Lo smartworking e la fabbrica dei sensi di colpa

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Di tutte le menzogne che racconta chi lo smartworking l’ha studiato a tavolino, o dalla scrivania del proprio ufficio, la più pericolosa per le donne è che sia un modo fantastico per conciliare casa e lavoro e mettere quindi a tacere ogni senso di colpa.

Lasciatevelo dire da chi lavorava in smartworking quando ancora si chiamava essere così sfigata da lavorare da casa: i sensi di colpa non scompaiono affatto, si moltiplicano.

Scena uno: lasciate il pargolo al nido in lacrime e correte in ufficio. Vi sentite uno schifo, non importa quante volte vi ripetono che appena svoltate l’angolo lui si trasforma nell’animatore dell’aula e fa il giocoliere con i cubi per le costruzioni, voi ve lo immaginerete comunque con l’espressione e l’allegria di quei cani sui poster delle pubblicità progresso che ti spiegano perché è sbagliato abbandonare il migliore amico dell’uomo in autostrada. Ma siete in ufficio, avete un orario da rispettare, un capo e quattro pareti e un intero sistema contrattuale su cui scaricare parte della responsabilità.

Scena due: lasciate il pargolo al nido in lacrime e correte a casa perché siete in ritardo con una consegna. Riuscite a ignorare la lavatrice, la lavapiatti e perfino quelle due dita di polvere che fanno tanto Sahara e vi tuffate davanti al pc. Al vostro tavolo. A qualche metro di distanza dal punto esatto in cui vostro figlio ora potrebbe giocare allegro e spensierato, senza traumi da abbandono e senza dover fare lo slalom fra i bacilli e la fase orale dei morsi altrui. Voi siete a casa, vostro figlio no, eccola la crudele verità. Nessuno vi obbliga a lavorare proprio adesso, diciamolo, la notte è il momento perfetto, nel silenzio, quando nessuno ha più bisogno di voi e non rischiate di perdervi qualche tappa epocale del suo sviluppo. Basta solo non essere così egoiste da pretendere di passarla dormendo.

Scena tre: siete in grado di lavorare con il piccolo sulle ginocchia, sulle spalle, sulla schiena, solfeggiando la canzone del Re Leone e lanciandolo per aria con una mano per poi afferrarlo con l’altra nel tempo che vi ci vuole a stendere un piano aziendale. Voi non avete bisogno di conciliare, voi siete la conciliazione, nulla vi separerà dal vostro cucciolo e dai vostri obiettivi. Nulla tranne un raggio di sole, quel raggio di sole che scenderà sul vostro tappetino per il mouse a ricordarvi l’esistenza dei parchi e delle malattie orribili dovute alla carenza di vitamina D. Per non parlare di idraulici, elettricisti, corrieri, pediatri e dei supermercati che dopo le sette c’è una coda pazzesca e se potessi passare tu dal meccanico sarebbe fantastico altrimenti non preoccuparti, prendo un giorno di permesso che sarà mai, l’ultimo l’hanno solo trascinato per l’ufficio coperto di pece e piume prima di licenziarlo ma non voglio mica disturbarti.

Lavorare in casa può essere la scelta migliore o la peggiore, non c’è una vita uguale all’altra, ma una cosa posso assicurarvela: piovono sensi di colpa grossi come pietre sulla classe lavoratrice a km 0, e piovono tutto il tempo, non solo in orario d’ufficio. Con ogni probabilità passerete l’intera giornata a schivarli e a sentirvi pure uno schifo per questo. Per lavorare da casa non serve il wi-fi, serve la convinzione incrollabile di meritarvi almeno una parte del vostro tempo in esclusiva, non solo gli avanzi spossati che vi deposita davanti a fine giornata la vostra famiglia. La certezza che il tempo che dedicate a voi stesse non è sempre e comunque rubato a qualcun altro e che il valore di una donna non si misura prima di tutto sul suo sacrificio. Se ne siete sicure, lo smartworking può essere fantastico. Se non lo siete, finirete per scoprire che cosa specificava la postilla scritta in fondo a corpo 8 e per pagare la tassa che il mondo ha messo sulla felicità e sulle ambizioni delle donne.

Come parlo di femminismo a mia figlia?

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“Mi consigliate un libro femminista per una dodicenne?”

Dobbiamo parlare di femminismo alle adolescenti. È fondamentale farlo negli anni in cui diventano donne e i dati sulla violenza di genere dimostrano che un’idea sbagliata della coppia e dell’amore può diventare pericolosa a un’età sempre più giovane. Decidere di parlare di femminismo alla propria figlia, però, è la parte facile. Quella difficile è capire come farlo, se non vogliamo rischiare di assomigliare alla madre di Lunatika in “Fazzoletti rossi”. Proporle manuali femministi, senza una richiesta esplicita da parte sua, è un po’ come proporle quel “vestito adorabile che ti starebbe così bene” e che di solito viene scartato per l’ultima cosa che avresti mai pensato che potesse piacerle.

Allora come fare? Come proporre il femminismo a nostra figlia senza commettere l’errore più comune e più fastidioso dei genitori, ossia pensare che per nostra figlia vada bene quello che noi riteniamo adatto a lei? Se le compriamo l’edizione riveduta e corretta del libro che a noi cambiò la vita alla sua età – e che inspiegabilmente abbiamo fatto una faticaccia a trovare in libreria nonostante siano passati solo… ecco, 30 anni dalla pubblicazione – e poi lo piazziamo in posizione strategica dove non può non vederlo, basterà?

Misurarsi con le esigenze di una figlia adolescente è un po’ come infilarsi un paio di jeans troppo stretti o presentarsi a una festa di tredicenni e cercare di fare la simpatica. L’unica alternativa al ridicolo è trattenere il fiato tutto il tempo necessario a non peggiorare le cose. Di solito più ti senti all’altezza della situazione, meno lo sei. La scelta, insomma, è fra diventare patetiche, sembrare inopportune e defilarsi sentendosi colpevolmente assenti.

Dove non arrivano i libri femministi, però, arriva l’esempio. E se abbiamo pensato di regalargliene uno, probabilmente tutto quello che nostra figlia ha bisogno di sapere sul ruolo delle donne ce l’ha davanti agli occhi ogni giorno. Se così non fosse, il problema è nostro, prima che suo. Ma non di soli esempi vive una figlia, e allora, che cosa le diciamo? Non basterà spiegarle che il corpo è suo e a lei e soltanto a lei deve piacere,  alle prime crisi per i chili di troppo. Non basterà dirle che può andare in giro vestita come le pare, e che le occhiate viscide al suo sedere sono un problema di chi le lancia, non suo, ma nel dubbio che tenga il cellulare a portata di mano e gridi “Al fuoco!” per essere sicura che qualcuno reagisca. Non basterà neanche dirle che quando si sentirà sbagliata molto probabilmente a esserlo sarà il mondo intorno a lei e quello che ha già deciso sul suo futuro al posto suo.

Non basterà perché sentirsi sbagliata e incompresa fa parte dell’adolescenza, a prescindere dall’essere donna. Rientra in quel bubbone confuso di negatività che ti scava dentro praticamente ogni giorno. Il lato più battagliero e rivendicativo del femminismo può tenerlo a bada e incastrarsi bene fra mood incazzosi e meme che mandano affanculo il mondo con un’alzata di spalle sfrontata, ma è davvero quello il femminismo che serve alle nostre figlie? Il femminismo aspirazionale e guerrigliero del girl power e delle magliette dove I’m a feminist assomiglia più al bisogno sacrosanto di una tribù che a una rivendicazione? Forse la risposta è sì, ma anche in quel caso, è per definizione un femminismo che non può essere servito su un  piattino d’argento dai genitori, non fosse altro perché incompatibile con ogni idea di autorità e di quotidiano. E soprattutto, se è infarcito di negatività e aggressività, non rischia di spegnersi come una candela al primo sospiro d’amore, ossia proprio quando nostra figlia ne avrà più bisogno?

Ci resta la sorellanza, ma quella la masticano già molto meglio di noi, ce l’hanno del dna, l’hanno imparata sui banchi di scuola e durante le eterne e intramontabili chiacchierate e l’hanno cementata scavalcando scazzi su WhatsApp che sembravano definitivi e non lo erano mai, per poi aggiungerci una spruzzata di hashtag e lustrini e canzoni e affetto sui social, che arrivano dove il resto si esaurisce.

Il femminismo che un genitore può proporre a un’adolescente non cancella, secondo me, sottolinea, è un inno all’essere donna. Una festa per ogni nuova curva e un invito a godersele, prima che a proteggerle. Un racconto per ogni mestruazione, per ogni dolore e ogni disagio, ogni ventotto giorni, non solo la prima volta. Il femminismo formato famiglia può abbattere tabù intorno al tavolo a cena, insegnare a punire le colpe, non le provocazioni. Può spiegare che la vita delle donne non è uno slalom fra le perversioni maschili, che la nostra forza non è una pezza per le mancanze altrui e la nostra presunta debolezza non è mai un invito o un permesso in bianco.

Il femminismo che un genitore può insegnare a una figlia si gioca più sul lato delle nostre paure che delle sue, ha più a che fare con i nostri tentativi di proteggerla che con la sua ansia di libertà, a volte dice di più dei nostri sbagli e del nostro desiderio di tornare giovani che del suo bisogno di crescere. L’adolescenza è ribelle per definizione e forse ogni tanto la cosa più femminista che possiamo dire a nostra figlia è: “Sì, è vero, hai ragione tu. O forse no. Ma se ne sei convinta, imparare a farti bastare la tua approvazione e il tuo permesso potrebbe essere la lezione più preziosa di cui avrai mai bisogno”.

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Non disturbate il papà

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I papà lavorano, i papà riposano, i papà sono stanchi, i papà hanno bisogno di concentrarsi, i papà hanno bisogno di spazio. Il DO NOT DISTURB che veglia sulla calma e la serenità maschile è probabilmente l’ostacolo più infido e difficile da sradicare sulla strada verso la libertà delle donne.

“Poverino, è sempre in ufficio”, la pezza di ogni mancanza maschile domestica, ai tempi del Covid si è trasformato più rapido di Clark Kent davanti a una webcam in “Poverino, non può andare in ufficio”, mentre il nostro si apprestava ad affrontare i rischi di una videochiamata con il capo in piena pandemia, rigorosamente dietro una porta chiusa. Spesso quella dello studio della moglie, che in casa ci ha lavorato da sempre, tastiera del pc in una mano e pappina pronta a essere rigurgitata nell’altra. Perché le porte chiuse sono per i dilettanti, diciamolo. Noi siamo capaci di gestire un intero dipartimento dall’angolo del tavolo del soggiorno, lanciando pastelli colorati e regole matematiche ai figli concentrati nelle videolezioni. “Abbassa la voce, il papà sta lavorando.”

“Io costruisco il nido e lui, come il cuculo, me lo occupa sfrattandomi” mi ha scritto  un’amica. Perché alle donne che lavorano si può “tenere compagnia”, ma gli uomini che lavorano non “possono essere disturbati”. “Che fortunata, sei, ad avere un marito che ti lascia lavorare” mi confessò di essersi sentita dire un’altra amica, che si faceva carico di tutte le spese domestiche. Perché il lavoro rende l’uomo nobile, ma la donna nubile.

E così eccoci qui, tutte appollaiate sull’angolo delle videochiamate altrui, strette fra un esperimento che secondo la maestra aiuterà tuo figlio a sviluppare le sue doti di calcolo e di misurazione e che secondo te più probabilmente raderà al suolo la casa se ti distrai per un secondo, e il bisogno di attenzioni generalizzato che forse nasconde possibili traumi futuri o forse solo un certo fancazzismo egoista, ma che cosa conterà mai il tuo lavoro davanti alla possibilità di complicare le cose all’analista che fra trent’anni dirà ai tuoi figli che la colpa è stata tutta tua?

Dovremmo riprenderceli, il nostro studio, il nostro tavolo, la nostra porta chiusa, il nostro spazio, il nostro tempo. Se questo ci fa sentire egoiste, allora facciamo le egoiste. Se ci fa sentire stronze, allora facciamo le stronze. Se ci sentiamo in colpa, nove su dieci siamo nella direzione giusta. Alla peggio, avremo reso le cose più facili all’analista. Ma il punto non è neanche questo. Guardiamoli bene, tutti quei DO NOT DISTURB appesi a guardia del lavoro maschile. Sono i brufoli spuntati al patriarcato ai tempi del virus, sono un dito puntato verso la precarietà dei nostri traguardi, schiacciati come tante formichine dall’emergenza, sono la corazza del privilegio maschile. “La mamma è nuda” gridano in coro i bambini dai loro quadratini spalmati in casa dalle video lezioni come in una partita di Minecraft. Non lasciamoci rubare il nostro tempo proprio adesso. Non siamo più adattabili, non siamo più ingegnose, non siamo più versatili. Siamo solo più sacrificabili.

Uno stipendio di sensi di colpa

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“Oggi le donne possono lavorare senza problemi.”

Ogni volta che lo sento ripenso a quando entravo in macelleria spingendo il passeggino e la macellaia mi guardava sogghignando ed esclamava “Oh, oggi tocca a te, eh!”. Mi ricordo di quando hanno chiesto al marito di un’amica, che lavorava e si prendeva cura dei figli, se per Carnevale si vestiva da casalingo. Mi ricordo di quando hanno detto a un’altra amica che avrebbe dovuto ringraziare il suo compagno, che era disoccupato e si occupava quasi esclusivamente di casa e bambini, perché le permetteva di lavorare.

Mi ricordo di tutte le volte che hanno compatito mio marito quando io viaggiavo per lavoro e non hanno mai ricambiato il favore quando ero io a restare da sola con figli e computer. Di ogni occasione in cui le maestre hanno detto che la mamma doveva aiutare il bambino a fare i compiti e controllare il diario, delle riunioni scolastiche a cui i padri si contano sulle dita di una mano, dei gruppi di whatsapp in cui i pochi uomini presenti sono osannati come special guests da un esercito di geishe che parlano per emoticon.

E non è neanche questo il peggio. Questa è la parte divertente. Non fa male quanto sentire tuo figlio che ti dice che non c’eri quando ha fatto i suoi primi biscotti. Non fa male come sopportare il cattivo umore di tuo marito quando tutte le biglie che di solito fai girare per aria tu all’improvviso gli cascano addosso come tanti proiettili di inadeguatezza e frustrazione. Non fa male come rientrare a casa dopo una giornata di lavoro di dieci ore e sentirsi in colpa nell’istante in cui giri la chiave nella serratura.

Perché non ci sei stata. Ecco la tua colpa. La colpa delle donne non è lavorare. La nostra colpa imperdonabile è non esserci. È quello il peccato che dobbiamo espiare. Non esserci quando gli altri hanno bisogno di noi. Non esserci quando gli altri non hanno bisogno di noi ma potrebbero averne. Non esserci, non essere pronte a ricucire litigi, a curare graffi sulle ginocchia a suon di baci, a chiedergli com’è andata a scuola quell’unico giorno in cui ha intenzione di rispondere qualcosa di diverso da “bene”.

La nostra colpa è non irrorare il nido familiare di amore, pasti in tavola, magliette piegate, merende biologiche e cessi puliti. Nessuno ci dirà mai che non possiamo andare a lavorare. Ma nessuno dice mai abbastanza che ogni donna che lavora si porta a casa uno stipendio fatto di assenze e mancanze materne e tensioni familiari e sensi di colpa. Eccolo il vero motivo per cui non lavoriamo. Non è che qualcuno ce lo impedisca, non è che ci costringano ad andare da casa al lavoro con una lettera scarlatta cucita sul petto. Se non lavoriamo, spesso, è soltanto perché così è più facile per tutti.

E possiamo raccontarci tutte le storielle che vogliamo e ripeterci che non c’è insegnamento più prezioso di una madre che lavora e insegue i suoi sogni, ricordare quanto è stato importante il ticchettio della macchina da scrivere di tua mamma, da bambina. Ma al momento di aprire la porta di casa la sentiremo, quella scheggia dentro di noi che si ribella e che vorrebbe tanto che fosse più facile continuare a sentire di meritarsi l’amore che c’è dall’altra parte. Che tornare a casa non significasse anche dover mettere a tacere un pezzetto di sé.

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Dove c’è donna c’è casa

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“Comincia!” urlavamo in famiglia quando finiva la pubblicità e il film ricominciava. E il membro della famiglia di turno tornava di corsa in sala.

“Finisce!” potremmo urlare in coro quando inizia la pubblicità. Finisce la speranza di esserci lasciati alle spalle gli stereotipi di genere; finisce l’illusione di poter decidere della nostra vita senza rendere conto ai bisogni altrui; finisce la tregua nell’eterna battaglia contro i sensi di colpa.

Finisce tutto davanti al sorriso angelico della super mamma che in abiti pudici e impeccabili con una mano tira fuori l’arrosto e con l’altra toglie macchie impossibili. La mamma armata di integratori e microfibra nell’eterna lotta contro nemici terrificanti come i germi, i batteri, gli aloni e l’inettitudine del marito. La mamma che sta in casa, sempre in casa, solo in casa, tranne quando il dovere la chiama e corre al parco giochi a passo di pinguino per distribuire merendine leggere e nutrienti e vigilare sulla percentuale di fango addosso alla prole, a bordo di una maccchina facile facile, che può guidare perfino lei. La fidanzata che davanti a un dito che indica romantico la luna riesce a vedere solo l’impronta digitale sulla finestra. La donna che se soffre è perché se l’è voluta, altrimenti si prenderebbe una bella pastiglia e continuerebbe ad ammazzarsi di fatica senza fare tante storie.

Ogni tanto però arriva anche lui. Il padre. Il nostro eroe, che affronta le lavatrici con lo spirito con cui qualcun altro – una donna, probabilmente – affronterebbe la teoria quantistica dei campi, e che infila una pizza surgelata in forno con un talento degno di Masterchef, fra applausi e lodi sperticate.

Che cosa ci vorrà mai, vien da pensare, per essere felici quando sei donna? Un assorbente con cui saltellare nei pantaloni bianchi, un figlio a prova di macchia e olio di palma, un marito a cui spalmare l’unguento balsamico e un integratore che ci permetta di non schiattare nell’intento senza perderci in cose superflue come il tempo per noi stesse.

Dove c’è donna, c’è casa. Dove non c’è una donna, c’è una casa lasciata a se stessa, una famiglia allo sbando, vestiti macchiati e bambini cresciuti a pane e conservanti.  Ci siamo abituati, le critichiamo da sempre e loro sono sempre lì, fedeli a se stesse. Non sono solo pubblicità. Sono il modo in cui il mondo ci ricorda quali dovrebbero essere i nostri compiti, sono l’unità di misura dei nostri sensi di colpa. Sono l’orizzonte dei nostri sogni e dei nostri desideri, un orizzonte che corre spietato lungo la linea delle necessità familiari e del superamento delle nostre umane possibilità.  Sono lo specchio di un mondo che ha imprigionato la nostra felicità fra i bisogni altrui.

(Grazie come sempre alla pagina Facebook di Rosapercaso, per il post collettivo da cui ho preso gli esempi citati.)

Esercizi di autodifesa femminista

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È tutta questione di allenamento. Anche il femminismo. All’inizio è un po’ come quando a pilates tutti riescono a sollevare il bacino con le mani sulla fronte e tu invece ti senti come se schiacciassi il bottone del terzo piano e l’ascensore non desse segni di vita.

“Mi sa che quel muscolo non ce l’ho, possibile?” ho chiesto sconfortata dalla mia umiliante posizione supina, mentre le altre si alzavano e scendevano come se fosse la cosa più facile del mondo.

“Certo che ce l’hai, devi solo allenarlo un po’” mi ha risposto l’istruttrice.

“Mi sa che devo prima trovarlo” ho borbottato io.

Ecco allora qualche esercizio che possiamo fare tutte comodamente da casa, per riscoprire il muscolo che ci permetterà di dedicarci a noi stesse e di non ammazzarci sempre di fatica, eliminando acido lattico e sensi di colpa. Uno per ogni giorno della settimana, per liberarci delle tensioni e del sovraccarico che ci limita “in quanto donne“.

1. Uscire per prime dalla cucina, dopo i pasti.

Se vi sembra troppo facile, aggiungete la seconda parte dell’esercizio: entrare per ultima e sedersi a tavola per prima. (Se la cucina non è il nostro regno e non vogliamo che lo sia, non siamo tenute ad accogliere e congedare tutte le persone che ci entrano, o a presidiarla come capitane coraggiose mentre l’acqua sale e i topi scappano).

2. Quando vostro figlio si fa male, lasciate che il padre vada a consolarlo senza intervenire.

Se vi sembra troppo facile, provate a farlo senza sentirvi uno schifo di madre e senza controllare che nessuno vi guardi. Nella versione advanced, non gli dite neanche che cosa deve fare e che cosa sta sbagliando.

3. Ripetere a voce chiara e decisa: “No, non posso, devo lavorare”. 

Se vi sembra troppo facile, provate ad aggiungere: “Cercatelo da solo” e “Chiedi a tuo padre”. La versione advanced è quella in cui lo dite senza traccia di sensi di colpa e senza chiedervi se l’intera famiglia andrà a rotoli  e i vostri figli avranno qualche trauma da abbandono perché voi non siete intervenute.

4. Sedetevi sul divano senza far niente.

Se vi sembra troppo difficile, potete prendere un libro. Nella versione advanced, provate a farlo mentre qualche altro membro della famiglia cucina la cena.

5. Non pensate che il vostro tempo valga meno di  quello di un uomo.

Per capire se state eseguendo l’esercizio in modo corretto, assicuratevi di non dire frasi come “Lascia, ci penso io”, “Faccio prima a farlo che a spiegarlo”, “Preferisco pensarci io che sentirlo brontolare”.

6. Pretendere. Pretendere attenzione, rispetto, riconoscimento, spazio… 

Non lamentarsi. Non protestare. Non brontolare. Non chiedere che ve li concedano. Pretenderli e basta. Se vi sembra troppo facile, provate a farlo senza sentirvi prepotenti, rompiballe, aggressive, isteriche, egoiste…

7. Fidatevi di voi stesse.

Se vi sembra troppo difficile, provate a rimuovere i sostegni uno alla volta. Prima l’approvazione maschile, fuori, non vi serve. Poi quella femminile, fuori anche quella. Poi niente permesso, non vi serve il permesso di nessuno, vi basta il vostro. E per ultimo il senso di solitudine. Non siete sole, non siete sbagliate. Non avete tolto niente a nessuno. Siete in equilibrio perfetto sulla base di un piede solo, il vostro piede, occupate il vostro spazio vitale, siete armoniche, tese verso l’alto, sentite finalmente tutti i muscoli, uno a uno. E sì, eccolo lì, c’è anche quell’addominale che non credevate nemmeno di avere.

 

In quanto donna

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Non in quanto persona. Non in quanto parte di una famiglia, di una coppia, di una comunità, non in quanto genitore o inquilina o proprietaria di un animale domestico. In quanto donna.

La nostra vita è plasmata da decine, centinaia e migliaia di “scelte” che crediamo di fare ogni giorno e che in realtà sono il frutto di sensi di colpa e di una percezione distorta del nostro ruolo e dei nostri doveri. È anche questa una forma di violenza. Se usciamo dal racconto tutto maschile di una violenza fatta di colpi, di lividi e ossa rotte. Se torniamo ad appropriarci anche del significato delle parole. Le battaglie non sono solo quelle che si combattono armi in spalla, nello spazio pubblico, sono anche quelle che combattiamo dentro di noi, negli spazi privati. E per difenderci non basta il nostro corpo, serve quella difesa che prende forma dentro di noi, che traccia limiti e apre orizzonti nuovi e mette a tacere i sensi di colpa. Sembra tutto molto sciocco e superficiale e debole, vero? Già, come tutto quello che ci appartiene e ci riguarda. È quello che ci hanno fatto credere fino a ieri.

Alla violenza fisica, psicologica, economica e patrimoniale bisogna aggiungere quindi anche quella culturale e sociale. Perché se condiziona la nostra vita, se ci obbliga a cambiare e ci trasforma, allora è violenza. Eccone alcuni esempi, raccolti come sempre grazie alla pagina Facebook di Rosapercaso. A leggerli tutti d’un fiato ci si rende improvvisamente conto, come ha scritto Debora in un commento, che “la donna perfetta che ci hanno raccontato, quella a cui dovevamo somigliare, non è mai esistita”. L’abbiamo mantenuta in vita noi, senza accorgercene, a suon di sensi di colpa e di fatica e di inadeguatezza.

In quanto donna mi sento obbligata a:

– depilarmi

– avere figli

– cucinare

– tenere pulita e in ordine la casa

– pensare al bucato

– accudire

– essere sempre presente e disponibile

– lasciare tutto pronto prima di uscire

– fare sesso anche se non ne ho voglia

– rimandare i miei momenti, spazi o pensieri

– non scontentare nessuno

– stare calma

– essere forte

– essere prudente

– essere comprensiva

– essere sorridente

– essere paziente

– essere disponibile

– essere magra

– controllare il mio linguaggio

– non ribellarmi

– essere attraente

– stare all’erta quando cammino per strada

– fare la spesa pensando ai gusti degli altri e non ai miei

– ridimensionare le mie ambizioni lavorative

– farmi accompagnare

– essere all’altezza delle aspettative in quanto figlia

– mettere per ultime le mie esigenze

– giustificarmi per il mio aspetto

– chiedere il permesso prima di prendere un impegno

– sopportare gli uomini che mi dicono come dovrei pensarla in quanto donna.

Ora provate a immaginare che cosa succederebbe se qualcuno si sentisse obbligato a farlo per il colore della sua pelle, per la sua nazionalità, per via delle sue convinzioni religiose o politiche o del suo peso o del suo colore di capelli o del suo orientamento sessuale. Come lo definiremmo, a quel punto? E quanto la nostra società sarebbe disposta a sopportarlo?