Il gesto rivoluzionario di parlare di noi. Le prime mestruazioni

 

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“Parla di noi” scrive una protagonista all’altra all’inizio di “Fazzoletti rossi”. Ed è quell’invito, in qualche modo, a cambiare tutto. Per questo in occasione dell’uscita del romanzo ho chiesto sulla pagina Facebook di Rosapercaso se qualcuna aveva voglia di ricordare le sue prime mestruazioni. Confesso, pensavo che sarebbero state in poche a raccogliere l’invito e il fiume di risposte che è arrivato, invece, mi ha sorpresa e al tempo stesso mi ha commossa. Quelle storie traboccano di emozioni, di vita, di verità su quel che significa essere donne, sono piene di energia, di gioia, amore, vergogna, paura e solidarietà. E sono piene di segreti.

Come hanno potuto convincerci che dovevamo stare zitte, con tutto quello che avevamo da dire? Il perché, invece, è fin troppo chiaro: le parole delle donne sono rivoluzionarie, basta scorrere quelle storie per capire che il solo fatto di averle scritte, e lette, ha già iniziato a cambiare le cose. Eccone allora alcuni brevi estratti, anche se non rendono giustizia del mosaico che ha preso forma sulla pagina.

Non smettiamo mai, vi prego, di parlare di noi.

Avevo nove anni e fu un trauma. Mentre le altre bambine potevano correre e giocare, io avevo il terrore di sporcare persino la sedia a scuola e rimanevo immobile per tutte e cinque le ore sperando di non fare brutta figura quando dovevo alzarmi per tornare a casa. (Tiziana)

Mio papà mi ha detto: “Ora sei grande, non potrai più uscire dal cortile da sola (!!!!)” Ricordo una sensazione di vergogna, disagio e imbarazzo. Avevo 11 anni. (Francesca)

Quel dolore alla pancia e quella robaccia marroncina mi spaventarono. (Laura)

Mia madre mi premiò con dei soldi che usai per un paio di zoccoletti rossi. (Giorgia)

Il mio ricordo è delle scuole medie e sono un paio di jeans con le tasche larghe, di dimensioni perfette per metterci già da casa l’assorbente per il cambio di metà mattina, così da evitare la vergogna di tirarlo fuori davanti ai maschi in classe! Oppure il tossire in bagno quando toglievo l’assorbente usato ed aprivo il nuovo, per evitare che si sentisse il rumore dello “strappo”! (Alessia)

Ricordo che il mio pensiero stizzito in quel momento fu: “Ma dai, che seccatura, proprio oggi che dovevo andare al mare!” (Noemi)

La sera i miei mi portarono a cena fuori per festeggiare, insieme ad una cara zia. (Loredana)

Signorina. In una parola si nascondono decenni e decenni di vergogna. (Irene)

Se dovessi riassumere tutto in una parola, ti direi vergogna. (Ilaria)

Ricordo che sentii mia madre telefonare a mia nonna e dire :”Oggi è sbocciato un fiore”. (Cinzia)

L’ho vissuta in modo naturale per fortuna. Anzi ero felice di aver concluso una prima parte di vita e di averne iniziata un’altra. (Alessandra)

Mi ricordo la prof di matematica che mi disse davanti alla classe di non fare sceneggiate, altrimenti chissà durante il parto. In verità avevo l’endometriosi, che mi fu diagnosticata solo dieci anni dopo. Ogni volta che mestruavo, e mi succede tutt’ora, mi veniva l’ansia per il male, gli antidolorifici, le emorragie. (Chiara)

Mio padre mi portò a casa le paste per festeggiare “perché sei diventata grande”. (Annamaria)

Tutto quel sangue mi sembrava una colpa e una punizione ingiusta, ogni mese, mal di schiena, mal di pancia, mal di testa davvero non capivo il perché. (Gabriella)

Scoppiai a piangere. Una volta a casa chiesi a mia mamma il perché di tutto ciò e lei mi spiego con tutto l’amore che una mamma può dare. (Sabrina)

Mi sono spaventata così tanto che pensavo sarei morta dissanguata. Poi, quando per consolarmi mi hanno detto che ero diventata “signorina” e che non ero più una bambina, sono scoppiata a piangere perché io volevo giocare ancora con le Barbie, non essere una signorina! (Lorenza)

Gli assorbenti sporchi da portare a casa nella tasca esterna dello zaino perché nella mia scuola media non c’era un cestino apposito, ed i bagni erano unisex. (Irene)

A me è andata di lusso, finalmente erano arrivati gli assorbenti usa e getta. (Antonella)

I dolori sono sempre stati fortissimi, ma a scuola non accettavano giustificazioni con scritto “indisposizione” e, quando spiegavi alle professoresse cosa avevi, rispondevano che non era una giustificazione valida. “Mica è una malattia!”. Ricordo il terrore di sporcare i pantaloni a scuola, allora mettevo due assorbenti perché era capitato ad una compagna di sporcare la sedia e tutti i maschi avevano cominciato a ridere, prendendola in giro. Ricordo ancora la bidella che disinfettava la seduta tra le risate generali. (Alessandra)

Capii subito come andavano le cose: di mestruazioni non si poteva parlare, mai.  (Laura)

 Il mio primo ricordo è un iniziale panico, seguito dalla domanda “non mi sarò mica fatta la cacca addosso?” (Beatrice)

Ricordo che non capivo cosa fosse successo, mia mamma era tutta contenta ma poi mi diceva: “Non parlare di mestruazioni, soprattutto ai maschi, di’ che hai le tue cose!”. (Susanna)

Ho passato il resto della giornata a pensare a quella cosa nelle mutande, con l’ansia che si spostasse. Ero tra le prime ad avere le mestruazioni tra le mie amiche e quindi è stato davvero traumatico! (Federica)

Orgoglio, mi sono sentita grande ma anche sana e “normale”. (Silvia)

Mia madre mi disse che era “una cosa” normale che capitava a tutte le donne e che avrei avuto “quelle perdite”, una volta al mese. Aggiunse: mi raccomando nascondi gli assorbenti che non li vedano tuo padre o tuo fratello. Vietato, in casa, l’uso del termine mestruazione. (Sonia)

Angoscia e tristezza. Non so perché. Forse non capivo bene cosa significasse ma ricordo che scoppiai a piangere quando mia madre mi disse che “ero diventata signorina”. (Nunzia)

I primi mesi sono stati un caos perché non sapevo esistessero gli assorbenti con ali e continuavo a macchiarmi e mia madre mi sgridava perché sporcavo tutto. (Gaia)

Una delle prime volte a 12 anni: mi sono macchiata molto i pantaloni e così ho coperto con la maglia fissata in vita. Salgo sull’autobus per tornare a casa da scuola e un ragazzo più grande ride di me con i suoi amici. Da quel giorno ho il terrore di macchiare i pantaloni e giro con doppio assorbente e un paio di jeans di ricambio. (Veronika)

Ancora adesso, se sono ospite da amici single, ripongo l’assorbente sporco in un apposito sacchettino che butterò una volta rientrata a casa. (Sara)

Avevo 13 anni e stavo tornando a casa da scuola in autobus, ero stravolta e pregavo di non avere macchiato il sedile!  (Liliana)

Ero molto piccola. Ricordo che il primo giorno avevo timore di fare la pipì, l’ho trattenuta quasi tutto il giorno. (Miriam)

 Ricordo il meraviglioso mazzo di rose rosa di mio padre, il passaggio all’età adulta accompagnata da un amorevole sguardo maschile, il più importante. (Paola)

Nella famiglia tutti che esultavano mentre io piangevo nella consapevolezza che stavo crescendo. (Valentina)

Piangevo disperata perché non le volevo, facevano male, mi impedivano di fare un sacco di cose (all’epoca facevo karatè e avevo il terrore che mi venissero all’improvviso chiazzando il kimono bianco). Mi sembrava una condanna. (Gaia)

Panico. (Libera)

Io. A casa di nonna. Col letto e le mutande piene. Spavento allucinante. (Jessica)

Era ora! (Rossella)

Io ho un ricordo tenero e buffo di mia mamma che dopo avermi spiegato dove teneva gli assorbenti in casa e come utilizzarli fa dietrofront e aggiunge: “Mi raccomando, la parte adesiva verso le mutande, eh”. (Valentina)

È stato un disagio terribile anche perché senza spiegarmi niente hanno iniziato a telefonare la notizia a parenti e amici. (Anna)

Il mio primo pensiero è stato “finalmente!!!” perché ero ansiosa di averle per sentirmi grande. (Serena)

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In quanto donna

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Non in quanto persona. Non in quanto parte di una famiglia, di una coppia, di una comunità, non in quanto genitore o inquilina o proprietaria di un animale domestico. In quanto donna.

La nostra vita è plasmata da decine, centinaia e migliaia di “scelte” che crediamo di fare ogni giorno e che in realtà sono il frutto di sensi di colpa e di una percezione distorta del nostro ruolo e dei nostri doveri. È anche questa una forma di violenza. Se usciamo dal racconto tutto maschile di una violenza fatta di colpi, di lividi e ossa rotte. Se torniamo ad appropriarci anche del significato delle parole. Le battaglie non sono solo quelle che si combattono armi in spalla, nello spazio pubblico, sono anche quelle che combattiamo dentro di noi, negli spazi privati. E per difenderci non basta il nostro corpo, serve quella difesa che prende forma dentro di noi, che traccia limiti e apre orizzonti nuovi e mette a tacere i sensi di colpa. Sembra tutto molto sciocco e superficiale e debole, vero? Già, come tutto quello che ci appartiene e ci riguarda. È quello che ci hanno fatto credere fino a ieri.

Alla violenza fisica, psicologica, economica e patrimoniale bisogna aggiungere quindi anche quella culturale e sociale. Perché se condiziona la nostra vita, se ci obbliga a cambiare e ci trasforma, allora è violenza. Eccone alcuni esempi, raccolti come sempre grazie alla pagina Facebook di Rosapercaso. A leggerli tutti d’un fiato ci si rende improvvisamente conto, come ha scritto Debora in un commento, che “la donna perfetta che ci hanno raccontato, quella a cui dovevamo somigliare, non è mai esistita”. L’abbiamo mantenuta in vita noi, senza accorgercene, a suon di sensi di colpa e di fatica e di inadeguatezza.

In quanto donna mi sento obbligata a:

– depilarmi

– avere figli

– cucinare

– tenere pulita e in ordine la casa

– pensare al bucato

– accudire

– essere sempre presente e disponibile

– lasciare tutto pronto prima di uscire

– fare sesso anche se non ne ho voglia

– rimandare i miei momenti, spazi o pensieri

– non scontentare nessuno

– stare calma

– essere forte

– essere prudente

– essere comprensiva

– essere sorridente

– essere paziente

– essere disponibile

– essere magra

– controllare il mio linguaggio

– non ribellarmi

– essere attraente

– stare all’erta quando cammino per strada

– fare la spesa pensando ai gusti degli altri e non ai miei

– ridimensionare le mie ambizioni lavorative

– farmi accompagnare

– essere all’altezza delle aspettative in quanto figlia

– mettere per ultime le mie esigenze

– giustificarmi per il mio aspetto

– chiedere il permesso prima di prendere un impegno

– sopportare gli uomini che mi dicono come dovrei pensarla in quanto donna.

Ora provate a immaginare che cosa succederebbe se qualcuno si sentisse obbligato a farlo per il colore della sua pelle, per la sua nazionalità, per via delle sue convinzioni religiose o politiche o del suo peso o del suo colore di capelli o del suo orientamento sessuale. Come lo definiremmo, a quel punto? E quanto la nostra società sarebbe disposta a sopportarlo?

 

 

 

Dieci cose da non fare se vuoi promuovere il tuo libro sui social

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1. Non promuovere, informa chi ti segue. Il tuo scopo come scrittore è crearti un pubblico, non vendere copie. Per quello ci sono i librai, che lo sanno fare meglio di te.

2. Abbi la serenità di accettare le recensioni negative che non puoi cambiare, il coraggio di cambiare i difetti che puoi migliorare e la saggezza per conoscere la differenza.

3. Se qualcuno chiede un consiglio su un libro da leggere non suggerire il tuo con entusiasmo e con tanto di link per l’acquisto. È un po’ come raccontare una barzelletta e scoppiare a ridere da solo.

4. Non taggare cento persone inconsapevoli all’uscita del tuo libro. Neanche cinquanta o venti. Neanche una.

5. Non mandare messaggi privati per fare promozione. Hai presente quando ti squilla il telefono e tu stai facendo il bagno a tuo figlio e corri fuori sgocciolando ovunque e arrivi alla cornetta un istante prima che mettano giù e rispondi ed è un call center che vuole venderti un’assicurazione? Ecco.

6. Usa i social per fare quello che ti riesce meglio. Se sai raccontare, racconta. Se sai fotografare fotografa. Se sai lamentarti, fallo davanti allo specchio del bagno.

7. Evita le polemiche. Suonano sempre più infantili e fastidiose ti quanto ti sembrava mentre le scrivevi.

8. Ricordati che la collaborazione porta più lontano dell’invidia. E rende tutto più divertente. Se vuoi essere letto, leggi. Se vuoi essere consigliato, consiglia. Se vuoi essere sostenuto, sostieni. I libri dalle classifiche prima o poi escono, le amicizie sincere dalla tua vita no.

9. Segui le persone perché ti interessano, non per interesse. Si nota, la differenza, si nota.

10. Tratta il lettore tuo come te stesso.

Come sopravvivere agli hater

Decidere di scrivere un post sulle mamme dei maschi e poi pubblicarlo in un gruppo Facebook dedicato alle mamme è un po’ come cospargersi di miele ed entrare nella gabbia degli orsi. Ci si aspetta di essere criticate, che ti facciano presente che non sono mica tutte così o che anche le mamme delle femmine non scherzano. Quello che non mi aspettavo era che gli attacchi diventassero tanto personali e violenti. “Ma chi è questa?” è una delle cose più carine che mi hanno scritto, roba che subito dopo ti aspetti di leggere un “che l’aspetto sotto casa”…

Questa è  stata la prima cosa che non mi aspettavo.

La seconda è stato l’effetto che ha avuto su di me. Quando gestisci un blog che parla di femminismo rosa, alle critiche finisci per fare il callo, per forza. Se poi ogni tanto pubblichi i tuoi post nei gruppi femministi, dove come è noto rischi la vita se sbagli una desinenza, allora puoi dire di avere il master. Finora però non avevo mai suscitato tanta rabbia. Passo un sacco di tempo sui social, conosco troll e hater e so come bisognerebbe gestire una discussione. Eppure quella rabbia mi aveva piantato dentro un malessere inatteso, una sorta di timore misto a imbarazzo. Il timore di chi si accorge di essere finito nella posizione della vittima e l’imbarazzo di chi sa quanto sia assurdo prendersela tanto.

Come mai i commenti rabbiosi e gli attacchi in un luogo impersonale come Facebook arrivano tanto in profondità? E questo nonostante io non sia più una ragazzina e abbia una vita personale quasi del tutto scollegata dai social, a differenza delle adolescenti che si trovano in posizioni simili e che sui social hanno il riflesso della loro vita scolastica e sociale. Il mio primo pensiero, lo confesso, è andato al giornalista della BBC e a sua moglie, che avevano visto la propria casa e le figlie, ciò che di più privato esiste, diventare virale e oggetto di commenti poco lusinghieri. Poi ho cercato qualche risposta e qualche strumento utile per il futuro.

Era l’anonimato di quei commenti a renderli così disturbanti. Una forma di anonimato però ben diversa da quella delle telefonate anonime. Qui la persona che se la prendeva con me ci metteva la faccia e il nome, anche se la faccia poteva essere un campo di fiori (o il viso del figlio di pochi mesi) e il nome poteva essere fasullo (o un po’ spiazzante, come accade in quei profili di coppie inseparabili che scelgono di chiamarsi Famiglia Chiara e Mario Rossi, in cui mancano solo la suocera e il cane). È una forma di anonimato che ti obbliga a metterci del tuo, a esercitare la fantasia, a fare la tua parte riempiendo i buchi e colmando le lacune, il che significa che il risultato finale, così come si è formato nella tua testa, ti assomiglierà molto di più di quanto non ti assomigli quella persona nella vita reale. Avrà più a che fare con te. E ti arriverà molto più vicina, perché la maggior parte del lavoro l’hai già fatta tu.

La forza di quei commenti è anche la loro debolezza. In realtà sono commenti pigri, che richiedono uno sforzo minimo, neanche quello di alzare la cornetta e comporre il numero. Sono commenti vigliacchi e passeggeri, che spesso chi lascia dimentica pochi minuti dopo, a differenza di chi li legge. Nel giorno della querelle materna ho ricevuto anche molti messaggi privati solidali, alcune persone mi hanno ringraziato per aver sollevato la questione, eppure quando mi connettevo ai social non potevo fare a meno di provare una sorta di ansia, di disagio. Finché non ho capito che quei commenti non solo erano fragili, ma erano alimentati dal mio stesso disagio, proprio come la rabbia che li muoveva era alimentata dal loro. Non il disagio per quel che avevo scritto, sia chiaro, ma per il potere che avevo attribuito a quei commenti e  a quelle voci pigre e passeggere. È bastato parlarne, gridare che il re era nudo, perché il disagio svanisse.

I social sono il regno della condivisione, c’è chi arriva a condividere i propri segreti più intimi. La vergogna però non è un segreto facile da condividere, non è facile neanche parlarne. Eppure nell’istante in cui lo facciamo, come per magia, scompare.

Non è un problema solo adolescenziale, allora, ci riguarda tutti. Siamo saliti sulla macchina dei social come su un treno in corsa, senza preoccuparci di rallentare o di scoprire come manovrarlo. E senza capire che alla guida di quel treno c’eravamo noi. Il segreto contro gli hater non è bannare, non è neanche il silenzio, non basta. Il segreto è spegnere la loro voce nella nostra testa,  è riprendersi l’unico potere che hanno quei commenti, che è quello che gli abbiamo attribuito noi.


Mamma, e se ti facessi una vita?

Mamma, e se ti facessi una vita?

Non dico che quella che hai non vada bene, però ogni tanto assomiglia un sacco alla mia. Come quel giorno che credevo di avere un Whatsapp tutto mio e invece mi hai detto che no, è il tuo, anche se la foto è la mia. Che hai messo la mia foto perché mi vuoi un sacco di bene. E non è che non mi faccia piacere, anzi, l’ho perfino detto alla maestra che parli sempre di me su Facebook, solo che mi sembra un po’ strano. Se c’è il tuo nome, non dovresti metterci la tua di foto e usarlo per raccontare gli affari tuoi?

La maestra ha detto che sono molto fortunato, perché è chiaro che per te sono molto importante. Mi ha anche detto che c’erano tre errori nell’esercizio di matematica che mi hai fatto tu e che devi, cioè devo, ripassare le tabelline. E ha detto che il tuo blog è molto carino e che non avrebbe mai pensato che io facessi ancora la pipì a letto a sei anni.

Ecco, mamma, io sono molto felice che tu parli di me nel tuo blog, ma quella parte dovevi proprio scriverla? O di quella volta che ti ho detto che volevo baciare la Claudia perché sapeva di fragola o di quella volta che ho giocato a tiro a segno con il pisellino? Dovevo proprio scriverlo nel tuo blog?

Ma se invece ti facessi una vita solo tua, mamma?

Lo so che non è tanto facile con tutte le lezioni di yoga e di pilates e di acrobazia e di zumba a cui mi porti e che non trovi neanche il tempo di andare in palestra, figuriamoci. E lo so che l’altro giorno hai perso un’ora solo per cancellare tutte le foto della gita a teatro da Whatsapp, che poi in realtà si vedeva soltanto Carlo perché le foto le aveva fatte la sua mamma, e lo so che spiegarmi le divisioni a due cifre è stata una faticaccia e che per fortuna poi la mamma di Giulio ti ha mandato quel video di Youtube dove lo spiegavano benissimo e usavano un metodo molto più facile di quello della maestra.

Però io ti volevo dire di non offenderti, ma che quando sarò grande sulla mia pagina Facebook ci metterò la mia di foto, non la tua. E anche su Whatsapp, credo. Spero che non sia un problema, questa cosa, se mi farò la mia vita e tu non ci sarai tanto. Perché io ti vorrò bene lo stesso, anche con la mia vita, questo ci tenevo a dirtelo. E secondo me dovresti mettere la tua di foto su Whatsapp, visto che sei la mamma più bella del mondo.

I social ci stanno trasformando tutti in tanti Narcisi?

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Foto di Gabriel Garcia Marengo (CC)

Trolls, haters, rompicoglioni, chiamateli un po’ come volete. Sono quei commentatori social che nelle migliori delle ipotesi provocano, stuzzicano, irritano più di un maglione di lana sulla pelle nuda, e nella peggiore ti insultano apertamente con una violenza spropositata, nonostante sia la prima volta che li senti nominare.

Quale che sia il caso, sono diventata bravissima a riconoscerli e a bannarli all’istante. “Credi proprio di sapere tutto…” Bannato. “Sappi che non fa ridere per niente.” Bannato. “Se proprio vuoi saperlo…” Bannato. “Non è il caso di usare questo tono…” Bannato. “Pensi di essere spiritosa?” Bannato. Bannato. Bannato.

Ci sono giorni in cui è pioggia di ban e devo ammettere che ne vado molto fiera. Non sono caduta nella trappola più temuta dei social. Un giorno in più al riparo dalle polemiche e dagli sprechi di parole e di energie. La mia bacheca è sempre più civile e pacata, le voci che vi si alternano sono sempre più interessanti e simili alla mia, in un certo senso. Ho una bacheca personalizzata. Sono social, sì, molto social. Ma con prudenza.

Urca.

In pratica, a ben pensarci, la mia bacheca assomiglia sempre di più alla mia homepage di Amazon. Agli annunci pubblicitari di Google. Al barattolo della Nutella con sopra il mio nome! Ci sono momenti in cui apro un bookstore digitale a caso e inizio a temere seriamente che non riuscirò mai più a leggere qualcosa che non assomigli a quello che ho già letto. Sono diventata una versione vivente del telefono senza fili. Tu dici una cosa e ne capiscono un’altra e un’altra ancora e alla fine chissà che cosa salta fuori, ma il nesso c’è. C’è sempre un nesso. Un nesso che ci lega stretti stretti ai nostri vizi, alle nostre abitudini, a quello che conosciamo bene, impedendoci di evadere. Anzi, ancora peggio, illudendoci di evadere ma riportandoci sempre vicini a noi stessi. O almeno alla parte più calda, comoda, un po’ sformata e stantia ma rassicurante, di noi stessi.

La possibilità di bannare, lasciare recensioni negative, dire se un libro ti è piaciuto, se in quella stanza d’albergo il materasso è comodo, se il cameriere di quel ristorante è villano è uno strumento prezioso e praticamente indispensabile, nell’oceano indiscriminato del web. Ma forse stiamo perdendo la capacità di confrontarci con quello che non ci piace. Di scendere a compromessi, di accettare il diverso, di misurarci – non per interesse, per convinzione o per curiosità, ma per pura necessità – con quello che non ci appartiene e non ci assomiglia.

Stiamo diventando eremiti social. E non perché stiamo chiusi tutti in casa davanti al computer, ma perché ci stiamo abituando a vivere in un gioco di specchi elaborato e affascinante e ricco di possibilità, ma che ci assomiglia troppo, ogni giorno di più.

Il problema allora non è che andiamo tutti in giro con gli occhi incollati allo schermo del cellulare. Il problema è che non abbiamo più bisogno di confrontarci con gli altri, di accettarli, di dialogarci. Fare la spesa on line, lavorare da casa, trascorrere il viaggio in treno con gli occhi fissi sul cellulare non ci rende più soli. Ma rischia di renderci sempre più diffidenti verso il diverso, sempre più radicali, intransigenti, insofferenti. Io ho conosciuto persone meravigliose attraverso i social, le ho conosciute prima in rete e poi di persona e in molti casi ne sono nate delle amicizie sincere. Inizio però a chiedermi se vivere tanta parte delle mie giornate in un mondo in cui quasi tutti hanno le mie stesse opinioni politiche (Avresti votato Trump? Fuori), i miei stessi gusti letterari e in qualche caso anche musicali non abbia un prezzo. Un prezzo che ora mi sfugge, probabilmente, e che adesso come adesso sono anche disposta a pagare.

Il prezzo, forse, che si paga quando si lascia che il mondo diventi un riflesso di sé e prima o poi non si riesce a resistere alla tentazione e ci si affoga dentro, come tanti Narcisi social. Sempre se non saremo così rapidi da bannare prima noi stessi.

Come farsi lasciare in dieci post

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Foto mkhmarketing (CC)

1. Tirare fuori a ogni piè sospinto le vecchie fotografie.

2. Ripetergli ogni mattina che “per te è importante”.

3. Ricordargli quello che ti diceva un anno fa.

4. Chiedergli con insistenza dove ha studiato.

5. Obbligarlo a vedere video assurdi fatti da te con le foto più imbarazzanti che abbia mai scattato.

6. Raccontare a tutti i suoi amici che è sano e salvo subito dopo un tifone in Birmania, quando lui era stato lì un mese prima e solo in attesa del volo successivo.

7. Sapere quello che gli piace prima di lui.

8. Ricordargli i compleanni di TUTTI i suoi amici e parenti, compresi quelli che non vede più da decenni.

9. Dirgli che c’è una cyclette in offerta solo perché si è lasciato sfuggire di aver messo su un paio di chili.

10. Chiedergli che cosa sta pensando.