E se la smettessimo di fare del male a noi stesse?

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Il labbro inferiore fra i denti. La mascella contratta. Tante righe bianche sottili sull’avambraccio, dove fa più male. La gastrite. I chili persi con ferocia. I chili accumulati con rabbia.

A furia di vederli ripetersi, quei gesti, quei tic, quelle cicatrici, quel modo tutto nostro di punirci usando il nostro stesso corpo, come un cane che si morde la zampa, a furia di vederli non si può non chiedersi se non abbiamo sempre sbagliato, cercandone la causa e l’origine dentro di noi, fra i nostri malesseri. E se invece la causa fosse altrove? Se non ci stessimo solo punendo, ma cercassimo di trattenere qualcosa dentro, di non lasciarlo sfuggire, perché nessuno se ne accorga?

Possibile che esista un nesso con l’aver ricevuto meno spazio di quello di cui avevamo bisogno? Possibile che quella che combattiamo contro di noi sia una battaglia persa contro tutto quello che avremmo da dare, da dire, da fare, da creare, da inventare, e che siamo obbligate a nascondere e a tenerci per noi, se non vogliamo essere rimesse al nostro posto con uno sguardo paternalistico e una mano sul culo?

Possibile che a furia di sentirci dire che dobbiamo stare composte, non alzare la voce e la testa, non contraddire, a furia di sentirci ripetere che fare la mamma è il mestiere più bello del mondo, che i nostri non sono sogni ma capricci, a furia di crescere in un mondo che ha già deciso per noi, ci siamo ritrovate con un sacco di energie e di idee e di creazioni che ci marciscono dentro e contro cui ci accaniamo, a volte, per cercare di tenerle a bada?

Ecco allora forse perché ci mordiamo le labbra, perché stringiamo i denti senza accorgercene, perché ogni tanto sentiamo il bisogno di farci del male, perché litighiamo costantemente con il nostro corpo, quel corpo che ci ruba la scena e che arriva sempre prima di noi e delle nostre idee e della nostra intelligenza. Era una fiammella e pensavi che con gli anni si sarebbe spenta e invece no, arrivi a quarant’anni o a cinquanta e scopri che è diventato un incendio, un incendio che ti divampa dentro e che non vede nessuno, che nessuno vuole vedere, neanche tu, perché sembra così ridicolo, patetico, inopportuno, è così lontano dall’immagine di te stessa che vorresti proiettare all’esterno, che non ti resta che cercare di soffocarlo.

La nostra energia creativa non è confinata nell’utero. L’hanno chiamata follia, hanno cercato di convincerci che non esistesse o che potessimo cavarcela con due pasti caldi al giorno e una casa impeccabile, ma non è così. Non è così, se ci ritroviamo a stringere i denti per tenerla a bada. Se fa tanto male da ferirci per non sentirla. Se abbiamo confuso la felicità con l’obbedienza e con l’assecondare le richieste altrui. Se abbiamo barattato la realizzazione di noi stesse con il controllo sulla nostra vita e qualche volta anche su quella degli altri.

Se smettessimo di tenerci a bada forse non ci piaceremmo subito, è anche questo il punto. Forse la donna che vedremmo emergere ci spaventerebbe, così distante dai modelli e dai traguardi fra cui siamo cresciute. Nessuno ci avrà dato il permesso, nessuno ci dirà brava, nessuno ci dirà grazie, in una società che ci vuole confinate fra i sensi di colpa e la cura e il piacere altrui. Ma quella donna ci assomiglierebbe di più.

Se fa male, insomma, non significa che siamo sbagliate. Forse è sbagliato il posto in cui ci hanno piazzate, tutto qui. E invece di farci più piccole noi, potremmo provare a prenderci più spazio e stare a vedere che succede.

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La ragazza del pantalone bianco

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Foto di Eric Parker (CC)

Altro che famiglia del Mulino Bianco.

Pantaloni bianchi, ragazze che fanno la ruota, sorrisi e perizomi, gambe larghe e promesse di flessibilità, sottilezza e libertà. Se le famiglie che la mattina alle sette si scambiano abbracci e sorrisi vi sembrano fantascienza, roba che a pensarci quando urli a tuo figlio che non ci vuole mezz’ora per infilarsi un calzino poi ti vien voglia di ribattezzare i biscotti che gli cacci in bocca mentre lo spingi oltre il portone con qualcosa di più appropriato tipo Tenerezze un cazzo, ecco, se quelle scenette domestiche vi sembrano poco realistiche, vogliamo parlare delle pubblicità degli assorbenti?

Qualche tempo fa ci strabiliarono con la notizia che uno spot degli assorbenti raccontava in modo realistico quello che succede a una donna durante il ciclo. Accipicchia, ho pensato. Finalmente avremmo visto una donna che si alzava dal divano bianco durante una festa e scopriva di averlo macchiato? O forse una donna con gli impacchi caldi sulla schiena, distesa a letto tutto il giorno? O una donna che chiamava al lavoro dicendo che non poteva andare perché non stava bene e si sentiva ridere in faccia quando spiegava perché? La sensazione che si prova ad avere un cilindro infilato fra le gambe? O magari avrebbero parlato di una malattia dolorissima e invisibile come l’endometriosi?

Possibile che finalmente un fabbricante di assorbenti avesse deciso di raccontare che cosa significa davvero per una donna perdere sangue costantemente per quattro o cinque giorni al mese, oltre agli sbalzi d’umore e ai dolori al seno? Possibile che qualcuno si fosse finalmente accorto che esisteva un dramma più grave per l’umanità dei fastidiosissimi taglietti sulle guance post rasatura?

Invece no. Il grande tabù infranto dalla pubblicità realistica degli assorbenti era… che il sangue non è blu! Attenzione attenzione, una rivelazione incredibile, un tocco di realismo commovente, roba da documentarismo estremo, pubblicità d’assalto che non teme di urtare la sensibilità del consumatore e rinuncia al gel blu al posto del sangue!

Farebbe sorridere, se tutto questo non si portasse dietro anche un messaggio sbagliato e pericoloso. In quei giorni non siamo tenute a fare la ruota, nessuno ci obbliga a indossare pantaloni bianchi attillati e a fare sport estremo. In quei giorni non siamo tenute a dare il meglio di noi. Abbiamo tutto il diritto di stare male, di fare meno del solito, di essere di cattivo umore. Abbiamo tutto il diritto di lamentarci. Degli sbalzi d’umore ormonali delle donne si parla quasi solo per compatire il povero maschio di turno che ne subisce gli effetti, come se il problema fosse loro, come se gli sbalzi d’umore per una donna fossero l’equivalente un po’ pazzerello di un cambio d’abito. Come se fosse piacevole per una donna scoppiare a piangere all’improvviso o sentir montare dentro una rabbia che non dipende da lei, che non capisce e contro cui non può fare niente.

Se le mestruazioni fossero una questione maschile, non soltanto gli assorbenti non costerebbero una follia, neanche fossero un lusso e non una necessità, non solo se ne parlerebbe apertamente e senza vergogna, probabilmente si farebbe a gara a chi sanguina di più e più in fretta. E considerato che la metà degli uomini finisce ko con due linee di febbre, immagino che esisterebbe una voce apposta fra le malattie previste dalla previdenza sociale, forse addirittura una qualche sorta di indennizzo.

Per il prossimo spot “realistico”, consiglio al pubblicitario di turno di provare: si infili un assorbente come può nelle mutande e un tampone nel culo, chieda a un collega di dargli un paio di bastonate sulle reni e un’altra in testa, poi faccia pure tutte le ruote che vuole e venga a spiegarci che il sangue è rosso, non blu.

Nel frattempo, che nessuna donna si senta in colpa per la fatica e il dolore di quei giorni, che nessuna ragazza si vergogni se l’assorbente a prova di perdite non le ha impedito di sporcarsi i pantaloni, che nessuna dica che ha le mestruazioni a bassa voce neanche ammettesse di avere una caccola al naso o nasconda gli assorbenti sotto il resto della spesa come se fossero qualcosa di imbarazzante, che nessuna si lasci convincere che non è il caso di “fare tante storie” durante il ciclo e che bisogna stringere i denti e fare buon viso a cattivo gioco. Qualcuno capirà e qualcun altro ci tratterà come viziate rammollite, ma c’è una sola voce che dobbiamo ascoltare ed è quella del nostro corpo. I pantaloni bianchi lasciamoli ai pubblicitari, e i sensi di colpa anche.

L’orgasmo femminile non è un extra

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Per molti uomini (e forse anche per qualche donna) l’orgasmo femminile è l’equivalente di un mazzo di fiori al primo appuntamento: un gesto galante, non indispensabile, ma segno di grande cavalleria, oltre che di una mente aperta e progressista.

Ci sono uomini che ti chiedono “Sei venuta anche tu?” con lo stesso tono affettato e premuroso con cui ti chiederebbero se ti sei fatta male dopo una brutta caduta e l’espressione compiaciuta di chi ti tiene aperta la porta del ristorante invece di sbattertela in faccia.

L’orgasmo femminile è un anello con diamante, la panna sulla cioccolata, il fiocco sul pacchetto. Insomma, è un extra. Del resto, diciamolo, prima che Sally venisse a romperci le uova nel paniere con la scena al ristorante, a volte era molto più facile rifilare un falso orgasmo che dare indicazioni impossibili, roba che neanche con i puntini di Google Maps. Più a destra, così, un po’ più a sinistra. Procedi in direzione nord-ovest per cinque minuti.

In realtà, l’orgasmo femminile è un extra come il gin nel gin tonic, non ci dovrebbe neanche essere bisogno di precisarlo. E forse non verrebbe considerato tale se avesse diritto di cittadinanza anche al di fuori della relazione sessuale, invece di cadere vittima dei pregiudizi di cui soffre tutto ciò che riguarda esclusivamente le donne, ossia tutto ciò che non fa di noi strumenti di cura e di piacere (altrui). L’orgasmo femminile, a ben pensarci, è parente stretto della Sindrome dello Strofinaccio, perché rientra nell’elenco di cose che riguardano noi e noi soltanto, e che proprio in quanto tali hanno qualcosa di sconveniente, fastidioso e soprattutto superfluo. Se la Sindrome dello Strofinaccio è la tendenza delle donne a dedicarsi a se stesse senza sensi di colpa solo dopo aver soddisfatto i bisogni altrui, l’orgasmo rischia di rientrare alla perfezione nella categoria.

Ecco perché sono felice di sapere che uscirà un libro che parlerà di orgasmo femminile e che lo farà rivolgendosi alle donne, ascoltandole, coinvolgendole. Ecco perché risponderò al sondaggio indetto da Fabbri (online a partire da oggi, per un mese) e pensato per la stesura del libro, dal titolo più che eloquente di Vengo prima io. Perché sono convinta che l’unico modo per smettere di considerare l’orgasmo femminile un extra sia parlarne, parlarne, parlarne e ancora parlarne. Qualcuna avrà bisogno di pareri scientifici, qualcun’altra di una voce amica, qualcuna solo di conferme, altre di tutta l’enciclopedia. Non importa. Non dobbiamo dimostrare niente a nessuno, né partire alla ricerca del punto G con lo spirito d’avventura di Indiana Jones e la precisione e l’efficienza di un cartografo. L’ansia da prestazione possiamo lasciarla agli uomini. Fra donne non importa se a qualcuna basta schioccare le dita e qualcun’altra invece ci ha rimesso un tendine senza provare niente. Non importa se siamo arrivate a cinquant’anni senza avere capito un tubo, se consideriamo i vibratori volgari o se ci vergogniamo anche solo a dirlo a voce alta. Non è mai troppo presto e non è mai troppo tardi. Basta parlarne.

L’orgasmo femminile non è un tabù, ma non è neanche una provocazione. Non è trasgressivo, non è sfrontato, non è nemmeno obbligatorio. Di certo non è una dichiarazione di guerra. È semplicemente uno dei tanti modi in cui possiamo prenderci cura di noi stesse. Di noi stesse e basta.

 

Lezioni di femminismo tascabile

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#1 No, se esci con le amiche NON sei tenuta a preparare la cena prima. Casi di mariti e figli morti di denutrizione causa uscita madre non sono ancora stati registrati.

#2 Dei dieci motivi per cui ti senti in colpa a fine giornata, almeno otto non sono colpa tua.

#3 Non dite mai che vostro marito vi dà una mano in casa, a meno che non viva altrove e ogni tanto venga a lavare il pavimento da voi.

#4 Se qualcuno ti dice che sei bella, significa semplicemente che sei bella (ai suoi occhi). Non che vali qualcosa come persona, di certo non che vali di più e men che meno che hai superato qualche test segreto di accesso al mondo femminile.

#5 Difendere le tue posizioni (soprattutto davanti a un uomo) non fa di te un’isterica irragionevole inacidita e nel periodo sbagliato del ciclo. Solo una donna convinta di quello che pensa.

#6 Potete sacrificarvi per la vostra famiglia quanto volete, purché ricordiate che lo state facendo per voi stesse, non per loro, e che arriverà il giorno che vi rinfacceranno di non esservi fatte una vita.

#7 La beatificazione degli uomini che si occupano di casa e figli non è ancora prevista, quindi facciamo un favore al genere femminile e piantiamola di coprire di complimenti il primo che lo fa, neanche avesse appena trasformato una pappina in oro.

#8 Ogni volta che dite di non avere tempo per i vostri progetti, ricordatevi che per il pediatra, l’idraulico, il veterinario e in generale le necessità e le emergenze altrui il tempo lo trovate sempre. Non è il tempo che ci manca, ma la convinzione che i nostri progetti siano una necessità.

#9 Se ti dà uno schiaffo una volta, la volta dopo te ne darà due. L’unica cosa che cambierà in futuro è che invece di chiederti scusa lui, finirai per chiederglielo tu. Uno basta. E avanza. Dove è passata la violenza fisica non crescono le seconde opportunità.

#10. Siate folli. La chiamano follia, nelle donne, ma in realtà è il nostro potere creativo, l’unico che riguardi noi e noi soltanto. Siate folli, consapevoli che la vostra non è follia, solo arte, e forza.

Fai un favore a tuo figlio, regalagli un romanzo d’amore

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A partire dai 12 anni, quasi tutti i ragazzini hanno in mano un cellulare, alcuni anche molto prima. Questo significa, con buona pace dei genitori che fingono di non saperlo, che a partire dai 12 anni praticamente tutti hanno visto un contenuto pornografico. Chiunque abbia fatto una ricerca su Google sa quanto sia facile arrivarci, anche involontariamente. Da lì ai video porno la curiosità è tanta e il passo è breve. E non c’è Safe Search che tenga, purtroppo, se teniamo conto dei cellulari degli amici.

Il problema non è solo che quando penseremo che sia arrivato il momento della storiella delle api e dei fiori, nostro figlio ci chiederà se durante un sessantanove è meglio usare il preservativo oppure no, il problema non è che imparano tutto prima, il problema è che lo imparano nel modo sbagliato.

Non si tratta più di qualche rivista “sconcia” nascosta fra gli asciugamani del bagno, i nostri figli non sognano le conigliette di Playboy, perché dovrebbero accontentarsi di quelle, quando hanno un universo di dettagli anatomici e prodezze sessuali a portata di clic? Ed è così che sul terreno fertile e indifeso di un’immaginazione sessuale ancora tutta da formare, arrivano le immagini dei video porno. Un porno che a sua volta è cambiato e non si limita a essere esplicito e godereccio. I video a cui hanno accesso i nostri figli sono infarciti di violenza legittimata da una patina sottilissima di consenso; in quei video il corpo femminile viene abusato, conteso da cinque o sei uomini, sminuito, usato come strumento di castigo, in quei video l’umiliazione e la degradazione sono moneta corrente e vengono spacciate per trasgressione, divertimento ed eccitazione. Le situazioni che si sono trovati davanti i 28 miliardi di visitatori annui nel mondo (e questo solo per la piattaforma Pornhub, che rende noti i suoi dati ogni anno) in molti casi non erano dissimili da quelle che ci indignano quando le leggiamo sui giornali. Non c’era stupro, certo, ed è una differenza non da poco, ma questo non ha impedito a quei video di cementare la cultura dello stupro e renderla sempre più radicata e inattaccabile. Le cifre lo dicono meglio di qualunque post: nel 2017 le ricerche su Pornhub sono state 800 al secondo, come gli hamburger venduti da tutti i McDonald’s del mondo in un secondo, fa notare la stessa piattaforma.

“In una società senza educazione sessuale, il porno è il tuo libro di istruzioni.” Era il messaggio di un video del Salone erotico di Barcellona, che non ha molto da insegnare in termini di educazione di genere, ma che su un punto è andato a segno. Se cresci pensando che il sesso sia quello che vedi nel porno, cresci anche pensando che una ragazza scollata sia una ragazza che aspetta di essere violata, cresci pensando che se una donna non grida aiuto non si tratta di stupro, e che il rispetto sia da riservarsi per l’amore e abbia poco a che vedere con il sesso.

Serve un’educazione sessuale che compensi i vuoti in cui prolifera il porno e ne limiti i danni. Serve un porno femminile più diffuso, probabilmente, che proponga una visione diversa del sesso. I dati forniti da Pornhub per il 2017 rivelano che le donne che hanno usato il sito in Italia sono state il 23 per cento, nel mondo il 26 per cento. Un quarto degli utenti, quindi.

E le altre? Dove vanno le donne quando hanno voglia di esplorare il piacere, anche sessuale? La risposta arriva dal successo delle Cinquanta sfumature, probabilmente. Vanno in libreria, o in edicola. Leggono erotici. E leggono rosa. Per anni, soprattutto prima di internet, il rosa è stato il luogo in cui le donne andavano alla ricerca dell’educazione sentimentale e sessuale che non trovavano altrove. Era il posto in cui confrontarsi, in cui misurare le proprie emozioni, trovare conferme, rispecchiarsi, capire la propria sessualità e sentirla meno estranea. Era il posto in cui affrontare problemi tipicamente femminili che altrove venivano banditi, in cui esplorare la propria intimità, in cui i desideri e le paure venivano declinati finalmente al femminile. Non senza zone oscure, a sua volta, nei confini talvolta troppo labili fra passione e autorità, fra innamoramento e sottomissione.

Quando si parla di genere e letteratura, l’accento cade sempre su argomenti sacrosanti come il diritto delle donne a leggere e scrivere quello che vogliono. Un tempo, al termine di una cena in una nobile dimora, le donne si spostavano nel salottino rosa a chiacchierare di frivolezze come gli abiti e l’amore, e gli uomini invece migravano nel salottino blu a discutere di argomenti seri come i sigari e la guerra. Le lotte femministe sono riuscite almeno in parte a portare le donne nel salottino blu, a dimostrare che anche noi siamo in grado di parlare di argomenti seri e che quegli argomenti ci interessano, tanto quanto agli uomini. E lo stesso è successo nel mondo della letteratura, convincendo sia pure faticosamente gli amanti del giallo, per esempio, che esistono scrittrici più che valide che si cimentano in quel genere.

Quello che il femminismo non è ancora riuscito a fare, invece, è stato portare gli uomini nel salottino rosa. E non ci può essere una vittoria all’orizzonte, non si arriverà mai alla radice delle diseguaglianze di genere, finché questo non succederà, anche in letteratura. Finché gli uomini non si convinceranno che non esistono i “problemi” e i “problemi femminili”, finché non la smetteremo di essere una sottocategoria dell’umanità, finché quello che ci riguarda, che non succede solo nel salottino rosa, ma anche lì, non riguarderà tutti, uomini compresi. E quale momento migliore di questo, per farlo? Quale momento migliore per cercare di portare gli uomini nel “salottino rosa” di questo, in cui i ragazzi rischiano di diventare tasselli inconsapevoli di una cultura dello stupro sempre più pervasiva e dominante? Quale momento migliore per cercare di riscrivere la sessualità anche in questo modo, convincendoli a sbirciare nel rosa, fra le pagine delle storie d’amore?

Dopo aver usato tante energie per convincere le donne che non hanno bisogno di un principe azzurro, (travisando almeno in parte il messaggio delle favole e delle storie d’amore, che in realtà insegnano a sognare e a combattere per quel che si vuole, a sconfiggere i propri sensi di colpa e le proprie paure), perché non proviamo a usarne altrettante per convincere gli uomini a fare loro un passo in più e a spostarsi nel salottino rosa, per conoscere il sesso e l’amore da un punto di vista diverso e smettere di considerare quel punto di vista esclusivamente femminile? Perché non approfittare degli strumenti offerti dal genere letterario più venduto, per combattere un immaginario sessuale pericolosamente infarcito di violenza e abusi, che si riflette sempre più spesso nelle dinamiche sentimentali e di coppia? Per disegnare un mondo in cui ciascuno sia finalmente libero di andare nel salottino che gli pare, sulla base degli argomenti che vi si discutono e non del sesso di chi lo frequenta.

Approfittiamo dei romanzi d’amore, allora, soprattutto adesso che sono più consapevoli e femministi, popolati da donne forti, intelligenti e decise, non da donzelle svenevoli e lamentose. Difendiamo i romanzi d’amore ben scritti, sdoganiamoli, facciamo un favore a tutti e regaliamoli, soprattutto ai maschi.

Due cuori e una capanna e due stipendi

piggy-2889041_1280“Io voglio restare a casa con i miei figli, vederli crescere, preparare le torte insieme a loro il pomeriggio, portarli ai giardini e cucinare la cena a mio marito. C’è qualcosa di sbagliato? Perché dovrei sentirmi meno donna o meno femminista per questo?”

Decidere di non lavorare e restare a casa non ci rende, ovviamente, meno donne. E neanche meno femministe. Ci sono più battaglie femministe da combattere fra le pareti domestiche, forse, di quante non ce ne aspettino fuori. Su un punto però non dobbiamo ingannarci. Ci rende meno indipendenti.

Sarà poco romantico ricordarlo, ma dopo aver teso la mano per farci infilare la fede, la tenderemo palmo all’aria per farci passare i soldi che ci servono. E questo, per quanto ci si ami, per quanto sia stata una decisione comune, per quanto suoni sgradevole e odioso, non rende il rapporto paritario e mette la donna nell’eterna condizione di chiedere. Nel momento in cui minacceremo di prendere e andarcene di casa – perché prima o poi scappa detto a tutti o quasi – dovremo chiedere a nostro marito i soldi dell’autobus.

Non facciamoci illusioni. I figli crescono, l’amore cambia e si trasforma, in meglio o in peggio, ma i soldi resteranno sempre lì, a far pendere l’ago della bilancia in una direzione sola. I soldi pesano. E nessuno, tranne voi, penserà che ve li siete guadagnati.

Perché non stendere un tariffario, allora? Un vero tariffario, come si addice a qualunque prestazione di lavoro. Se decidete di restare a casa e dovete dipendere dai soldi di vostro marito, stendetene uno il più dettagliato possibile. Senza sconti. Nero su bianco. “Cura dei bambini anche per la parte che spetterebbe al padre per tot ore.” “Tragitti in auto per accompagnarli a scuola o a calcio oltre la metà che mi spetta numero tot.” “Spesa.” “Pranzi e cene per tot persone un tot di volte alla settimana.” “Pulizia casa.” Stabilite insieme le tariffe. Al centesimo. E pretendete, sempre, ogni mese, di essere retribuite per aver compensato con la vostra presenza l’assenza del secondo adulto di casa. Se lo stipendio di vostro marito serve per pagare il mutuo della casa, pretendete che la casa sia a nome di entrambi. Pretendetelo, esattamente come pretendereste uno stipendio a fine mese. Se vi sembra antipatico, fatevi due passi fuori da un tribunale e chiedete alle donne che lo trovavano tanto antipatico e che sono rimaste orgogliosamente senza un tetto sopra la testa.

Suona tutto poco romantico, certo, ma non è che ricevere la paghetta a fine mese per “le nostre necessità” lo sia molto di più. E forse, fra i tanti miti romantici da rivedere c’è anche questo. Forse dovremmo iniziare a scrivere i nostri diritti partendo dalla fine della coppia, non dall’inizio. I soldi non sono tutto, ma dove c’è uno squilibrio economico c’è uno squilibrio di potere. Poche balle. E quello squilibrio di potere potrebbe fare la differenza fra la vostra felicità e la vostra infelicità, un giorno. Potrebbe impedirvi di uscire da una relazione pericolosa, tossica o semplicemente sbagliata. Potrebbe farvi sentire sempre l’anello debole della coppia. Potrebbe convincervi che il vostro valore dipende dalla sfera domestica e da quella di coppia, e che da sole, fuori nel mondo, non avreste alcuna possibilità. Che non ne siete capaci. Quante situazioni di abuso partono proprio da qui? Dalla convinzione della donna di non essere capace di farcela, fuori di casa e dalla coppia?

Ci sono molti modi diversi di vivere il proprio diritto a essere felici e non spetta a nessuno tranne noi decidere quale sia quello che ci assomiglia di più. Ma non facciamoci illusioni. I soldi fanno la differenza. Sempre. Qualunque sia l’equilibrio che troveremo, qualunque sia l’accordo a cui si giungerà, ricordiamoci che potrebbe arrivare il momento in cui quei soldi ci verranno rinfacciati. Potrebbe arrivare il momento in cui la persona di cui ci fidavamo di più ci chiederà dove cavolo crediamo di andare, se non abbiamo neanche un lavoro. E noi non sapremo che cosa rispondere. E tutte le cene che abbiamo cucinato e i pavimenti che abbiamo lavato e i dolci che abbiamo preparato non varranno più nulla e, quel che è peggio, non serviranno a comprarci la libertà.

Donne, difendete il vostro tempo

people-2582815_1280“Però difenditi i tuoi spazi. Se non lo fai tu non lo farà nessuno.”

È quello che avrei voluto dire a un’amica, ce l’ho avuto sulla punta della lingua per tutta la durata della conversazione, mentre lei mi raccontava che da qualche tempo si dedica soprattutto ai bambini e alla casa, e ha messo da parte il lavoro, per un po’. “Del resto è lui che porta i soldi a casa, adesso.”

“È un circolo vizioso” avrei voluto dirle. “Più tempo hai a disposizione, più coltivi il tuo lavoro, più frutti ti dà. Meno tempo dedichi alla tua attività, meno la coltivi, meno frutti ti darà.” Quante donne conosco che hanno iniziato sottraendo solo qualche ora al proprio lavoro, per poi essere inghiottite sempre di più dalle esigenze familiari. La routine domestica è un aspiratore impazzito, cattura il più vicino, senza distinzioni, e lo trascina nel proprio vortice di spese, pasti da cucinare, vestiti da comprare, figli da accompagnare, domande a cui rispondere, sciroppi da dosare, orari da rispettare… Ed è un aspiratore senza fondo e senza fine. Più dai e più ti chiederà, più bisogni soddisfi più ne salteranno fuori. Ed è bellissimo, è un privilegio, questo cerchio di affetto e di cure, di amore e di preoccupazioni, è un lusso potervisi dedicare e probabilmente sarà la cosa che rimpiangeremo di più quando terminerà, ma è anche sfiancante. Ti lascia senza fiato. E senza tempo.

E per quanto il nostro compagno ci ami, per quanto ci incoraggi a seguire la nostra strada, per quanto creda in noi, non sarà lui a tirarci fuori dall’aspiratore. Mors tua vita mea. Suona terribile, lo so, ma nelle coppie con figli piccoli e senza nonni a portata di mano da schiavizzare  funziona un po’ così. Ci si vuole bene lo stesso, ma se tu lavori io non lavoro, e non c’è scadenza che regga davanti a un figlio con la febbre o al costo di una baby sitter a fine giornata.

Ecco, questo avrei voluto dire alla mia amica. Tieni duro, difenditi il tuo tempo, anche quando sembra un lusso. Anche quando sembra un vezzo. Anche quando significa creare tensioni in famiglia. Le tensioni passano, quando ci si vuole bene. Ma passa anche il tempo, passa veloce, e ci lascia più vecchie e più stanche e meno fiduciose nelle nostre possibilità. “Ne vale la pena”, avrei dovuto dirle questo. Ne vale sempre la pena, se si tratta di te.

Ma a lei non l’ho detto, per lo stesso motivo probabilmente per cui lei adesso lavora meno. Per non creare tensioni, perché le cose continuassero a scorrere, nel modo più facile per tutti. E così adesso lo dico a voi. A tutte le donne che leggeranno questo post e che lo condivideranno. Lo grido a pieni polmoni da qui. Donne, difendiamo il nostro tempo, ne vale la pena, non ce lo dirà nessuno probabilmente, ma se ci crediamo noi per prime non avremo bisogno di aspettare il permesso. Prendiamoci il nostro tempo. Difendiamolo con le unghie e con i denti. Non siamo egoiste, non siamo cattive mogli, non siamo pessime madri. Siamo solo noi stesse. E abbiamo bisogno di tempo. E va bene così.