La forza delle donne, che assolve le colpe altrui

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Una condanna spacciata per consiglio femminista. “Devi essere forte.” Viva le donne di carattere, perché alle altre restano pizzi e merletti. Per la mia generazione, educata a metà fra il senso del dovere verso gli altri e il senso del dovere verso se stesse, essere forti era un imperativo indiscutibile. Oltre, c’era l’abisso della superficialità e della frivolezza, della dipendenza e della sopraffazione.

“Per fortuna siete donne forti” mi dissero al funerale di mio padre. Voleva essere un complimento, suonò come una minaccia. Tre donne sole che osano mostrare segni di debolezza? Tanto valeva mettersi una patata in bocca, cospargersi di ketchup e fare l’occhiolino a un leone affamato. Ma poi, forte in che senso? Devi mostrare i denti, devi tenere duro, devi sembrare minacciosa o rassicurante? Affidabile o tenace? Instancabile o potente? Indistruttibile o in grado di reinventarsi ogni volta? O tutto quanto assieme? E soprattutto, se per caso ci riuscissi, fino a quanto potrai contare prima di sentirti dire che hai un carattere schifoso e devi abbassare la cresta?

Il punto, ovviamente, è che non si diventa forti, lo si è già, lo siamo tutte, almeno fino a quando non iniziamo a dubitare di non esserlo abbastanza. Ogni donna è forte a modo suo, ma non c’è debolezza peggiore del sentirsi obbligata alla forza. Non c’è corazza più fragile di quella indurita a suon di nervi e paure. In realtà, non dobbiamo essere forti. Obbligare le donne a essere forti è un modo subdolo di assolvere i colpevoli e spostare colpe e responsabilità. Convincerci che dobbiamo difenderci serve a nascondere dietro la nostra presunta debolezza gli abusi del potere maschile.

Non siamo tenute a essere forti, non siamo tenute ad avere carattere, proprio come non siamo tenute a sfinirci di stanchezza, a sopportare e a incassare. Se a questo mondo non c’è posto per le donne tacciate di debolezza, allora dobbiamo cambiare il mondo, non le donne. Perché non c’è niente che ti faccia sentire più forte della certezza di non essere sbagliata.

E allora gli uomini?

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Puoi decidere di occuparti solo di uncinetto, di cucina vegana bio a chilometro zero, dei fossili di oreopiteco o di come scaccolarsi con l’alluce e nessuno avrà niente da ridire (tranne forse l’alluce). Ma se decidi di occuparti solo di donne, allora apriti cielo.

Occuparsi esclusivamente di libri scritti da donne, di quadri dipinti da donne o di apriscatole inventati da donne, dichiarandolo nelle intenzioni, sarebbe sessista. Il che peraltro travisa completamente il senso del sessismo, perché occuparsi esclusivamente di libri scritti da uomini o di musica composta da uomini, dichiarandolo nelle intenzioni, non è sessista per niente. Lo diventa nel momento in cui spacci quello di cui parli per rappresentazione dell’intero panorama culturale e dell’intera società.

Ma il punto, non facciamoci fregare, non è la definizione di sessismo. Il punto è che ad alcuni uomini ancora non va giù che ci siano donne che si interessano, si occupano e si battono per qualcosa che riguarda loro e loro soltanto. “Ma come, e noi?” insorgono. “Perché non vi preoccupate della nostra arte”, sembrano voler dire, “o almeno di quella di tutti quanti, PRIMA che della vostra?”

Ecco allora il bisogno di sminuire il lavoro di quelle donne, di trattarlo con condiscendenza sommergendolo di vezzeggiativi e di un alone di superficialità e carineria. Se non ti occupi di un uomo, allora sei superficiale, va da sé, quasi per definizione. Quanto assomiglia al rancore del bambino trascurato l’ostilità nei confronti delle donne che scelgono di dedicarsi solo a se stesse? Quanto è facile tacciarle di egoismo e vanità perché non hanno scelto almeno una qualche nobile causa da cui dipenda la sopravvivenza dell’umanità, dell’umanità tutta, si intende.

Se le donne che hanno successo infastidiscono, quelle che lo fanno in un terreno esclusivamente femminile, dedicando le proprie energie esclusivamente alle donne, infastidiscono il doppio. Perché ci occupiamo del nostro bene, invece di sacrificarci per quello di tutti gli altri. Perché ogni tanto veniamo prima noi.

Quello che le donne sentono

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“Se non volevi essere molestato, potevi evitare di metterti quella maglietta aderente, no?”

“Copriti un po’ i pantaloni, per favore, ti stanno guardando tutte.”

“Vai tranquillo, con quel culetto lì puoi dire quello che vuoi alla riunione.”

“Quello lo dà via con niente.”

“E i tuoi amici? Sono carini come te? Perché non chiami anche loro?”

“Questa posizione richiede la disponibilità a viaggiare, trasferte all’estero, riunioni con i clienti anche di sera e nel fine settimana. Lei è padre di due figli, quindi non avrà una disponibilità così ampia, giusto?”

“Perché non impari qualcosa dal tuo amico Paolo. Lui sì che sa come far godere una donna.”

“Cioè, siamo usciti a cena, ti ho ascoltato tutta la sera, ho riso delle tue battute, ti ho pure accompagnato a casa e adesso mi vieni a dire che non posso scoparti?”

“Lo sanno tutti come hai fatto carriera, sempre a mettere in mostra gli addominali…”

“Se continui a ingrassare così, poi per forza che tua moglie ti lascia.”

“Con quel pigiamone sei proprio in tenuta antistupro!”

“Sotto i venti centimetri non è vero amore.”

“Questo ora si sposa, quasi quasi lo licenziamo subito, capace che si mette a figliare.”

“Avanti, era solo una palpatina, era un complimento, no? Che permaloso…”

“Dai, facci divertire un po’. Non fare il guastafeste, abbassa i pantaloni e facci sognare.”

“Se insisti ad avere quel caratteraccio, non troverai nessuna che ti sposa.”

“Dovresti metterli sempre quei jeans belli attillati davanti, come piace a noi donne.”

“Con quegli argomenti che hai fra le gambe, come faccio a non assumerti?”

“Sei carino, ma dovresti sorridere più spesso, sai?”

“Potresti aprire un po’ di più la camicia e mostrare i pettorali, con tutto il ben di Dio che hai, no?”

“Dai, ammettilo che ti è piaciuto.”

“Quando ti decidi a fare un figlio?”

 

Allora, uomini, siate sinceri, che effetto fa?

(Grazie come sempre al gruppo Facebook di Rosapercaso, da cui sono tratti quasi tutti gli esempi.)

 

 

Una slitta carica carica di…

 

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Caro Babbo Natale,

quest’anno vorrei che la mamma e il papà non mi dicessero più che devo essere carina con tutti e che il bambino di seconda mi tira i capelli perché in realtà gli piaccio e di dare un bacino a quel signore che mi fa sempre il solletico in un modo che mi dà fastidio;

vorrei che la mamma non mi dicesse tutto il tempo di tirare giù la gonna e di stare attenta a non mostrare le mutandine e di chiudere le gambe, mentre a mio fratello non dice mai niente;

vorrei che i miei genitori la smettessero di ripetermi che ho un caratteraccio e che non troverò mai un fidanzato, ogni volta che dico come la penso;

vorrei poter spiegare al prof di ginnastica che ho le mestruazioni e alla prof di mate che devo andare a cambiare l’assorbente, senza dover inventare ogni volta un sacco di scuse, neanche mi fossi fatta la pipì addosso;

vorrei che i ragazzi e gli uomini non pensassero che le mie tette sono un biglietto omaggio per il cinema e che possono fissarle quanto gli pare, che a volte mi verrebbe da chiedere se vogliono anche i popcorn;

vorrei che i prof mi prendessero sul serio all’università quando parlo, senza sorrisetti condiscendenti, vorrei non dover usare un tono due volte più serio e più deciso dei maschi per dimostrare che valgo qualcosa;

vorrei che la gente intorno a me non desse per scontato che io sia disponibile, accogliente e gradevole, e che le mie proteste e la mia rabbia non venissero sempre spacciate per capricci lamentosi;

vorrei poter raccontare alle mie amiche che mio marito mi fa sentire inutile e di quella volta che ha alzato le mani oltre alla voce, senza sentirmi rispondere che devo sopportare, che in coppia si fanno dei sacrifici e che qualcosa avrò fatto per meritarmelo e dovrei essere un po’ più premurosa e tollerante con lui;

vorrei che tutti capissero che se hai paura è sempre violenza;

vorrei che la smettessero di chiedermi quando faccio un figlio;

vorrei smettere di pensare che se sto male è perché sono sbagliata io e non il mondo in cui non posso dirlo, che sto male.

Ma se tu non puoi, allora carica la slitta di tutta la sorellanza che trovi, di ogni momento in cui le donne si sono tese la mano, hanno ascoltato, consolato e sostenuto altre donne, di tutte le chiacchiere che ci hanno salvato, di tutte le nostre risate e le nostre voci e le nostre storie, quelle che nessuno vuole ascoltare. Riempi il sacco di quella cosa meravigliosa e magica che sono le donne che sognano e combattono e si divertono insieme, che si riconoscono nel dolore delle altre perché sanno che quel dolore è donna e pesa su ciascuna di noi, anche su chi non vuole sentire, anche su chi finge che non sia così, anche su chi ci prova e sbaglia ogni volta. Perché se ti succede in quanto donna, allora è successo a tutte quante, e solo quando smetteremo di sentirci sole e sbagliate il mondo intorno a noi sarà diverso e ci assomiglierà di più. Lascia cadere un po’ di quella sorellanza in ogni camino, mettine un po’ sotto ogni albero, e al resto penseremo noi. Grazie.

 

Uomini, non sostenete le battaglie delle donne

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“Non è una guerra contro gli uomini.” Lo ripetiamo fino allo sfinimento. Quella del femminismo è una battaglia contro un modo di intendere le donne, contro una cultura che ci ha educati tutti quanti, uomini e donne. Quando ce la prendiamo con le battute e gli atteggiamenti sessisti, il nostro obiettivo non sono gli uomini, ma la cultura da cui scaturiscono, in cui scorre un filo rosso che unisce quelle battute allo stupro e alla violenza di genere.

Allora perché certi uomini dicono di voler sostenere le “nostre” battaglie? Perché non dire che anche loro combattono contro quella stessa cultura, a modo loro, con i loro strumenti e le loro risorse? Non si tratta di “aiutarci” qual cavalier servente e neanche di “metterci la faccia” che sa un po’ di volontariato a costo zero. Non è che non li vogliamo accanto, certo che abbiamo bisogno di loro, ma abbiamo bisogno che facciano la loro parte, non la nostra. La nostra la sappiamo fare benissimo da sole.

Il lavoro non manca. C’è da riscrivere da capo l’abbecedario del corteggiamento, delle relazioni amorose e del sesso. C’è tutto un campionario di mascolinità tossica da smentire e reinventare. Ci sono centinaia di battute, modi di dire e di pensare che ci avvertono, come la spia rossa sul cruscotto, che c’è qualcosa che non va nelle relazioni fra i sessi.

Non vogliamo essere elogiate, non vogliamo essere difese, non vogliamo sentirci dire che meritiamo rispetto perché siamo le sorelle, le madri o le figlie di qualcuno. Non vogliamo sentirci dire che la donna è una creatura meravigliosa perché è in grado di dare alla luce, come se dare la vita esaurisse l’universo femminile. Non vogliamo sentirci dire che la donna sacra, perché il sacro è patrimonio collettivo ed è proprio la percezione della donna come bene collettivo quello che combattiamo. Dire che amate tanto le donne non sposta le nostre lotte di un centimetro e se lo fa è per riportarle indietro. Essere sorelle, figlie, madri, creature sacre e meravigliose non ci rende più libere, tutto il contrario. Rende più libero qualcun altro di fare ciò che crede con noi.

Se davanti a una battaglia femminista pensate di dover aiutare le donne, allora non avete capito il senso di quelle battaglie. Non serve impiastricciarsi di rosso la faccia per dire che le donne non devono essere picchiate. Non abbiamo bisogno che sosteniate le nostre battaglie, abbiamo bisogno che combattiate le vostre.

Dolcemente complicate

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Un giorno il padre di un’amica mi raccontò che l’animale a cui più aveva voluto bene era stato un pappagallino cenerino. Era morto una notte d’estate, se lo ricorda perché era la settimana più calda degli ultimi dieci anni, secondo la televisione, e lui non riusciva a dormire. E al piano di sotto il pappagallo non stava zitto un secondo.

Al mattino, quando si alzò, lo trovò morto. Si avvicinò alla gabbia e si accorse che era rimasto senz’acqua. “Come facevo a capirlo?” mi chiese, sconsolato. Mi trattenni dal fargli notare che probabilmente era quello che l’animale aveva cercato di dirgli per tutta la notte, mentre lui sprimacciava il cuscino e gli gridava di non rompere e lasciarlo dormire.

L’episodio mi torna in mente ogni volta che sento un uomo sostenere che le donne non le capisce nessuno e che diciamo una cosa ma ne intendiamo un’altra e che è impossibile decifrare che cosa vogliamo. Nove volte su dieci, quello stesso uomo poi si lamenterà perché la fidanzata non sta zitta un attimo e non fa che dargli il tormento e parlare e parlare, perché le donne devono sempre essere così rompiscatole e non ci lasciano in pace, ogni tanto?

Siamo come quei pappagallini senz’acqua. Parliamo e nessuno ci sta a sentire, perché la voce delle donne è fastidiosa, è carica di pretese e di capricci e di presunzione. La voce degli uomini sa, insegna, consiglia, informa. La voce delle donne è lamentosa, arrogante, incontentabile, umorale. E così, che strano, nessuno ci capisce e a nessuno sorge il dubbio che forse, se ci ascoltassero, scoprirebbero che non c’è niente di così misterioso e impenetrabile in noi.

Chissà, forse ascoltandoci qualcuno scoprirebbe che abbiamo dei sogni e che i nostri sogni hanno bisogno di tempo e che spesso è del sacrificio di quei sogni che si nutre l’equilibrio domestico e familiare. Che averli calpestati ha reso tutto più facile agli altri, ma ha reso tristi e insoddisfatte noi. Che i nostri progetti sono incompatibili con la cura altrui, che la nostra forza non serve solo a sopportare, anche a creare. Che se non ci proviamo, quasi sempre, è perché ci hanno convinte che non ne saremo capaci. E che se stiamo zitte, molto spesso, è perché sono riusciti a farci sentire sole e sbagliate, fra tante altre donne che si credono sole e sbagliate in silenzio.

Se ci ascoltassero, scoprirebbero che la violenza sessuale ha mille facce diverse, che avviene anche nel silenzio e non solo fra urla e schiaffi. A volte perfino fra una dichiarazione d’amore e l’altra. Se ci ascoltassero, si renderebbero conto di quanto suona vuota la parola violenza del loro vocabolario in confronto all’umiliazione, all’impotenza, ai sensi di colpa, al mutismo doloroso in cui sprofondano le donne che subiscono, che perdono il diritto sul proprio corpo. Se ci ascoltassero scoprirebbero mille sfumature di dolore, quel dolore che non lascia lividi e non lascia tracce, in una cultura che non ha interesse ad ammetterlo e a riconoscerlo.

Se ci ascoltassero, forse, sarebbe più facile capire che quando una donna viene penetrata senza averlo deciso e senza averlo desiderato, quella è violenza. Che se una ragazzina ubriaca viene penetrata a turno da più uomini, quella che ha subito è un’aggressione che nessuna società civile dovrebbe tollerare. Anche se non ha detto di no. Perché se ci ascoltaste, quel no l’avreste sentito eccome, l’avreste sentito nascere dentro di voi, prima che sulle labbra di quella ragazza. Se ci ascoltaste, invece di sbuffare e girarvi dall’altra parte nel letto, forse avremmo qualche possibilità in più di salvarci.

Chi ha detto menopausa?

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Foto Daniel Lobo (CC)

Sorrisi imbarazzati, espressioni sorprese o infastidite, silenzi improvvisi.

Le prime volte mi sono data dell’inopportuna, mi sono detta che certe cose non si buttano lì in una conversazione come se niente fosse, dovrei essere più discreta, non puoi mica chiacchierare del più e del meno e all’improvviso dire che stai attraversando una fase della vita che riguarda la stragrande maggioranza delle donne e che è scandalosa più o meno come le foglie che cadono d’autunno.

Eppure non ci riesco, è più forte di me. Continuo a dirlo. Me-no-pau-sa. Come se fosse una parola magica. Me-no-pau-sa. Soprattutto davanti agli uomini. Me-no-pau-sa. E più  reagiscono scioccati e infastiditi, più mi rendo conto della necessità di parlarne. Perché dovrei viverla in segreto? Dovrei vergognarmene? Dovrei esserne imbarazzata? Perché? Prima o poi arriva e non ci rende meno donne, non ci rende meno attraenti. Non ci rende meno intelligenti, meno creative, meno divertenti, meno interessanti. Ci rende solo meno fertili.

Se nessuno si fa scrupoli a parlare del seno e del sedere delle donne, perché il nostro utero e le nostre ovaie dovrebbero restare un segreto? Perché a furia di raccontare le donne all’interno dei confini tracciati dal desiderio e delle esigenze maschili, ci siamo lasciate convincere che fossero davvero solo “cose da donne”. E quindi inopportune, minoritarie, di interesse relativo e vagamente fastidiose. Tutto questo femminile che non esiste, che nessuno vuole vedere, che nessuno vuole ascoltare. Il sesso nell’immaginario collettivo è al maschile, l’eccitazione e il desiderio sono declinati al maschile, e le donne che non ci stanno vengono etichettate come eccezioni volgari che rasentano la patologia.

In questo racconto del sesso, gli spermatozoi scompaiono magicamente dopo aver abbandonato l’organo che tutto può e tutto decide ed essere entrati nel corpo femminile. Ragion per cui quel che succede da quel momento in poi sono solo affari della donna. In questo racconto del sesso, gli ormoni non esistono, sono un impiccio, un contrattempo, perfino un rivale imbarazzante (quante volte più della virilità maschile poté il periodo fertile del ciclo, costringendo il desiderio femminile a seguire il ritmo della sopravvivenza della specie). Ma tutto questo succede sul lato oscuro del sesso, quello femminile, il dietro le quinte che non interessa a nessuno nel gran teatro della virilità.

E se non esiste un utero, se non esistono le mestruazioni, se abbiamo creduto finora che tutto girasse intorno all’obelisco del piacere, se le donne hanno finto orgasmi per anni per non incrinare questo racconto del desiderio, che bisogno c’è di venire a rovinare tutto proprio sul finale? Con quella parola così sgradevole. Menopausa. Che ne ricorda un’altra ancora peggiore. Mestruazioni.

Dall’inizio però non posso ricominciare, quindi partirò dalla fine. E continuerò a ripeterlo, proprio come se fosse la cosa naturale che è, con la speranza che arrivi presto il giorno in cui parlare di quello che riguarda le donne e le donne soltanto smetta di essere rivoluzionario.