Donna femminile cercasi

E adesso chi glielo spiega?
Chi glielo spiega a certi uomini che la Donna Femminile è come Babbo Natale, la proiezione dei loro desideri e delle loro fantasie? È quello che volevano vedere e pensare mentre scartavano il pacchetto, ma in realtà la Donna Femminile così come l’hanno sempre immaginata non esiste.

Se ci avete creduto finora è perché volevate crederci, perché vi abbiamo permesso di crederci. Siamo scese dal camino cariche di doni ogni 24 dicembre, abbiamo finto che le mestruazioni non esistessero, la menopausa neanche, abbiamo indossato il costume rosso dell’eterna fertilità, ventenni a qualunque età anagrafica, perché lo sguardo altrui non notasse la barba finta di un corpo, femminile, questo sì, che scandisce il ritmo della vita e della procreazione in modo impietoso e chiaro come un disegnino su un libro di testo delle elementari.

Ma noi abbiamo sempre finto di no, vi abbiamo graziosamente risparmiato l’unica vera definizione possibile di femminilità e vi abbiamo permesso di sostituirla con i vostri sogni fatti di taglie di reggiseno e natiche e voci flautate, o con altri sogni più sofisticati ed eleganti o con qualche richiamo materno di infantile memoria. E condiscendenza. Condiscendenza come se piovesse, come la neve finta sull’albero di Natale, perché l’illusione fosse completa.

Abbiamo lasciato che seppelliste dietro battutine esasperate le nostre rare apparizioni senza costume, occhi al cielo e battute grevi e rassegnate. Uomini incastrati e trascinati all’altare, tormentati da donne “rompipalle” – ahi, povera mascolinità, schiacciata sotto il tacco 12 di uno sbalzo umorale – abbiamo lasciato che sogghignaste del nostro premestruo, che vi godeste il regalo di una femminilità ben incartata e luccicante.

E voi ci avete creduto, anche quando la barba si staccava, anche quando spuntava l’orlo del nostro esaurimento e della nostra infelicità sotto la giubba rossa, avete continuato a crederci, sempre.

E adesso che il costume ci sta stretto e ci siamo stufate di passare dal camino e farci ammazzare e di avere le vostre mani sul culo e gli occhi sulle tette, adesso venite a dirci che no, che ci stiamo sbagliando, che la femminilità è un’altra cosa, ascolta me, che sono un uomo, vieni che ti spiego che cosa significa essere donna.

Be’, signori, reggetevi forte, abbiamo una notizia terribile da darvi. I regali ve li portavano i nostri ormoni, non gli elfi, sotto il costume c’è un utero, un corpo che invecchia e perfino un cervello. Tutto femminile al cento per cento. Lo sappiamo, si stava meglio prima, ma che vi piaccia o no, adesso Natale è finito. E la donna femminile è quella che avete davanti. Comunque sia.

 

Altro che festival. Le magie del Women’s Fiction Festival di Matera.

wff
Foto dell’organizzazione del WFF

Matera ti costringe a pensare diversamente. Il primo segreto del Women’s Fiction Festival è questo. Lo scopri ancora prima di arrivare alle Monacelle, sede degli eventi del Congresso, quando capisci che fra i Sassi il senso dell’orientamento non serve: hai svoltato dove ti avevano detto di svoltare, hai seguito i cartelli, hai tenuto d’occhio il campanile del Duomo… e sei finita da tutt’altra parte! Google Maps alla prima scalinata in pietra ti abbandona, quindi inutile farci conto, sei proprio da sola. Ed è così, dopo qualche giro a vuoto, dopo aver scoperto che sui sassi di Matera le suole delle scarpe sembrano sottilette e dopo un principio di panico per chi soffre di manie di controllo (come me), è così che impari la prima lezione: per arrivare dove vuoi arrivare a Matera devi fidarti dei Sassi, e di te stessa. Guardarti intorno, memorizzare, notare i dettagli, cogliere l’energia del posto, lasciarti andare, fidarti del tuo intuito e della tua curiosità, spingerti dove normalmente non ti spingeresti, guardare sempre oltre la prossima curva, dimenticarti di te stessa e imparare a guardare davvero.

Il secondo segreto del Women’s Fiction Festival sono le organizzatrici. Funziona come per le torte, se le prepari con affetto per qualche ragione misteriosa sono sempre più buone. E al festival succede qualcosa di simile. Le vedi ovunque, neanche avessero il dono dell’ubiquità, instancabili, sorridenti, hanno sempre tempo per tutti, per un abbraccio, per due chiacchiere, per risolvere un problema, per gestire un panel, alzarsi e portare il microfono in sala, accompagnare un relatore disorientato. Se Matera ti abbraccia, con le sue curve e le sue forme femminili e accoglienti, al Women’s Fiction Festival senti che si stanno prendendo cura di te, cosa che non mi era mai successa a nessun altro festival. Si preoccupano che tu possa raggiungere tranquillamente l’albergo, che tu abbia caffè e prelibatezze a disposizione, si preoccupano di ascoltarti e di informarti e di rivelarti i segreti dell’editoria, e tutto in una sorta di lunga chiacchierata fra amiche, senza protagonismi, senza gerarchie che non siano quelle dettate dalle occhiate spaventate di chi si accinge a esporre la propria storia in tre minuti a qualche editor importante.

Matera riesce a farti credere che tutto è possibile, perché fra tante cure, fra tanto affetto, fra tanto benessere dell’anima e del corpo (piedi a parte!) l’unica cosa che ti resta da fare è dedicarti a coltivare i tuoi sogni e all’improvviso scopri di avere un’idea fantastica nascosta dietro i pensieri polverosi di sempre, la testa si riempie di storie, di parole, di personaggi. Storie, parole e personaggi che fanno capolino in ogni conversazione, in ogni chiacchiera, nei panorami mozzafiato che ti circondano, fino a quando non sei più sicura di saper distinguere la realtà dalla fantasia, la letteratura dall’amicizia, le storie dalla vita. Ed è allora, nell’istante in cui te ne accorgi e capisci che va bene così, che la magia è compiuta e sei finalmente sulla strada giusta.

L’altro segreto meraviglioso di Matera, non me ne vogliano gli uomini presenti, è che ci si muove in un universo tutto femminile, e chissà che cosa avrebbero pensato le monache del convento delle Monacelle (ora trasformato in albergo) a vedere fra le loro pareti tante donne riunite in religioso silenzio ad ascoltare chi spiega loro come realizzare i propri sogni. Chissà che non ci sia anche lo zampino di qualcuna di loro, perché mi piace immaginarmele tutte lassù, che guardano divertite e sorridenti e ci mettono una buona parola.

Per anni ho visto le foto di Matera e letto i resoconti del Festival, ma non ero preparata all’esperienza che ho vissuto. Il Women’s Fiction Festival ti trasforma, ti rassicura, ti fa sentire parte di qualcosa. E se non fosse perché ai panel, a prestare attenzione e a prendere appunti, scopri tutto quello che c’è da scoprire sull’editoria italiana e sulle sue tante tantissime sfaccettature, alla fine, mentre ti allontani con il trolley che sobbalza impazzito sui sassi, avresti l’impressione di essere tornata ragazzina, alla fine di una gita di classe o di un lungo pigiama party pieno di emozioni e di spunti per il domani. Con l’unica differenza che il grande amore da affascinare, convincere e conquistare non era il ragazzo del banco davanti, ma te stessa. La vera te stessa, quella che non credevi neanche più di conoscere e che invece era lì ad aspettarti paziente, con in mano un mazzo di sogni tutti da realizzare.