Le donne in Nepal: Kumari la dea bambina e l’isolamento mestruale

MATERIALE DIDATTICO PER ACCOMPAGNARE LA LETTURA DI “FAZZOLETTI ROSSI”

La Kumari: la dea bambina in Nepal

kUMARI

La Kumari, o Kumari Devi, è una dea bambina, la reincarnazione di una divinità conosciuta come Durga, nella religione indù. Una dea vivente, insomma.

La più conosciuta è quella di Kathmandu ed è scelta fra le bambine di un’alta casta buddista quando è ancora molto piccola. Le candidate poi vengono sottoposte a una serie di prove, da cui emergerà la futura Kumari. Perfino il suo oroscopo deve ricevere l’approvazione di un astrologo! Devono avere una pelle e una dentatura perfetta, nessuna cicatrice e una bellezza fuori dal comune, oltre ovviamente a essere sane. Inoltre non devono avere mai perso sangue, neanche per un taglietto. Ma come si definisce e si riconosce la bellezza necessaria per diventare una Kumari? Nulla è lasciato al caso. Esistono infatti ben 32 criteri di perfezione, che devono essere rispettati. La lingua piccola, per esempio. Il collo come una conchiglia e le cosce di un daino. Le ciglia di una mucca e una pelle chiara e profumata. Piedi proporzionati e le guance di un leone e una voce morbida e limpida. E via così.

Fra le prove, alcune servono a dimostrare che la bambina ha un carattere sereno, che non ha paura, in particolare del sangue, e che non piange mai. Per questo viene rinchiusa in una stanza con decine di teste mozzate di capra e 108 bufali morti e lasciata lì tutta la notte, mentre alcuni uomini mascherati da demoni cercano di spaventarla. Solo la bambina che resterà impassibile diventerà la nuova Kumari, che letteralmente significa “vergine”.

A quel punto dovrà abbandonare la sua famiglia e trasferirsi a palazzo, da dove non potrà mai uscire, se non per occasioni particolari. Si vestirà sempre di rosso e non potrà mai toccare terra con i piedi. L’unico posto in cui può camminare infatti sono le sue stanze, per il resto dev’essere portata in braccio o su una portantina. È circondata da servitori pronti a esaudire ogni suo desiderio e negli ultimi anni riceve anche una certa istruzione, a differenza di quanto accadeva in passato; i suoi tutori però non possono obbligarla a studiare o darle ordini: si tratta di una dea, non di un’alunna qualsiasi!

Nelle rare occasioni in cui esce o si affaccia alla finestra, viene venerata e osannata e la folla si accalca attorno a lei, nella speranza di una benedizione. L’occhio disegnato al centro della sua fronte rappresenta il potere divino di cui è portatrice e ogni sua reazione e ogni minimo gesto acquistano un significato preciso: se resta immobile, per esempio, significa che la richiesta che è stata fatta verrà esaudita; se trema significa che qualcuno finirà in prigione; se piange, che il futuro riserva morte e malattia.

Non si resta Kumari per sempre, però. Vi è un evento ben preciso nella vita di quelle ragazze che segna la fine della loro condizione divina. E quell’evento è l’arrivo delle mestruazioni. Da quel giorno infatti cessano di essere Kumari e tornano a essere comuni mortali. Devono abbandonare il palazzo, che verrà occupato dalla nuova Kumari, e prepararsi a una vita tutto fuorché facile. Avranno un vitalizio, certo, ma non hanno ricevuto un’istruzione adeguata e sono completamente impreparate ad affrontare il mondo. Come se non bastasse, la leggenda dice che l’uomo che sposa una Kumari è destinato a morire giovane.

Spunti di riflessione

L’arrivo delle mestruazioni significa la perdita di ogni privilegio, per la giovane Kumari. Esiste qualche affinità con la situazione delle ragazze nel mondo occidentale? Come cambia lo sguardo della società e della famiglia? Come cambiano le regole che decidono della loro vita? Come cambia la vita delle ragazze e la loro immagine, nel momento in cui iniziano ad avere le mestruazioni? Che cosa significa, secondo te, smettere di essere bambine e diventare donne?

Il rosso è il colore che caratterizza la Kumari, a cominciare dalle vesti che indossa. Che significato ha secondo te questo colore nella nostra cultura? A che cosa lo associ? Viene usato abbastanza per parlare di mestruazioni?

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copertina fazzoletti rossi

Le mestruazioni in Nepal

Nel maggio del 2019, alcune donne del villaggio nepalese di Ripi si ribellarono e rifiutarono di sottomettersi al rito mestruale della chapaudi. In che cosa consiste? Nelle zone rurali del Nepal occidentale, quando le donne hanno le mestruazioni sono considerate impure, quindi devono allontanarsi da casa e rinchiudersi in capanne primitive, spesso di fango e senza finestre, dove non possono lavarsi e non possono consumare carne o latticini, né usare coperte per scaldarsi. L’isolamento nel chaughot, come è chiamata la “capanna delle mestruazioni” inizia fin da giovanissime, anche a 13 anni, e significa dover restare da sole e al freddo, di notte e di giorno, senza poter prendere parte alla normale vita familiare.

È stato calcolato che ogni anno almeno una donna muore durante quei giorni, spesso asfissiata dopo aver acceso un fuoco per cercare di riscaldarsi. In un caso, una giovane morì morsa da un serpente. La chapaudi è stata dichiarata illegale più di una volta, eppure l’usanza prosegue. Non basta infatti la legge a cancellare la convinzione che le donne con le mestruazioni siano pericolose per la loro famiglia e che quindi isolarsi sia un modo per proteggerla. Se una donna che ha le mestruazioni tocca un uomo, per esempio, questo si ammalerà; se beve latte, la mucca non ne darà più; se attinge acqua dal pozzo, il pozzo si prosciugherà. Per ragioni analoghe, legate alla stessa visione del femminile come impuro, durante le mestruazioni le donne non possono andare al tempio o a scuola, e hanno il divieto di toccare gli uomini o di mangiare determinati alimenti.

Spunti di riflessione

La situazione delle donne in Nepal e il rito mestruale a cui devono sottoporsi sono strettamente legati, tanto che le proteste recenti sono diventate possibili solo perché le donne iniziano a godere di maggiori libertà e a essere più indipendenti, anche economicamente. L’esempio della chapaudi rivela il legame profondo che unisce i diritti delle donne e le mestruazioni, l’importanza della tradizione e della cultura di un paese nel tracciare i confini del presente e del futuro delle donne.

In molte culture esiste uno stigma legato alle mestruazioni. Nella Bibbia (Levitico 15,19-20) si legge: “Se una donna ha un flusso nel suo corpo, e questo è un flusso di sangue, la sua impurità durerà sette giorni; chiunque la tocca sarà impuro fino alla sera. Qualunque cosa su cui si sdraia durante la sua impurità, sarà impura; qualunque cosa su cui si siede, sarà impura.”

Quali usanze e quali superstizioni conosciamo nel nostro paese, legate alle mestruazioni? Esistono anche in Italia alcuni divieti imposti alle donne, durante quei giorni del mese? Che significato hanno e che cosa ci rivelano sul ruolo delle donne, sulla loro libertà e sul modo in cui sono viste e considerate?

Scaricate il pdf con il materiale didattico di approfondimento: Le mestruazioni in Nepal.

Consultate la scheda del romanzo su LeggendoLeggendo, il sito per insegnanti, con altre proposte didattiche di approfondimento e le pagine del Diario di Camilla da scaricare gratuitamente.

 

Perché leggere “Fazzoletti rossi” a scuola:

  • Un libro che ha il coraggio di affrontare una tematica considerata tabù e di normalizzarla.
  • Una storia che parla di bullismo e sessismo a scuola.
  • Un inno all’amicizia tra ragazze che farà molto bene anche ai ragazzi

 

Tre cose che ho scoperto sui libri e i ragazzi

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Foto di Pexels da Pixabay

1. Proprio vero che i ragazzi non leggono i libri. Li divorano. Se amano un romanzo lo finiscono in una sera. Se non sono interessati, invece, lo mettono giù dopo poche pagine e non lo riprendono più in mano. Leggono eccome, solo hanno il privilegio di leggere come vivono, senza mezzi termini e mezze misure.

2. Quando chiedi qualcosa a un adolescente non otterrai quasi mai la risposta che cercavi. “Che libro vorresti leggere? Su che argomento?” E se la ottieni, di solito è dopo un sacco di sbuffi e dopo averglielo chiesto cento volte e con ogni probabilità avrà finito per dirti quello che immaginava volessi sentirti dire, perché ti togliessi dai piedi. Le risposte degli adolescenti e dei preadolescenti, però, sono anche piccole esplosioni meravigliose di significato, che non c’entrano niente eppure contengono esattamente quello che cercavi prima ancora di avere capito che cercavi proprio quello. Perché la verità è tangenziale e caotica, e loro lo sanno, siamo noi che ce ne siamo dimenticati e abbiamo finito per credere ai nostri criteri patetici per inscatolarla e tenerla a bada.

3. Se domandi a un ragazzo se un libro gli è piaciuto ti risponderà semplicemente sì o no. E se gli chiedi anche perché probabilmente ti risponderà con una scrollata di spalle scocciata, perché il piacere andrebbe vissuto, non raccontato e di certo non analizzato. Il piacere è intimo e prezioso. Chi ha voglia di raccontare il gusto di una tavoletta di cioccolato mentre la mangia o mentre ne conserva ancora il sapore sulla lingua? E quando invece ti rispondono, spesso lo fanno con una frase sola, che le contiene tutte e il cui significato è riassumibile con: “Perché parla di me”. E il senso dei libri non è proprio quello, il senso più profondo e prezioso, il motivo per cui sono indispensabili?

Insomma, altro che preoccuparci perché i ragazzi non leggono. Dovremmo ricominciare da capo a imparare a leggere da loro.

 

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Quello che ogni genitore vorrebbe sapere su TikTok (e non ha mai osato chiedere)

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Foto di Kirill Averianov da Pixabay

“Sarà sicuro?” è la domanda che ci poniamo davanti alle richieste social dei figli preadolescenti. “Mia figlia ha dodici anni e vuole installarsi Instagram, ma sarà sicuro?” ci chiediamo, chattando da un cellulare che usiamo come macchina fotografica con sveglia incorporata, mentre la figlia in questione lo usa per trovare informazioni, confrontarle, editarle e condividerle nel tempo che noi impieghiamo a decidere se qual è si scrive con l’apostrofo. La stessa figlia che forse non si porrà il problema sicurezza, ma che sa benissimo come filtrare i suoi contatti social con precisione chirurgica, a cominciare dalla madre. “Io controllo sempre il profilo Instagram di mia figlia, ci mancherebbe altro” mi ha detto un’amica. “Il profilo?” avrei voluto risponderle. “Quale, dei cinque che ha?”

“Allora facciamo così, vado in negozio e scatto una foto e te la mando e tu mi dici se ti piace” ho proposto a mia figlia, non senza sentirmi molto moderna. “Aspetta” mi ha risposto lei dall’altro angolo del divano. E dieci secondi dopo mi ha mandato le foto della maglietta che voleva, con il prezzo, la taglia, indirizzo e orario di apertura del negozio, scorte restanti e canzone preferita della commessa e un cuore rosso con la scritta “Graxx!!! Anche nera plis”.

Una delle ragioni per cui ho scritto “Fazzoletti rossi” è stata provare a capire TikTok. E c’è qualcosa di teneramente patetico in una generazione come la mia, cresciuta a colpi di “cogli l’attimo” e “nessuno può mettere Baby in un angolo”, e tutto il campionario di sfrontatezza ribelle da Roxy Bar, che adesso si ritrova alle prese con una generazione cresciuta a biberon di consapevolezza e rivendicazioni, per cui cogliere l’attimo è semplicemente assurdo, perché loro sono l’attimo, e la ribellione va bene sulle magliette ma non li rende più liberi di quanto non siano già. Guardano Facebook con la curiosità con cui guarderebbero un mucchio di vecchie riviste ingiallite, sono già oltre Instagram, che usano solo per le storie, sono precipitati nel flusso di TikTok e chissà in quanti altri social che ignoro e di cui scoprirò l’esistenza solo quando saranno diventati troppo vecchi per loro.

“Che scemenze” non posso fare a meno di commentare ogni volta che guardo TikTok. Certo che sono scemenze, lo sanno anche loro, non abbiamo cresciuto un esercito di decerebrati, su questo possiamo rassicurarci, è cazzeggio puro e dichiarato. Solo che noi cerchiamo significati a priori, abbiamo bisogno di agganciarci a quel che riteniamo importante, di usare punti fermi di senso per orientarci, loro no. E non perché siano privi di valori, come sostengono praticamente tutte le generazioni di quelle che vengono dopo, ma perché il significato delle cose è fare le cose, non può esistere a priori, si manifesta e si crea nell’azione stessa, come nei videogiochi. Non esiste un sistema di valori esterno o precedente al videogioco, e se esistesse, probabilmente sarebbe ingannevole e poco affidabile. L’etica di un videogioco emerge dalle scelte che sei portato a fare, dalle conseguenze delle sue regole nel corso della partita, dagli obiettivi che ti prefiggi e dalle strategie per conseguirli. Non è una dichiarazione di principi, è il principio di una dichiarazione.

Possiamo gridare ai nostri figli quanto vogliamo che dovrebbero pensare a cose più serie, ma è un po’ come dire loro di imparare a nuotare prima di azzardarsi a mettere un piede in acqua. Loro non imparano le cose importanti, lasciano che prendano forma mentre fanno tutt’altro, le scoprono per caso e soprattutto hanno imparato che non devono sembrare importanti, per esserlo davvero. Anzi, che il modo più sicuro per trovare qualcosa di serio e importante è rifuggire da tutto ciò che sostiene di esserlo. Del resto, sfido chiunque a guardarsi attorno e dire che hanno torto.

È una generazione dall’identità fluida, che scorre da una performance collettiva all’altra, che si nutre di hashtag e si lascia orientare e influenzare dagli algoritmi, gli influencer orwelliani del futuro. Ecco allora che in un mondo in cui plasmarsi sui contenuti altrui ti definisce, non per imitazione o per bisogno di omologazione, ma come attività ludica e creativa, come nuova modalità di relazione con un contesto sociale e social sfuggente, senza mappe e confini, il cyber bullismo va oltre le molestie e l’abuso. Non si tratta di una rete esterna a te che ti intrappola fra insulti e bugie, quel collettivo virtuale diventato improvvisamente ostile non è altro da te, quel collettivo sei tu. Non puoi ignorarlo, non puoi decidere che non ti interessa e passare oltre, perché per farlo devi prima cancellarti e diventare invisibile.

Siamo troppo pesanti per seguire gli adolescenti di oggi, non ci solleviamo abbastanza da terra, ci tiriamo dietro il peso delle nostre paure e della fatica che ci è costata sognare e di tutti gli sforzi che facciamo per non sembrare vecchi. Forse un giorno succederà anche a loro, un giorno scopriranno che sognare costa fatica e quanto è facile perdere tutto e quanto è rischioso navigare a vista. Fino a quel momento, si spostano liberi in un orizzonte in cui i punti di riferimento sono diventati utili come un faro in pieno giorno. Noi allontaniamo lo schermo del cellulare per riuscire a mettere a fuoco i meme che ci mostrano, loro a cinque anni scoprivano dal tg che la webcam può registrare a tua insaputa. Noi li avvertiamo che la ragazzina così simpatica con cui sta chattando potrebbe essere un cinquantenne che un giorno si inventerà un complesso sulle proprie tette inesistenti per convincerla a sollevarsi la maglietta, per loro l’identità della persona dall’altra parte si definisce in termini di popolarità, hashtag, effetti e canzoni, non di autenticità, e se si alzeranno o meno la maglietta dipenderà da tutto quello che abbiamo insegnato loro sulla vita, non sui social.

Stiamo scaricando le colpe degli adulti sul linguaggio usato dagli adolescenti. Dovremmo parlare meno dei pericoli dei social e di più dei pericoli per i social. Se TikTok è il “paradiso dei pedofili” il problema sono i pedofili, non le ragazze che decidono come divertirsi; se un cinquantenne si spaccia per dodicenne per convincere una ragazzina a spogliarsi dovremmo prendercela con il cinquantenne, non con il mezzo che glielo rende possibile. La mia infanzia era tempestata dai racconti di uomini che ti aprivano l’impermeabile davanti per mostrarti quel che avevano fra le gambe, eppure nessuno mai pensato di ritirare gli impermeabili dal commercio. Ecco allora che cosa ho capito di TikTok scrivendo “Fazzoletti rossi”: che non lo capirò mai. E che va bene così.

copertina fazzoletti rossi

 

Per l’8 marzo, meno mimose e più #fazzolettirossi

foto braccio mare3

“Perché vorrei poter dire in classe che ho le mestruazioni senza che tutti facciano la faccia schifata.”

Per quanto mi sforzi, non riesco a trovare un solo ricordo scolastico sulle mestruazioni. Nessuno. Da un rapido calcolo approssimativo, dovrei averle avute almeno una sessantina di volte, fra medie e liceo. Possibile che non me ricordi neanche una? Che abbia rimosso tutto completamente? Che abbia finto così bene che non esistevano da cancellarle? In vita mia ho avuto le mestruazioni più di 400 volte eppure l’unica cosa che ricordo sono macchie: cuscini macchiati, costumi macchiati, pantaloni macchiati, lenzuola macchiate. Il terrore di essermi macchiata e la vergogna di essermi macchiata. Dovermi cambiare di nascosto, non sapere che cosa fare dell’assorbente sporco, non trovare un bagno quando ne avevo bisogno. Per 400 volte ho finto di non perdere sangue quattro o cinque giorni di fila, con il terrore di essere scoperta, perché in “quei giorni” le brave ragazze perbene si mettono i pantaloni scuri e se proprio sono costrette a confessare, dicono di “avere le loro cose”.

due amiche

“Perché mi sono stufata di nascondere i tampax, neanche stessi spacciando droga.”

C’è qualcosa che non va. È evidente. Vivere nel segreto e nella vergogna del tuo corpo una volta al mese significa stravolgere il senso dell’essere donna. Significa che essere donna ha qualcosa di sporco e di sbagliato, che ti fa sentire inadatta. Significa che giochi in un’altra categoria, che gli spazi pubblici a poco a poco ti vengono negati e ti assomigliano sempre di meno. Un mondo in cui non c’è posto per le mestruazioni è un mondo in cui non c’è posto per le donne. Una società in cui le mestruazioni devono restare un segreto è una società in cui quel che riguarda le donne si sussurra a parte, in privato, per non rubare la scena pubblica ai desideri degli uomini. Soprattutto quando quei desideri riguardano proprio il corpo delle donne, un corpo reinventato e riscritto per aderire alle esigenze altrui. Quante possibilità abbiamo di vivere serenamente nel nostro corpo, con queste premesse?

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“Perché quando sento che devo cambiarmi l’assorbente significa che devo cambiarmi subito! E invece non mi danno il permesso di andare in bagno.”

Quante sono ancora oggi le scuole in cui alle ragazze non è permesso andare a cambiarsi a metà lezione? Quante ragazze hanno sporcato la sedia in aula? Quante scuole si rifiutano di sistemare una scatola di cartone per gli assorbenti sospesi, perché ci sono “questioni più urgenti” di quello che succede alla metà della popolazione studentesca (e alle stesse insegnanti) una volta al mese? Quante ragazze sono costrette a soluzioni di emergenza perché non hanno un assorbente nel momento del bisogno e si vergognano troppo per chiederne uno? Per quante l’ora di ginnastica significa ansia e imbarazzi, una volta al mese?

Ecco perché questo 8 marzo dovremmo portare tutte un fazzoletto rosso: perché parlare di mestruazioni apertamente, sin dalle scuole medie, è il primo passo per permettere alle ragazze di crescere nella convinzione di meritarsi davvero le stesse opportunità dei maschi. “Nessuno può cancellarti” scrive Luna in Fazzoletti rossi. “Se ti senti invisibile, allora significa che devi gridare più forte.” Le bambine ribelli sono cresciute e non hanno intenzione di sussurrare quando si raccontano. Perché hanno imparato che non c’è gesto più rivoluzionario che parlare di sé.

copertina fazzoletti rossi

 

 

Il gesto rivoluzionario di parlare di noi. Le prime mestruazioni

 

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“Parla di noi” scrive una protagonista all’altra all’inizio di “Fazzoletti rossi”. Ed è quell’invito, in qualche modo, a cambiare tutto. Per questo in occasione dell’uscita del romanzo ho chiesto sulla pagina Facebook di Rosapercaso se qualcuna aveva voglia di ricordare le sue prime mestruazioni. Confesso, pensavo che sarebbero state in poche a raccogliere l’invito e il fiume di risposte che è arrivato, invece, mi ha sorpresa e al tempo stesso mi ha commossa. Quelle storie traboccano di emozioni, di vita, di verità su quel che significa essere donne, sono piene di energia, di gioia, amore, vergogna, paura e solidarietà. E sono piene di segreti.

Come hanno potuto convincerci che dovevamo stare zitte, con tutto quello che avevamo da dire? Il perché, invece, è fin troppo chiaro: le parole delle donne sono rivoluzionarie, basta scorrere quelle storie per capire che il solo fatto di averle scritte, e lette, ha già iniziato a cambiare le cose. Eccone allora alcuni brevi estratti, anche se non rendono giustizia del mosaico che ha preso forma sulla pagina.

Non smettiamo mai, vi prego, di parlare di noi.

Avevo nove anni e fu un trauma. Mentre le altre bambine potevano correre e giocare, io avevo il terrore di sporcare persino la sedia a scuola e rimanevo immobile per tutte e cinque le ore sperando di non fare brutta figura quando dovevo alzarmi per tornare a casa. (Tiziana)

Mio papà mi ha detto: “Ora sei grande, non potrai più uscire dal cortile da sola (!!!!)” Ricordo una sensazione di vergogna, disagio e imbarazzo. Avevo 11 anni. (Francesca)

Quel dolore alla pancia e quella robaccia marroncina mi spaventarono. (Laura)

Mia madre mi premiò con dei soldi che usai per un paio di zoccoletti rossi. (Giorgia)

Il mio ricordo è delle scuole medie e sono un paio di jeans con le tasche larghe, di dimensioni perfette per metterci già da casa l’assorbente per il cambio di metà mattina, così da evitare la vergogna di tirarlo fuori davanti ai maschi in classe! Oppure il tossire in bagno quando toglievo l’assorbente usato ed aprivo il nuovo, per evitare che si sentisse il rumore dello “strappo”! (Alessia)

Ricordo che il mio pensiero stizzito in quel momento fu: “Ma dai, che seccatura, proprio oggi che dovevo andare al mare!” (Noemi)

La sera i miei mi portarono a cena fuori per festeggiare, insieme ad una cara zia. (Loredana)

Signorina. In una parola si nascondono decenni e decenni di vergogna. (Irene)

Se dovessi riassumere tutto in una parola, ti direi vergogna. (Ilaria)

Ricordo che sentii mia madre telefonare a mia nonna e dire :”Oggi è sbocciato un fiore”. (Cinzia)

L’ho vissuta in modo naturale per fortuna. Anzi ero felice di aver concluso una prima parte di vita e di averne iniziata un’altra. (Alessandra)

Mi ricordo la prof di matematica che mi disse davanti alla classe di non fare sceneggiate, altrimenti chissà durante il parto. In verità avevo l’endometriosi, che mi fu diagnosticata solo dieci anni dopo. Ogni volta che mestruavo, e mi succede tutt’ora, mi veniva l’ansia per il male, gli antidolorifici, le emorragie. (Chiara)

Mio padre mi portò a casa le paste per festeggiare “perché sei diventata grande”. (Annamaria)

Tutto quel sangue mi sembrava una colpa e una punizione ingiusta, ogni mese, mal di schiena, mal di pancia, mal di testa davvero non capivo il perché. (Gabriella)

Scoppiai a piangere. Una volta a casa chiesi a mia mamma il perché di tutto ciò e lei mi spiego con tutto l’amore che una mamma può dare. (Sabrina)

Mi sono spaventata così tanto che pensavo sarei morta dissanguata. Poi, quando per consolarmi mi hanno detto che ero diventata “signorina” e che non ero più una bambina, sono scoppiata a piangere perché io volevo giocare ancora con le Barbie, non essere una signorina! (Lorenza)

Gli assorbenti sporchi da portare a casa nella tasca esterna dello zaino perché nella mia scuola media non c’era un cestino apposito, ed i bagni erano unisex. (Irene)

A me è andata di lusso, finalmente erano arrivati gli assorbenti usa e getta. (Antonella)

I dolori sono sempre stati fortissimi, ma a scuola non accettavano giustificazioni con scritto “indisposizione” e, quando spiegavi alle professoresse cosa avevi, rispondevano che non era una giustificazione valida. “Mica è una malattia!”. Ricordo il terrore di sporcare i pantaloni a scuola, allora mettevo due assorbenti perché era capitato ad una compagna di sporcare la sedia e tutti i maschi avevano cominciato a ridere, prendendola in giro. Ricordo ancora la bidella che disinfettava la seduta tra le risate generali. (Alessandra)

Capii subito come andavano le cose: di mestruazioni non si poteva parlare, mai.  (Laura)

 Il mio primo ricordo è un iniziale panico, seguito dalla domanda “non mi sarò mica fatta la cacca addosso?” (Beatrice)

Ricordo che non capivo cosa fosse successo, mia mamma era tutta contenta ma poi mi diceva: “Non parlare di mestruazioni, soprattutto ai maschi, di’ che hai le tue cose!”. (Susanna)

Ho passato il resto della giornata a pensare a quella cosa nelle mutande, con l’ansia che si spostasse. Ero tra le prime ad avere le mestruazioni tra le mie amiche e quindi è stato davvero traumatico! (Federica)

Orgoglio, mi sono sentita grande ma anche sana e “normale”. (Silvia)

Mia madre mi disse che era “una cosa” normale che capitava a tutte le donne e che avrei avuto “quelle perdite”, una volta al mese. Aggiunse: mi raccomando nascondi gli assorbenti che non li vedano tuo padre o tuo fratello. Vietato, in casa, l’uso del termine mestruazione. (Sonia)

Angoscia e tristezza. Non so perché. Forse non capivo bene cosa significasse ma ricordo che scoppiai a piangere quando mia madre mi disse che “ero diventata signorina”. (Nunzia)

I primi mesi sono stati un caos perché non sapevo esistessero gli assorbenti con ali e continuavo a macchiarmi e mia madre mi sgridava perché sporcavo tutto. (Gaia)

Una delle prime volte a 12 anni: mi sono macchiata molto i pantaloni e così ho coperto con la maglia fissata in vita. Salgo sull’autobus per tornare a casa da scuola e un ragazzo più grande ride di me con i suoi amici. Da quel giorno ho il terrore di macchiare i pantaloni e giro con doppio assorbente e un paio di jeans di ricambio. (Veronika)

Ancora adesso, se sono ospite da amici single, ripongo l’assorbente sporco in un apposito sacchettino che butterò una volta rientrata a casa. (Sara)

Avevo 13 anni e stavo tornando a casa da scuola in autobus, ero stravolta e pregavo di non avere macchiato il sedile!  (Liliana)

Ero molto piccola. Ricordo che il primo giorno avevo timore di fare la pipì, l’ho trattenuta quasi tutto il giorno. (Miriam)

 Ricordo il meraviglioso mazzo di rose rosa di mio padre, il passaggio all’età adulta accompagnata da un amorevole sguardo maschile, il più importante. (Paola)

Nella famiglia tutti che esultavano mentre io piangevo nella consapevolezza che stavo crescendo. (Valentina)

Piangevo disperata perché non le volevo, facevano male, mi impedivano di fare un sacco di cose (all’epoca facevo karatè e avevo il terrore che mi venissero all’improvviso chiazzando il kimono bianco). Mi sembrava una condanna. (Gaia)

Panico. (Libera)

Io. A casa di nonna. Col letto e le mutande piene. Spavento allucinante. (Jessica)

Era ora! (Rossella)

Io ho un ricordo tenero e buffo di mia mamma che dopo avermi spiegato dove teneva gli assorbenti in casa e come utilizzarli fa dietrofront e aggiunge: “Mi raccomando, la parte adesiva verso le mutande, eh”. (Valentina)

È stato un disagio terribile anche perché senza spiegarmi niente hanno iniziato a telefonare la notizia a parenti e amici. (Anna)

Il mio primo pensiero è stato “finalmente!!!” perché ero ansiosa di averle per sentirmi grande. (Serena)

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Perché serve una scatola rossa per gli “assorbenti sospesi” in tutte le scuole

 

foto statale
All’Università degli Studi di Milano

“Durerebbe una settimana, massimo, poi la distruggerebbero.”

“Abbiamo problemi più seri, a scuola.”

“Non ci sono i soldi neanche per la carta igienica.”

“Le ragazze non hanno alcun problema a procurarsi gli assorbenti.”

“È poco igienico.”

“Per le ragazze di oggi non è mica un tabù, ne parlano tranquillamente.”

“Il cartone può essere incendiato.”

Sono alcune delle obiezioni che ho raccolto davanti alla proposta di mettere in tutte le scuole, a partire dalle medie, una scatola rossa dove chi può e vuole lasci ogni tanto un assorbente e chi ne ha bisogno ogni tanto lo prenda. Le obiezioni sono tutte legittime, tranne forse quella sul costo, dal momento che per realizzarla bastano una scatola riciclata e un po’ di fantasia. È vero, le ragazze oggi ne parlano serenamente. Alcune. Di quelle che se ne vergognano e le vivono con imbarazzo non potremo mai tenere il conto. Ci sono. Ci sono anche loro. Solo che non lo sappiamo.

Certo, quasi tutte le ragazze possono pagarsi un assorbente. O almeno così crediamo.  Ne siamo proprio sicuri? I dati per l’Italia non ci sono, ma la period poverty esiste eccome, ed è un problema. Nel Regno Unito, dove dal 20 gennaio vengono distribuiti gratuitamente nelle scuole e nei college pubblici, una ragazza su dieci ha dichiarato di non potersi permettere gli assorbenti.

È vero che la scatola rossa in un bagno scolastico avrebbe una vita spericolata e forse qualche spiritosone se ne andrebbe in giro per il corridoio con due assorbenti incollati in testa a mo’ di orecchie o userebbe il tampax come missile, magari colorato ad arte. Anche i gessetti del resto possono essere usati per fare disegni sconci, ma non è un buon motivo per proibirli. La carta igienica prende fuoco facilmente, ma se ne incoraggia comunque l’uso. Le porte delle aule vengono prese a calci e a pugni, a volte, ma ancora non sono state abolite. Perché? Perché sono necessarie. E gli assorbenti invece no?

Il problema allora è un altro. Il problema è che i problemi delle donne si affrontano solo quando non creano problemi. Se non sono a costo zero, in tutti i sensi possibili e immaginabili, i problemi delle donne passano in fondo all’ordine del giorno e da lì al dimenticatoio. Vengono ignorati, non esistono, hanno la stessa rilevanza sociale dell’artrite delle cavallette. Ci sono sempre questioni più gravi di quelle che riguardano le donne, oltre al fatto che sarebbe cosa gradita che le donne facessero quello che ci si aspetta da loro, ossia dedicarsi a risolvere i problemi altrui, invece di assillare con i propri.

Una scuola che non mette nei bagni delle ragazze non dico un distributore gratuito di assorbenti, ma almeno un contenitore in cui sia possibile prenderli e lasciarli, è una scuola che ignora il fatto che una percentuale vicina alla metà della sua popolazione ha le mestruazioni una volta al mese. Le ragazze possono scambiarsi gli assorbenti sotto banco, in qualche caso possono chiederle a una bidella ben disposta, possono parlarne con una professoressa complice, ma per la scuola intesa come istituzione le mestruazioni non esistono. Al massimo, e non sempre, troveremo un cestino apposito in cui buttare gli assorbenti sporchi.

Ecco perché è fondamentale che il progetto della scatola rossa (o bianca, o lilla, o verde) prenda piede in tutte le scuole, come ha già iniziato a fare in alcuni licei e università, e che succeda a partire dalle medie. Non (solo) perché gli assorbenti costano. Non (solo) perché nessuna ragazza debba andare in giro con un rotolo di cartaigienica fra le gambe per tutta la mattina. Non (solo) per aiutare le ragazze a parlarne apertamente. Anche e soprattutto perché le mestruazioni devono diventare visibili, devono rivendicare un posto nello spazio pubblico. È il primo passo perché il femminile smetta di essere fatto di segreti e tabù. Ho scritto “Fazzoletti rossi” proprio perché mi sembrava necessario che le mestruazioni comparissero nei romanzi rivolti a un pubblico giovane e giovanissimo. Perché è a quell’età che è importante che siano un argomento come tutti gli altri.

Se fossero gli uomini ad avere le mestruazioni, nessuno se ne vergognerebbe, anzi. La sindrome premestruale se la giocherebbe con la peste bubbonica in termini di gravità e i distributori nei bagni ci sarebbero eccome. Non è soltanto una questione di privilegio, ma della rappresentazione che lo rispecchia. Il maschile è la norma. Il femminile l’eccezione a quella norma. Per questo la presenza degli assorbenti nei bagni deve essere giustificata da ragioni imprescindibili, per questo viene subordinata a tutti gli altri problemi di cui soffrono la scuola e i ragazzi. Perché il femminile non è la norma. E in un mondo in cui non è la norma, quando ti arrivano le prime mestruazioni capisci che per te valgono regole diverse e che dovrai conquistarti con i denti i luoghi di potere, perché “di norma” non ti sono concessi. E la tua vita inizia a cambiare e a prendere, sottilmente, in modo quasi inavvertito, una direzione diversa.

L’idea è facile da realizzare: bastano una scatola di cartone, un pennarello e un po’ di creatività. “Prendine uno se vuoi, lasciane uno se puoi” è la scritta che ho visto più di frequente, ma nulla impedisce di scriverci sopra tutt’altro. È un progetto a costo zero, che fomenta e rafforza la solidarietà e lo spirito di collaborazione, che permette di riflettere sui tanti modi in cui la nostra società vive gli spazi comuni, che incoraggia lo scambio di informazioni e la consapevolezza. I luoghi pubblici devono appartenere a uomini e donne, e perché sia davvero così, devono essere in grado di interpretare le esigenze di entrambi.

Si può fare. Basta volerlo fare.

copertina fazzoletti rossi