sempre troppo o troppo poco ingombrante. Perché vorrebbero metterlo da parte, finalmente, e riacquistare il controllo. Il potere di imporsi o di svanire.

Allora basta con questa storia che dobbiamo amare noi stesse. Diteci di amare, piuttosto. Di amare e basta. Di diventare i soggetti dell’amore, non gli oggetti. Non confinateci nell’insicurezza dell’attesa, del giudizio, del bisogno di conferme e approvazione. Amiamo, questo dobbiamo fare. Amare follemente, con incoscienza, con audacia, con saggezza, con prudenza, amare per un’ora, per un giorno o per tutta la vita, amare con il corpo con gli occhi con la testa o con il cuore, come ci pare. Amare ed essere i soggetti della nostra vita.

Non abbiamo bisogno di amare noi stesse, abbiamo bisogno di smetterla di aspettare il permesso, anche il nostro. Soprattutto il nostro.

 

Cara Rosapercaso

letters-1390463_1280-1424768136.jpg

Cara Rosapercaso,

qui va tutto a tappe da raggiungere.

Laurearsi, trovare un lavoro, andarsene di casa… O si viene considerati dei falliti.

Trovare un uomo, sposarsi, avere dei figli… O si viene considerate donne fallite.

La vita come una sacca da riempire. Strana questa società italiana. Fatta di dimostrazioni, di un accumulare continuo, fatta di competizioni e fatta di fare.

Pian pianino le donne stanno iniziando a camminare sicure, contando su se stesse e mettendosi in prima linea, credendo in quei loro meravigliosi cromosomi X che le rendono innanzitutto persone per loro stesse e per il loro operato.

Una tua vicina seguace.

Dopo toccherà alle donne

Non finirà con i migranti e le vaccinazioni e il taser, lo sappiamo, vero?

Dopo toccherà alle donne.

Si dirà che è per la nostra sicurezza, che in una terra infestata di migranti le donne non possono essere libere e sicure al tempo stesso. Non scendono forse dalle navi proprio per venire a violentarci tutte quante? Le donne dovranno restare in casa, evitare le strade buie, non uscire da sole, farsi accompagnare.

Ci avviseranno che prelevare con il bancomat è pericoloso e che è meglio farlo con un uomo accanto. Forse penseranno perfino a dei bancomat rosa, che le donne possono usare da sole e da cui è possibile prelevare solo una cifra irrisoria.

Ci convinceranno che abbiamo bisogno di un uomo, che si prenda cura di noi, che ci protegga. Era soltanto ieri, non dimentichiamolo, che le donne spagnole avevano bisogno del permesso del marito per aprire un conto in banca e firmare un contratto di lavoro.

Poi ci vedranno sperdute e un po’ annoiate, e ci daranno gli strumenti per sentirci utili e a posto con la coscienza. Ci spiegheranno che cosa fa di noi una donna forte ed encomiabile e degna di ammirazione, riempiranno così i nostri vuoti di senso, sostituiranno la nostra solitudine perduta con un senso di appartenenza e di utilità sociale. Elogeranno il nostro essere madri e mogli, il nostro ruolo imprescindibile nella famiglia, ci inchioderanno alla necessità di un esempio e al bisogno di approvazione.

In cambio dell’autonomia ci daranno sicurezza, in cambio della libertà una medaglia, in cambio dei nostri sogni complimenti di seconda mano e un ruolo che non ci appartiene e ci va abbastanza stretto da farci dimenticare il resto.

E tutte le altre saranno pazze, streghe, folli pericolose che si meritano tutto ciò che di male potrà loro accadere. Perché dove non c’è posto per i diritti delle persone non ce n’è nemmeno per la libertà delle donne.

Dopo toccherà alle donne e ci sarà solo un modo per essere libere: disobbedire.

Dedicato alle donne che lottano da sole

5970944ff2baca96188a87eb174d4e4e

In Lezioni di disegno ci sono due donne. Ce ne sono molte, in realtà, ma qui ce ne interessano due in particolare. Le incontriamo entrambe negli anni Settanta, a Barcellona, in piena Transizione, quando Franco è morto da poco e la controcultura, le droghe, il sesso libero, lo sberleffo come forma d’arte e di vita danzano sulle sue ceneri (che calde erano e calde resteranno in realtà fino a oggi, ma questo è un altro discorso).

Una di queste due donne è l’emblema di quegli anni: giovane, disinibita, insofferente a qualunque regola, battagliera e femminista. L’altra è l’emblema di ciò che in teoria sarebbe dovuto restare nel passato: perbene, attenta alle apparenze, ligia alle regole, sottomessa al marito in nome non tanto dell’amore quanto della compostezza e della sicurezza che comporta avere un posto chiaro e saperci restare.

Per una delle due la libertà è uno stile di vita, per l’altra una tentazione improvvisa e una sfida. Quale delle due è la più femminista, secondo voi? Lo sono entrambe?

cover leggera

È con questa domanda in testa che ho scritto il romanzo. Che cosa succede a una donna che ha fatto della pacatezza il proprio stile di vita davanti all’occasione di una libertà impossibile? Fino a dove sarà disposta a spingersi per reclamare i propri diritti e la propria felicità? La sua battaglia non è forse quella di molte donne anche oggi, non è forse una battaglia femminista, di quel genere di battaglie che le donne spesso combattono contro se stesse, prima che contro gli altri, i mariti e la società, quando vengono messe di fronte a scelte impossibili, come quelle che comportano i figli?

Vi lascio con questa domanda, senza svelare troppo della storia raccontata nel romanzo. Non c’è bisogno di averlo letto, in realtà, per rifletterci e provare a rispondere.

Che cosa ci rende più femministe? Scendere in piazza ed essere libere, forti e battagliere, l’emblema di quello che per molte è già un risultato impossibile? O combattere mille battaglie silenziose fra le pareti domestiche, qualche volta anche solo per mettere a tacere i nostri sensi di colpa? E spesso senza riuscire a vincerle. Del resto, non è la vittoria a rendere tale una lotta. E sono pronta a scommettere che quelle combattute da sole in famiglia, in casa e all’interno della coppia siano molto più dure e dolorose di quelle combattute insieme, per strada e fra la gente. Allora non lasciamoci sole, mai, tendiamo una mano a ogni tipo di lotta femminile. Questo romanzo è la mia mano tesa, a tutte le donne che hanno un prezzo altissimo da pagare per essere felici e non sono sicure di essere disposte a pagarlo.

Cara Rosapercaso

Cara Rosapercaso, non ce la posso fare. Perché io sono obbligata a stare nel gruppo whatsapp di classe e all’unico uomo presente hanno praticamente chiesto scusa e promesso di coinvolgerlo il meno possibile? Perché si dà per scontato che noi donne il tempo da perdere lo troviamo sempre, a differenza degli uomini?

Carla (Milano)

Cara Carla, credo che sia una via di mezzo fra la Sindrome dello Strofinaccio e quella della Geisha. Ci sono donne, anche insospettabili, che davanti a un uomo si sentono in dovere di scusarsi e farsi piccole piccole. L’ho visto succedere un sacco di volte, purtroppo, anche con donne forti. I gruppi di Whatsapp non sono mai un buon posto per lanciare messaggi, purtroppo, ma sarebbe stato bello se tutte le donne del gruppo si fossero unite in un coro di ironiche scuse da nullafacenti. Ce la faremo, prima o poi ce la faremo, vedrai.

Posta per caso

Cara Rosapercaso, sono stanca, sono stanca morta e lo so che la colpa è mia, le mie amiche mi dicono che devo delegare di più, imparare a perdere il controllo, ma non ci riesco. Mio marito è bravissimo e mi aiuta molto, dà una mano in casa e con i bambini, ma il peso ricade comunque su di me e non so più come uscirne. Ho sempre il muso, sembro sempre arrabbiata e mi spiace. Ma sono troppo stanca per essere anche allegra. Che cosa dovrei fare secondo te?

Francesca

Cara Francesca, immagino che tuo marito non abiti con te, visto che dici che ti dà una mano. Perché se viveste insieme non ti darebbe una mano, farebbe semplicemente la sua parte.

Le tue amiche hanno ragione, ma ti capisco, ci sono passata. Poi a un certo punto mi sono accorta che davo più importanza al come che al cosa. In realtà non mi stancava fare le cose, mi stancava farle bene. Ho capito che moralizzavo tutto, in un certo senso, ne facevo sempre una questione di principio. Ora cerco di pensare più al cosa che al come e un po’ aiuta. Ma la strada è lunga e difficile. E comincia smettendo di dire, e di pensare, che tuo marito ti aiuta! 🙂

Rosapercaso