Dove c’è donna c’è casa

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“Comincia!” urlavamo in famiglia quando finiva la pubblicità e il film ricominciava. E il membro della famiglia di turno tornava di corsa in sala.

“Finisce!” potremmo urlare in coro quando inizia la pubblicità. Finisce la speranza di esserci lasciati alle spalle gli stereotipi di genere; finisce l’illusione di poter decidere della nostra vita senza rendere conto ai bisogni altrui; finisce la tregua nell’eterna battaglia contro i sensi di colpa.

Finisce tutto davanti al sorriso angelico della super mamma che in abiti pudici e impeccabili con una mano tira fuori l’arrosto e con l’altra toglie macchie impossibili. La mamma armata di integratori e microfibra nell’eterna lotta contro nemici terrificanti come i germi, i batteri, gli aloni e l’inettitudine del marito. La mamma che sta in casa, sempre in casa, solo in casa, tranne quando il dovere la chiama e corre al parco giochi a passo di pinguino per distribuire merendine leggere e nutrienti e vigilare sulla percentuale di fango addosso alla prole, a bordo di una maccchina facile facile, che può guidare perfino lei. La fidanzata che davanti a un dito che indica romantico la luna riesce a vedere solo l’impronta digitale sulla finestra. La donna che se soffre è perché se l’è voluta, altrimenti si prenderebbe una bella pastiglia e continuerebbe ad ammazzarsi di fatica senza fare tante storie.

Ogni tanto però arriva anche lui. Il padre. Il nostro eroe, che affronta le lavatrici con lo spirito con cui qualcun altro – una donna, probabilmente – affronterebbe la teoria quantistica dei campi, e che infila una pizza surgelata in forno con un talento degno di Masterchef, fra applausi e lodi sperticate.

Che cosa ci vorrà mai, vien da pensare, per essere felici quando sei donna? Un assorbente con cui saltellare nei pantaloni bianchi, un figlio a prova di macchia e olio di palma, un marito a cui spalmare l’unguento balsamico e un integratore che ci permetta di non schiattare nell’intento senza perderci in cose superflue come il tempo per noi stesse.

Dove c’è donna, c’è casa. Dove non c’è una donna, c’è una casa lasciata a se stessa, una famiglia allo sbando, vestiti macchiati e bambini cresciuti a pane e conservanti.  Ci siamo abituati, le critichiamo da sempre e loro sono sempre lì, fedeli a se stesse. Non sono solo pubblicità. Sono il modo in cui il mondo ci ricorda quali dovrebbero essere i nostri compiti, sono l’unità di misura dei nostri sensi di colpa. Sono l’orizzonte dei nostri sogni e dei nostri desideri, un orizzonte che corre spietato lungo la linea delle necessità familiari e del superamento delle nostre umane possibilità.  Sono lo specchio di un mondo che ha imprigionato la nostra felicità fra i bisogni altrui.

(Grazie come sempre alla pagina Facebook di Rosapercaso, per il post collettivo da cui ho preso gli esempi citati.)

Esercizi di autodifesa femminista

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È tutta questione di allenamento. Anche il femminismo. All’inizio è un po’ come quando a pilates tutti riescono a sollevare il bacino con le mani sulla fronte e tu invece ti senti come se schiacciassi il bottone del terzo piano e l’ascensore non desse segni di vita.

“Mi sa che quel muscolo non ce l’ho, possibile?” ho chiesto sconfortata dalla mia umiliante posizione supina, mentre le altre si alzavano e scendevano come se fosse la cosa più facile del mondo.

“Certo che ce l’hai, devi solo allenarlo un po’” mi ha risposto l’istruttrice.

“Mi sa che devo prima trovarlo” ho borbottato io.

Ecco allora qualche esercizio che possiamo fare tutte comodamente da casa, per riscoprire il muscolo che ci permetterà di dedicarci a noi stesse e di non ammazzarci sempre di fatica, eliminando acido lattico e sensi di colpa. Uno per ogni giorno della settimana, per liberarci delle tensioni e del sovraccarico che ci limita “in quanto donne“.

1. Uscire per prime dalla cucina, dopo i pasti.

Se vi sembra troppo facile, aggiungete la seconda parte dell’esercizio: entrare per ultima e sedersi a tavola per prima. (Se la cucina non è il nostro regno e non vogliamo che lo sia, non siamo tenute ad accogliere e congedare tutte le persone che ci entrano, o a presidiarla come capitane coraggiose mentre l’acqua sale e i topi scappano).

2. Quando vostro figlio si fa male, lasciate che il padre vada a consolarlo senza intervenire.

Se vi sembra troppo facile, provate a farlo senza sentirvi uno schifo di madre e senza controllare che nessuno vi guardi. Nella versione advanced, non gli dite neanche che cosa deve fare e che cosa sta sbagliando.

3. Ripetere a voce chiara e decisa: “No, non posso, devo lavorare”. 

Se vi sembra troppo facile, provate ad aggiungere: “Cercatelo da solo” e “Chiedi a tuo padre”. La versione advanced è quella in cui lo dite senza traccia di sensi di colpa e senza chiedervi se l’intera famiglia andrà a rotoli  e i vostri figli avranno qualche trauma da abbandono perché voi non siete intervenute.

4. Sedetevi sul divano senza far niente.

Se vi sembra troppo difficile, potete prendere un libro. Nella versione advanced, provate a farlo mentre qualche altro membro della famiglia cucina la cena.

5. Non pensate che il vostro tempo valga meno di  quello di un uomo.

Per capire se state eseguendo l’esercizio in modo corretto, assicuratevi di non dire frasi come “Lascia, ci penso io”, “Faccio prima a farlo che a spiegarlo”, “Preferisco pensarci io che sentirlo brontolare”.

6. Pretendere. Pretendere attenzione, rispetto, riconoscimento, spazio… 

Non lamentarsi. Non protestare. Non brontolare. Non chiedere che ve li concedano. Pretenderli e basta. Se vi sembra troppo facile, provate a farlo senza sentirvi prepotenti, rompiballe, aggressive, isteriche, egoiste…

7. Fidatevi di voi stesse.

Se vi sembra troppo difficile, provate a rimuovere i sostegni uno alla volta. Prima l’approvazione maschile, fuori, non vi serve. Poi quella femminile, fuori anche quella. Poi niente permesso, non vi serve il permesso di nessuno, vi basta il vostro. E per ultimo il senso di solitudine. Non siete sole, non siete sbagliate. Non avete tolto niente a nessuno. Siete in equilibrio perfetto sulla base di un piede solo, il vostro piede, occupate il vostro spazio vitale, siete armoniche, tese verso l’alto, sentite finalmente tutti i muscoli, uno a uno. E sì, eccolo lì, c’è anche quell’addominale che non credevate nemmeno di avere.

 

In quanto donna

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Non in quanto persona. Non in quanto parte di una famiglia, di una coppia, di una comunità, non in quanto genitore o inquilina o proprietaria di un animale domestico. In quanto donna.

La nostra vita è plasmata da decine, centinaia e migliaia di “scelte” che crediamo di fare ogni giorno e che in realtà sono il frutto di sensi di colpa e di una percezione distorta del nostro ruolo e dei nostri doveri. È anche questa una forma di violenza. Se usciamo dal racconto tutto maschile di una violenza fatta di colpi, di lividi e ossa rotte. Se torniamo ad appropriarci anche del significato delle parole. Le battaglie non sono solo quelle che si combattono armi in spalla, nello spazio pubblico, sono anche quelle che combattiamo dentro di noi, negli spazi privati. E per difenderci non basta il nostro corpo, serve quella difesa che prende forma dentro di noi, che traccia limiti e apre orizzonti nuovi e mette a tacere i sensi di colpa. Sembra tutto molto sciocco e superficiale e debole, vero? Già, come tutto quello che ci appartiene e ci riguarda. È quello che ci hanno fatto credere fino a ieri.

Alla violenza fisica, psicologica, economica e patrimoniale bisogna aggiungere quindi anche quella culturale e sociale. Perché se condiziona la nostra vita, se ci obbliga a cambiare e ci trasforma, allora è violenza. Eccone alcuni esempi, raccolti come sempre grazie alla pagina Facebook di Rosapercaso. A leggerli tutti d’un fiato ci si rende improvvisamente conto, come ha scritto Debora in un commento, che “la donna perfetta che ci hanno raccontato, quella a cui dovevamo somigliare, non è mai esistita”. L’abbiamo mantenuta in vita noi, senza accorgercene, a suon di sensi di colpa e di fatica e di inadeguatezza.

In quanto donna mi sento obbligata a:

– depilarmi

– avere figli

– cucinare

– tenere pulita e in ordine la casa

– pensare al bucato

– accudire

– essere sempre presente e disponibile

– lasciare tutto pronto prima di uscire

– fare sesso anche se non ne ho voglia

– rimandare i miei momenti, spazi o pensieri

– non scontentare nessuno

– stare calma

– essere forte

– essere prudente

– essere comprensiva

– essere sorridente

– essere paziente

– essere disponibile

– essere magra

– controllare il mio linguaggio

– non ribellarmi

– essere attraente

– stare all’erta quando cammino per strada

– fare la spesa pensando ai gusti degli altri e non ai miei

– ridimensionare le mie ambizioni lavorative

– farmi accompagnare

– essere all’altezza delle aspettative in quanto figlia

– mettere per ultime le mie esigenze

– giustificarmi per il mio aspetto

– chiedere il permesso prima di prendere un impegno

– sopportare gli uomini che mi dicono come dovrei pensarla in quanto donna.

Ora provate a immaginare che cosa succederebbe se qualcuno si sentisse obbligato a farlo per il colore della sua pelle, per la sua nazionalità, per via delle sue convinzioni religiose o politiche o del suo peso o del suo colore di capelli o del suo orientamento sessuale. Come lo definiremmo, a quel punto? E quanto la nostra società sarebbe disposta a sopportarlo?

 

 

 

I sogni delle donne

Che curioso, il sogno della moglie del dentista era fare l’assistente dentale. Il sogno della moglie del meccanico era fargli da segretaria. E ti ricordi quel nostro amico, quello che sognava di aprire una tenda dedicata al ciclismo? Ce l’ha fatta e va alla grande. Sua moglie gli tiene la contabilità, è bravissima. Sì, è vero, voleva diventare fotografa. Avrà cambiato idea.

I sogni delle donne sono moneta da poco, perdono valore al primo ciclo mestruale, al primo vagito di un neonato, al primo appuntamento romantico. I sogni delle donne hanno qualcosa di vagamente osceno e infantile e pericoloso, vanno bene per i diari, devono essere nascosti dietro un lucchetto di cui poi gettare via la chiave, arrivate all’età adulta.

Altro che Tre metri sopra il cielo, i lucchetti dei nostri sogni irrealizati ce li portiamo appesi al collo, abbiamo dato in pegno la chiave in cambio di una famiglia, è il nostro ex voto per il desiderio di essere madri, di sentirci sicure, protette, accettate.

Non potevamo avere le due cose insieme, l’abbiamo sempre saputo, almeno le donne della mia generazione, nate negli anni Settanta, strette fra il bisogno di realizzarsi e la necessità del sacrificio. Le donne della mia generazione non hanno tempo per sé, hanno scampoli di sogni e di ore con cui ricavare piccole gioie segrete, con cui vestire il proprio quotidiano con la stessa capacità di arranagiarsi con cui si può ricavare un abito da sera da una tenda.

Non è un abito da sera, però, resterà sempre una tenda, proprio come i nostri scampoli non saranno mai sogni realizzati, qualunque cosa ci raccontiamo.

I sogni sono amanti esigenti, hanno bisogno di tempo, ci vogliono tutte per sé, almeno ogni tanto. I sogni delle donne non si realizzano di nascosto, vogliono la luce del sole, hanno bisogno di tutta la nostra forza e fiducia e determinazione, e muoiono sotto i sensi di colpa, appassiscono al primo dubbio. I sogni delle donne sono fragili e preziosi, e non sopportano di essere trascurati. I nostri sogni hanno bisogno di noi, proprio come quelli degli uomini, anzi, di più.

E sì, siamo ancora in tempo per realizzarli, non è troppo tardi, basta non perdere tempo ad aspettare il permesso altrui. Ci basta il nostro permesso e la convinzione di essere nel giusto. Siamo bellissime sempre, anche con una tenda addosso, ma con un vestito da sera ci crederemo di più, ci crederemo davvero anche noi.

Andiamo a ripescare la chiave dei nostri sogni, ovunque l’abbiamo gettata, andiamo a riprendercela da sotto il cuscino dei nostri figli, dalla tasca di nostro marito, dal fondo della nostra autostima, torniamo ad aprire quel diario e non lasciamo più che i nostri sogni facciano da assistenti a quelli di qualcun altro. Sì, solo perché lo vogliamo noi, perché l’abbiamo deciso noi, noi e nessun altro, e chi ci ama e ci merita ci seguirà. A cominciare da noi stesse.

La tristezza indecente delle donne

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“Super vitamine per una super mamma.”

“Dieci trucchi per conciliare famiglia casa e lavoro e riuscire a fare tutto, senza perdere il sorriso.”

“Sei stressata? Figli cane marito lavoro casa e genitori anziani ti sembrano un peso insostenibile? Scopri come arrivare a fine giornata e avere ancora energie per andare in palestra!”

Siamo circondate. Siamo subissate di consigli su come riuscire a prenderci cura degli altri e tenere la casa in ordine e smacchiare i grembiulini e tenerci in forma e il tutto dopo una giornata lavorativa di otto ore. Lo trovo meraviglioso. Mi fa sempre l’effetto di chi si aggira fra le rovine dopo un’esplosione e ti consiglia un panno per la polvere che fa miracoli. O di chi vede qualcuno affogare e gli ricorda che bisogna bere almeno due litri d’acqua al giorno.

Super mamma. Super donna. Le donne possono, sanno e soprattutto fanno. Ah, la forza delle donne. Uh, se non ci fossero loro. Eh, quanto sono brave. Dimmi quante volte ti sei seduta oggi e ti dirò che donna sei. Conta quante cose riesce a fare contemporaneamente una donna nel tempo necessario a un uomo per trovare i calzini. Oh, le donne, le mamme, il centro del mondo.

Ci stanno prendendo per il culo, lo sappiamo, vero?

Non abbiamo bisogno di integratori, non abbiamo bisogno di consigli su come combinare famiglia casa e lavoro, non abbiamo bisogno di trucchi. Abbiamo bisogno di fare l’unica cosa che nessuno vuole vederci fare, men che meno quelli che levano odi e glorie alla nostra capacità di stringere i denti: abbiamo bisogno di mollare.

Non possiamo fare tutto. Non siamo tenute a fare tutto, ma soprattutto, ed è questa la parte più dura da mandare giù, per prenderci cura di noi e dei nostri sogni dobbiamo smettere di prenderci cura degli altri. Almeno un po’. Almeno per un po’.

Non ci stanno (e non ci stiamo) solo prendendo in giro. Ci stanno (e ci stiamo) facendo male. E siccome ci hanno insegnato a soffrire in silenzio, ci ammaliamo in silenzio. E no, la nostra malattia non si cura con gli integratori. E neanche con le vitamine e con i trucchi delle riviste. La nostra malattia si chiama tristezza. Che roba squallida da fotoromanzo, no? Come suona antiquata e patetica, la tristezza delle donne. È volgare, indecente, egoista e segno di squilibrio mentale. Non la vuole vedere nessuno, la nostra tristezza. Per questo la nascondiamo come una brutta macchia sul tappeto buono e ci mordiamo le labbra e ogni tanto riempiamo troppo il bicchiere e ogni tanto prendiamo una pastiglia di troppo e ogni tanto ci facciamo del male. Perché siamo tristi. E non possiamo neanche dire che è per qualche nobile motivo che in quanto tale ovviamente non riguarda soltanto noi, come un amore non corrisposto. Non sono le lacrime della madre, non sono le lacrime della moglie, sono solo le lacrime della donna.

Che cosa terribile e indegna. La tristezza della donna che si è persa e non si trova più. Perché le sue cure non bastano agli altri e non servono a lei. Perché sotto tutte quelle cure e quei pasti e quei vestiti stirati e quella casa pulita di cui non frega niente a nessuno ci sono tutti i suoi sogni, anche quelli di cui si vergogna, c’è la sua paura di fallire, anche quella che non vorrebbe ammettere. È rimasto tutto lì sotto, un po’ per colpa sua, un po’ perché così era più facile, un po’ perché era quello che si aspettavano tutti da lei, un po’ perché i sensi di colpa, a fare il contrario, erano perfino più insopportabili del peso di tutti quei sogni e di tutte quelle paure.

Chissà che cosa succederebbe se provassimo a guardarla in faccia, quella tristezza, tutte insieme. A gridare forte che esiste e che non ce ne vergogniamo perché riguarda la cosa più importante del nostro universo, ossia – sorpresa! – noi stesse. Smettiamo di nasconderla, se c’è, smettiamo di pensare che sia sbagliata, o che renda sbagliate noi. Diamo un posto e un volto e un nome a quella tristezza. Quella tristezza a forma di vuoto, il vuoto lasciato da aspirazioni e desideri e sogni che forse possiamo ancora provare a spolverare e indossare. Anche se sono della taglia sbagliata, anche se non ci entriamo più, almeno all’inizio, saranno sempre e comunque meglio di quel vuoto a forma di noi stesse. A forma di quel che eravamo e di quel che non siamo diventate.

Obblighiamo gli altri a vederla, quella tristezza, se esiste, non teniamocela per noi, come se fosse il nostro sporco segreto, il più inconfessabile di tutti. Quello che fa più male. Non siamo folli. Non siamo stressate. Non siamo lunatiche. Non siamo isteriche. Siamo tristi. E siamo ancora in tempo per cambiare.

 

Il tempo delle donne

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«Che bello dev’essere, il tuo lavoro, un po’ come l’uncinetto.»

«Sei davvero fortunata ad avere un marito che ti permette di lavorare.»

«Povero bambino, eh, sono gli svantaggi di avere una madre di successo.»

«Oh, come sei drammatica, non ti si può neanche parlare quando sei al computer.»

Se sei donna e lavori hai delle pretese. Se sei donna e lavori da casa fai passare il tempo fra una lavatrice e l’altra. Se sei donna e lavori da casa facendo qualcosa che ti piace, te la stai spassando.

Sembra che ci sia qualcosa di tossico, nelle donne che si realizzano, come se lo facessero sempre a spese altrui, come se fossero una minaccia per la sopravvivenza della specie che in confronto al buco dell’ozono ci metti una pezza e via. Ma siamo nel 2019, travolti dalla quarta ondata femminista, fra #metoo e bambine ribelli, non puoi mica saltar su e dire che le donne dovrebbero pensare alla famiglia prima di tutto. No, la strategia che viene usata è molto più sottile.

Si comincia con una narrazione del materno da crisi iperglicemica, a metà fra Madre Teresa di Calcutta e una chioccia sotto acido, di cui le mamme pancine sono la versione hardcore, per intenderci. Perché sia credibile, però, bisogna avvolgere le creature in una serie di esigenze, bisogni e necessità inarrestabili e spesso incomprensibili, ma abbastaza vitali da costringere le genitrici a non abbassare mai la guardia. Mai. Quale leonessa nella selva, puoi avere una riunione decisiva per la tua carriera, un appuntamento con l’estetista fissato un secolo prima o – Dio non voglia – essere fuori a divertirti con le amiche, ma saprai sempre che là fuori sono in agguato l’olio di palma, il senso di abbandono, la frustrazione, i pidocchi, i compiti, il gruppo di whatsapp, la maestra che mina la sua sicurezza, una gamma infinita di patologie, sindromi, virus e una sfilza di traumi tutti riconducibili in sostanza al fatto che tu sei una stronza.

No, no, prego, liberissima di lavorare e uscire con le amiche e divertirti, ci mancherebbe altro. Ciascuna ha le sue priorità, certo. Se non ti preoccupa il fatto che tua figlia mangi una merendina confezionata con grassi saturi e zuccheri e un biglietto di sola andata per colesterolo, infarto e tumori a scelta, invece di un panino fatto in casa con farina integrale, lievito madre, polvere di curcuma anti infiammatoria, semini antiossidanti e pomodorini dell’orto, fai pure.

Speravano che fosse sufficiente per farci desistere. E invece no. È saltato fuori che le donne sono disposte a farsi in due in quattro in otto, invece di sbrigare due cose per volta ne fanno dieci, quindici, venti, tutte quelle che sono necessarie, pur di riuscire a lavorare, uscire con le amiche, andare dall’estetista e preparare un panino perfetto e monitorarlo per quando le verranno a dire che i semini irritano e i pomodorini fanno acidità e allora meglio una conserva di frutta di stagione fatta in casa, che con cinque o sei ore te la cavi ed è tutta salute.

Il tempo delle donne è come la borsa di Mary Poppins, la riempi e la riempi e continui a riempirla e ci sta dentro tutto, sempre, non scoppia mai. Il tempo delle donne è il materiale del futuro, non esiste lega altrettanto resistente ed elastica. Sono sicura che alla Nasa ci sono almeno un paio di scienziati che lo stanno studiando, scienziati uomini, certo. Il tempo delle donne è una grande enorme Big Babol, una bolla di sapone che cresce cresce cresce e non scoppia mai. Perché scoppieremo prima noi.

Ci siamo fatte fregare, ammettiamolo. Ci siamo cascate. E il peggio è che ce ne vantiamo. Non dovremmo essere orgogliose perché riusciamo fare cinquanta cose alla volta, dovremmo darci delle sceme. L’esaltazione della stanchezza materna è una trappola e noi ci siamo cascate. Siamo circondate da annunci di integratori pensati apposta per la spossatezza e lo stress delle donne, quando l’unico integratore di cui avremmo bisogno è una porta chiusa e qualche senso di colpa in meno.

Non siamo tenute a stancarci, non siamo tenute a sfinirci per stare dietro a tutto, non dobbiamo dimostrare di essere in grado di pensare a casa e famiglia e figli e lavoro e cani e pesci rossi, tutto insieme. Non abbiamo nessuna colpa da lavare, nessuno a cui chiedere scusa perché abbiamo usato il nostro tempo per noi stesse, nessuna giustificazione da dare se ci siamo realizzate e nessun peccato da espiare perché ci stiamo divertendo. Ogni volta che ci ammazziamo di fatica e riempiamo le nostre giornate all’inverosimile quello che stiamo facendo in realtà è dire che non ce lo meritiamo, che non ci meritiamo un lavoro che ci piace, che non ci meritiamo di essere lasciate in pace mentre lo facciamo, che non ci meritiamo di essere felici.

Non è necessario. Non è necessario autodistruggerci. Tutto il contrario. Pensiamoci. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno è sorridere. Un sorriso è l’unico permesso che ci serve. Il nostro.

Si chiama amore lo stesso, anche se ogni tanto vengo prima io

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“Non riesco neanche più ad andare in bagno da sola.” “No, non posso uscire, non è capace di stare senza di me.” “Non ho mai dormito neanche una notte senza di lui, in sette anni.” “Verrei molto volentieri, ma devo aiutarlo a fare i compiti.” “Certo, a furia di scarrozzarlo di qua e di là non ho più una vita, ma mio figlio ha la precedenza su tutto.”

Si potesse ricavare energia dallo spirito di sacrificio delle mamme, non ci sarebbe più bisogno dei pannelli solari. Quanto orgoglio trattenuto dietro le loro lamentele, dietro le loro rinunce esibite come medaglie. La mamma che si sacrifica, che non dorme, che non ha più una vita.

Chili e chili di sacrificio, che finiranno per seppellirci tutte. Quanto siamo disposte a pagare l’illusione di essere indispensabili? E nel frattempo, mentre ci facciamo sempre più piccole, mentre facciamo la tara alle nostre esigenze, mentre barattiamo il nostro tempo con la sicurezza dell’approvazione altrui e del riconoscimento sociale, nel frattempo i nostri figli ci osservano. E mentre noi cerchiamo di insegnare loro a parlare inglese, a giocare a tennis, a dire grazie prego e per favore, mentre ipotechiamo il nostro tempo per la loro sicurezza in se stessi e la consapevolezza di essere amati e apprezzati, mentre li valorizziamo, li stimoliamo e li analizziamo alla ricerca di batteri e disturbi e frustrazioni ed etichette più o meno salvifiche, c’è una cosa che imparano su tutte le altre. Una lezione che respirano nell’aria ogni volta che stanno con noi.

La mamma c’è, c’è sempre. La mamma si sacrifica per me. La mamma mette la mia felicità al di sopra di ogni altra cosa. Di certo al di sopra della propria. Il tempo della mamma vale meno del mio. Il tempo del papà no.

Ogni volta che mettiamo la felicità dei nostri figli davanti alla nostra stiamo insegnando alle nostre figlie che un giorno dovranno fare altrettanto. Non importa se sanno parlare cinque lingue e sono campionesse in almeno due discipline sportive e hanno un master che ci è costato un rene: quando saranno grandi la felicità degli altri avrà la precedenza. Ogni volta che rinunciamo a uscire con le amiche, a leggere un libro, a lavorare, a creare qualcosa di nostro, a ritagliarci tempo per noi dietro una porta chiusa, stiamo insegnando alle nostre figlie che tutto quello che stanno imparando ora, che tutta la loro creatività e intelligenza e fantasia, tutte le loro risorse e il loro potenziale, un giorno dovranno scivolare sullo sfondo della vita di famiglia. E stiamo insegnando ai nostri figli che un giorno avranno accanto una donna che farà altrettanto. Che un giorno avranno una moglie che si farà carico dei bisogni altrui e metterà da parte i propri. E che è giusto così.

Dovremmo provare a guardare dietro lo schermo dei nostri sacrifici. A vederci come ci vedono le nostre figlie e i nostri figli. Dovremmo ricordarci che si impara di più a salutare la mamma che esce con le amiche o parte per un viaggio di lavoro che a leggere tante belle storie della buonanotte sulle ragazze ribelli. Perché anche le ragazze ribelli hanno figli che hanno bisogno di loro e a cui devono dire di no, ogni tanto. Anche le ragazze ribelli hanno bambini che le vorrebbero sempre accanto e da cui devono separarsi, a volte. Le ragazze ribelli ogni tanto si sentono egoiste e ingrate e mamme schifose. Le ragazze ribelli hanno dovuto scegliere e non sono sempre sicure di aver scelto bene. Le ragazze ribelli hanno bisogno di tempo per sé, hanno le case più sporche delle altre, mariti più efficienti, meno torte in forno e figli che ogni tanto sentono la loro mancanza. È questa la vera storia della buonanotte che dovremmo raccontare alle nostre figlie, se vogliamo che un giorno sappiano ritagliarsi addosso la propria vita prendendo le misure soltanto su di sé, se vogliamo che un giorno possano misurare il proprio valore sui risultati raggiunti e non su quelli a cui hanno rinunciato per amore degli altri.

Si chiama amore lo stesso, questo dovremmo dire prima di spegnere la luce, si chiama amore lo stesso, anche se non posso darti tutto il tempo che vuoi e che vorrei. Si chiama amore lo stesso, anche se ogni tanto vengo prima io.