Ma che cosa ne sai delle donne che lavorano, Carpisa?

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Egregio dottor Prisco,

la mia mamma lavora sempre tanto. Tranne quando mi porta a dormire. È il mio momento preferito, quando mi porta a dormire, perché è l’unico in cui sta con me. Gli altri non contano: quando viene a prendermi a casa della signora Marina è sempre di fretta perché ha messo male la macchina e dopo sta guidando e dice che si distrae e poi deve cucinare il pranzo del giorno dopo e fare la lavatrice e prepararmi i vestiti.

Quando mi mette a dormire invece non deve fare nient’altro e mi piace un sacco perché allora mi ascolta davvero, anche se si capisce che è stanca e vorrebbe dormire. Adesso non dormo più nel lettone con lei perché dice che sono diventato grande. In realtà ero già grande quando il papà se n’è andato di casa e siamo venuti a vivere dalla nonna, ma a me piace dormire nel nuovo letto perché una volta quella era la stanza della mamma, quand’era piccola. Sul comodino c’è ancora un adesivo tutto strappato con uno skateboard rosso, di quando la mamma voleva diventare campionessa di skateboard. Poi però ha sposato papà. Peccato, sarei stato l’unico della mia classe ad avere una mamma campionessa di skateboard. Quando gliel’ho detto però lei mi ha risposto che se non avesse conosciuto il papà io non sarei mai nato. Quindi non ce l’avrei avuta comunque, una madre campionessa di skateboard.

Mi piace dormire nel nuovo letto. E poi la nonna non russa tanto forte come dice la mamma, solo un po’, e mi fa sentire al sicuro, perché secondo me se arriva un ladro la sente e scappa. Ma più di tutto mi piace quando la mamma mi mette a dormire.

Spegne la luce per darmi la buonanotte e facciamo questo gioco che io le stringo la mano forte forte e me la metto sotto la guancia in modo che non possa andare via, e lei ride e rimane ancora un po’. Allora io non la smetto di parlare, perché se smetto di parlare mi addormento e lei se ne va.

L’altro giorno mi ero dimenticato di darle i biscotti, che erano venuti buonissimi. Marina non ci poteva credere che non avessi mai preparato i biscotti prima. Li avevamo fatti subito dopo la scuola e si erano raffreddati giusto in tempo per mangiarli dopo cena. E io da Marina ceno prestissimo, perché la mamma non vuole che esca con il mangiare sullo stomaco, quando viene a prendermi. Quando ho detto alla mamma di guardare nello zaino e che avevo fatto i biscotti con Marina, lei è diventata triste e mi ha detto che sabato avremmo fatto i biscotti insieme io e lei. Al cioccolato. Poi però si è dimenticata e non li abbiamo più fatti.

Una sera la mamma era arrabbiata con l’avvocato del papà e aveva gridato anche con la nonna e non voleva fare il gioco della mano sotto la guancia. E allora non so perché mi è venuto da piangere e non riuscivo a fermarmi più. Lei si è sdraiata con me sul letto e mi ha chiesto se era successo qualcosa a scuola, se avevo litigato con un amico o se Marina mi aveva trattato male. Io le ho risposto che piangevo perché non volevo che lavorasse più, perché volevo che stesse con me. Che la signora Marina era simpatica ma i suoi figli la chiamavano mamma e io invece la chiamavo signora Marina e un pomeriggio mentre mi curava un taglio sul ginocchio l’avevo chiamata mamma anch’io e lei mi avevo detto che non dovevo farlo più. Le ho detto che all’uscita da scuola la maestra diceva ai miei compagni “è arrivata la mamma” o “è arrivato il papà” e quando toccava a me diceva solo “è arrivata” e poi si fermava e io non capivo perché non poteva dire almeno “è arrivata Marina”. Le ho detto che quando abbiamo cantato le canzoni di Natale tutti i bambini cercavano di farsi vedere dalla mamma e salutavano e io invece mi sono guardato le scarpe per tutto il tempo e non ho salutato nessuno, per questo nelle foto che mi ha fatto la mamma di Dennis per mandargliele non mi si vedeva mai la faccia.

La mamma quella sera mi ha stretto forte e non ha detto niente, però quando è andata via ho allungato la mano e il cuscino era tutto bagnato.

Il giorno dopo l’ho sentita che parlava con la nonna in bagno, mentre io guardavo i cartoni animati e ho abbassato un po’ il volume, ma non ho capito lo stesso. Ho sentito solo che la mamma era arrabbiata perché il signore del negozio non voleva lasciarla andare via prima e la nonna le diceva che lei con la gamba che le faceva male non ce la faceva a starmi dietro e che se mia madre non voleva più lavorare, allora doveva trovarsi un marito o almeno un ecs marito che le mandasse i soldi.

Quella sera quando mi ha portato a dormire ho detto alla mamma che da grande avrei fatto il suo ecs marito e le avrei mandato un sacco di soldi, così non doveva più andare al negozio. Lei si è messa a ridere e mi ha abbracciato e ha detto okay. Era un sacco di tempo che non la vedevo ridere e la mia mamma quando ride diventa bellissima e dovrebbe ridere sempre. Le ho detto anche questo e lei ha detto di nuovo okay e ha sorriso. Ma poi il sorriso le è scappato via. E mentre mi metteva la mano sotto la guancia, ha detto che il giorno dopo avremmo fatto i biscotti al cioccolato.

Questa volta si è ricordata e anche la nonna, che brontola sempre, ha detto che erano venuti buonissimi. Difatti li mangiava lenta lenta, perché diceva che voleva far durare il sapore.

Poi io le ho detto che forse se mangiava troppi biscotti non avrebbe più russato e non avrebbe fatto scappare i ladri e la nonna ha detto che lei non russa mai e la mamma è scoppiata a ridere. Ed era così bella che mi è venuta un’idea e ho fatto come la nonna. Ho provato a respirare lento lento, perché volevo che quel momento durasse e diventasse più lungo di tutti i momenti senza la mamma. E ha funzionato, perché lei non la finiva più di ridere!

(Estratto dal mio racconto La mia mamma lavora, pubblicato da Emma Books nell’antologia Buon lavoro.)

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«Non sono femminista»

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Foto di KylaBorg (CC)

«Non sono femminista.»

Lo leggo e lo sento dire sempre più spesso e ogni volta mi fa un effetto strano, come se mi avessero appena detto: «Non sono contro il razzismo/contro lo sterminio dei cuccioli di foca/contro lo sfruttamento minorile/contro il ketchup nel ragù». Non dico che non sia legittimo, ma non è neanche una cosa che si possa comunicare a cuor leggero, come se stessimo dichiarando quanto zucchero vogliamo nel caffè.

Affermare di non essere femminista è una scelta estrema e radicale, è una presa di posizione netta contro i diritti delle persone, è una sorta di dichiarazione di guerra ai concetti di base della democrazia e della giustizia.

Affermare di non essere femminista significa che non ci importa avere diritti uguali per tutti, che non ci interessa se le donne ricevono uno stipendio più basso rispetto agli uomini, che non ci interessa se le donne vittime di violenza vengono processate da una giustizia maschile e condannate prima e più duramente dei loro aggressori. Non essere femminista significa che che non ci importa che donne e uomini abbiano pari opportunità e che non ci interessa che una bambina possa sognare di svolgere una professione “maschile” senza dover superare il doppio degli ostacoli e ricevere la metà dei riconoscimenti. Non essere femminista significa che riteniamo giusto che gli assorbenti costino come beni di lusso e che le donne siano considerate prima oggetti che soggetti, oggetti di sguardi, di battute, di spiegazioni, di commenti, di volgarità e di limiti e divieti. Non essere femminista significa che siamo convinte che esista un noi e un loro e che quello che succede alle altre donne non ci riguardi tutte, in qualche modo, prima o poi.

Che cosa significa allora essere femminista? Essere femminista significa non giudicare, non giudicare le donne che restano a casa e non giudicare quelle che danno la precedenza al lavoro. Non giudicare chi si mette al servizio dei figli e chi sceglie di non averne. Essere femminista significa non confondere la femminilità con il sesso o con la maternità. Essere femminista significa sollevare domande, aprire porte, abbattere tabù e luoghi comuni, essere femminista significa imparare a sognare in un modo diverso, scoprire che non c’era bisogno di vergognarci, significa liberarci dei sensi di colpa e della solitudine, liberarci dal peso di aspettative che non ci corrispondono e ci fanno sentire sbagliate.

Essere femminista non significa andare in giro con la faccia incazzosa pronta a unire le quattro dita nel simbolo della vagina alla prima occasione, non significa odiare gli uomini, non significa neanche essere grintose e combattive, non significa vestire i maschi di rosa e le femmine di azzurro, non significa sognare una figlia scienziata e non significa mettere al rogo i romanzi rosa e girare la testa davanti alle emozioni. Essere femminista non significa dover dimostrare a tutti i costi di essere forte e non significa non potere e non dovere chiedere aiuto.

Essere femminista non significa avere tutte le risposte, non significa necessariamente scendere in manifestazione, non significa lottare se non ci sentiamo all’altezza di farlo, non significa neanche essere obbligate a ribellarci, se quella ribellione ci fa male, in qualche modo. Essere femminista significa rimettere in discussione la realtà in cui viviamo e i nostri diritti e doveri. Ciascuna di noi è femminista come può e come le riesce, ciascuna arriva fino a dove glielo permette la sua personalità e la sua situazione.

Essere femminista significa una cosa diversa per ciascuna di noi, proprio come è diverso il modo di sognare di ciascuna di noi. Perché essere femminista significa arrivare il più possibile vicina a se stessa, imparare a coltivare i nostri sogni, quei sogni di cui ci hanno insegnato a non fidarci e di cui hanno sorriso e continuano a sorridere. Essere femminista significa tornare a crederci, e sentirsi in diritto di provarci. Ogni volta che qualcuno dice di non essere femminista non sta rivendicando il diritto a essere se stessa, sta rinunciando a quel diritto e sta calpestando un sogno.

Ribellissima. Non vogliamo più figlie bellissime, le vogliamo ribelli

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Ribellissima. Lo si potrebbe intitolare così, il remake del capolavoro di Visconti del 1951, aggiornato ai tempi nostri. Non le vogliamo più bellissime, le nostre figlie, come recitava il titolo del film. Le vogliamo ribelli.

Niente provini, niente fotografi, niente registi, le nostre figlie non devono subire maestre di recitazione e di ballo. No. Provvediamo a colpi di libri e slogan e consigli e fiabe della buonanotte per bambine ribelli. Leggiamo loro storie di donne forti e speciali, che ce l’hanno fatta, loro sì, non come noi, che dopo aver chiuso il libro andremo a lavare i piatti e a preparare il pranzo che il marito si porta in ufficio. Non come noi che il libro siamo andate a comprarlo appena uscite dal lavoro, ma in libreria siamo rimaste giusto il tempo di prenderlo e pagarlo, il romanzo che vogliamo leggere lo compreremo un altro giorno, quando non avremo da fare la spesa e correre a casa.

Non come noi, che andiamo in manifestazione femminista dopo aver lasciato la cena in caldo al marito, dopo aver messo a dormire il bambino, dopo aver tenuto buone tutte le persone –  ma quante sono – che dipendono da noi e dalle nostre cure e dalla nostra Sindrome dello Strofinaccio.

Non come noi, che ci siamo realizzate, sì, come ci diceva la nostra madre, ma senza trascurare casa e marito, come diceva la nostra nonna. Non come noi, che per arrivare ai nostri sogni dobbiamo avanzare con il machete fra i sensi di colpa e il dubbio di essere donne solo a metà, mai abbastanza stanche e mai per i motivi giusti.

Non come noi, che siamo ribelli sui social e nei gruppo di whatsapp e ci crediamo davvero e povero il copy che ha inventato quello slogan sessista perché lo faremo a pezzi, fra una lavatrice e l’altra.

Non come noi, che regaliamo favole ribelli alle nostre figlie come tante Maddalene Cecconi, con lo stesso amore e la stessa caparbia disperazione della madre interpretata da Anna Magnani, che in fondo voleva solo una figlia felice, una figlia che avesse quello che a lei non era riuscito ottenere.

Ribellissima. Ribellati tu, tesoro mio, perché voi ce la farete, lo so, ne sono sicura, e sarò lì a guardarvi e a fare il tifo per voi, e ce la farete anche grazie a noi, ma non grazie ai nostri libri e di certo non grazie alle magliette con la scritta I’m a feminist. Ce la farete perché ci avete visto stringere i denti per anni e vi abbiamo insegnato a lottare. Ce la farete perché stendendo i panni con una mano e agitando con l’altra il machete vi abbiamo insegnato che tutto è possibile, se lo si desidera davvero, che sulla strada per la felicità ci sono più compromessi che ribellioni, che la vera ribellione è non mollare mai, soprattutto quando ti senti meno ribelle che mai, perché è allora che inizia la vera lotta, quella con se stesse, per continuare a crederci.

Ce la farete perché ogni volta che ci siamo sentite egoiste vi abbiamo insegnato a dare la precedenza a voi stesse. Ogni volta che c’era il frigo vuoto e la casa era più sporca perché noi eravamo sotto consegna, ogni volta che eravamo più stanche e distratte, ogni volta che siamo uscite con le amiche o che siamo andate al cinema da sole e ci avete chiesto perché non potevate venire e non sapevamo che cosa rispondere, ogni volta che ci sembrava di fare meno la madre, in realtà lo stavamo facendo di più. Ogni volta che abbiamo voltato lo sguardo un attimo, ogni volta che siamo partite e non abbiamo sentito la vostra mancanza, ogni volta che vi abbiamo chiesto di stare zitte e lasciarci lavorare, ogni volta che ci siamo sentite cattive mamme, vi stavamo insegnando la cosa più importante di tutte. Che essere donna non significa essere moglie o essere madre, significa solo fare il doppio della fatica e crederci dieci volte tanto o nessuna.

Allora porta pazienza, amore, lascia che ti legga le favole della buonanotte che parlano di donne coraggiose e realizzate e uniche. È il mio modo per dirti che sei unica anche tu, che voglio solo il meglio per te, che credo in te più di quanto immagini e forse più di quanto ci credi tu. E che sono così sciocca da pensare che il meglio per te sia quello che io non sono riuscita a diventare, quando il meglio per te è quello che sono adesso. Stanca, un po’ incazzosa e decisa a non mollare. Più resistente che ribelle, forse, ma ciascuna ha la ribellione che può. E ti prometto, angelo mio, che la mia ribellione non sarai tu.

Non c’è posto per lo stupro nella giustizia degli uomini

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La verità è che lo stupro non trova posto nella giustizia maschile, e forse non lo troverà mai. La sentenza della Manada di Pamplona è solo l’ultimo esempio e l’ultima dimostrazione. Nove anni per abuso sessuale e nessuna condanna per violenza sessuale per i cinque uomini – fra cui un guardia civil e un militare – che durante la festa di San Fermin hanno portato una diciottenne in un androne, le hanno tolto il cellulare, il reggiseno, le hanno abbassato i pantaloni e l’hanno tenuta per i capelli mentre a turno la penetravano analmente e vaginalmente, oltre a farsi praticare sesso orale, filmandola per tutto il tempo.

Eppure uno dei giudici, lo stesso che avrebbe voluto assolvere i cinque uomini, nelle immagini video portate come prova non vede traccia di disgusto, schifo, ripugnanza, disagio o paura, da parte della ragazza. Era sesso, sostiene. Si sente perfino qualche gemito, insomma, la ragazza ha gli occhi chiusi, non parla, è completamente passiva. Dov’è la violenza?

Dov’è la violenza? È questo il problema. È proprio qui, in una giustizia maschile che identifica la violenza con i pugni, gli schiaffi, le ossa rotte, le urla. Quella è violenza, la violenza degli uomini, di certi uomini, l’unica che sanno riconoscere. La violenza del silenzio, della passività, dello shock, della sopraffazione, la violenza della paura e delle emozioni non ha un nome, non ha un posto nella giustizia maschile.

Se hai diciotto anni e ti circondano in cinque e hai paura e sei sotto shock e l’unica cosa che riesci a fare è chiudere gli occhi e non fare niente di niente, non dire niente di niente, mentre ti violano in tutti i modi possibili, mentre si incalzano a fare a turno, mentre ti muovono come una marionetta e tu non hai detto di sì ma non hai detto neanche di no, perché non hai detto niente di niente, hai solo tenuto gli occhi chiusi per tutto il tempo, sperando che finisse in fretta, e con un po’ di fortuna forse una parte di te non era lì, era altrove, dove nessuno poteva arrivare, dove non potevano violarti del tutto, dove non potevano prenderti per i capelli e mettertelo in bocca e nel culo, in cinque, a turno, se per tutto il tempo non ti sei opposta, se non hai gridato, se non hai reagito, allora non hai subito violenza. Lo dice la legge. Lo dice questa sentenza.

Se non ti hanno presa a schiaffi, non è violenza. Se non sei ferita, non è violenza. Se non hai detto di no, non è violenza. Per gli uomini, per i giudici, non è violenza. Ma chi si è eccitato a tue spese, durante e dopo, magari perfino guardando quel video, nel fondo lo sa che è stata proprio quella violenza a eccitarlo. E non c’è sentenza che possa assolverlo.

La verità è che non c’è spazio per lo stupro nella giustizia maschile, non in una società in cui lo stupro è segno di virilità, in cui fa capolino in battute di dubbio gusto senza che nessuno si scandalizzi, le stesse battute dei cinque del Branco, che prima della festa annunciavano agli amici di voler violentare tutto quello che vedevano, e giù risate. Non c’è giustizia possibile in una società in cui lo stupro continua comunque a dare meno fastidio di una donna che denuncia, e che ha il coraggio di farlo senza neanche un osso rotto e senza aver gridato No davanti al telefonino che la filmava o aver fatto almeno una smorfia di dolore, quelle che il giudice ha cercato sul suo viso senza trovarle.

Se vuoi essere creduta, qualcosa devi darci in cambio, vogliamo un pezzo di te. Della tua dignità, del tuo dolore, della tua paura. Dacci qualcosa che possiamo soppesare, con cui misurare quanto hai sofferto, quanto hai pagato. Dacci un po’ del tuo sangue, una smorfia di dolore, un braccio rotto, un urlo lacerante. Dacci un po’ di quella carne e di quel corpo che vuoi tenerti tutto per te. Perché la giustizia per le donne non è mica gratis, ha un prezzo, e si paga con una moneta maschile.

 

 

Sui social e in libreria siamo tutte ribelli

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Sui social siamo tutte ribelli, condividiamo i post più battaglieri, esortiamo le altre donne a fare la voce grossa e ci facciamo grasse risate al primo segno di debolezza altrui.

In libreria siamo tutte ribelli, ci riempiamo le braccia di libri sul femminismo, riempiamo i nostri scaffali di storie di donne che ce l’hanno fatta e la testa e i sogni delle nostre figlie di parole come forte, indipendente, guerriera.

Eppure io di donne ribelli fuori dai social e dalle librerie ne vedo poche, confesso. Vedo donne stanche, esauste, che schizzano via dall’ufficio per portare i figli in piscina perché il marito non può, deve andare a correre con gli amici. Vedo donne oberate di carichi e di pensieri, che si svegliano mezz’ora prima per stirare la camicia al compagno, che si affannano per essere o sembrare l’angelo del focolare. Vedo donne che si vantano di non sedersi fino a fine giornata, che si vantano di farsi in quattro e in otto e in cento mille pezzi per i figli e un’idea di famiglia che poco assomiglia alla felicità.

Vedo donne che si indignano al primo slogan in odor di maschilismo, ma che criticano le donne che hanno accanto al primo segno di debolezza. Vedo donne che confondono la forza con il valore, l’efficienza con la felicità, la cura degli altri con la propria. Sento di donne che continuano a morire per mano dei compagni, che continuano a non essere indipendenti economicamente perché mettono il proprio lavoro in secondo piano, che continuano a occuparsi di tutto prima che di se stesse.

Che cosa ce ne facciamo, allora, di tante storie di donne ribelli? Dove vanno a finire, una volta uscite dai social e dalle librerie? Forse le donne non hanno bisogno di tanti slogan, ma di essere più sincere con se stesse, di pretendere meno o di più dalle proprie forze, di ignorare le richieste altrui, di imparare a perdonarsi. Forse non hanno bisogno di esempi illustri, ma di accettare la propria debolezza, la propria leggerezza e la propria stanchezza. E forse hanno bisogno (anche) di ribellioni diverse da quelle di cui parlano i social. Di ribellioni silenziose e discrete, di piccoli gesti, di no prima sussurrati e poi detti ad alta voce, di non perdere mai di vista il proprio spazio e i propri sogni, di avere sempre “una stanza tutta per sé”.

Vedo donne che avrebbero bisogno di essere meno ribelli, forse, e più più felici.

Si scrive “dieta”, si legge “Ehi, ci sono prima io”

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«Un po’ meno bistecche, Marasco.»

La memoria funziona in modo strano e abbastanza impietoso. E infatti, dei tanti ricordi dei miei anni di liceo, uno di quelli più nitidi è proprio questo.

«Mangia meno bistecche, Marasco» seguito da un coro di risate maschili e da un dito puntato verso il mio sedere. Pesavo dieci chili di più di adesso, niente di drammatico, ma ce n’era abbastanza per offrire il fianco (e il culo) a qualche beffa.

Non è stata ovviamente l’unica cattiveria che ho sentito in vita mia. Credo che nessuno cresca senza la sua bella dose nello zaino. Eppure, curiosamente, è una di quelle che ricordo meglio e il motivo non fu che mi ferì – anche se lo fece – ma che la mia mente occupata in modo ossessivo dalle diete riuscì soltanto a pensare che le bistecche, in realtà, non facevano mica ingrassare. Se il mio compagno mi avesse detto «Un po’ meno gelati, Marasco»  probabilmente ci sarei rimasta molto peggio, il suo commento mi sarebbe sembrato più credibile, ma forse l’avrei anche dimenticato più facilmente.

La dieta. Chi non l’ha avuta sempre come una compagna di vita, in un modo o nell’altro, da adolescente come da adulta. Per non parlare della menopausa, quando, dicono, i chili ti si saldano addosso definitivamente e non te ne liberi più neanche con lo sciopero della fame.

La dieta è una compagna di vita delle donne sovrappeso e delle donne magre, delle donne sicure di sé e di quelle insicure, di chi mette il proprio aspetto al di sopra di tutto e di chi se ne frega. La dieta è sempre lì. E non può essere diversamente, forse, quando hai un corpo che scandisce i mesi come un calendario, ricordandoti della sua esistenza a ogni ciclo, preciclo e ovulazione. Non può essere diversamente con un corpo fatto di curve che sembrano essere state disegnate apposta per sfuggire a ogni controllo e cambiare e trasformarsi a ogni pié sospinto.

A una ragazza ossessionata dai chili di troppo non serve a niente dire che è bellissima così. Non serve a niente dirle che si tratta di modelli passeggeri e discutibili, che la bellezza risiede altrove, che non è importante entrare in una determinata taglia o in un paio di jeans skinny, e che ciascuna di noi detta le proprie regole e i propri canoni, e ha il potere di riscriverli.

Perché in realtà la nostra non è una battaglia per essere accettate, non andiamo a caccia di complimenti maschili o di corteggiatori. La nostra è una battaglia contro il nostro corpo, contro quel sedere e quelle tette che si contendono il potere con il resto di noi, che ci rubano la scena, che sembrano arrivare prima, sempre prima di noi. La nostra è una battaglia per il controllo, per rimettere il nostro corpo nei ranghi e sapere di poterlo dominare, avere la certezza che contiamo di più noi, che l’abbiamo spuntata, che siamo più importanti. Il nostro corpo a volte sembra un fratellino minore che ci contende le attenzioni e l’affetto delle persone che contano, che con quattro smorfie e un paio di sculettate manda tutti in brodo di giuggiole, mentre noi mettiamo il muso e ci accaniamo a scrivere/disegnare/comporre un capolavoro, per far vedere a tutti quanto valiamo. Per poi scoprire che non serve a niente, perché anche dopo aver scritto il capolavoro ci sarà sempre il nostro fratellino ammiccante e acchiappabaci, così rassicurante in tutta la sua morbida sfacciataggine, e continueranno a parlare di lui più che di noi. E si conquisterà qualche occhiata rubata nei momenti meno opportuni, una carezza un po’ troppo lunga, un complimento volgare, mentre noi siamo lì a declamare il nostro capolavoro sperando che si dimentichino di lui e guardino noi, noi soltanto.

La dieta non è una questione di taglia o di bellezza. La dieta è una questione di controllo. È questo che inseguiamo pesando il cibo e le rinunce in modo ossessivo, ed è questo che ci paralizza e ci fa sentire sconfitte quando falliamo: sapere di aver perso il controllo, che ha vinto lui, il fratellino, quel corpo che ogni tanto sembra volerci fagocitare tutte, mente e cuore, per risucchiare dentro di sé tutti i nostri sogni e le nostre aspirazioni e seppellirle sotto chili di ciccia e di cellulite e di insulti e di commenti volgari. E la colpa è nostra, perché non siamo abbastanza forti da riuscire a tirarli fuori, quei sogni, a estrarli da tutte quelle curve e quella carne e tornare a crederci.

Allora forse stiamo sbagliando tutto. Forse cerchiamo le risposte nel posto sbagliato. Il nostro corpo non è un nemico, è un avvertimento che non ascoltiamo abbastanza. È lì a ricordarci che ogni tanto dobbiamo essere capaci di gettare la spugna, che non possiamo avere il controllo su tutto, che alla fine, volenti o nolenti, l’avrà vinta lui. Se non puoi combatterli, alleati con loro. Allora forse dovremmo provare a prestare più attenzione al nostro corpo. Questo dovremmo spiegare alle nostre figlie adolescenti. Smetti di lottarci e ascoltalo, e sarà lui a dirti come devi fare, come conviverci, come gestire questo eterno tiro alla fune. Non significa che devi piacerti per forza così come sei, non significa che sei bella comunque e non significa che sei brutta comunque. Significa che siete in due, tu e il tuo corpo, e visto che sarà il compagno più fedele che avrai mai, tanto vale trovare il modo di andarci d’accordo. E forse, ma solo forse, così smetterà finalmente di rubarti la scena e ti lascerà il posto e l’attenzione che meriti.

Corso di autodifesa al femminile, ma femminile davvero

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Foto di MsSaraKelly (CC)

Al femminile. Perché i corsi di autodifesa sono la dimostrazione che viviamo in una società al maschile, in cui si declina, si adatta, si ingentilisce, ma si parte spesso da modelli e presupposti maschili. I corsi di autodifesa “al femminile”, infatti, di femminile a pensarci hanno ben poco. Sono in realtà corsi maschili, pensati con metodi maschili per combattere la violenza subita dagli uomini, non dalle donne. Non che non siano utili. Ti insegnano a difenderti a borsettate o con un colpo di nocche allo sterno o sul cranio, dove anche l’aggressore più nerboruto si piega dal dolore, o con il classico calcio fra le gambe. Sono corsi pensati per difendersi da un avversario sconosciuto, che aggredisce per strada o comunque in un luogo pubblico, fuori di casa.

Le statistiche però dicono chiaramente che non è quella la violenza da cui devono difendersi le donne. Sono gli uomini che hanno maggiori probabilità di essere aggrediti da sconosciuti e per strada. Le donne subiscono violenza soprattutto per mano di persone conosciute e fra le pareti domestiche. Non solo, certo, ma più spesso. E non sarà una borsettata o un mazzo di chiavi stretto fra le dita a salvarci da un marito violento o da un ex fidanzato. Magari bastasse. No, quello che serve davvero alle donne è tutto ciò che avviene prima dei calci e delle borsettate. È la consapevolezza di avere il diritto di difendersi, il diritto e il dovere verso se stesse di farlo.

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Per un corso di autodifesa al femminile non c’è bisogno di tuta o di borsette o di chiavi. Serve uno specchio.

Posizioniamoci davanti allo specchio, guardiamoci negli occhi il tempo sufficiente e rilassarci e a smettere di sentirci a disagio sotto il nostro sguardo. E quando avremo dimenticato tutto il resto e riusciremo a guardarci e a riconoscerci, iniziamo l’esercizio.

«No.»

«No, non è il suo modo di volermi bene.»

«No, non è vero che non può fare altrimenti.»

«No, non è fatto così, si comporta così.»

«No, non sarà una volta sola.»

«No, non cambierà.»

«No, non ne ha il diritto.»

«No, non lo fa per te.»

«No, gli uomini non sono tutti così.»

«No, dopo uno schiaffo non si torna più indietro.»

«No, non è colpa mia.»

«No.»

«No.»

«No.»

«No.»

«No.»

Diciamolo davvero, impariamo a dire di no. Non è così facile, ovviamente, e non si risolve così la violenza di genere, ma è l’unico esercizio di autodifesa che abbia un senso, secondo me, e che può essere davvero utile. Imparare a dire di no. Non sarà mirare ai punti vitali dell’avversario o imparare a schivare un colpo a difenderci. E meno che mai camminare con le spalle dritte e controllare l’ambiente in cui ci muoviamo. A difenderci dalla violenza di un compagno può essere solo la convinzione di avere il diritto di farlo. Il diritto e il dovere. A salvarci sarà la certezza che non è colpa nostra. Non è mai colpa nostra. Non ce l’hanno insegnato abbastanza. Alle donne insegnano a dire di sì, a dire certo, a restare in silenzio, a non alzare la voce e la testa, a non creare problemi, a non farsi riconoscere, a lasciar fare. Alle donne non insegnano mai abbastanza a dire di no, perché il no delle donne è pericoloso, il no delle donne è un muro, è un terremoto, il no delle donne cambia tutto, non lascia nulla com’era. Dirlo più spesso farà bene alle donne e sentirlo più spesso farà bene agli uomini.

Ma lo faremo per noi, non per loro.

Davanti allo specchio, inspirare, espirare. Dieci volte per ogni esercizio.

«No.»

«Non è il suo modo per volermi bene.»

«No.»

«No.»

«No.»

«Sì, è grave.»

«Sì, ti meriti di essere trattata diversamente.»

«Sì, esiste un’alternativa.»

«Sì, ce la farai anche senza di lui.»