La gratitudine che uccide le donne

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Foto di Free-Fotos da Pixabay

La gratitudine in una coppia è pericolosa, quando si insinua nelle fondamenta e diventa materia stessa della relazione, quando la definisce. Come il rancore, vi apre crepe sottili e impercettibili, che finiscono per minarla e renderla fragile. Possiamo essere riconoscenti al partner per decine e centinaia di motivi diversi. Ma nel momento in cui siamo riconoscenti perché ci ha portate all’altare, perché ha accettato di formare una relazione stabile e mettere su famiglia, allora la gratitudine, come il rancore, rischia di trasformarsi in uno scarto impossibile da colmare. Una relazione nata all’insegna del debito non può essere sana, vi sarà sempre una parte più debole e una più forte, una che si sente in dovere di pagare il prezzo di quel debito e/o un’altra in attesa di riscuoterlo.

Che cosa succede allora in una società che ha fatto della gratitudine un aspetto fondante delle relazioni fra uomini e donne? In una società in cui gli uomini vengono “incastrati” dalle donne, trascinati all’altare, costretti a rinunciare al proprio scanzonato ego adolescente dai ceppi del matrimonio e da quelli della paternità? In cui alle donne con troppo carattere si dice che non troveranno nessuno che se le piglia e in cui “donna sola” è un ossimoro sgradevole che evoca gatti e porte che si chiudono invece di aprirsi? In cui le donne rompono, per definizione, e gli uomini le sopportano? Succede che le donne si convincono di dover essere grate all’uomo che le ha scelte, che se le è prese, che ha sacrificato la propria libertà per loro. Quando basterebbe dare un’occhiata alle statistiche per capire che, nel caso, la gratitudine dovrebbe essere tutta maschile, per ogni donna che accetta a suo rischio e pericolo di entrare in una relazione in cui vengono commessi l’85% dei delitti in cui la vittima è di sesso femminile.

Questo squilibrio di fondo nelle relazioni di coppia non è solo il pretesto per battute e barzellette tanto radicate quanto sessiste. Questo squilibrio di fondo uccide. È quella gratitudine a convincere molte donne a tacere, a sopportare, a pagare il prezzo per essere state sposate. È quella gratitudine che si traduce in diritto, compreso il diritto di alzare le mani, a volte. Ogni volta che facciamo i complimenti a una sposa e le nostre scherzose condoglianze allo sposo stiamo rafforzando una cultura che uccide. Ogni volta che una donna sente, da qualche parte dentro di sé, di dover essere grata all’uomo che l’ha sposata non per la felicità che le ha regalato, non per gli anni meravigliosi trascorsi insieme, non per i gesti quotidiani di rispetto e di amore, ma perché quella gratitudine rientra fra i suoi doveri di donna, diventa automaticamente più vulnerabile.

La colpa di chi uccide è sempre e solo di chi uccide. Ma ad armargli la mano, a volte, è un’intera società.

Piccolo decalogo contro la violenza di genere

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1. Mai accettare di vedersi un’ultima volta. Mai. Neanche per un saluto rapido, in un luogo pubblico, insieme a un’amica, per riprenderti la collana a cui tieni tanto, per rivedere il cane. Mai. Non glielo devi, non lo devi agli anni trascorsi insieme, non è un prezzo da pagare per lasciarlo, non sei obbligata a scrivere nessuna parola “fine”. La parola fine l’ha già scritta lui, tu devi solo chiudere il libro. L’ultimo saluto rischia di essere davvero l’ultimo.

2. Non permettergli di isolarti. È uno dei primi segnali di allarme. Ti fa il vuoto attorno. Comincia parlando male delle tue amiche, che sono tutte egoiste, non lo vedi come ti trattano, non vedi che si approfittano di te, sei sempre tu a chiamarle, mai loro. Dopo le amiche è il turno della famiglia, soprattutto se è una famiglia presente nella tua vita. Poi, quando arrivano i figli, diventa ancora più facile usarli per tenerti in casa. Non ha più neanche bisogno di proibirtelo, gli basta fare appello ai tuoi doveri di madre, ai tuoi sensi di colpa, alle tue paure, che la bimba piange finché non torni e io domani lavoro. E tu hai paura che gli scappi uno dei suoi urli, che perda la pazienza con i bambini, che gli scappi lo schiaffo, e resti in casa. E resti sola.

3. Se ti mortifica costantemente il problema è lui, non sei tu. Se critica il tuo aspetto, se ti dice di mangiare meno dolci, se ti fa sentire goffa e brutta e sbagliata. Se ti dice che stai ingrassando, che dovresti cambiare taglio o colore di capelli, che dovresti truccarti di più o di meno, stringere le gonne o allargarle. Se ti fa sentire vecchia, inutile, poco sexy, poco desiderabile. Se sminuisce il tuo lavoro, se ne parla come se fosse banale, sciocco e irrilevante, e non perché ti meriti di meglio, ma perché di meglio non sai fare. Se ti dice che cosa mangiare, quanti chili dovresti perdere, che cosa devi cucinare e come, come devi tenere la casa. Se in qualunque momento hai la sensazione che il tuo valore dipenda da lui, allora non sei sbagliata. Sei in pericolo.

4. Ogni volta che non siete in due a decidere di fare sesso, è violenza. Se ti obbliga a fare sesso quando non vuoi, ti sta usando violenza. Se ti chiede di assecondare i suoi gusti, se insiste, se ti costringe a fare quello che non vuoi quando non vuoi e come non vuoi, è violenza. Sempre. Se ogni sera fai sesso con lui solo per tenerlo buono anche dopo aver messo in chiaro che non ne avevi voglia, quella è violenza.

5. Se lo fai per non farlo arrabbiare, è violenza. Se ti sforzi di tenere la casa pulita perché non si arrabbi, di avere la cena pronta quando rientra perché non si arrabbi. Se ti vesti come gli piace perché non si arrabbi. Se non esci con le amiche per non farlo arrabbiare. Se non spendi troppo per non farlo arrabbiare, se gli nascondi le bollette o un maglione nuovo per non farlo arrabbiare, se quando esci torni presto per non farlo arrabbiare. Se chiedi ai bambini di non fare rumore perché lui non si arrabbi, ogni volta che percepisci la violenza in casa, anche quella che non lascia lividi, non sei tenuta a sopportarla. Non importa quanto ti sforzi e quanto ti impegni e quanto ci stai attenta, se pensi di dover cambiare per non farlo arrabbiare, prima o poi si arrabbierà.

6. Se ti colpisce una volta, lo farà anche una seconda. Dove è passata la violenza non crescono le seconde opportunità. Se ti dà uno schiaffo una volta, la volta dopo te ne darà due. L’unica cosa che cambierà è che invece di chiederti scusa lui, finirai per chiederglielo tu. Uno basta. Uno è già troppo.

7. Non hai bisogno del permesso di nessuno per lasciarlo. Non hai bisogno di convincere le persone che ti stanno attorno. Non hai bisogno della complicità della sua famiglia o del sostegno della tua. Non hai bisogno di fargli capire che ha sbagliato e che ha torto. Non hai bisogno che nessuno venga a dirti che hai ragione. Tu lo sai.

8. Non hai niente da perdonarti. Sì, avresti potuto lasciarlo prima. Sì, avresti potuto cacciarlo prima di casa. Sì, avresti potuto difenderti. Sì, avresti potuto colpirlo più forte. Sì, avresti potuto denunciare. Sì, avresti potuto impedirglielo. Sì, avresti potuto convincerti che meritavi di meglio. Sì, avresti potuto fidarti prima di te stessa. No, non è colpa tua.

9. Non sei costretta a odiarlo per salvarti da lui. Non c’è un prezzo da pagare in amore. Non sei tenuta a sopportare, non sei tenuta a soffrire, non sei tenuta a sacrificarti, non sei tenuta a metterti in secondo piano, non sei tenuta a rinunciare a niente. L’amore aggiunge, non sottrae. Se fa male non è amore, ma il percorso per salvarti non passa necessariamente dall’odio. Se non vuoi odiarlo, se non puoi odiarlo, se odiare chi hai amato è troppo doloroso e ti farebbe sentire ancora più sbagliata, non sei costretta a farlo. Se disprezzarlo significa disprezzare una parte troppo grande di te stessa e gettare alle ortiche una parte troppo grande della tua vita, non farlo. La priorità è salvare te stessa, non condannare lui.

10. Non sei sola e non sei sbagliata. Anche quando ti senti più sola che mai. Dietro di te ci sono tutte le altre donne che si sono sentite altrettanto sole, perché come te vivevano in un mondo declinato al maschile, in cui le regole sono scritte al maschile e quel che è giusto e sbagliato lo decidono i bisogni degli uomini. Non sei debole. Ci vuole forza per sopportare. Per salvarti te ne basterà meno di quanta ne hai avuta finora.

 

Queste note sono il frutto delle discussioni e dei commenti ai post sulla pagina Facebook di Rosapercaso. Sono emerse dalle testimonianze, dai messaggi che ho ricevuto in privato, dalle voci delle donne che hanno deciso di raccontarsi, per aiutarsi e aiutare. Da sola non avrei mai potuto scriverli.

Se vi trovate in una situazione simile, rivolgetevi al Centro antiviolenza più vicino. Se non sapete a chi rivolgervi, cercate sul sito di D.i.Re Donne in rete contro la violenza, dove trovate tutti i contatti e le informazioni utili.

Anna P, 42 anni, strangolata dal marito

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Foto di Barbara Krawcowlcz (CC)

Mi chiamo Anna, insegno matematica in un liceo scientifico, sono sposata e ho un bambino che compirà quattro anni fra cinque mesi. Ogni tanto vado in palestra. Ci andavo, in realtà. Da quando mi sono sposata non ho più il tempo. Anzi, prima o poi devo passare e disdire l’abbonamento. Mio marito si arrabbia sempre quando gli dico che non l’ho ancora fatto e ha ragione. Comunque, dicevo, amo la musica classica e con la mia amica un tempo andavamo a un sacco di concerti. Adesso, con la famiglia e tutto il resto ci andiamo molto meno, ma ce n’è uno il mese prossimo al teatro qui in zona e ci siamo ripromesse di andarci davvero, questa volta. Domani devo ricordarmi di comprare i biglietti, quando esco da scuola. Ah, no, domani è il giorno che devo portare mio figlio dal pediatra, è vero. Dopodomani, allora.

Comunque, sono una donna fortunata. I miei genitori sono ancora vivi e non hanno problemi di salute troppo gravi, ho amiche magnifiche, un lavoro che mi piace e con i colleghi… insomma, non posso dire di andare d’accordo proprio con tutti, ma alcuni di loro sono simpatici. Ogni tanto si organizzano e vanno a mangiare una pizza tutti insieme. Io non posso andare, con il bimbo ancora piccolo, ma appena sarà un po’ più grande mi hanno fatto promettere che non inventerò più scuse e sarò dei loro.

Di tutti i momenti della giornata, i più belli sono quelli che trascorro con mio figlio, quando vado a prenderlo all’asilo e ce ne stiamo insieme noi due, nel nostro mondo speciale. Se c’è bel tempo andiamo ai giardinetti in piazza, altrimenti ce ne torniamo a casa e guardiamo i cartoni insieme oppure mi invento qualche attività da fare con lui. Martedì scorso per esempio abbiamo fatto i biscotti e abbiamo riso un sacco. Certo, poi ho dovuto rimettere tutto a posto prima che rientrasse mio marito, è stata una faticaccia, ma ci sono riuscita e non c’era più neanche un granello di farina quando lui ha suonato il citofono.

Ecco, se proprio potessi cambiare qualcosa nelle mie giornate, l’unica cosa che vorrei che scomparisse è quella sensazione d’ansia che mi stringe lo stomaco quando alle sette e mezzo suona il citofono e so già che mio marito arriverà su arrabbiato per come gli è andata al lavoro e sarà di cattivo umore e mi insulterà per qualcosa che ho fatto male. Ecco, è quello l’unico momento della giornata che non mi piace. Ma passa in fretta. In fondo basta andare a dormire presto e quando mi sveglio di solito lui sta ancora dormendo. Tranne la mattina dopo quella sera, quando mi ha dato uno schiaffo perché non avevo pulito bene il fornello e sono finita contro il frigorifero e mi si è conficcata la maniglia nella schiena. Quella mattina si è svegliato prima apposta per scusarsi e mi aveva preparato la colazione e si capiva che era dispiaciuto davvero. Così gli ho detto che non importava, che non era colpa sua se ero finita proprio contro la maniglia e che avrei fatto più attenzione a pulire bene i fornelli, adesso che sapevo che ci teneva tanto. In fondo vivere insieme è anche questo, no? Ricordarsi di quello che piace all’altro e starci un po’ attenti. L’amore è fatto di piccole cose, come ricordarsi quanto zucchero vuole tuo marito nel caffè, cose così.

L’altra sera, a proposito di caffè, quando lui era via per lavoro, la mia vicina è venuta a prenderlo da me dopo cena. Non avevo tanta voglia di bere il caffè, dopo cena poi, ma mi sembrava scortese non farla entrare. Che poi lei non l’ha neanche toccato il caffè. È rimasta seduta lì con la schiena rigida e mi ha detto che sentiva tutto da anni, ogni sera, e che avrei dovuto denunciarlo, lei era disposta a venire a testimoniare, non aveva paura, potevo contare su di lei. All’inizio non ho mica capito di che cosa parlava, giuro, e le ho chiesto chi era che dovevo denunciare. Lei mi ha risposto che sentiva mio marito urlare tutte le sere, e i mobili che sbattevano, e che suo figlio dormiva proprio nella camera che confinava con la nostra cucina e doveva portarlo via di corsa, nell’altra stanza, quella che dà sulla strada, in modo che non ci sentisse. Mi ha fatto tenerezza quella signora. Un po’ mi sono arrabbiata, all’inizio, ma poi mi ha fatto tenerezza, perché si capiva che voleva solo essere gentile. Allora ho cercato di essere più educata che potevo e le ho spiegato che ovviamente lei dall’altra parte del muro non poteva saperlo, non era colpa sua, ma mio marito mi ama davvero, mi tiene in palmo di mano, dovrebbe sentire come parla di me ai suoi amici. E come mi ha difesa sempre, davanti a sua madre e sua sorella. Solo che ha un modo di parlare un po’ brusco e grida troppo, su questo le ho dato ragione. Ma denunciarlo, ma no, ma che assurdità.

Lei ha provato a insistere, così alla fine ho dovuto chiederle di andarsene, anche perché avevo paura che finisse per svegliare il bambino. Non mi andava, in realtà, di provare a spiegarglielo. Che io in realtà ero fortunata, avevo una vita meravigliosa, piena di cose belle. Ma niente è perfetto, giusto? Tutti dobbiamo sopportare qualcosa che non ci piace, ogni tanto, ma mica per questo ne facciamo una tragedia. Io non sono come quelle disgraziate del telegiornale, che vengono picchiate dai mariti e dai fidanzati. Io ho una vita bellissima. Che cosa dovrei fare secondo la mia vicina? Rinunciare a tutto solo perché lei sente qualche urlo dall’altra parte della parete?

Più ripenso alla nostra conversazione, più mi viene una gran rabbia dentro. Io non sono una vittima, non c’entro niente con le storie che legge sul giornale. Io sono appena stata scelta dai ragazzi di quinta per accompagnarli alla gita di fine anno, hanno tanto insistito per andare con me, mica lo fanno con tutti. E ho i miei concerti, la palestra, i miei libri. E quella meraviglia di mio figlio. Io per mio figlio voglio una vita normale, una famiglia normale, con un padre e una madre. Non voglio che mio figlio abbia un padre violento. Ma poi violento perché? Per qualche schiaffo? Come se fossi l’unica che li piglia. Quel che è successo quando eravamo fidanzati non conta, è passato un sacco di tempo, lui è cambiato. No. La mia vicina con i suoi consigli e le sue belle parole vuole trasformarmi in qualcosa che non sono, vuole recitare la parte dell’eroina, ma io non ci penso neanche a recitare la parte della vittima. Mio figlio non avrà una vittima, per madre.

Per un po’ non ci siamo salutate più, con la vicina. C’è stato un momento in cui ho pensato di chiederle se voleva venire al concerto di Mozart con me, per dimostrarle che la mia vita è bella e felice almeno quanto la sua, se non di più, ma poi ho deciso di non farlo, tanto alla fine non ci sono potuta andare neanch’io. Era la sera della partita e mio marito non voleva che il bambino lo disturbasse. La mia amica si è arrabbiata un sacco, come se un uomo non avesse il diritto di guardarsi la partita, ogni tanto, dopo aver lavorato tutto il giorno.

Dal giorno della nostra chiacchierata, però, ogni volta che mio marito urla, la sera, io penso a quel bambino dall’altra parte del muro. Me lo vedo, magro magro com’è, con i capelli dritti in testa, in pigiama, che scappa fuori dalla stanza e tiene le mani premute sulle orecchie per non sentire, povera creatura spaventata e indifesa, e mi si stringe il cuore ogni volta.

Prima dei lividi

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Foto JD Hancock  (CC)

Tutti ne conosciamo almeno una. Una donna intrappolata in una relazione sbagliata. Una sorella con un fidanzato un po’ troppo geloso, un’amica che non esce più come prima perché il marito non vuole, una conoscente che all’ora di cena corre a casa spaventata all’idea di arrivare dopo il marito.

Prima dei lividi. Quando si comincia a chiedere il permesso per ogni singola cosa. Quando a poco a poco ci si fa il vuoto attorno, semplicemente perché è più facile che dover litigare per una telefonata di troppo. Quando si rinuncia spontaneamente a fare le cose, perché così nessuno potrà venire a dirci che qualcuno ce l’ha impedito. Quando scegliamo da sole di sottometterci, perché in coppia funziona così.

Se è una vera amica, capirà che adesso non posso stare con lei. Se è una vera amica, ci sarà sempre anche se non ci vediamo più tanto spesso. È mio marito, ha tutto il diritto di dirmi a che ora devo tornare. Non lo fa per sé, lo fa per i nostri figli. E comunque sono troppo stanca.

Prima dei lividi. Quando lo senti urlare una o due volte e poi decidi che sei stata davvero un’egoista, che cosa ti costa, smettere di andare in palestra dopo l’ufficio e fargli trovare la tavola apparecchiata. Quando ti convinci che è colpa tua.

Ha ragione, la casa fa sempre schifo, dovrei tenerla più in ordine. No, ha ragione, povero, cucina sempre lui. Sono anche i suoi figli, ha tutto il diritto di chiedermi di non uscire di casa. No, lui mi avrebbe anche lasciata uscire, ma davano il suo film preferito.

Prima dei lividi. Quando a poco a poco si rimane da sole. Mai del tutto. Ogni tanto si recupera qualche amica, ogni tanto si esce la sera. Ma sempre a denti stretti, sempre lasciandosi una litigata alle spalle. E una scusa che sembra inattaccabile e che rende tutto amaro e sbagliato.

Usi troppa benzina e siamo a fine mese. Non abbiamo i soldi per una cena fuori. Lo sai che la piccola si sveglia con gli incubi se non ci sei e domani ho una riunione importante. Mi preoccupo se sei in giro di notte in macchina. Potrebbero anche venire loro a casa tua, non è colpa mia se hai delle amiche egoiste.

Prima dei lividi ci sono sensi di colpa e quel tradimento di noi stesse che a volte chiamiamo amore. Prima dei lividi ci si perde di vista, si cambia convinte che a cambiare sia lui. Si invecchia troppo in fretta, convinte che alla nostra età sia normale.

Prima dei lividi c’è il vuoto che abbiamo riempito di scuse, di doveri e di colpa fino a non sentire più l’eco. Prima dei lividi ci sono risate vuote, c’è la tensione nascosta dietro ogni sbaglio, c’è lo stomaco che si stringe a ogni urlo. Prima dei lividi c’è la paura che non ammetteremo mai di provare. Perché nella paura c’è il seme di quella battaglia che non vogliamo iniziare.

È prima dei lividi, che bisognerebbe intervenire. Ma chi ci ha provato come amica lo sa, non ci si riesce, prima o poi si è costrette a scegliere, fra essere escluse da una vita sbagliata e continuare a farne parte in silenzio. E prima dei lividi, con buona pace degli slogan e delle immagini scioccanti e delle belle parole, c’è solo la presenza colpevole. Quella presenza che si confonde con l’approvazione, quella sorta di omertà silenziosa a cui si è ridotto il nostro voler bene. Quella complicità dolorosa, in cui alla prima parola sbagliata vieni tagliata fuori. Prima dei lividi c’è il silenzio in cui inghiottiamo i nostri rimproveri e i nostri consigli in attesa del momento giusto. Che non arriva mai.

E ogni tanto, per quanto sia orribile anche solo pensarlo, quasi ci speriamo che arrivi un livido. Uno piccolo, che farà meno male di tutti i lividi che la nostra amica si porta dentro e che l’hanno resa così diversa da quello che avrebbe potuto essere. Un livido abbastanza piccolo da guarire in fretta e abbastanza grande da poter dare finalmente un nome a tutte le violenze silenziose che è troppo difficile considerare una colpa.