Il magico potere del disordine nelle battaglie delle donne

graffiti-1183811_960_720

Il mito dell’amore romantico va rivisto, riletto, ribaltato, raso al suolo?

Son finiti i tempi in cui San Valentino erano solo cioccolatini e frasette romantiche, ora tocca prendere le cose un po’ più sul serio e farsi qualche domanda. E le femministe lo hanno fatto, in Spagna (e sicuramente anche altrove), con un San Violentín in cui invitavano a fare tabula rasa di un ideale romantico che porta con sé una serie di presupposti sbagliati e pericolosi, brodo di coltura ideale per comportamenti abusivi e offensivi. In Spagna, le associazioni Novembre feminista e Vaga feminista, hanno messo in chiaro che il mito romantico della nostra società si fonda su uno squilibro di poteri, perpetua gli stereotipi di genere ed è alla base di molte relazioni tossiche.

Difficile dare loro torto. L’amore vissuto come possesso e confuso con la gelosia, la donna corteggiata in quanto oggetto passivo, la coppia intesa come unica sfera di realizzazione personale, le violenze spacciate per grandezza di sentimenti, tutto questo non può che fare male alle donne. Anche agli uomini, in realtà.

Non sempre, in realtà, il romanticismo delle donne è passivo come sembra, anzi, la letteratura romantica assegna alle donna quel ruolo da protagonista che altrove le è negato; il lieto fine del romance è soprattutto un’occasione di riscatto e un invito a sognare, e l’indulgere sui sentimenti un’occasione di introspezione e ricostruzione di sé. Ma non è questo il punto.

Il punto, secondo me, è che prendersela con il mito dell’amore romantico è un po’ come  prendersela con il dito che indica la luna. Ciò che imbriglia la donna non è il mito dell’amore romantico, non solo. A frenarla e a tarparle le ali è aver fatto di lei il principio dell’ordine domestico e di coppia, sociale e privato. Averle scaricato addosso il ruolo di paladina della stabilità e della quotidianità. E se è difficile liberarsi del mito dell’amore romantico, figuriamoci di quella serie di regole non scritte che ci fanno credere di essere il perno invisibile da cui dipende tutto il resto, o se non altro che lo mantiene in funzione. Perché per scrollarci di dosso questo peso dovremmo anche rivedere quello della famiglia, e il suo ruolo conservatore e stabilizzatore all’interno della società, andando incontro a una rivoluzione per cui la nostra società è tutto fuorché pronta.

Eppure è lì che dovremmo affondare i nostri colpi, se vogliamo cambiare davvero qualcosa. Abbiamo lottato per le donne in politica, per le donne scienziato, per le donne chirurgo, per le donne astronauta. Ora proviamo a lottare per la “follia” delle donne. Per il nostro diritto a mandare tutto all’aria, a non sentirci obbligate a ricucire ogni strappo, a conciliare, a mediare, a puntare i talloni quando la carrozza va dritta verso il precipizio. Possiamo anche ribaltare il mito romantico, ma finché ci resterà addosso il ruolo di paladine dell’ordine, non avanzeremo poi molto. Sarà un po’ come aver conquistato il diritto a lavorare prima di tornare a casa a pulire e cucinare. La vera libertà è poter decidere, non sacrificarsi sempre e comunque per il bene altrui, non abbassare la testa per evitare discussioni, non arrotolarsi le maniche quando nessun altro lo fa, la vera libertà è avere lo stesso diritto degli uomini di prendere e partire e sbagliare e ricominciare da capo, senza il peso del giudizio altrui. La vera libertà è non correre a tappare le falle della vita familiare e domestica, come se spettasse solo a noi. Non vivere le pecche della nostra famiglia come tare personali. Non sentire che i successi degli altri sono anche i nostri, e i loro fallimenti pure.

Ci hanno fregate con quella storia che “dietro un grande uomo c’è una grande donna” e continuiamo a crederci, in fondo. Dietro un grande uomo investito dalla luce del successo c’è la sua ombra.  Proprio come dietro una donna.

Nessuno dice che le donne debbano essere il cuore pulsante della casa e della famiglia, e nessuno dice che le donne debbano essere ribelli. Ma dobbiamo poter scegliere. E farlo senza sensi di colpa. Proprio come gli uomini. Finché prenderci cura di noi, inseguire i nostri sogni, essere artiste, ci renderà odiose e folli e pericolose, non ci sarà nessuna concezione dell’amore che possa aiutarci.

E il paradosso è che l’amore romantico, lo stesso guardato con sospetto da molte femministe, è un modo per canalizzare proprio quell’ansia di disordine e di evasione, tutta l’insofferenza, la ribellione e la follia delle donne. Invece di criticarlo, forse allora dovremmo lasciarlo libero di esplodere, senza le pressioni sociali che di volta in volta si sono nascoste dietro il puritanesimo, la convenienza, il pudore, la morale, il senso del dovere, il mito della superdonna. C’è un potenziale enorme, perfino nel romanticismo più bieco e sdolcinato, perfino dietro il successo di libri scadenti come le Sfumature; c’è l’energia di migliaia e migliaia di donne che sono convinte di non poter osare altrimenti, a cui hanno insegnato che non potevano seguire i loro sogni senza tradire quelli di qualcun altro, e che dunque hanno finito per cercarli e realizzarli fra le pagine.

Il romanticismo non è (sempre) un inno al maschio alfa o al principe azzurro sul bianco destriero, il romanticismo può essere un viaggio in una sfera intima fatta di aspirazioni e insofferenze e frustrazioni e desideri proibiti e vissuti come sbagliati, fino a un attimo prima di aprire il libro. Aspirazioni e desideri di cui il sesso e l’amore non sono che una metafora, in realtà, più o meno consapevole.

Mentre combattiamo la nostra lotta contro gli squilibri e le falle di un certo amore romantico, allora, non dimentichiamoci che il nostro vero nemico è un altro. È il ruolo che la società ha voluto per noi, come tanti vigili a guardia dell’ordine e della sopravvivenza domestica, proprio come ci hanno convinte che dobbiamo essere madri per la sopravvivenza della specie. Ogni volta che ricacciamo indietro un sogno, che ci mordiamo il labbro per trattenere un’emozione, che riconosciamo un’autorità inesistente in un uomo o nella famiglia, ogni volta che ci mettiamo da parte perché il nostro mondo vada avanti senza scossoni, ricordiamoci che stiamo pagando il prezzo delle battaglie altrui. E che, a volte, le prime a chiederci di farlo siamo proprio noi stesse.

Annunci

Romance e femminismo, un matrimonio annunciato

Feminist_graffiti_spain

Nell’immaginario popolare le femministe sono, spesso, quelle donne che nel privato le proprie battaglie le hanno già vinte. Le femministe hanno le idee chiare, sono battagliere, inarrestabili, sono preparate, colte, determinate, coraggiose. Le femministe hanno una mappa dei punti erogeni che neanche alla Nasa, conoscono la propria vagina come il cassetto delle posate, con il pudore ci si soffiano il naso e al primo rigurgito maschilista si trasformano nella versione incazzata di Lara Croft, una specie di via di mezzo fra Wonder Woman e la Sora Lella, e fanno pentire il malcapitato di essere nato uomo.

Nell’immaginario popolare le femministe sono esigenti e intransigenti. Il femminismo per alcune donne non è uno strumento o una mano tesa, non è una conquista, non è quella preziosa rete di solidarietà e collaborazione che lo rende speciale. Per alcune donne il femminismo è una prova da superare, è un traguardo irraggiungibile, è ansia da prestazione, è un po’ come il gruppo delle ragazze popolari al liceo: se hai l’apparecchio ai denti e non sai fare benzina, ti emozioni al momento sbagliato e vuoi qualcuno che ti apra la porta al ristorante, ti versi il vino e divida il conto, sei fuori.

Il romance non fa tante domande. Il romance è anonimo, rassicurante, nel romance c’è posto per tutte, belle e brutte. Nel romance i sospiri non hanno note a piè di pagina e norme ortografiche da rispettare. Per questo il romance è liberatorio, perché offre e ha offerto a molte donne un terreno di confronto, il posto dove dare un nome a ciò che provavano, dove trovare una definizione rassicurante ai propri sintomi, a quella voglia e quel bisogno di evasione, di sensazioni, di sogni, che in un quotidiano fatto di doveri e ricette e lavatrici, rischiano di suonare pericolosamente sovversivi e sbagliati. Ed ecco che nelle pagine del romance compaiono gli stessi sintomi. E, sorpresa sorpresa, pare che non ci sia niente di male. È normale. Non ditelo in giro, ma è del tutto normale. La felicità femminile a volte assomiglia un po’ alla masturbazione: si può praticare, è del tutto normale, per carità, ma meglio tenersela per sé e non tirarla fuori, chessò, a tavola a cena. E nel dubbio, meglio ricorrervi con moderazione, si sa mai che si diventi cieche davvero.

Così, se non puoi andare in un seminterrato, fumare marijuana, tirarti giù le mutande con una mano e reggere uno specchio nell’altra, come abbiamo visto fare nei gruppi di autocoscienza dei film, se non hai il coraggio o l’attitudine per quello, le pagine di un romance saranno meno esigenti. E qualcosa si impara lo stesso.

Il romance per molte donne è stato e continua a essere uno spazio di crescita, è stata una mano tesa verso la loro educazione emotiva e sessuale. Il romance è liberatorio, a qualunque età. Il romance è lo spazio in cui la nostra follia diventa innocua, i nostri sogni meno improbabili e le nostre inquietudini meno scandalose. Ecco, allora, il ponte teso fra rosa e femminismo, quel ponte di corda un po’ traballante che dovremmo rendere sempre più solido e attraversare più spesso.

E oggi che il romance sembra guardarsi intorno un po’ spaesato, fra le avventure spesso dilettantesche del self, fra le pericolosissime derive dark fra stupri e dominazione spacciata per romanticismo, e le tentazioni autoriali talvolta traballanti, oggi quel ponte è una tentazione sempre più forte, di quelle a cui vale la pena di cedere.

Da una parte del ponte c’è un genere in crisi di identità (ma non di vendite), dall’altra c’è un’etichetta usata fino allo sfinimento, contesa fra il marketing e il rigore della vecchia guardia e la caccia ai clic a suon di provocazioni. Che cosa succederebbe se la smettessero di guardarsi intorno e provassero ad andarsi incontro? Sarebbe un matrimonio combinato o vero amore?

Non lo sapremo mai finché non ci proviamo, ma a me il rosa e il femminismo sembrano sempre di più i due attori di una commedia romantica che si ostinano a cercare l’amore altrove quando il pubblico ha già capito da mo’ che la coppia prescelta sono loro e aspetta solo il momento del bacio. Sono entrambi mossi da una passione e da un entusiasmo rari, sono capaci di creare reti femminili solide e intraprendenti, sono fucine di sogni ed emozioni, sono mossi dallo stesso anelito verso la libertà e la trasgressione di norme che non ci appartengono, verso la rottura del quotidiano per aprirlo al nuovo. Insomma, come tutti i protagonisti romantici che si rispettino, sono fatti l’uno per l’altra, anche se tutto sembra indicare il contrario.

Si baceranno o non si baceranno? Il femminismo arriverà in tempo all’aeroporto per impedire al rosa di decollare verso il dark romance o il diario adolescenziale? Il romance salverà il femminismo dai roghi del #metoo e dai pregiudizi retrogradi e dagli slogan acchiappaclic? Ancora non lo sappiamo, ma io continuo a tifare per loro.

E vissero sempre felici e indipendenti.

Millennial, pop, feel good: il femminismo rosa e fucsia che guarda al futuro

Il femminismo è diventato una marca. Le donne comprano, ma soprattutto fanno vendere. E se il target è giovane, si tratta di donne che con ogni probabilità vogliono rivendicare il diritto a esprimersi, a scegliere la propria strada, che vogliono sentirsi libere di trovare il proprio stile e la propria voce.

In quest’ottica, il richiamo al femminismo ha qualcosa di trasgressivo e liberatorio, ma poco trasversale a livello generazionale. Dietro una camicia da notte con la scritta “Pro-feminism Pro-cats” può nascondersi un certo cameratismo al femminile, ma dubito che la solidarietà si estenda alle donne delle generazioni precedenti (come la madre, a cui forse in parte è rivolto il messaggio e l’anelito di differenza e ribellione) o alle lotte delle donne che si trovano al di fuori della nostra stanza o del nostro paese.

“Possiamo scegliere di indossare la maglietta con uno slogan femminista perché ci crediamo, perché ci piace la maglietta, oppure possiamo scegliere di indossare altro. Il nuovo femminismo è anche questo” scrive in uno dei suoi ultimi post Freeda, il magazine social che sta facendo del femminismo pop e millennial un cavallo di battaglia e che non nasconde, nell’intervento della direttrice editoriale Daria Bernardoni al 47° Convegno dei Giovani imprenditori, di essere anche un sottile e raffinato progetto di marketing oltre che una realtà editoriale, mirato a mettere in contatto marche e target (e infatti subito sotto il post sulle magliette ne troviamo uno dedicato a una famosa marca di scarpe e più sotto ancora un altro in cui una seconda marca di calzature ci spiega che “Non c’è un solo modo di essere donna”).

Quello di Freeda è un “nuovo femminismo” patinato, trendy e narcisista, in cui si parla di vagina e di Yoko Ono e di chili di troppo (Bridget Jones insegna) in un contenitore caotico, variegato e fluorescente, scritto e pensato con il linguaggio dei social. In un’intervista a Il Libraio, Daria Bernardoni ha spiegato che i valori alla base del progetto sono la realizzazione femminile e lo stile personale. Dunque un femminismo più individualista, meno collettivo, meno trasversale appunto, come si diceva sopra.

Del resto, nell’epoca della Nutella personalizzata e degli store che fanno la spesa al posto nostro pronendoci articoli che “potrebbero interessarci”, in cui tutto quel che ci circonda sembra rivolgersi proprio a noi, a nessun altro che a noi, mentre ci guida sottilmente e con gentilezza nelle nostre scelte, forse era destino che anche i valori e i principi morali subissero la stessa deriva individualista ed egoriferita. È cambiato il modo di comunicare, in tutte le sue forme, i criteri si fanno più fluidi e le informazioni ci ruotano attorno in un caleidoscopio frastornante in cui l’unico punto di riferimento finiamo per essere noi. Noi e il nostro benessere.

Per qualcuno (come la sottoscritta) anche solo per ragioni anagrafiche non è facile entrare in sintonia con un cambiamento di orizzonte tanto radicale, ma a non farlo, a insistere ad ancorarsi a schemi mentali e a coordinate che verranno spazzate via dal post successivo o dai commenti che riceverà, si finisce per correre il rischio non solo di non capirci più niente, ma di trollare se stessi e ritrovarsi a parlare di quello che secondo noi non è interessante e non dovrebbe avere tanto spazio, invece di quello che secondo noi dovrebbe essere oggetto di attenzione, travolti dalle regole di una comunicazione che è sempre più commento, eco e reazione e sempre meno contenuto, che ci piaccia o no.

Tornando dunque al femvertising (combinazione di femminismo e advertising, a cui Pasionaria ha dedicato un post interessante), che cosa dovremmo pensarne? Che cosa porterà alle battaglie delle donne una maglietta con la scritta “I’m a Feminist” o “Girl Power”? Probabilmente poco o niente, proprio come i pantaloni e le fantasie mimetiche non hanno fatto di noi dei militari incalliti e come quelle leopardate non ci hanno fatto spuntare le zanne. È un’operazione di facciata, che cerca una via di fuga al conformismo in un’epoca in cui neanche più tingersi i capelli di azzurro è diventata una ribellione convincente.

Non riguarda solo il femminismo, del resto, sono i valori e i buoni principi in generale a vendere e a diventare strumenti di marketing. L’etica in pillole delle frasette più o meno banali sparse ovunque, dagli zerbini alle stanze d’albergo alle magliette. Le ho viste perfino scritte a mano e appuntate ai maglioni in un negozio di abbigliamento (“Sii sempre te stessa” “Lottiamo per il diritto di essere diversi, non uguali”). È l’ultima frontiera del feel good, dopo aver invaso e colonizzato la sfera dei sensi con profumi e sapori, e se non altro le frasette sagge e ispiratrici dei negozi non appestano l’aria di profumo come succede in alcune catene.

C’è un distinguo significativo, secondo me, in questa commistione di marketing e campagne sociali, ed è quello fra le marche che decidono di esporsi e mettere la propria firma sotto una battaglia sociale, creando nuovo contenuto (come ha fatto la Coca-Cola con La felicidad siempre es la respuesta, il bellissimo spot sulle famiglie di ogni tipo, o Pantene con lo spot Sorry, not Sorry in cui invitava le donne a smetterla di chiedere scusa) e le marche che invece si insinuano in discorsi già esistenti, svuotandoli a poco a poco di contenuto.

Le magliette, i cuscini e le tazze con la scritta “I’m a feminist” non toglieranno e non aggiungeranno niente al femminismo, secondo me. Sono l’espressione di una nuova femminilità, più libera, aggressiva, esigente, scalpitante, indifferente alle regole e impaziente di realizzare i propri sogni. Sarà questo nuovo modo di essere donna a cambiare di segno le nostre battaglie, però. Per questo è fondamentale che trovi il suo posto all’interno di un movimento femminista che rischia di non esercitare più alcun richiamo sulle nuove generazioni, perché parla un linguaggio completamente diverso, con modi di comunicare agli antipodi, imponendo principi a chi è ansioso di libertà, dettando regole a chi vuole scrivere le proprie, indicando una strada a chi ha voglia di trovarsela da sola.

Il femminismo pop e millennial ci sta lanciando un messaggio chiaro: è cambiato tutto, le ragazze e le donne sono cambiate, non hanno voglia di essere ingabbiate nelle battaglie altrui, non hanno voglia di sentire rimproveri, esortazioni a fare tutto da sole e a essere indipendenti, non hanno voglia di severità, di cupezza, di paroloni e di facce incazzate. Hanno voglia di allegria, di libertà, di sfrontatezza, di irriverenza, di ridere, di sentirsi bene e di trovare il loro stile. Sanno benissimo di poter fare quello che vogliono con il loro corpo, ma continuano a sentirsi oggetto e vittime degli sguardi altrui e forse non trovano, nel discorso femminista attuale, un’alternativa convincente al bisogno di accettazione e di approvazione. E per chi sa di aver pagato il prezzo della loro allegria con la durezza e la grinta e l’intransigenza che ora viene rinfacciata e rimproverata alla sua generazione, non è una pillola facile da mandare giù.

Accanto a questo femminismo pop e svagato e superficiale, allora, serve un femminismo altrettanto intimo e individualista, se vogliamo, ma che non perda di vista la solidarietà femminile e che ci mostri la strada verso noi stesse e verso la realizzazione dei sogni. Perché quella strada inizia dentro di noi, non dalla maglietta che indossiamo, parte da un groviglio di sensi di colpa, di aspettative, di identità mancate e intrecciate al dovere prima che al diritto, inizia dove finisce la Sindrome dello Strofinaccio, inizia dalla convinzione che la felicità è un diritto che solo noi possiamo concederci e che la coppia e la famiglia possono essere solo l’espressione della nostra felicità, mai un ostacolo e una spugna passata sulla nostra identità.

Un femminismo rosa che prenda a braccetto il femminismo fucsia del marketing e dei brand, un femminismo intimo, allegro, beffardo, ma soprattutto un femminismo che tenda la mano a tutte le donne, proprio tutte, anche a quelle che si sentono troppo stanche o troppo pigre, troppo convenzionali o troppo ribelli, troppo intellettuali o troppo ignoranti, troppo giovani o troppo ribelli per definirsi femministe. Un femminismo che riparta da noi e che non misuri più i nostri diritti sul metro di quelli degli uomini, ma sul metro della nostra felicità personale e della nostra libertà di espressione.

 

 

 

Scusa un corno

5738075609_6640c19260_b
Foto di Dubh (CC)

«Attenzione.»

«Mi scusi.»

La situazione è sempre la stessa. Siamo in coda al self service e qualcuno deve prendere qualcosa nel frigorifero accanto alla fila, allungando il braccio.

Una delle due persone era un uomo e l’altra una donna. Vediamo se indovinate chi ha detto che cosa. Scommetto di sì.

«No, è rotto, mi spiace.»

L’ha ripetuto fino allo sfinimento, una ragazza in treno, seduta accanto a un sedile ribaltabile rotto. Non diceva «Attenzione». Non lasciava che si sedessero e guardava dall’altra parte. Li avvisava e sentiva comunque il bisogno di scusarsi, neanche fosse colpa sua. I passeggeri tiravano dritti, qualcuno la ringraziava, qualcun altro no. Poi è arrivato un uomo sulla quarantina, aspetto e statura nella media. Ha fatto per sedersi, lei lo ha avvertito, si è scusata e gli ha offerto il proprio posto… e lui ha accettato! Come se fosse la cosa più normale del mondo.

Presentazione di due autori, un uomo e una donna, parimenti famosi.

L’autrice sorride, sceglie un tono umile e competente assieme, riesce a far ridere il pubblico, resta seduta. L’autore si alza, declama le doti del proprio libro, i propri successi personali. La donna ringrazia le persone che leggeranno il libro, l’uomo dà per scontato che lo faranno. Proprio come gli autori uomini che sui social si sentono in diritto di scriverti privatamente per avvisarti che è uscito il loro libro e che sono certi che ti interesserà. Sulla base di che cosa, poi, se è la prima volta che ti scrivono e non avete avuto alcuno scambio in passato? Non sono ovviamente tutti così, ci sono autrici sfacciate e autori modesti e simpaticissimi.

La prepotenza non è una caratteristica tipicamente maschile e la docilità non è un tratto tipicamente femminile. Ma resta il fatto che le donne si sentono spesso in dovere di chiedere scusa, di aspettare il permesso, di tenersi in disparte, di farsi perdonare se occupano tutta la scena o di ringraziare per avere avuto la possibilità di farlo.

Le donne tendono a scegliere gli altri come misura del proprio valore, a impostare la propria felicità sulla soddisfazione e la felicità altrui, sanno che la compostezza è una virtù che mette al riparo da ogni critica, che un sorriso modesto servirà a schivare i colpi, che non si entra mai a gamba tesa in una discussione fra uomini.

«La tua bisnonna sì che ci sapeva fare con gli uomini, diceva sempre di sì al tuo bisnonno e poi faceva di testa propria.» Quante donne della mia generazione sono cresciute sentendoselo ripetere? Siamo la generazione dell’indipendenza ma con riserbo, dell’emancipazione ma senza alzare troppo la voce, dell’insegui pure i tuoi sogni ma senza richiamare l’attenzione. Questo se si era fortunate.

Finché non riusciremo a spostare lo sguardo e a dirigerlo verso noi stesse al momento di cercare la ragione e il permesso, finché non la smetteremo di aspettare l’autorizzazione e il beneplacito altrui, finché non la smetteremo di chiedere scusa, non riusciremo a scrollarci del tutto di dosso le maglie del genere.

C’è una sottomissione strisciante, la vedo nelle madri verso i figli maschi, nelle mogli verso i mariti, nelle colleghe verso i colleghi, la vedo nelle donne più emancipate e istruite, in quelle giovani e in quelle meno giovani. La convinzione che ci portiamo sottopelle che tenere testa a un uomo sia un affronto, che la donna perbene non contraddice mai il marito davanti agli altri, mentre lui può farlo senza ledere la dignità e la reputazione di nessuno.

Allora smettiamola di chiedere scusa, smettiamola di sentirci indifese se entriamo da sole in un bar pieno di uomini, smettiamola di sentirci in colpa se occupiamo lo spazio che ci spetta, se ci sediamo sul divano senza far niente, se correggiamo qualcuno, se abbiamo ragione, se occupiamo tutta la scena, se siamo felici per qualcosa che riguarda noi e soltanto noi. Smettiamola di chiedere scusa, a parole o con il linguaggio del corpo, se abbiamo più successo di un uomo, se siamo più brave di lui, più spiritose, più forti, più determinate.

Smettiamola di chiedere il permesso, di pensare che uno stipendio in più o in meno possa limitare la nostra libertà, di desiderare momenti per noi stessi e restare in attesa che qualcuno ci conceda di prenderceli.

Non aspettiamo che ci insegnino il coraggio e l’audacia, perché non lo farà mai nessuno. Non inseguiamo l’approvazione altrui come moneta del nostro valore e non cerchiamo il senso delle nostre azioni in un posto diverso da noi stesse. È molto più difficile e rivoluzionario di quanto possa sembrare, per qualcuna sarà uno stravolgimento completo del proprio sistema di valori e di riferimento, e forse sarà meno consolatorio e gratificante di quanto crediamo, ma è l’unico modo, secondo me, per andare verso una felicità che ci assomigli, ogni giorno.

Femminista in senso lato

15748188327_7eb3b8bb33_k (1)
Foto di Claus Tom Christensen (CC)

Nel descrivere l’avvocata del carabiniere accusato di stupro – “l’avvocata Cristina”, per gli amici e per i lettori del Corriere, suvvia, potrebbe essere nostra zia, anche gli avvocati uomini del resto li chiamano tutti affettuosamente per nome… o no? – comunque, dell’avvocata il Corriere ci tiene a precisare che “non è una femminista nel senso più stretto del termine”.

La cronaca di questa vicenda e delle indagini in corso è un esempio di giornalismo dei più beceri, ma su questo hanno già scritto penne migliori della mia e non mi dilungherò. Non ce n’è neanche bisogno. Solo in questo articolo apparentemente inoffensivo, sono nascosti – neanche tanto bene – più stereotipi e messaggi pericolosi di quanto si possa pensare, e accettare.

Che accidenti significa che non è una femminista in senso stretto? Che è una femminista in senso lato? Che ha difeso i diritti delle donne ma questo non significa che sia brutta, repressa e antipatica? Avevo appena optato per la seconda ipotesi, una sorta di “è femminista ma non vogliategliene, sta cercando di smettere”, quando sono tornata su di qualche riga e ho riletto con più attenzione. L’avvocata, pare, “è una tosta” (essendo donna, si sa, è sempre opportuno precisare che non è mica una femminuccia senza palle). “Gli sgarbi, soprattutto quelli maschili, non li sopporta proprio. E forse non è un caso che rivendichi con una serena allegria d’essere una single.”

“Non è un caso”? Nel senso che se non sopporta gli sgarbi maschili, per forza che poi una resta single? O zitella che dir si voglia?

Quindi, per riassumere, l’avvocata Cristina, femminista ma non troppo, zitella per forza, ha guardato negli occhi il suo cliente e ha capito che era sincero. Ha pianto, pover’uomo. Sa di aver sbagliato. Si è lasciato trasportare. E se lo dice una che gli abusi non li sopporta, tanto da aver deciso addirittura di immolarsi alla causa e restare single – perché si sa, in coppia qualche abuso tocca sopportarlo e le donne intransigenti, quelle “toste”, che sono evidentemente un’eccezione alla regola, non vanno per la maggiore sulla strada verso l’altare – se lo dice lei, insomma, c’è da crederle.

Manca solo la ricetta della torta alle mele che le riesce così bene, nel ritratto dell’avvocata del carabiniere, o il numero di gatti con cui abita. C’è tanto di quel paternalismo, nel tono con cui viene descritta, tanta di quella condiscendenza. Si entra a gamba tesa nella sua sfera intima e personale, si esordisce con qualche dettaglio personale, si rimarca che lo “dice con un sorriso”, per descriverla si usano espressioni da fumetto come “non è una che si tira indietro”, con quel tono un po’ infantile e incredulo che accompagna spesso le descrizioni dei meriti professionali di una donna, con una spolverata di emozioni a colorire la sfera lavorativa (“si disse entusiasta”).

Ci sono così tanti stereotipi femminili in poche righe che è quasi impossibile contarli, nascosti e dissimulati quanto basta perché non possano essere rinfacciati facilmente. Sono nascosti nella sfera intima invasa automaticamente nel caso di una donna, che non merita il rispetto formale che sarebbe stato riservato a un uomo. Sono nascosti nel tono un po’ stupito e favolistico con cui si decantano le sue lodi professionali. Sono nascosti in quel “non è un caso”, una costruzione della frase sbagliata e pericolosa, per il messaggio che lascia passare (se non sopporti gli abusi e sei una tosta, allora puoi essere solo automaticamente e orgogliosamente zitella). Sono nascosti in quel “femminista con riserva” che suona come un buffetto di incoraggiamento, una sorta di vezzeggiativo, un’attenuante.

E infine il messaggio ancora più insidioso nascosto nelle parole dell’avvocata: “ho deciso di difenderlo anche da un reato che, in quanto donna, mi fa rabbrividire”. Lo stupro, insomma, è ancora una questione di categoria. Rabbrividiamo pure fra noi, finché non è uno straniero a calpestare l’orgoglio e il testosterone italico, continueremo a farlo da sole, con qualche pacca di solidarietà maschile, se saremo fortunate. Del resto, si sa, le lacrime delle donne quando non sono false sono segno di debolezza o di isteria, non di innocenza e buona volontà, come quelle maschili.

E con il romance shaming come la mettiamo?

 

read-369040_960_720

Sul body shaming e il fat shaming immagino saremo tutti d’accordo, prendere di mira il corpo di una persona – di solito una donna – e deriderlo sui social o sulla stampa è non solo ingiusto e abbastanza vigliacco, ma pericolosamente sessista. Il messaggio di fondo è che il valore una donna si misuri dal suo corpo, da quanto risponde a canoni di bellezza astratti, e che una donna debba sempre e comunque essere all’altezza di quei canoni, in qualunque momento della sua vita, salvo esporsi in caso contrario al pubblico ludibrio.

Nell’universo femminile però trova posto anche un altro fenomeno altrettanto sbagliato e pericoloso, più simile al body shaming di quanto possa sembrare: il romance shaming.

Anche qui come nel body shaming purtroppo sono spesso le donne a prendere di mira le altre donne, con una differenza importante: che spesso a farlo sono le stesse donne impegnate altrove in battaglie contro gli stereotipi e le discriminazioni. Il romance però non riescono proprio a digerirlo.

Ma perché? Perché un genere letterario che ha conquistato negli anni una fetta così ampia di pubblico femminile, un genere in cui le donne si sono rispecchiate quando non trovavano altrove il modo e lo spazio per farlo, un genere in cui la donna è protagonista e in cui le vicende sentimentali non sono spesso il vero argomento della storia, perché suscita tanto accanimento? Proprio da parte del femminismo?

Negli anni in cui l’amore gay lottava per potersi manifestare liberamente, in tutta la sua trasgressiva tenerezza, le battaglie femminili sembravano voler fare di tutto per sgombrare il campo proprio da quella tenerezza, scambiandola erroneamente per un segno di debolezza.

Chi conosce il romance sa che spesso – spesso, non sempre – la debolezza non è un tratto delle sue protagoniste. La debolezza tutt’al più è ciò che impedisce loro di amare ed essere amate, l’ostacolo che verrà rimosso dal lieto fine. Ma soprattutto chi conosce il romance sa che l’amore non è che uno degli argomenti della storia, spesso neanche il più importante. Il romance nasconde quasi sempre una vicenda di riscatto personale, il superamento di un passato difficile o di una colpa irrisolta, il bisogno di ritrovare la forza e la fiducia per tornare a combattere, la convinzione di avere il diritto di essere felice. Non solo, il romance è stato lo spazio in cui affrontare tematiche femminili anche prima che arrivassero i gruppi di autocoscienza in cui potersi finalmente confrontare. Nel romance si è parlato di stupri, di violenza di genere, nel romance molte donne trovavano le risposte alle domande che avevano insegnato loro a non fare e a non porsi, sulla sessualità, il rapporto con gli uomini e con il proprio corpo, sui sensi di colpa e sul diritto a vivere le proprie emozioni, anche quando le si voleva relegate nel ruolo di angeli del focolare. Non è forse femminismo anche questo?

Certo, il romance è un genere tendenzialmente conservatore, narrativamente parlando, perché impone la consolazione dell’happy end. In questo però non è poi tanto diverso dal giallo e come il giallo ha saputo rinnovarsi e trasgredire lasciando intatta la cornice del genere.

Non si sta dicendo che il romance sia alta letteratura, ovviamente, è letteratura di genere, è intrattenimento, ma a bollarla come “roba da donnette” si cade in un pregiudizio maschilista: che i sentimenti siano superficiali e indice di debolezza, che la donna innamorata debba automaticamente rinunciare alle proprie battaglie (convinzione diffusa e molto molto pericolosa) e soprattutto che la leggerezza sia proibita alle donne, perché una donna deve sempre e comunque essere all’altezza di ciò che ci si aspetta da lei, che si tratti di sforzo fisico o intellettuale, di un corpo atletico o di una mente impegnata.

Allora facciamo un favore alle donne e smettiamola anche con il romance shaming. Non solo perché le lettrici di romance sono molto più colte e femministe di quanto ci si aspetti, non solo perché il romance ha fatto per le donne più di quanto si creda, colmando un vuoto anche sociale. Smettiamola con il romance shaming perché le donne non debbano sentirsi sempre sotto esame, perché la libertà di essere se stesse senza pregiudizi passa anche per la libertà di emozionarsi come ci pare, indossando la taglia che ci pare, con in mano il libro che ci pare.

Non siamo perfette, non abbiamo corpi perfetti e non leggiamo neanche libri perfetti, ma non c’è niente che ci avvicini tanto a noi stesse come un’emozione vissuta senza sensi di colpa. E che ciascuna si senta libera di trovarla dove meglio crede è importante tanto quanto poter vivere serenamente nel proprio corpo, con qualche chilo di troppo o senza.

Le donne quando si raccontano fanno un passo indietro

 

4250408429_70e1cf4b32_o
Foto di Pleuntje (CC)

Ci hanno cresciute insegnandoci a stare al nostro posto, a non farci notare, a chiedere permesso, a stare “composte”. La compostezza è una condizione morale, prima che un atteggiamento. La donna composta non si emoziona troppo, non in modo sfacciato, non si altera, non cammina davanti al marito ma un po’ indietro o di lato. La donna composta sa ascoltare, sa restare in silenzio, non contraddice, soprattutto non contraddice un uomo, non in modo esplicito almeno. Con sottigliezza tutt’al più, con ironia, quasi senza che lui se ne accorga.

La donna composta non critica e non dice a un uomo che cosa deve fare, gli lascia il timone e poi comanda la nave senza remi e senza meriti. La donna composta d’altri tempi, ma anche un po’ dei nostri, intuisce che il suo posto è fra le chiacchiere in cucina a parlare di futilità come gli affetti e le questioni di cuore, non in salotto a parlare di cose serie come il prezzo dell’usato e la finale di campionato

E così spesso le donne quando si raccontano senza esibirsi, quando sono lì per quello che fanno e che pensano, non per l’aspetto che hanno, fanno un passo indietro. Si prendono il loro tempo e il loro spazio, ma hanno l’aria di chi sa di doverselo meritare, non di chi lo occupa per diritto. Soprattutto se in sala c’è anche un uomo.

È la Legge del Forno.

Quando ero piccola, durante un viaggio ci fermammo a comprare il pane in un paesino del Monferrato. Quattro case intorno a una via principale deserta, fatta eccezione per la nostra macchina che si scaldava al sole. Scese mia madre e noi restammo in macchina ad aspettarla. Ma lei non tornava, in macchina faceva caldo e il tempo passava, così scendemmo a cercarla.

La panetteria incredibilmente era piena. C’erano quattro o cinque donne davanti a mia madre, che se la prendevano comoda, fra una michetta e il referto medico di qualche conoscente.

Non appena mio padre entrò calò il silenzio e la panettiera, che fino a quel momento aveva ignorato mia madre, si rivolse a lui, senza sapere che era il marito.

“Mi dica! Come posso servirla?”

Mio padre indicò le signore davanti a lui lasciando intendere che non aveva fretta.

“Ma no, loro possono aspettare. Serviamo prima questo bel signore, mi dica!”

Mia madre uscì dal negozio fumante, borbottando che non ci avrebbe mai più messo piede. Mio padre uscì gongolando per il trattamento ricevuto.

In realtà, come avrei scoperto più avanti, le signore avevano fretta di servire mio padre non per riverirlo o in segno di rispetto, niente affatto. Era solo per liberarsi di lui e poter continuare a chiacchierare in pace fra donne. Probabilmente lo sapevano anche mio padre e mia madre, ma il fatto che fossero a parte di quel segreto non impedì a mio padre di essere servito in un lampo, né a mia madre di dover aspettare il suo turno in eterno.

La Legge del Forno, ti tratto come un principe, per toglierti di torno.

In molte di noi, anche le più emancipate, al momento di confrontarsi con un uomo scatta il bisogno di dimostrare qualcosa, che sia la compostezza e il saper stare al nostro posto o il nostro valore e la forza delle nostre idee. Così, quasi senza accorgercene, facciamo un passo indietro. Ci scusiamo, giustifichiamo il nostro essere dove siamo, e spesso facciamo della modestia il nostro valore, invece di lasciare che sia il nostro valore a definire la nostra modestia.

Ma c’è anche un’altra cosa che ci portiamo dietro dalle chiacchiere in cucina e in panetteria, ed è l’intimità, la capacità e il bisogno di parlare di sentimenti, di metterci la faccia e il cuore. Così le donne che si raccontano fanno un passo indietro e si celano dietro il bisogno  della compostezza mentre si svelano attraverso la necessità delle emozioni.

Le donne che si raccontano a volte sembrano un po’ meno protagoniste degli uomini, sembrano sottrarsi e chissà, forse è stato proprio il ricatto della compostezza a costringerci a imparare così bene una lingua universale come quella delle emozioni.

Non so dire se esista una scrittura femminile e una scrittura maschile, credo di no. Credo però che esista un modo di raccontarsi femminile (il che ovviamente non significa che a usarlo non possa essere un uomo), che ha qualcosa di clandestino, di più intimo e schivo. In cui il racconto delle emozioni racchiude e soddisfa il bisogno di parlare di sé. In cui le emozioni e la capacità di esplorarle e viverle fino in fondo non sono la strada che conduce verso l’eroismo, ma l’unico eroismo davvero necessario.