Dieci cose che vorrei dire a un’adolescente (e che lei probabilmente sa già)

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1. Ti sentirai sbagliata, sola, goffa, ingenua, troppo giovane o troppo vecchia. E significherà solo che il mondo non vuole starti a sentire e non ti accetta come sei. Non smettere anche tu di accettarti e di ascoltarti. Non prendertela con te stessa, prenditela con il mondo.

2. Chiediti se la strada che fai è la tua o quella che gli altri hanno deciso per te. E ricordati che le critiche altrui non ti faranno male davvero, se non lasci che si trasformino in sensi di colpa.

3. Parla di te stessa. Parlane più che puoi. Raccontati, racconta la tua storia e le tue storie, non abbassare la voce, non lasciarti convincere che non sono importanti, che non interessano a nessuno. Il mondo ha bisogno delle storie delle donne, raccontate dalla voce delle donne. Ha bisogno di storie che assomigliano a noi e non ai bisogni altrui proiettati su di noi.

4. Non chiedere mai scusa quando hai ragione tu.

5. Se un uomo ti fa paura, anche solo una volta, non chiederti dove hai sbagliato, non chiederti neanche chi ha ragione dei due, vattene e basta. Se ti fa male, se ti fa sentire in pericolo, stupida o sbagliata, non pensare mai di meritartelo o di essere abbastanza forte per sopportarlo. Non scambiare il bisogno di punirti per amore o compassione. Non è coraggio e di certo non è amore. L’unica cosa che ti meriti è salvarti da lui.

6. No, una volta in coppia non sei tenuta a cambiare proprio niente della tua vita. Se sei costretta a cambiare qualcosa, allora comincia dal fidanzato.

7. Amerai il tuo corpo e lo odierai, ma non permettere mai a nessuno di trattarlo male o  di non rispettarlo. Il tuo corpo, le tue regole.

8. Difendi sempre il tuo lavoro e il tuo tempo, anche quando sarai l’unica a farlo, anche quando ti faranno sentire sbagliata per questo, anche quando saranno più i sensi di colpa delle soddisfazioni. Non aspettare il permesso altrui per inseguire i tuoi sogni, non ne hai bisogno. L’unico permesso che ti serve è il tuo.

9. Alza la voce, alza la testa, pretendi attenzione, rispetto e diritti. Non sei isterica, non sei di cattivo umore, non sei aggressiva, non sei poco dignitosa, non sei sbagliata. Sei forte e determinata. E va bene così.

10. Non ritagliarti il tempo che ti lasciano i bisogni altrui, perché quei bisogni sono egoisti e inesauribili. Ricordati sempre che vieni prima tu.

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È iniziata. È iniziata con IN

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È iniziata con IN, che modo banale e pericoloso di iniziare.

Se fosse venuto in mente a Margaret Atwood, probabilmente l’avrebbe inserito nel Racconto dell’ancella, subito prima dei bancomat delle donne che non funzionano o dei loro conti correnti congelati.

Chissà quante donne l’hanno notato, il segnale di allarme che lampeggiava dalla loro tessera elettorale, sotto le vesti familiari e rassicuranti del cognome del marito. E forse sarà proprio questo a condannarci. Non l’abbiamo sposato, forse? Non l’amiamo? Come può esserci ostile, il cognome della persona con cui abbiamo deciso di passare tutta la vita? Il cognome dei nostri figli. Finché morte non ci separi.

Era più facile prendersela con i produttori zozzoni e con le mani sul culo e i complimenti volgari, era più facile gridare #metoo e #nonseisola e #ioticredo, ma adesso a chi dobbiamo credere? Adesso che cosa possiamo gridare, davanti a quel cognome che conosciamo così bene? È molto più difficile trovarla ora, l’indignazione che ci serve per salvarci. Quante donne dipendono da quell’IN per arrivare a fine mese, quante hanno affidato a quelle due lettere il senso della loro vita, quante hanno già prestato al marito i propri sogni e i propri progetti, accantonati per far spazio ai suoi?

E così è iniziata. Il cerchio si stringe. Il nostro spazio si riduce. Ci stanno spingendo in un angolo e lo fanno con il volto di chi amiamo. Con il cognome dei nostri figli. Quale nemico più difficile da odiare dell’amore? Non è più facile amarla, quell’ombra che si allunga sopra di noi, che ci stringe ai nostri doveri di donna, che ci vuole madri prima che donne, che ci vuole ancelle, che ci vuole deboli e prolifiche e zitte?

E così per votare ci mettiamo nella fila riservata alle donne e diamo il cognome di nostro marito, lasciamo che schiacci un po’ il nostro, che lo sbiadisca, che lo renda sempre più piccolo e insignificante, e la prossima volta forse voteremo direttamente quello che ci dicono di votare e poi forse non voteremo per niente, perché sono cose da uomini. Sono cose da cittadini a cui basta un cognome, a cui non ne servono due per avere diritto di decidere, per avere diritto di occupare lo spazio pubblico.

E torneremo a scivolare nel privato, nella sfera domestica e privata in cui ci sentiamo al sicuro e a cui ci convinceranno di appartenere. E avremo un uomo che ci protegge e ci spiega e ci insemina e se saremo fortunate lo farà con delicatezza e dirà di amarci e non ci lamenteremo, perché ci sarà sempre qualcun’altra a cui è andata peggio. Qualcuna con cui non usano neanche le buone maniere, qualcuna che non ha avuto la possibilità di scegliere, o peggio ancora, il peggio del peggio: qualcuna che nessuno ha voluto, qualcuna che è rimasta da sola. Una nondonna. Niente IN, per le ancelle che non vuole nessuno.

Sarà quell’IN a salvarci. Guardiamolo bene. Sicure di volerlo cancellare? Un giorno la nostra salvezza potrebbe dipendere da quello.

È iniziata. È iniziata con IN.

 

Il femminismo secondo Rosapercaso

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1 – Se non ti ritrovi nel femminismo, non pensare di non essere femminista, pretendi che il femminismo ti assomigli.

2 – Per essere femministe non serve essere forti, emancipate, intraprendenti. Si può essere femministe ed essere fragili, stanche, casalinghe, bisognose, romantiche…

3 – Siamo femministe ogni volta che decidiamo di uscire dagli schemi che la società ha tracciato per noi. Siamo femministe coraggiose e generose quando tendiamo una mano e cerchiamo di aiutare le altre donne a fare lo stesso.

4 – Le battaglie femministe sono anche quelle che combattiamo contro noi stesse, contro i sensi di colpa, contro la sensazione di tradire gli altri e le loro aspettative, contro la solitudine delle nostre ribellioni, contro gli insegnamenti con cui ci hanno cresciute, contro il bisogno dell’approvazione altrui.

5 – Femminista e romantica si può e si deve. I diritti della donna non iniziano dove finisce la coppia, al contrario, è proprio nel cuore della coppia e della famiglia che diventano fondamentali. Quando diventa necessario liberarsi della Sindrome dello Strofinaccio e iniziare a pensare a noi anche prima di aver provveduto a tutti tutti tutti i bisogni altrui (e di inventarcene di inesistenti quando sono finiti).

6 – Il corso di autodifesa più importante per una donna è quello che può fare da sola, convincendosi di avere il diritto di dire di no. Che la forza che le è servita per sopportare sarà sempre meno di quella che le servirà per salvarsi.

7 – Siamo femministe sempre, e quando ci sentiamo sole, sbagliate e fuori posto, probabilmente lo siamo più che mai.

8- Serve un movimento che abbia visibilità sociale e politica, ma è altrettanto necessario un femminismo domestico, intimo e quotidiano, che non ci faccia sentire sbagliate, che non ci chieda di rinnegare le nostre debolezze, che non pretenda niente da noi e si limiti ad accompagnarci.

9 – Ascoltare le donne, ascoltarle davvero, è il gesto più femminista che ci sia. Per questo non può esistere una femminista uguale all’altra, perché non esiste una donna uguale all’altra.

10 – Ricordiamoci che non siamo sole, neanche quando combattiamo in silenzio. È il mondo che è declinato al maschile, non siamo noi che siamo sbagliate.

Dacci oggi il nostro maschilismo quotidiano

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“È sicura di voler decidere lei per le gomme? Non è meglio sentire suo marito?”

“E i tuoi cuccioli con chi li lasci quando viaggi da sola per lavoro? Dai nonni?”

Se vuole coprire quel buco, dica a suo marito di andare a comprare lo stucco per cartongesso.”

“Caro, non vogliamo rubare il tuo tempo prezioso. Esci pure dal gruppo Whatsapp di classe e quando c’è bisogno avviso tua moglie.”

“Con quel caratteraccio, dove lo trovi uno che ti sposa e ti fa fare dei figli?”

“Per fortuna c’è la mamma, che pensa sempre a tutto, si sacrifica per voi e non si lamenta mai.”

“Ora sentiamo che cosa ne pensano i titolari dell’azienda: l’ingegner Azzurro e la signora Carla, anche lei ingegnere e madre di due bambini.”

“Ecco le vostre ordinazioni. La birra per il signore e la tisana per questa bella signorina.”

“Sei proprio fortunata ad avere un marito che ti aiuta in casa e ti lascia lavorare.”

“Non fare la femminuccia.”

“Sì, mio marito è un tesoro, mi tiene i bambini sabato così posso uscire.”

“Povero, cucina sempre lui…”

“Se non facessi tanto la difficile, ti saresti già sistemata da un pezzo.”

“Andrà benissimo, tranquilla. Con quelle gambe puoi dire quello che vuoi.”

“Signorina? Posso parlare con il medico? È lei? Ma un dottore non c’è?”

“Gli uomini sono fatti così, bisogna portare pazienza. Hanno il diritto di sfogarsi.”

“Adesso che sei sposata non puoi più fare quello che ti pare.”

“Da sola!?”

 

Grazie come sempre alla pagina Facebook di Rosapercaso, da cui arrivano tutti gli esempi del post.

 

 

La tristezza indecente delle donne

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“Super vitamine per una super mamma.”

“Dieci trucchi per conciliare famiglia casa e lavoro e riuscire a fare tutto, senza perdere il sorriso.”

“Sei stressata? Figli cane marito lavoro casa e genitori anziani ti sembrano un peso insostenibile? Scopri come arrivare a fine giornata e avere ancora energie per andare in palestra!”

Siamo circondate. Siamo subissate di consigli su come riuscire a prenderci cura degli altri e tenere la casa in ordine e smacchiare i grembiulini e tenerci in forma e il tutto dopo una giornata lavorativa di otto ore. Lo trovo meraviglioso. Mi fa sempre l’effetto di chi si aggira fra le rovine dopo un’esplosione e ti consiglia un panno per la polvere che fa miracoli. O di chi vede qualcuno affogare e gli ricorda che bisogna bere almeno due litri d’acqua al giorno.

Super mamma. Super donna. Le donne possono, sanno e soprattutto fanno. Ah, la forza delle donne. Uh, se non ci fossero loro. Eh, quanto sono brave. Dimmi quante volte ti sei seduta oggi e ti dirò che donna sei. Conta quante cose riesce a fare contemporaneamente una donna nel tempo necessario a un uomo per trovare i calzini. Oh, le donne, le mamme, il centro del mondo.

Ci stanno prendendo per il culo, lo sappiamo, vero?

Non abbiamo bisogno di integratori, non abbiamo bisogno di consigli su come combinare famiglia casa e lavoro, non abbiamo bisogno di trucchi. Abbiamo bisogno di fare l’unica cosa che nessuno vuole vederci fare, men che meno quelli che levano odi e glorie alla nostra capacità di stringere i denti: abbiamo bisogno di mollare.

Non possiamo fare tutto. Non siamo tenute a fare tutto, ma soprattutto, ed è questa la parte più dura da mandare giù, per prenderci cura di noi e dei nostri sogni dobbiamo smettere di prenderci cura degli altri. Almeno un po’. Almeno per un po’.

Non ci stanno (e non ci stiamo) solo prendendo in giro. Ci stanno (e ci stiamo) facendo male. E siccome ci hanno insegnato a soffrire in silenzio, ci ammaliamo in silenzio. E no, la nostra malattia non si cura con gli integratori. E neanche con le vitamine e con i trucchi delle riviste. La nostra malattia si chiama tristezza. Che roba squallida da fotoromanzo, no? Come suona antiquata e patetica, la tristezza delle donne. È volgare, indecente, egoista e segno di squilibrio mentale. Non la vuole vedere nessuno, la nostra tristezza. Per questo la nascondiamo come una brutta macchia sul tappeto buono e ci mordiamo le labbra e ogni tanto riempiamo troppo il bicchiere e ogni tanto prendiamo una pastiglia di troppo e ogni tanto ci facciamo del male. Perché siamo tristi. E non possiamo neanche dire che è per qualche nobile motivo che in quanto tale ovviamente non riguarda soltanto noi, come un amore non corrisposto. Non sono le lacrime della madre, non sono le lacrime della moglie, sono solo le lacrime della donna.

Che cosa terribile e indegna. La tristezza della donna che si è persa e non si trova più. Perché le sue cure non bastano agli altri e non servono a lei. Perché sotto tutte quelle cure e quei pasti e quei vestiti stirati e quella casa pulita di cui non frega niente a nessuno ci sono tutti i suoi sogni, anche quelli di cui si vergogna, c’è la sua paura di fallire, anche quella che non vorrebbe ammettere. È rimasto tutto lì sotto, un po’ per colpa sua, un po’ perché così era più facile, un po’ perché era quello che si aspettavano tutti da lei, un po’ perché i sensi di colpa, a fare il contrario, erano perfino più insopportabili del peso di tutti quei sogni e di tutte quelle paure.

Chissà che cosa succederebbe se provassimo a guardarla in faccia, quella tristezza, tutte insieme. A gridare forte che esiste e che non ce ne vergogniamo perché riguarda la cosa più importante del nostro universo, ossia – sorpresa! – noi stesse. Smettiamo di nasconderla, se c’è, smettiamo di pensare che sia sbagliata, o che renda sbagliate noi. Diamo un posto e un volto e un nome a quella tristezza. Quella tristezza a forma di vuoto, il vuoto lasciato da aspirazioni e desideri e sogni che forse possiamo ancora provare a spolverare e indossare. Anche se sono della taglia sbagliata, anche se non ci entriamo più, almeno all’inizio, saranno sempre e comunque meglio di quel vuoto a forma di noi stesse. A forma di quel che eravamo e di quel che non siamo diventate.

Obblighiamo gli altri a vederla, quella tristezza, se esiste, non teniamocela per noi, come se fosse il nostro sporco segreto, il più inconfessabile di tutti. Quello che fa più male. Non siamo folli. Non siamo stressate. Non siamo lunatiche. Non siamo isteriche. Siamo tristi. E siamo ancora in tempo per cambiare.

 

Sì, sto lottando

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E poi, un giorno, ho capito che stavo combattendo.

Ero l’unica a esserne convinta. Gli altri probabilmente vi avrebbero detto che stavo solo facendo il mio dovere di donna, che alzavo troppo la voce e la testa e che avevo un caratteraccio. Tutto qui. Eppure una parte di me continuava ad aspettare il permesso, senza sapere neanche bene di chi, e nel frattempo rimuginava frustrazioni e insofferenze e sogni realizzati a metà, e aspirazioni assaggiate e poi rimandate. Perché se sei nata nella mia generazione te l’hanno spiegato, che devi realizzarti e sognare e fare progetti. Quello che non ti hanno spiegato è che sono progetti a tempo. E il tempo lo scandiscono il tuo utero e i tuoi ormoni.

Quello che a me non aveva spiegato nessuno era l’esistenza di una parte di me che non coincideva né con l’utero né con gli ormoni e che quindi non interessava quasi a nessuno e non aveva un posto nel racconto pubblico previsto per me, in quanto donna, eppure era l’unica parte in cui mi riconoscessi davvero. I sogni di una donna sono senza tempo e senza cittadinanza. E le nostre battaglie sono sempre così prossime e intime e quotidiane da sembrare piccole e patetiche e insignificanti. Motivo di vergogna, più che di orgoglio. Che vanto ci sarà mai, nel cercare di incastrare i propri sogni in un privato di cui non frega niente a nessuno? Che onore ci sarà mai, se non c’è un orizzonte pubblico su cui proiettarlo, perché quell’orizzonte è declinato tutto al maschile?

Finché un giorno ho capito: non ero sbagliata, non ero frustrata, non ero fallita. Stavo lottando. E no, non l’avrebbe mai detto nessuno, di certo non la macellaia che mi guardava sprezzante perché il giorno prima aveva visto i miei figli con mio marito, qualche volta neanche le persone più care a cui scappava una parola di pena o di ammirazione per quello stesso marito, quando lo lasciavo da solo a gestire la nostra vita mentre io cercavo di costruire la mia, nei pochi spazi che mi ritagliavo.

Perché succede così, c’è la nostra vita e c’è quella di mio marito. E poi c’è la mia. Ma la mia dà fastidio a un sacco di persone, vai a capire perché. Forse perché sembra che me la stia costruendo a scapito di quella degli altri. Forse perché non sembra un diritto, ma una pretesa, una presunzione, un’alzata di capo fuori luogo.

Ecco perché è indispensabile, a volte: guardarsi allo specchio e dire a se stessa che stai combattendo. Che la tua è una lotta senza nome e senza casa, ma è pur sempre una lotta. Che nessuno probabilmente starà dalla tua parte, ma stai combattendo lo stesso. Piantiamola con questa storia del volersi bene e amarsi per quello che sei e credere in te stessa. Va benissimo, certo, è tutto molto rassicurante. Ma è solo l’inizio. Quello che non ti dice nessuno è che devi lottare. E lottare da sola, perché non c’è eco possibile per una lotta che nessuno vuole vedere, che nessuno vuole ascoltare.

Ci hanno sottratto il pubblico e ci hanno relegato nel privato, e hanno catalogato le nostre battaglie nel sentimentale tendente a sdolcinato. Non crediamoci. Non è così. C’è più coraggio nella lotta che combattiamo dentro di noi di quanto ne serva per mettersi a capo di un esercito dentro una scintillante armatura. È solo che finora l’hanno raccontata in modo diverso. Finora hanno raccontato le battaglie dal punto di vista degli uomini. Raccontiamole dal punto di vista delle donne e scopriremo di non essere sbagliate. Di non essere deboli. Di non essere sole.

 

Donna femminile cercasi

E adesso chi glielo spiega?
Chi glielo spiega a certi uomini che la Donna Femminile è come Babbo Natale, la proiezione dei loro desideri e delle loro fantasie? È quello che volevano vedere e pensare mentre scartavano il pacchetto, ma in realtà la Donna Femminile così come l’hanno sempre immaginata non esiste.

Se ci avete creduto finora è perché volevate crederci, perché vi abbiamo permesso di crederci. Siamo scese dal camino cariche di doni ogni 24 dicembre, abbiamo finto che le mestruazioni non esistessero, la menopausa neanche, abbiamo indossato il costume rosso dell’eterna fertilità, ventenni a qualunque età anagrafica, perché lo sguardo altrui non notasse la barba finta di un corpo, femminile, questo sì, che scandisce il ritmo della vita e della procreazione in modo impietoso e chiaro come un disegnino su un libro di testo delle elementari.

Ma noi abbiamo sempre finto di no, vi abbiamo graziosamente risparmiato l’unica vera definizione possibile di femminilità e vi abbiamo permesso di sostituirla con i vostri sogni fatti di taglie di reggiseno e natiche e voci flautate, o con altri sogni più sofisticati ed eleganti o con qualche richiamo materno di infantile memoria. E condiscendenza. Condiscendenza come se piovesse, come la neve finta sull’albero di Natale, perché l’illusione fosse completa.

Abbiamo lasciato che seppelliste dietro battutine esasperate le nostre rare apparizioni senza costume, occhi al cielo e battute grevi e rassegnate. Uomini incastrati e trascinati all’altare, tormentati da donne “rompipalle” – ahi, povera mascolinità, schiacciata sotto il tacco 12 di uno sbalzo umorale – abbiamo lasciato che sogghignaste del nostro premestruo, che vi godeste il regalo di una femminilità ben incartata e luccicante.

E voi ci avete creduto, anche quando la barba si staccava, anche quando spuntava l’orlo del nostro esaurimento e della nostra infelicità sotto la giubba rossa, avete continuato a crederci, sempre.

E adesso che il costume ci sta stretto e ci siamo stufate di passare dal camino e farci ammazzare e di avere le vostre mani sul culo e gli occhi sulle tette, adesso venite a dirci che no, che ci stiamo sbagliando, che la femminilità è un’altra cosa, ascolta a me, che sono un uomo, vieni che ti spiego che cosa significa essere donna.

Be’, signori, reggetevi forte, abbiamo una notizia terribile da darvi. I regali ve li portavano i nostri ormoni, non gli elfi, sotto il costume c’è un utero, un corpo che invecchia e perfino un cervello. Tutto femminile al cento per cento. Lo sappiamo, si stava meglio prima, ma che vi piaccia o no, adesso Natale è finito. E la donna femminile è quella che avete davanti. Comunque sia.