Lezioni di femminismo tascabile

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#1 No, se esci con le amiche NON sei tenuta a preparare la cena prima. Casi di mariti e figli morti di denutrizione causa uscita madre non sono ancora stati registrati.

#2 Dei dieci motivi per cui ti senti in colpa a fine giornata, almeno otto non sono colpa tua.

#3 Non dite mai che vostro marito vi dà una mano in casa, a meno che non viva altrove e ogni tanto venga a lavare il pavimento da voi.

#4 Se qualcuno ti dice che sei bella, significa semplicemente che sei bella (ai suoi occhi). Non che vali qualcosa come persona, di certo non che vali di più e men che meno che hai superato qualche test segreto di accesso al mondo femminile.

#5 Difendere le tue posizioni (soprattutto davanti a un uomo) non fa di te un’isterica irragionevole inacidita e nel periodo sbagliato del ciclo. Solo una donna convinta di quello che pensa.

#6 Potete sacrificarvi per la vostra famiglia quanto volete, purché ricordiate che lo state facendo per voi stesse, non per loro, e che arriverà il giorno che vi rinfacceranno di non esservi fatte una vita.

#7 La beatificazione degli uomini che si occupano di casa e figli non è ancora prevista, quindi facciamo un favore al genere femminile e piantiamola di coprire di complimenti il primo che lo fa, neanche avesse appena trasformato una pappina in oro.

#8 Ogni volta che dite di non avere tempo per i vostri progetti, ricordatevi che per il pediatra, l’idraulico, il veterinario e in generale le necessità e le emergenze altrui il tempo lo trovate sempre. Non è il tempo che ci manca, ma la convinzione che i nostri progetti siano una necessità.

#9 Se ti dà uno schiaffo una volta, la volta dopo te ne darà due. L’unica cosa che cambierà in futuro è che invece di chiederti scusa lui, finirai per chiederglielo tu. Uno basta. E avanza. Dove è passata la violenza fisica non crescono le seconde opportunità.

#10. Siate folli. La chiamano follia, nelle donne, ma in realtà è il nostro potere creativo, l’unico che riguardi noi e noi soltanto. Siate folli, consapevoli che la vostra non è follia, solo arte, e forza.

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Emancipata sarai tu

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L’emancipazione femminile è una cosa fantastica. Un po’ come l’aprifacile.

All’inizio ci credi e senti di far parte di un mondo meraviglioso e molto evoluto, anche se poi perdi un canino per aprire la scatoletta di tonno. I più furbi lo sanno, quando leggono aprifacile si procurano un machete e si prendono mezza giornata libera, ma quando sei ancora giovane e ingenua all’aprifacile ci credi. E poi ti senti terribilmente in colpa perché con te non ha funzionato. Non ci sei riuscita, se un disastro, neanche con l’aprifacile sei capace. Tutto il resto del mondo sì, loro aprono le buste di mozzarella con il mignolo mentre con l’altra mano stendono piani aziendali o scrivono capolavori, e tu hai perso almeno un quarto d’ora, usato tutte e due le mani, ti sei fatta la doccia con l’acqua della mozzarella e detto parolacce che non ricordi bene ma non importa, perché i tuoi figli le hanno già imparate tutte a memoria.

Ecco, con l’emancipazione femminile funziona più o meno allo stesso modo. È tutto molto bello e civilizzato e ci fa sentire persone migliori. Finché non scopri che era una grande presa per il culo. E che ti puoi emancipare, certo che puoi. Puoi partire bene e arrivare subito sulla casella in cui hai genitori abbastanza moderni da pensare che una ragazza deve studiare quello che vuole e finché vuole. Puoi aspettare tre turni e avere la fortuna/intelligenza/pazienza di trovare il compagno giusto, che ti rispetta e che crede in te abbastanza da lasciarti gli spazi di cui hai bisogno. Puoi finire sull’oca e moltiplicarti con tanti piccoli pargoli quanti sono i punti del dado. Puoi cascare sulla casella del ponte e decidere con il tuo compagno che i compiti vanno distribuiti in modo paritario e lui darà il biberon al piccolo in modo che tu possa andare al lavoro (“Non vuoi allattarlo? Ma sei sicura? Non ti sembra egoista?” “Sei sicura di avere bisogno di dormire?” “E allora perché l’hai fatto, scusa, un figlio?”) e sarà presente nel gruppo whatsapp di classe al posto tuo (“Oh oh, ma c’è un papà fra noi, che onore!” “Dovremo stare attente a non parlare male degli uomini.” “Ih ih ih.” – segue serie di emoticon a caso – “Carissimo, promettiamo di non disturbarti se non è indispensabile.” “Se vuoi uscire dal gruppo nessun problema, ti mando un privato per le cose più importanti.” “Di’ a tua moglie che non mangiamo mica, eh…”).

Ma la verità è che prima o poi finirai sulla casella dello scheletro e dovrai tornare a quella di partenza. La verità è che prima o poi ti troverai davanti un uomo che ti considera una presuntuosa arrogante solo perché sei convinta di poter valere qualcosa sul lavoro; prima o poi ti troverai davanti una donna che ti dirà che sei un’egoista e una madre orribile e che dovresti ringraziare tuo marito che ti permette di lavorare e che non è modo, ridurre un uomo a fare da governante in casa propria. La verità è che te ne troverai davanti non una, non dieci, ma cento di queste persone. E ogni volta dovrai ricominciare da capo.

Quando si parla di emancipazione femminile si parla sempre di discriminazione aziendale, di politiche salariali diverse, di permessi di maternità, di colloqui in cui ti chiedono le ovaie in cambio di un posto di lavoro e part time che ti permettono di andare a prendere tuo figlio a scuola e scordarti di avere una carriera. Tutta questa parte la sapevo. A questo ero preparata.

Quello a cui non ero preparata era dovermi difendere dalla macellaia che quando vado a fare la spesa mi guarda sogghignando (“Oggi tocca a te e non a tuo marito, eh, finita la pacchia”), a un asilo nido in cui l’adattamento dura cinque mesi e in cui quando tu te ne vai l’aula è ancora piena di genitori e di tette e di mamme amorose, mica come te. Non ero preparata a dovermi giustificare perché lascio mio figlio in mensa (“Ma tu non lavori a casa?”) invece di preparargli un pasto di tre portate con ingredienti freschi e biologici, a chilometro zero, se possibile provenienti dal mio orto (“Figurati se non hai spazio per un orto, non ce l’hai un terrazzino?”). Non ero preparata a dover passare i pomeriggi a fare da tassista per portare mio figlio a lezioni di canto, scherma, equilibrismo e cinese (“Se non li stimoli da piccoli, da adulti sono spacciati”) sempre se sono abbastanza fortunata da risparmiarmi il logopedista (“Pronuncia la S bene, eh, ma potrebbe fare di meglio”), lo psicologo (“Mi ha detto che mi odia e che odia la vita”) e di misurare il QI con la frequenza con cui io controllo se ho perso quei due chili (“Possibile che sia l’unico della sua classe a non essere superdotato?”).

Mi immaginavo di leggere una fiaba prima di andare a dormire e sentirmi una madre fantastica, non di dovermi chiedere se quella fiaba era abbastanza femminista. Immaginavo di cucinare ogni tanto una torta al cioccolato e mi sembrava già un gran traguardo, non sapevo che avrei dovuto sostituire lo zucchero con quello di canna e il cioccolato con la carruba se non volevo avvelenare i miei figli. Immaginavo di giocare con loro il pomeriggio, non di dover andare prima nel bosco a cercare sassi e rametti perché entrassero in contatto con la natura e non con la plastica. Immaginavo di aiutarli a fare i compiti ogni tanto, quando proprio avevano bisogno di aiuto, non di dover mandare le fotografie del libro di matematica alla madre del compagno che l’ha dimenticato a casa (e giustificarmi perché mi rifiuto di farlo quando a dimenticarlo è il mio).

Non ho mai neanche sperato di essere una madre e una compagna perfetta, ma non pensavo che ogni volta che avrei conquistato un piccolo traguardo avrebbero alzato l’asticella ancora di più, facendomi sentire di nuovo inadeguata.

Emancipiamoci tutti quanti, allora, è questa l’unica strada. Non chiamatela emancipazione femminile come se fosse solo affar nostro. Parliamo di emancipazione familiare, sociale. Perché è di questo che si tratta. Di un progetto comune, non individuale. Emancipiamoci dalle attività extra scolastiche, dal pane integrale preparato in casa con lievito madre, emancipiamoci dai gruppi di Whatsapp, dai lavoretti manuali da fare con l’aiuto dei genitori, dai capi a cui viene l’orticaria quando sentono la parola figlio e permesso nella stessa frase, dalle feste infantili al campo di golf a quaranta chilometri di distanza, dalle riunioni scolastiche per decidere se distribuire pera o mela a merenda.

O tutti o nessuno. L’emancipazione femminile non riguarda solo noi donne, non ci fregate più, ci riguarda tutti quanti. La volete? Allora che ciascuno faccia la sua parte. Non la volete? Allora abbiate il coraggio di dirlo, così sapremo contro quale nemico dobbiamo combattere.

Che faticaccia essere una mamma femminista

Le mamme femministe della mia generazione ci provano, ma non sempre ci riescono.

Facciamo incetta di titoli ribelli e battaglieri e se ci scappa un “Guarda come ti sta bene quel vestitino” poi rimediamo a colpi di Frida Kahlo.

Regaliamo a nostra figlia il Manuale del piccolo ingegnere e spieghiamo a nostro figlio che l’ombrellino rosa ereditato dalla sorella va benissimo, ma poi compriamo una tuta da sci nera per la maggiore “Perché sa, così poi può usarla suo fratello”, spieghiamo alla commessa che ci guardava storto perché vestivamo il nostro angioletto biondo di nero e adesso ci guarda storto perché abbiamo peccato di gender sotto i suoi occhi. Cinquanta flessioni e due biografie di Amelia Earhart.

No, non abbiamo detto a nostra figlia di stare seduta composta e nessuno saprà mai quanta fatica ci è costata non farlo, e sì, nostro figlio aiuta in casa proprio come lei, non importa se ha solo tre anni e ci costa un servizio di piatti a settimana. Quel che è giusto è giusto. Guai a distrarti, che poi succede come quella volta che hai lasciato i vestiti piegati sul letto di ciascun membro della famiglia, tranne quelli di marito e figlio che sono finiti direttamente nell’armadio, anche se in realtà l’hai fatto per evitare che andassero perduti per sempre fra criteri di classificazione imperscrutabili.

Essere mamme femministe è una faticaccia. No, non siamo più esigenti con la femmina solo perché è una femmina, cioè, forse sì, forse qualche volta, per sbaglio, come quel giorno in cui poi abbiamo deciso di recuperare spiegandole che per lei sarà più dura che per suo fratello, qualunque carriera sceglierà, dovrà fare il doppio della fatica per dimostrare che vale qualcosa, e poi non abbiamo dormito chiedendoci se quello che le avevamo spiegato era molto maschilista o molto femminista. O come quella volta in cui abbiamo permesso al maschio di mettersi lo smalto per le unghie di sua sorella e abbiamo resistito ben 48 ore prima di ordinargli di toglierlo “altrimenti le unghie non respirano”.

Se non inviti quei piccoli Conan dei compagni maschi alla festa di tua figlia ti diranno che sei sessista. Se vedi un castello o un aereo dal finestrino dell’auto e avvisi tuo figlio e non tua figlia (a cui dei castelli e degli aerei non frega un tubo) sei sessista. Se regali le perline per i braccialetti a sua figlia e i Lego a tuo figlio sei sessista. Perfino scegliere un peluche è più complicato di quanto sembri, a voler fare le cose per bene (il cagnolino per la femmina e il draghetto per il maschio andrà bene, o meglio il contrario?).

Insomma, diciamolo, se le mamme sbagliano sempre, le mamme femministe sbagliano sempre il doppio.

Per fortuna le mamme femministe di solito hanno figlie femministe, le stesse che chiedevano la macchina per fare la pasta a Natale e che vanno pazze per la Barbie e che per anni si sono vestite solo di rosa e che non hanno mai letto neanche due pagine della biografia di Frida Kahlo. Come abbiano fatto a crescere così intraprendenti e battagliere fra tanti lustrini e tanti principi e tante “boquitas” del reggaeton resta un mistero. Ma sono lì, più femministe di noi, e ci rimettono sempre sulla strada giusta.

A qualcuno piace casta

Non leggiamo tutti per evadere? Sì, ma se leggi rosa di più, sembra voler insinuare un certo tipo di sentire comune, rispecchiato alla perfezione dal polemico pezzo uscito sul Venerdì di Repubblica.
Se leggi rosa significa che sei donna e se sei donna e non sei alle prese con qualche classico del femminismo significa che non sei abbastanza intellettuale, ergo, casalinga frustrata. Gli uomini hanno vita più facile, se proprio non ci scappa il rutto libero davanti alla partita, con un giallo da edicola se la cavano. Anzi, qualcuno con un paio di storici e un thriller si merita perfino l’etichetta del lettore forte. Funziona un po’ come con il cambio dei pannolini: ne bastano un paio alla settimana per fare di un uomo un santo, mentre a una donna non basterà un libreria intera per essere assolta se colta in fallo con il naso in un romance. Sul fronte rosa della letteratura non si fanno prigionieri, una vera donna deve dimostrare sempre quanto vale se non vuole cadere vittima del fuoco nemico.
Un uomo no, ça va sans dire. Un uomo che legge rosa ha una mente aperta e un animo sensibile e il letto pieno di donne, mica come quelle frustrate delle lettrici di rosa dai mariti pelosi che scoreggiano a tavola e le lasciano sole con i loro romanzetti a uso dildo. Un uomo può leggere un thriller senza che lo si accusi di essere un frustrato che sublima il desiderio di fare a pezzi il vicino e nasconderlo nel congelatore.
Siamo sempre lì, insomma, la donna o è casta o è puttana, con la variante della casalinga frustrata. La donna mica è su questa terra così, solo per farsi gli affari suoi. La donna è un esempio, sempre, guai ad abbassare la guardia o le terga sul divano e gli occhi su un brano erotico.
Quello che stupisce di più è che nessuna fra tante vestali della qualità letteraria si preoccupi di fare dei distinguo in questo senso all’interno del rosa. Non è tutto romance quel che palpita, verrebbe da dire, e non è corretto mettere nello stesso calderone titoli autopubblicati (non tutti, va da sé) che compensano le doti letterarie mancanti a suon di addominali scolpiti e altri che sono rosa in senso stretto e molto ben scritti e altri ancora che navigano più dalle parti della women’s fiction. Verrebbe da pensare che dovrebbe essere questa la parte interessante, argomento che peraltro avrebbe seminato più caos nelle file delle pellegrine del genere, come sono state definite, di qualche allusione al loro girovita.
Ma il body shaming è una battaglia femminista e a quanto pare le munizioni vanno risparmiate per altre battaglie sui diritti delle donne a decidere di testa loro, non possono essere sprecate per le lettrici di romance.

Esiste un filo rosso che collega un articolo come quello uscito sul Venerdì, in cui si sfottono le lettrici di rosa/erotici/commedie romantiche (perché di che cosa si parli è poco chiaro) e il rischio di una deriva maschilista di cui scrivevo nel post precedente: il messaggio di fondo è che una donna non può leggere quello che le pare senza essere giudicata, cosa che a un uomo non succede.
Vali qualcosa come persona solo se leggi quello che ti diciamo noi, questo è il messaggio che rischia di passare. E non è un caso che a infastidire tanto sia un approccio libero alla sessualità. “Dovreste pensare a vostro marito, non sognare i tizi dei romanzetti” ho letto in un commento (di un uomo). Ecco, si comincia, e rischiamo di pagarne il prezzo tutte, qualunque cosa leggiamo.
La libertà delle donne non si tocca, anche quella di leggere quel che preferiscono. Se non vi piace discutiamo di qualità e di libri, nel caso, non del valore di chi li legge.

Dedicato alle donne che lottano da sole

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In Lezioni di disegno ci sono due donne. Ce ne sono molte, in realtà, ma qui ce ne interessano due in particolare. Le incontriamo entrambe negli anni Settanta, a Barcellona, in piena Transizione, quando Franco è morto da poco e la controcultura, le droghe, il sesso libero, lo sberleffo come forma d’arte e di vita danzano sulle sue ceneri (che calde erano e calde resteranno in realtà fino a oggi, ma questo è un altro discorso).

Una di queste due donne è l’emblema di quegli anni: giovane, disinibita, insofferente a qualunque regola, battagliera e femminista. L’altra è l’emblema di ciò che in teoria sarebbe dovuto restare nel passato: perbene, attenta alle apparenze, ligia alle regole, sottomessa al marito in nome non tanto dell’amore quanto della compostezza e della sicurezza che comporta avere un posto chiaro e saperci restare.

Per una delle due la libertà è uno stile di vita, per l’altra una tentazione improvvisa e una sfida. Quale delle due è la più femminista, secondo voi? Lo sono entrambe?

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È con questa domanda in testa che ho scritto il romanzo. Che cosa succede a una donna che ha fatto della pacatezza il proprio stile di vita davanti all’occasione di una libertà impossibile? Fino a dove sarà disposta a spingersi per reclamare i propri diritti e la propria felicità? La sua battaglia non è forse quella di molte donne anche oggi, non è forse una battaglia femminista, di quel genere di battaglie che le donne spesso combattono contro se stesse, prima che contro gli altri, i mariti e la società, quando vengono messe di fronte a scelte impossibili, come quelle che comportano i figli?

Vi lascio con questa domanda, senza svelare troppo della storia raccontata nel romanzo. Non c’è bisogno di averlo letto, in realtà, per rifletterci e provare a rispondere.

Che cosa ci rende più femministe? Scendere in piazza ed essere libere, forti e battagliere, l’emblema di quello che per molte è già un risultato impossibile? O combattere mille battaglie silenziose fra le pareti domestiche, qualche volta anche solo per mettere a tacere i nostri sensi di colpa? E spesso senza riuscire a vincerle. Del resto, non è la vittoria a rendere tale una lotta. E sono pronta a scommettere che quelle combattute da sole in famiglia, in casa e all’interno della coppia siano molto più dure e dolorose di quelle combattute insieme, per strada e fra la gente. Allora non lasciamoci sole, mai, tendiamo una mano a ogni tipo di lotta femminile. Questo romanzo è la mia mano tesa, a tutte le donne che hanno un prezzo altissimo da pagare per essere felici e non sono sicure di essere disposte a pagarlo.

“Lezioni di disegno”, perché non c’è femminismo possibile senza le ribellioni silenziose delle donne

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Foto di Dubh (CC)

“Il marito deve proteggere la donna e la donna deve obbedire al marito” recitava l’articolo 57 del codice civile spagnolo. Fino alla riforma del 2 maggio 1975, le donne in Spagna passavano dalla tutela del padre a quella del marito. Durante la dittatura, una donna sposata non poteva aprire un conto in banca, gestire i propri beni o firmare un contratto di lavoro senza il permesso del marito. In questo contesto giuridico e sociale, non è troppo difficile confondere la serenità e la compostezza con la sottomissione, se da quest’ultima dipendono gli equilibri di coppia e quelli domestici. Non è difficile per una donna far sfumare la propria felicità nella soddisfazione dei bisogni altrui e misurare il proprio valore sulla capacità di sorreggere equilibri impossibili. Tutto il resto scivola nel silenzio e nel segreto delle mura domestiche.

È in questo contesto giuridico, a cui si intreccia il clima di violenza e di minaccia in cui era immersa la società spagnola, che prende forma la storia raccontata in Lezioni di disegno. Per Gloria, la protagonista del romanzo sposata a un collaboratore del regime, obbedire al marito non è semplicemente un’imposizione e un obbligo legale. Per Gloria, e per molte donne come lei, obbedire al marito  è uno dei requisiti di una donna perbene, come avere una casa ordinata e vestiti dignitosi. Nello sguardo femminile di allora il potere maschile è una delle tante colonne che sorreggono un mondo che altrimenti è percepito come instabile  e pericoloso. Se non puoi aprire un conto in banca senza il permesso di tuo marito, significa che lo sguardo e il potere maschile ti definiscono, sono intessuti in modo inestricabile nella tua identità. L’amore per un altro uomo quindi porta con sé la necessità di una ribellione, ma al tempo stesso scatena un conflitto interiore più complesso di quanto possa sembrare, in cui entrano in gioco un senso di appartenenza e un’identità a cui non si può rinunciare tanto facilmente.

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Il 1976 spagnolo è un anno di passaggio fatto di contraddizioni e di spinte in direzioni opposte: l’anno prima era morto Franco, quello dopo si terranno le prime elezioni democratiche. Il 1976 è l’anno in cui tutto sembra possibile, in cui la controcultura, che fremeva sottopelle durante il regime, è sul punto di esplodere, portando con sé un nuovo modo di guardare al sesso, alle droghe, alla libertà, ai diritti delle donne. È anche l’anno della prima manifestazione dopo la morte di Franco, nel febbraio del 1976, a Barcellona, che verrà duramente repressa da una polizia che di democrazia ancora sapeva poco o niente.

Il femminismo spagnolo degli anni Settanta aveva davanti a sé un compito smisurato. Le donne che si riunirono prima a Madrid, dal 6 all’8 dicembre del 1975, e poi a Barcellona, dal 27 al 30 maggio del 1976, sapevano di dover cambiare una mentalità, oltre che un sistema giuridico e sociale. Durante la Transizione, la felicità delle donne aveva qualcosa di scandaloso e la loro libertà era sovversiva, e il femminismo era rivoluzionario per definizione, perché doveva sradicare un intero sistema. Quasi cinquant’anni dopo dovrebbe essere cambiato tutto. E invece è cambiato ancora troppo poco. La felicità delle donne continua ad essere rivoluzionaria e la loro libertà sovversiva e colpevole. E lo stupro prima di essere un crimine è ancora un modo di intendere le relazioni sessuali, di considerare le donne, di guardare alla coppia.

Per quante donne cercare la felicità significa ancora ribellarsi a un sistema da cui dipende la propria sicurezza e in cui trovano le radici della propria identità? Quante donne continuano a sentirsi in colpa quando la loro felicità non coincide e non si esaurisce in quella del marito e della famiglia? E per quanti uomini l’obbedienza fa ancora parte del matrimonio e del modo di guardare alle donne e di pensare il sesso?

Accanto alla ribellione visibile e battagliera del femminismo degli anni Settanta, vi furono migliaia di ribellioni invisibili come quella raccontata in Lezioni di disegno. Ed è arrivato il momento di restituire gli onori e i meriti anche a quelle forme di resistenza, più intime e discrete, fatte spesso di silenzi ostinati, di concessioni e di compromessi. C’è un altro femminismo, che ieri come oggi si combatte fra le mura domestiche e nell’intimità delle donne, è un femminismo fatto di sensi di colpa, di incertezze, di sogni frustrati e messi da parte, di dubbi, di romanticismi fraintesi. Le battaglie silenziose delle donne sono rivoluzionarie tanto quanto lo sono quelle scandite dagli slogan e dalle manifestazioni. E sono necessarie entrambe, non possono esistere, in realtà, le une senza le altre. È questo che racconta Lezioni di disegno, l’incontro fra due modi diversi di ribellarsi che sembrano incompatibili e invece sono, o dovrebbero essere, complementari.

La violenza contro le donne è nascosta nei silenzi, fra le giustificazioni con cui sorreggiamo i nostri equilibri necessari, nel modo sottile e quasi impercettibile in cui le donne a volte si fanno dimesse accanto a un uomo, nell’elogio della stanchezza e del sacrificio femminile, nei nostri sensi di colpa, negli sguardi abbassati, nel bisogno di annullare i conflitti annullando se stesse. Per vedere la violenza dobbiamo smettere di considerare lo stupro un incidente, una di quelle tragedie che con un po’ di fortuna non ci sfioreranno nella vita. Lo stupro è un modo di intendere le relazioni sessuali, di considerare le donne, di guardare alla coppia. Lo stupro è un modo di intendere il matrimonio, proprio come la violenza e gli abusi per molti fanno parte della definizione stessa di vita coniugale. La legge è cambiata, ma non abbastanza, e la sentenza sul delitto del Branco lo ha dimostrato.

Nella giustizia maschile la violenza è fatta di schiaffi e di urla e di lividi; se non puoi dimostrarla, non esiste. La forza delle donne è fatta troppo spesso di silenzi e di resistenze silenziose e dolorose. È nell’abisso fra queste due definizioni che siamo intrappolate. È questo abisso a condannarci. Ed è da qui che dobbiamo risalire.