Millennial, pop, feel good: il femminismo rosa e fucsia che guarda al futuro

Il femminismo è diventato una marca. Le donne comprano, ma soprattutto fanno vendere. E se il target è giovane, si tratta di donne che con ogni probabilità vogliono rivendicare il diritto a esprimersi, a scegliere la propria strada, che vogliono sentirsi libere di trovare il proprio stile e la propria voce.

In quest’ottica, il richiamo al femminismo ha qualcosa di trasgressivo e liberatorio, ma poco trasversale a livello generazionale. Dietro una camicia da notte con la scritta “Pro-feminism Pro-cats” può nascondersi un certo cameratismo al femminile, ma dubito che la solidarietà si estenda alle donne delle generazioni precedenti (come la madre, a cui forse in parte è rivolto il messaggio e l’anelito di differenza e ribellione) o alle lotte delle donne che si trovano al di fuori della nostra stanza o del nostro paese.

“Possiamo scegliere di indossare la maglietta con uno slogan femminista perché ci crediamo, perché ci piace la maglietta, oppure possiamo scegliere di indossare altro. Il nuovo femminismo è anche questo” scrive in uno dei suoi ultimi post Freeda, il magazine social che sta facendo del femminismo pop e millennial un cavallo di battaglia e che non nasconde, nell’intervento della direttrice editoriale Daria Bernardoni al 47° Convegno dei Giovani imprenditori, di essere anche un sottile e raffinato progetto di marketing oltre che una realtà editoriale, mirato a mettere in contatto marche e target (e infatti subito sotto il post sulle magliette ne troviamo uno dedicato a una famosa marca di scarpe e più sotto ancora un altro in cui una seconda marca di calzature ci spiega che “Non c’è un solo modo di essere donna”).

Quello di Freeda è un “nuovo femminismo” patinato, trendy e narcisista, in cui si parla di vagina e di Yoko Ono e di chili di troppo (Bridget Jones insegna) in un contenitore caotico, variegato e fluorescente, scritto e pensato con il linguaggio dei social. In un’intervista a Il Libraio, Daria Bernardoni ha spiegato che i valori alla base del progetto sono la realizzazione femminile e lo stile personale. Dunque un femminismo più individualista, meno collettivo, meno trasversale appunto, come si diceva sopra.

Del resto, nell’epoca della Nutella personalizzata e degli store che fanno la spesa al posto nostro pronendoci articoli che “potrebbero interessarci”, in cui tutto quel che ci circonda sembra rivolgersi proprio a noi, a nessun altro che a noi, mentre ci guida sottilmente e con gentilezza nelle nostre scelte, forse era destino che anche i valori e i principi morali subissero la stessa deriva individualista ed egoriferita. È cambiato il modo di comunicare, in tutte le sue forme, i criteri si fanno più fluidi e le informazioni ci ruotano attorno in un caleidoscopio frastornante in cui l’unico punto di riferimento finiamo per essere noi. Noi e il nostro benessere.

Per qualcuno (come la sottoscritta) anche solo per ragioni anagrafiche non è facile entrare in sintonia con un cambiamento di orizzonte tanto radicale, ma a non farlo, a insistere ad ancorarsi a schemi mentali e a coordinate che verranno spazzate via dal post successivo o dai commenti che riceverà, si finisce per correre il rischio non solo di non capirci più niente, ma di trollare se stessi e ritrovarsi a parlare di quello che secondo noi non è interessante e non dovrebbe avere tanto spazio, invece di quello che secondo noi dovrebbe essere oggetto di attenzione, travolti dalle regole di una comunicazione che è sempre più commento, eco e reazione e sempre meno contenuto, che ci piaccia o no.

Tornando dunque al femvertising (combinazione di femminismo e advertising, a cui Pasionaria ha dedicato un post interessante), che cosa dovremmo pensarne? Che cosa porterà alle battaglie delle donne una maglietta con la scritta “I’m a Feminist” o “Girl Power”? Probabilmente poco o niente, proprio come i pantaloni e le fantasie mimetiche non hanno fatto di noi dei militari incalliti e come quelle leopardate non ci hanno fatto spuntare le zanne. È un’operazione di facciata, che cerca una via di fuga al conformismo in un’epoca in cui neanche più tingersi i capelli di azzurro è diventata una ribellione convincente.

Non riguarda solo il femminismo, del resto, sono i valori e i buoni principi in generale a vendere e a diventare strumenti di marketing. L’etica in pillole delle frasette più o meno banali sparse ovunque, dagli zerbini alle stanze d’albergo alle magliette. Le ho viste perfino scritte a mano e appuntate ai maglioni in un negozio di abbigliamento (“Sii sempre te stessa” “Lottiamo per il diritto di essere diversi, non uguali”). È l’ultima frontiera del feel good, dopo aver invaso e colonizzato la sfera dei sensi con profumi e sapori, e se non altro le frasette sagge e ispiratrici dei negozi non appestano l’aria di profumo come succede in alcune catene.

C’è un distinguo significativo, secondo me, in questa commistione di marketing e campagne sociali, ed è quello fra le marche che decidono di esporsi e mettere la propria firma sotto una battaglia sociale, creando nuovo contenuto (come ha fatto la Coca-Cola con La felicidad siempre es la respuesta, il bellissimo spot sulle famiglie di ogni tipo, o Pantene con lo spot Sorry, not Sorry in cui invitava le donne a smetterla di chiedere scusa) e le marche che invece si insinuano in discorsi già esistenti, svuotandoli a poco a poco di contenuto.

Le magliette, i cuscini e le tazze con la scritta “I’m a feminist” non toglieranno e non aggiungeranno niente al femminismo, secondo me. Sono l’espressione di una nuova femminilità, più libera, aggressiva, esigente, scalpitante, indifferente alle regole e impaziente di realizzare i propri sogni. Sarà questo nuovo modo di essere donna a cambiare di segno le nostre battaglie, però. Per questo è fondamentale che trovi il suo posto all’interno di un movimento femminista che rischia di non esercitare più alcun richiamo sulle nuove generazioni, perché parla un linguaggio completamente diverso, con modi di comunicare agli antipodi, imponendo principi a chi è ansioso di libertà, dettando regole a chi vuole scrivere le proprie, indicando una strada a chi ha voglia di trovarsela da sola.

Il femminismo pop e millennial ci sta lanciando un messaggio chiaro: è cambiato tutto, le ragazze e le donne sono cambiate, non hanno voglia di essere ingabbiate nelle battaglie altrui, non hanno voglia di sentire rimproveri, esortazioni a fare tutto da sole e a essere indipendenti, non hanno voglia di severità, di cupezza, di paroloni e di facce incazzate. Hanno voglia di allegria, di libertà, di sfrontatezza, di irriverenza, di ridere, di sentirsi bene e di trovare il loro stile. Sanno benissimo di poter fare quello che vogliono con il loro corpo, ma continuano a sentirsi oggetto e vittime degli sguardi altrui e forse non trovano, nel discorso femminista attuale, un’alternativa convincente al bisogno di accettazione e di approvazione. E per chi sa di aver pagato il prezzo della loro allegria con la durezza e la grinta e l’intransigenza che ora viene rinfacciata e rimproverata alla sua generazione, non è una pillola facile da mandare giù.

Accanto a questo femminismo pop e svagato e superficiale, allora, serve un femminismo altrettanto intimo e individualista, se vogliamo, ma che non perda di vista la solidarietà femminile e che ci mostri la strada verso noi stesse e verso la realizzazione dei sogni. Perché quella strada inizia dentro di noi, non dalla maglietta che indossiamo, parte da un groviglio di sensi di colpa, di aspettative, di identità mancate e intrecciate al dovere prima che al diritto, inizia dove finisce la Sindrome dello Strofinaccio, inizia dalla convinzione che la felicità è un diritto che solo noi possiamo concederci e che la coppia e la famiglia possono essere solo l’espressione della nostra felicità, mai un ostacolo e una spugna passata sulla nostra identità.

Un femminismo rosa che prenda a braccetto il femminismo fucsia del marketing e dei brand, un femminismo intimo, allegro, beffardo, ma soprattutto un femminismo che tenda la mano a tutte le donne, proprio tutte, anche a quelle che si sentono troppo stanche o troppo pigre, troppo convenzionali o troppo ribelli, troppo intellettuali o troppo ignoranti, troppo giovani o troppo ribelli per definirsi femministe. Un femminismo che riparta da noi e che non misuri più i nostri diritti sul metro di quelli degli uomini, ma sul metro della nostra felicità personale e della nostra libertà di espressione.

 

 

 

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Scusa un corno

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Foto di Dubh (CC)

«Attenzione.»

«Mi scusi.»

La situazione è sempre la stessa. Siamo in coda al self service e qualcuno deve prendere qualcosa nel frigorifero accanto alla fila, allungando il braccio.

Una delle due persone era un uomo e l’altra una donna. Vediamo se indovinate chi ha detto che cosa. Scommetto di sì.

«No, è rotto, mi spiace.»

L’ha ripetuto fino allo sfinimento, una ragazza in treno, seduta accanto a un sedile ribaltabile rotto. Non diceva «Attenzione». Non lasciava che si sedessero e guardava dall’altra parte. Li avvisava e sentiva comunque il bisogno di scusarsi, neanche fosse colpa sua. I passeggeri tiravano dritti, qualcuno la ringraziava, qualcun altro no. Poi è arrivato un uomo sulla quarantina, aspetto e statura nella media. Ha fatto per sedersi, lei lo ha avvertito, si è scusata e gli ha offerto il proprio posto… e lui ha accettato! Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Presentazione di due autori, un uomo e una donna, parimenti famosi.

L’autrice sorride, sceglie un tono umile e competente assieme, riesce a far ridere il pubblico, resta seduta. L’autore si alza, declama le doti del proprio libro, i propri successi personali. La donna ringrazia le persone che leggeranno il libro, l’uomo dà per scontato che lo faranno. Proprio come gli autori uomini che sui social si sentono in diritto di scriverti privatamente per avvisarti che è uscito il loro libro e che sono certi che ti interesserà. Sulla base di che cosa, poi, se è la prima volta che ti scrivono e non avete avuto alcuno scambio in passato? Non sono ovviamente tutti così, ci sono autrici sfacciate e autori modesti e simpaticissimi.

La prepotenza non è una caratteristica tipicamente maschile e la docilità non è un tratto tipicamente femminile. Ma resta il fatto che le donne si sentono spesso in dovere di chiedere scusa, di aspettare il permesso, di tenersi in disparte, di farsi perdonare se occupano tutta la scena o di ringraziare per avere avuto la possibilità di farlo.

Le donne tendono a scegliere gli altri come misura del proprio valore, a impostare la propria felicità sulla soddisfazione e la felicità altrui, sanno che la compostezza è una virtù che mette al riparo da ogni critica, che un sorriso modesto servirà a schivare i colpi, che non si entra mai a gamba tesa in una discussione fra uomini.

«La tua bisnonna sì che ci sapeva fare con gli uomini, diceva sempre di sì al tuo bisnonno e poi faceva di testa propria.» Quante donne della mia generazione sono cresciute sentendoselo ripetere? Siamo la generazione dell’indipendenza ma con riserbo, dell’emancipazione ma senza alzare troppo la voce, dell’insegui pure i tuoi sogni ma senza richiamare l’attenzione. Questo se si era fortunate.

Finché non riusciremo a spostare lo sguardo e a dirigerlo verso noi stesse al momento di cercare la ragione e il permesso, finché non la smetteremo di aspettare l’autorizzazione e il beneplacito altrui, finché non la smetteremo di chiedere scusa, non riusciremo a scrollarci del tutto di dosso le maglie del genere.

C’è una sottomissione strisciante, la vedo nelle madri verso i figli maschi, nelle mogli verso i mariti, nelle colleghe verso i colleghi, la vedo nelle donne più emancipate e istruite, in quelle giovani e in quelle meno giovani. La convinzione che ci portiamo sottopelle che tenere testa a un uomo sia un affronto, che la donna perbene non contraddice mai il marito davanti agli altri, mentre lui può farlo senza ledere la dignità e la reputazione di nessuno.

Allora smettiamola di chiedere scusa, smettiamola di sentirci indifese se entriamo da sole in un bar pieno di uomini, smettiamola di sentirci in colpa se occupiamo lo spazio che ci spetta, se ci sediamo sul divano senza far niente, se correggiamo qualcuno, se abbiamo ragione, se occupiamo tutta la scena, se siamo felici per qualcosa che riguarda noi e soltanto noi. Smettiamola di chiedere scusa, a parole o con il linguaggio del corpo, se abbiamo più successo di un uomo, se siamo più brave di lui, più spiritose, più forti, più determinate.

Smettiamola di chiedere il permesso, di pensare che uno stipendio in più o in meno possa limitare la nostra libertà, di desiderare momenti per noi stessi e restare in attesa che qualcuno ci conceda di prenderceli.

Non aspettiamo che ci insegnino il coraggio e l’audacia, perché non lo farà mai nessuno. Non inseguiamo l’approvazione altrui come moneta del nostro valore e non cerchiamo il senso delle nostre azioni in un posto diverso da noi stesse. È molto più difficile e rivoluzionario di quanto possa sembrare, per qualcuna sarà uno stravolgimento completo del proprio sistema di valori e di riferimento, e forse sarà meno consolatorio e gratificante di quanto crediamo, ma è l’unico modo, secondo me, per andare verso una felicità che ci assomigli, ogni giorno.

Femminista in senso lato

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Foto di Claus Tom Christensen (CC)

Nel descrivere l’avvocata del carabiniere accusato di stupro – “l’avvocata Cristina”, per gli amici e per i lettori del Corriere, suvvia, potrebbe essere nostra zia, anche gli avvocati uomini del resto li chiamano tutti affettuosamente per nome… o no? – comunque, dell’avvocata il Corriere ci tiene a precisare che “non è una femminista nel senso più stretto del termine”.

La cronaca di questa vicenda e delle indagini in corso è un esempio di giornalismo dei più beceri, ma su questo hanno già scritto penne migliori della mia e non mi dilungherò. Non ce n’è neanche bisogno. Solo in questo articolo apparentemente inoffensivo, sono nascosti – neanche tanto bene – più stereotipi e messaggi pericolosi di quanto si possa pensare, e accettare.

Che accidenti significa che non è una femminista in senso stretto? Che è una femminista in senso lato? Che ha difeso i diritti delle donne ma questo non significa che sia brutta, repressa e antipatica? Avevo appena optato per la seconda ipotesi, una sorta di “è femminista ma non vogliategliene, sta cercando di smettere”, quando sono tornata su di qualche riga e ho riletto con più attenzione. L’avvocata, pare, “è una tosta” (essendo donna, si sa, è sempre opportuno precisare che non è mica una femminuccia senza palle). “Gli sgarbi, soprattutto quelli maschili, non li sopporta proprio. E forse non è un caso che rivendichi con una serena allegria d’essere una single.”

“Non è un caso”? Nel senso che se non sopporta gli sgarbi maschili, per forza che poi una resta single? O zitella che dir si voglia?

Quindi, per riassumere, l’avvocata Cristina, femminista ma non troppo, zitella per forza, ha guardato negli occhi il suo cliente e ha capito che era sincero. Ha pianto, pover’uomo. Sa di aver sbagliato. Si è lasciato trasportare. E se lo dice una che gli abusi non li sopporta, tanto da aver deciso addirittura di immolarsi alla causa e restare single – perché si sa, in coppia qualche abuso tocca sopportarlo e le donne intransigenti, quelle “toste”, che sono evidentemente un’eccezione alla regola, non vanno per la maggiore sulla strada verso l’altare – se lo dice lei, insomma, c’è da crederle.

Manca solo la ricetta della torta alle mele che le riesce così bene, nel ritratto dell’avvocata del carabiniere, o il numero di gatti con cui abita. C’è tanto di quel paternalismo, nel tono con cui viene descritta, tanta di quella condiscendenza. Si entra a gamba tesa nella sua sfera intima e personale, si esordisce con qualche dettaglio personale, si rimarca che lo “dice con un sorriso”, per descriverla si usano espressioni da fumetto come “non è una che si tira indietro”, con quel tono un po’ infantile e incredulo che accompagna spesso le descrizioni dei meriti professionali di una donna, con una spolverata di emozioni a colorire la sfera lavorativa (“si disse entusiasta”).

Ci sono così tanti stereotipi femminili in poche righe che è quasi impossibile contarli, nascosti e dissimulati quanto basta perché non possano essere rinfacciati facilmente. Sono nascosti nella sfera intima invasa automaticamente nel caso di una donna, che non merita il rispetto formale che sarebbe stato riservato a un uomo. Sono nascosti nel tono un po’ stupito e favolistico con cui si decantano le sue lodi professionali. Sono nascosti in quel “non è un caso”, una costruzione della frase sbagliata e pericolosa, per il messaggio che lascia passare (se non sopporti gli abusi e sei una tosta, allora puoi essere solo automaticamente e orgogliosamente zitella). Sono nascosti in quel “femminista con riserva” che suona come un buffetto di incoraggiamento, una sorta di vezzeggiativo, un’attenuante.

E infine il messaggio ancora più insidioso nascosto nelle parole dell’avvocata: “ho deciso di difenderlo anche da un reato che, in quanto donna, mi fa rabbrividire”. Lo stupro, insomma, è ancora una questione di categoria. Rabbrividiamo pure fra noi, finché non è uno straniero a calpestare l’orgoglio e il testosterone italico, continueremo a farlo da sole, con qualche pacca di solidarietà maschile, se saremo fortunate. Del resto, si sa, le lacrime delle donne quando non sono false sono segno di debolezza o di isteria, non di innocenza e buona volontà, come quelle maschili.

E con il romance shaming come la mettiamo?

 

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Sul body shaming e il fat shaming immagino saremo tutti d’accordo, prendere di mira il corpo di una persona – di solito una donna – e deriderlo sui social o sulla stampa è non solo ingiusto e abbastanza vigliacco, ma pericolosamente sessista. Il messaggio di fondo è che il valore una donna si misuri dal suo corpo, da quanto risponde a canoni di bellezza astratti, e che una donna debba sempre e comunque essere all’altezza di quei canoni, in qualunque momento della sua vita, salvo esporsi in caso contrario al pubblico ludibrio.

Nell’universo femminile però trova posto anche un altro fenomeno altrettanto sbagliato e pericoloso, più simile al body shaming di quanto possa sembrare: il romance shaming.

Anche qui come nel body shaming purtroppo sono spesso le donne a prendere di mira le altre donne, con una differenza importante: che spesso a farlo sono le stesse donne impegnate altrove in battaglie contro gli stereotipi e le discriminazioni. Il romance però non riescono proprio a digerirlo.

Ma perché? Perché un genere letterario che ha conquistato negli anni una fetta così ampia di pubblico femminile, un genere in cui le donne si sono rispecchiate quando non trovavano altrove il modo e lo spazio per farlo, un genere in cui la donna è protagonista e in cui le vicende sentimentali non sono spesso il vero argomento della storia, perché suscita tanto accanimento? Proprio da parte del femminismo?

Negli anni in cui l’amore gay lottava per potersi manifestare liberamente, in tutta la sua trasgressiva tenerezza, le battaglie femminili sembravano voler fare di tutto per sgombrare il campo proprio da quella tenerezza, scambiandola erroneamente per un segno di debolezza.

Chi conosce il romance sa che spesso – spesso, non sempre – la debolezza non è un tratto delle sue protagoniste. La debolezza tutt’al più è ciò che impedisce loro di amare ed essere amate, l’ostacolo che verrà rimosso dal lieto fine. Ma soprattutto chi conosce il romance sa che l’amore non è che uno degli argomenti della storia, spesso neanche il più importante. Il romance nasconde quasi sempre una vicenda di riscatto personale, il superamento di un passato difficile o di una colpa irrisolta, il bisogno di ritrovare la forza e la fiducia per tornare a combattere, la convinzione di avere il diritto di essere felice. Non solo, il romance è stato lo spazio in cui affrontare tematiche femminili anche prima che arrivassero i gruppi di autocoscienza in cui potersi finalmente confrontare. Nel romance si è parlato di stupri, di violenza di genere, nel romance molte donne trovavano le risposte alle domande che avevano insegnato loro a non fare e a non porsi, sulla sessualità, il rapporto con gli uomini e con il proprio corpo, sui sensi di colpa e sul diritto a vivere le proprie emozioni, anche quando le si voleva relegate nel ruolo di angeli del focolare. Non è forse femminismo anche questo?

Certo, il romance è un genere tendenzialmente conservatore, narrativamente parlando, perché impone la consolazione dell’happy end. In questo però non è poi tanto diverso dal giallo e come il giallo ha saputo rinnovarsi e trasgredire lasciando intatta la cornice del genere.

Non si sta dicendo che il romance sia alta letteratura, ovviamente, è letteratura di genere, è intrattenimento, ma a bollarla come “roba da donnette” si cade in un pregiudizio maschilista: che i sentimenti siano superficiali e indice di debolezza, che la donna innamorata debba automaticamente rinunciare alle proprie battaglie (convinzione diffusa e molto molto pericolosa) e soprattutto che la leggerezza sia proibita alle donne, perché una donna deve sempre e comunque essere all’altezza di ciò che ci si aspetta da lei, che si tratti di sforzo fisico o intellettuale, di un corpo atletico o di una mente impegnata.

Allora facciamo un favore alle donne e smettiamola anche con il romance shaming. Non solo perché le lettrici di romance sono molto più colte e femministe di quanto ci si aspetti, non solo perché il romance ha fatto per le donne più di quanto si creda, colmando un vuoto anche sociale. Smettiamola con il romance shaming perché le donne non debbano sentirsi sempre sotto esame, perché la libertà di essere se stesse senza pregiudizi passa anche per la libertà di emozionarsi come ci pare, indossando la taglia che ci pare, con in mano il libro che ci pare.

Non siamo perfette, non abbiamo corpi perfetti e non leggiamo neanche libri perfetti, ma non c’è niente che ci avvicini tanto a noi stesse come un’emozione vissuta senza sensi di colpa. E che ciascuna si senta libera di trovarla dove meglio crede è importante tanto quanto poter vivere serenamente nel proprio corpo, con qualche chilo di troppo o senza.

Le donne quando si raccontano fanno un passo indietro

 

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Foto di Pleuntje (CC)

Ci hanno cresciute insegnandoci a stare al nostro posto, a non farci notare, a chiedere permesso, a stare “composte”. La compostezza è una condizione morale, prima che un atteggiamento. La donna composta non si emoziona troppo, non in modo sfacciato, non si altera, non cammina davanti al marito ma un po’ indietro o di lato. La donna composta sa ascoltare, sa restare in silenzio, non contraddice, soprattutto non contraddice un uomo, non in modo esplicito almeno. Con sottigliezza tutt’al più, con ironia, quasi senza che lui se ne accorga.

La donna composta non critica e non dice a un uomo che cosa deve fare, gli lascia il timone e poi comanda la nave senza remi e senza meriti. La donna composta d’altri tempi, ma anche un po’ dei nostri, intuisce che il suo posto è fra le chiacchiere in cucina a parlare di futilità come gli affetti e le questioni di cuore, non in salotto a parlare di cose serie come il prezzo dell’usato e la finale di campionato

E così spesso le donne quando si raccontano senza esibirsi, quando sono lì per quello che fanno e che pensano, non per l’aspetto che hanno, fanno un passo indietro. Si prendono il loro tempo e il loro spazio, ma hanno l’aria di chi sa di doverselo meritare, non di chi lo occupa per diritto. Soprattutto se in sala c’è anche un uomo.

È la Legge del Forno.

Quando ero piccola, durante un viaggio ci fermammo a comprare il pane in un paesino del Monferrato. Quattro case intorno a una via principale deserta, fatta eccezione per la nostra macchina che si scaldava al sole. Scese mia madre e noi restammo in macchina ad aspettarla. Ma lei non tornava, in macchina faceva caldo e il tempo passava, così scendemmo a cercarla.

La panetteria incredibilmente era piena. C’erano quattro o cinque donne davanti a mia madre, che se la prendevano comoda, fra una michetta e il referto medico di qualche conoscente.

Non appena mio padre entrò calò il silenzio e la panettiera, che fino a quel momento aveva ignorato mia madre, si rivolse a lui, senza sapere che era il marito.

“Mi dica! Come posso servirla?”

Mio padre indicò le signore davanti a lui lasciando intendere che non aveva fretta.

“Ma no, loro possono aspettare. Serviamo prima questo bel signore, mi dica!”

Mia madre uscì dal negozio fumante, borbottando che non ci avrebbe mai più messo piede. Mio padre uscì gongolando per il trattamento ricevuto.

In realtà, come avrei scoperto più avanti, le signore avevano fretta di servire mio padre non per riverirlo o in segno di rispetto, niente affatto. Era solo per liberarsi di lui e poter continuare a chiacchierare in pace fra donne. Probabilmente lo sapevano anche mio padre e mia madre, ma il fatto che fossero a parte di quel segreto non impedì a mio padre di essere servito in un lampo, né a mia madre di dover aspettare il suo turno in eterno.

La Legge del Forno, ti tratto come un principe, per toglierti di torno.

In molte di noi, anche le più emancipate, al momento di confrontarsi con un uomo scatta il bisogno di dimostrare qualcosa, che sia la compostezza e il saper stare al nostro posto o il nostro valore e la forza delle nostre idee. Così, quasi senza accorgercene, facciamo un passo indietro. Ci scusiamo, giustifichiamo il nostro essere dove siamo, e spesso facciamo della modestia il nostro valore, invece di lasciare che sia il nostro valore a definire la nostra modestia.

Ma c’è anche un’altra cosa che ci portiamo dietro dalle chiacchiere in cucina e in panetteria, ed è l’intimità, la capacità e il bisogno di parlare di sentimenti, di metterci la faccia e il cuore. Così le donne che si raccontano fanno un passo indietro e si celano dietro il bisogno  della compostezza mentre si svelano attraverso la necessità delle emozioni.

Le donne che si raccontano a volte sembrano un po’ meno protagoniste degli uomini, sembrano sottrarsi e chissà, forse è stato proprio il ricatto della compostezza a costringerci a imparare così bene una lingua universale come quella delle emozioni.

Non so dire se esista una scrittura femminile e una scrittura maschile, credo di no. Credo però che esista un modo di raccontarsi femminile (il che ovviamente non significa che a usarlo non possa essere un uomo), che ha qualcosa di clandestino, di più intimo e schivo. In cui il racconto delle emozioni racchiude e soddisfa il bisogno di parlare di sé. In cui le emozioni e la capacità di esplorarle e viverle fino in fondo non sono la strada che conduce verso l’eroismo, ma l’unico eroismo davvero necessario.

Donna impregnata, mezza salvata

bebe-1909813_960_720La mamma non si tocca.

Guai a prendersela con le mamme. Di mamma ce n’è una sola e ha sempre ragione. C’è una laurea speciale alla scuola della vita, la si prende in nove mesi a suon di nausee e smagliature. La mamma non sbaglia mai, ha sempre ragione, anche quando ha torto, altrimenti che mamma è? La mamma che sbaglia non è contemplata. Tutt’al più è stanca, stressata (dal lavoro, dalla casa, dai cani, non dal pargolo, ovviamente), affaticata, magari era distratta perché stava facendo cinque cose alla volta.

Perché la mamma non si riposa mai. La mamma che si riposa è egoista e un po’ cazzona. La mamma è stanca per definizione, ma è sempre bella comunque. Anzi, se ha qualche chilo di troppo è perfino meglio. Mai saputo di qualcuna che abbia vinto il titolo di mamma dell’anno con un fisico da fotomodella, del resto. Due fianchi un po’ larghi ci stanno, altrimenti che mamma è? E che nostalgia, ammettiamolo, per la mamma con il grembiule a fiori e le ciabatte, le mamme che se uscivano di casa era per andare a fare la spesa e che non ti preparavano mai lo stesso piatto due volte alla settimana e che nel tempo libero cucivano, ricamavano, si spaccavano gli occhi su un centrino di pizzo. Che nostalgia. Quelle sì che erano mamme. Una mamma così poteva anche mollartelo uno schiaffone ogni tanto, ci stava, insomma. Perché poi la pasta la faceva in casa, e con la conserva di pomodoro.

Ma poi va bene anche la mamma moderna, per carità. Quella che la pasta la compra già pronta, ma non ripete mai la stessa attività Montessori due volte alla settimana. Quella che fa gli addominali ipopressivi e prepara la pappina di carota con la ricetta di Cracco e fa ascoltare Il flauto magico al pupo. Anche lei ha sempre ragione. Gli schiaffoni lei non può darli, questo no, altrimenti che cosa l’abbiamo mandata a studiare a fare. Se poi riesce a trovare un lavoro che si possa fare due ore alla volta, mentre il pupo dorme, e con una ventina di giorni di ferie al mese quando inizia la catena di Sant Antonio dei virus, allora ancora meglio.

Che dispensi schiaffoni o insegni gli ideogrammi cinesi (che da piccoli sono spugne, bisogna approfittarne), che ricami il nome del pargolo sul grembiule con tanto di secondo e terzo nome e senza neanche un’iniziale puntata o che ci attacchi un adesivo personalizzato comprato on line, la mamma è sempre la mamma. Dovrà guardarsi dalle altre mamme, questo sì, ma brillerà comunque di luce propria e non appena il pargolo inizierà a infilare due parole di fila avrà anche un sacco di idee per i post sui social.

Ecco. E le altre donne, chiederete voi? Quelle che di figli non ne hanno?

E qui cade un silenzio imbarazzato. Poverine. Se non hanno figli è perché non possono, è chiaro. Non sarà certo perché non li vogliono, non diciamo sciocchezze. Fanno come la volpe con l’uva, è solo questo, ma non ci crede mica nessuno. Certo che li volevano. Solo che non hanno potuto averne. Qualcuna forse è così egoista da non volerne davvero, magari perché pensava di potersi divertire tutta la vita, ma poi le vedi, vecchie e sole, che vanno in giro per musei e girano il mondo e leggono un sacco di libri per riempirsi la vita. Mica come le altre, che da vecchie le vedi alle prese con un passeggino che non vuole saperne di aprirsi o con un nipote che non vuole saperne di alzarsi da terra. Povere. Sono arrivate troppo tardi. Sono rimaste sole. Hanno voluto divertirsi e hanno calcolato male i tempi. Poi ci credo che hanno la pancia piatta e un fisico da fotomodelle, ma chi farebbe mai a cambio con degli addominali dispersi in azione, due tette cadenti e un trottolino amoroso che riempie di sabbia il vicino di ombrellone?

Su, non raccontiamoci frottole, in realtà sotto sotto, un figlio lo volevano eccome, e adesso si sono pentite.

Chi dice donna dice mamma, si sa. La mamma che dà sempre il buon esempio, la mamma che non abbassa mai la guardia, la mamma che non ha mai un momento di egoismo, che non dice mai la parola sbagliata costringendo i pargoli a un futuro sul lettino dello psicoanalista. La mamma che fa sempre tutto meglio delle altre, o almeno ci prova, la mamma che non ozia, non cazzeggia, non si diverte se non rincorrendo i figli in giro per la casa vestita da Furia cavallo del West, perché per tutto il resto c’è la vecchiaia, i figli se non te li godi adesso quando te li godi?

La mamma nell’immaginario di molti è la quintessenza della femminilità, il tripudio della Sindrome dello Strofinaccio, il senso ultimo e inappellabile dell’esistenza di una donna. Chi dice donna dice mamma. Il resto sono errori di fabbricazione, esemplari difettosi, come libri senza le ultime pagine di cui non conosceremo mai il finale. Per le donne senza figli hanno tutti un sorrisetto imbarazzato, qualche frase fatta sull’invidia a cui non crede nessuno e una parola di conforto non richiesta. Una donna senza figli è un’occasione mancata, un seme che non ha attecchito, un terreno sterile.

Chi dice donna dice mamma, e la dice lunga sulla situazione di noi donne oggi.

Le mamme dei maschi

miniature-1802333_960_720Le madri dei maschi sono un capolavoro di ottimismo.

Dove c’è uno spintone vedono un gesto amichevole. Dove c’è un pugno vedono una manifestazione di esuberanza. Dove c’è violenza vedono un bambino troppo sicuro del proprio corpo. Quanto testosterone, esclamano ammirate, mentre il pargolo distribuisce cazzotti agli amici, e quanta maleducazione, esclamano scandalizzate, quando il pargolo riceve cazzotti dagli amici.

Le madri dei maschi sono un capolavoro di fantasia.

Dove c’è uno scarabocchio vedono il futuro Picasso. Dove c’è un paio di scarpette da calcio vedono il futuro Messi. Dove c’è un nove in pagella vedono un futuro premio Nobel. Non so da chi ha preso, eclamano con finta modestia, a cinque anni è già più intelligente di me.

Le madri dei maschi gridano allo scandalo se qualcuno infastidisce il figlio ma non riescono a reprimere un sorrisetto divertito quando raccontano che il figlio a sei anni ha toccato le tette della compagna di banco. Le madri dei maschi fanno secchi i mariti al primo segno di autorità nei confronti della prole ma poi si lasciano prendere a calci dal figlio di cinque anni perché poverino è un po’ stanco. Le madri dei maschi sbandierano il proprio femminismo ma poi trovano così tenero che se lei esce con le amiche il figlio la tempesti di messaggi per chiederle di tornare altrimenti non dorme.

Da grande voglio vedere il mondo con gli occhi delle madri dei maschi. Dev’essere un mondo meraviglioso, in cui gli insulti sono emozioni trattenute, la disobbedienza un eccesso di vitalità, la maleducazione un segno di virilità. Non c’è spazio per gli errori, nel mondo delle madri dei maschi. Non c’è spazio per la debolezza. Non c’è spazio per i rimproveri. Non c’è spazio per i difetti.

È proprio un maschio, è la formula magica, che cura ogni sbaglio e guarisce ogni colpa.

E poi i figli crescono e sono sempre ragazzi che ogni tanto si divertono un po’ ed esagerano e non c’è niente di male e qualcosa dovranno pur fare con tutta quell’energia. Del resto guarda le ragazze come vanno in giro, anche loro come fanno poveretti, a resistere. E poi i figli crescono e scoprono che non sono Messi e non sono Picasso e non prendono neanche il premio Nobel e l’unica cosa di cui avrebbero davvero bisogno è aver imparato a sbagliare e a convivere con le proprie debolezze. A convivere con i rifiuti, soprattutto quelli delle donne.

Io guardo le madri dei maschi e non posso fare a meno di pensare che avremmo degli uomini molto migliori se qualcuna di loro tenesse a bada l’orgoglio materno e magari anche il pargolo, ogni tanto. Se qualcuna avesse insegnato ai figli a tenere a posto le mani e a cambiare tono di voce e che una donna ha il diritto di uscire con le amiche senza che nessuno le rompa le scatole, che le donne non si toccano neanche con un fiore, che le frustrazioni sono una gran brutta cosa ma sono anche un problema tutto loro. Se avessero insegnato ai figli a chiedere il permesso, ad accettare un no come risposta e che essere maschi non è una scusa, ma una responsabilità.

Anche perché una volta adulti, non ci saranno più scuse e mamme che tengano. Non importa se hanno sempre pensato che la virilità fosse quella cosa lì. La colpa di quello che faranno sarà soltanto loro.