Le donne quando si raccontano fanno un passo indietro

 

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Foto di Pleuntje (CC)

Ci hanno cresciute insegnandoci a stare al nostro posto, a non farci notare, a chiedere permesso, a stare “composte”. La compostezza è una condizione morale, prima che un atteggiamento. La donna composta non si emoziona troppo, non in modo sfacciato, non si altera, non cammina davanti al marito ma un po’ indietro o di lato. La donna composta sa ascoltare, sa restare in silenzio, non contraddice, soprattutto non contraddice un uomo, non in modo esplicito almeno. Con sottigliezza tutt’al più, con ironia, quasi senza che lui se ne accorga.

La donna composta non critica e non dice a un uomo che cosa deve fare, gli lascia il timone e poi comanda la nave senza remi e senza meriti. La donna composta d’altri tempi, ma anche un po’ dei nostri, intuisce che il suo posto è fra le chiacchiere in cucina a parlare di futilità come gli affetti e le questioni di cuore, non in salotto a parlare di cose serie come il prezzo dell’usato e la finale di campionato

E così spesso le donne quando si raccontano senza esibirsi, quando sono lì per quello che fanno e che pensano, non per l’aspetto che hanno, fanno un passo indietro. Si prendono il loro tempo e il loro spazio, ma hanno l’aria di chi sa di doverselo meritare, non di chi lo occupa per diritto. Soprattutto se in sala c’è anche un uomo.

È la Legge del Forno.

Quando ero piccola, durante un viaggio ci fermammo a comprare il pane in un paesino del Monferrato. Quattro case intorno a una via principale deserta, fatta eccezione per la nostra macchina che si scaldava al sole. Scese mia madre e noi restammo in macchina ad aspettarla. Ma lei non tornava, in macchina faceva caldo e il tempo passava, così scendemmo a cercarla.

La panetteria incredibilmente era piena. C’erano quattro o cinque donne davanti a mia madre, che se la prendevano comoda, fra una michetta e il referto medico di qualche conoscente.

Non appena mio padre entrò calò il silenzio e la panettiera, che fino a quel momento aveva ignorato mia madre, si rivolse a lui, senza sapere che era il marito.

“Mi dica! Come posso servirla?”

Mio padre indicò le signore davanti a lui lasciando intendere che non aveva fretta.

“Ma no, loro possono aspettare. Serviamo prima questo bel signore, mi dica!”

Mia madre uscì dal negozio fumante, borbottando che non ci avrebbe mai più messo piede. Mio padre uscì gongolando per il trattamento ricevuto.

In realtà, come avrei scoperto più avanti, le signore avevano fretta di servire mio padre non per riverirlo o in segno di rispetto, niente affatto. Era solo per liberarsi di lui e poter continuare a chiacchierare in pace fra donne. Probabilmente lo sapevano anche mio padre e mia madre, ma il fatto che fossero a parte di quel segreto non impedì a mio padre di essere servito in un lampo, né a mia madre di dover aspettare il suo turno in eterno.

La Legge del Forno, ti tratto come un principe, per toglierti di torno.

In molte di noi, anche le più emancipate, al momento di confrontarsi con un uomo scatta il bisogno di dimostrare qualcosa, che sia la compostezza e il saper stare al nostro posto o il nostro valore e la forza delle nostre idee. Così, quasi senza accorgercene, facciamo un passo indietro. Ci scusiamo, giustifichiamo il nostro essere dove siamo, e spesso facciamo della modestia il nostro valore, invece di lasciare che sia il nostro valore a definire la nostra modestia.

Ma c’è anche un’altra cosa che ci portiamo dietro dalle chiacchiere in cucina e in panetteria, ed è l’intimità, la capacità e il bisogno di parlare di sentimenti, di metterci la faccia e il cuore. Così le donne che si raccontano fanno un passo indietro e si celano dietro il bisogno  della compostezza mentre si svelano attraverso la necessità delle emozioni.

Le donne che si raccontano a volte sembrano un po’ meno protagoniste degli uomini, sembrano sottrarsi e chissà, forse è stato proprio il ricatto della compostezza a costringerci a imparare così bene una lingua universale come quella delle emozioni.

Non so dire se esista una scrittura femminile e una scrittura maschile, credo di no. Credo però che esista un modo di raccontarsi femminile (il che ovviamente non significa che a usarlo non possa essere un uomo), che ha qualcosa di clandestino, di più intimo e schivo. In cui il racconto delle emozioni racchiude e soddisfa il bisogno di parlare di sé. In cui le emozioni e la capacità di esplorarle e viverle fino in fondo non sono la strada che conduce verso l’eroismo, ma l’unico eroismo davvero necessario.

Donna impregnata, mezza salvata

bebe-1909813_960_720La mamma non si tocca.

Guai a prendersela con le mamme. Di mamma ce n’è una sola e ha sempre ragione. C’è una laurea speciale alla scuola della vita, la si prende in nove mesi a suon di nausee e smagliature. La mamma non sbaglia mai, ha sempre ragione, anche quando ha torto, altrimenti che mamma è? La mamma che sbaglia non è contemplata. Tutt’al più è stanca, stressata (dal lavoro, dalla casa, dai cani, non dal pargolo, ovviamente), affaticata, magari era distratta perché stava facendo cinque cose alla volta.

Perché la mamma non si riposa mai. La mamma che si riposa è egoista e un po’ cazzona. La mamma è stanca per definizione, ma è sempre bella comunque. Anzi, se ha qualche chilo di troppo è perfino meglio. Mai saputo di qualcuna che abbia vinto il titolo di mamma dell’anno con un fisico da fotomodella, del resto. Due fianchi un po’ larghi ci stanno, altrimenti che mamma è? E che nostalgia, ammettiamolo, per la mamma con il grembiule a fiori e le ciabatte, le mamme che se uscivano di casa era per andare a fare la spesa e che non ti preparavano mai lo stesso piatto due volte alla settimana e che nel tempo libero cucivano, ricamavano, si spaccavano gli occhi su un centrino di pizzo. Che nostalgia. Quelle sì che erano mamme. Una mamma così poteva anche mollartelo uno schiaffone ogni tanto, ci stava, insomma. Perché poi la pasta la faceva in casa, e con la conserva di pomodoro.

Ma poi va bene anche la mamma moderna, per carità. Quella che la pasta la compra già pronta, ma non ripete mai la stessa attività Montessori due volte alla settimana. Quella che fa gli addominali ipopressivi e prepara la pappina di carota con la ricetta di Cracco e fa ascoltare Il flauto magico al pupo. Anche lei ha sempre ragione. Gli schiaffoni lei non può darli, questo no, altrimenti che cosa l’abbiamo mandata a studiare a fare. Se poi riesce a trovare un lavoro che si possa fare due ore alla volta, mentre il pupo dorme, e con una ventina di giorni di ferie al mese quando inizia la catena di Sant Antonio dei virus, allora ancora meglio.

Che dispensi schiaffoni o insegni gli ideogrammi cinesi (che da piccoli sono spugne, bisogna approfittarne), che ricami il nome del pargolo sul grembiule con tanto di secondo e terzo nome e senza neanche un’iniziale puntata o che ci attacchi un adesivo personalizzato comprato on line, la mamma è sempre la mamma. Dovrà guardarsi dalle altre mamme, questo sì, ma brillerà comunque di luce propria e non appena il pargolo inizierà a infilare due parole di fila avrà anche un sacco di idee per i post sui social.

Ecco. E le altre donne, chiederete voi? Quelle che di figli non ne hanno?

E qui cade un silenzio imbarazzato. Poverine. Se non hanno figli è perché non possono, è chiaro. Non sarà certo perché non li vogliono, non diciamo sciocchezze. Fanno come la volpe con l’uva, è solo questo, ma non ci crede mica nessuno. Certo che li volevano. Solo che non hanno potuto averne. Qualcuna forse è così egoista da non volerne davvero, magari perché pensava di potersi divertire tutta la vita, ma poi le vedi, vecchie e sole, che vanno in giro per musei e girano il mondo e leggono un sacco di libri per riempirsi la vita. Mica come le altre, che da vecchie le vedi alle prese con un passeggino che non vuole saperne di aprirsi o con un nipote che non vuole saperne di alzarsi da terra. Povere. Sono arrivate troppo tardi. Sono rimaste sole. Hanno voluto divertirsi e hanno calcolato male i tempi. Poi ci credo che hanno la pancia piatta e un fisico da fotomodelle, ma chi farebbe mai a cambio con degli addominali dispersi in azione, due tette cadenti e un trottolino amoroso che riempie di sabbia il vicino di ombrellone?

Su, non raccontiamoci frottole, in realtà sotto sotto, un figlio lo volevano eccome, e adesso si sono pentite.

Chi dice donna dice mamma, si sa. La mamma che dà sempre il buon esempio, la mamma che non abbassa mai la guardia, la mamma che non ha mai un momento di egoismo, che non dice mai la parola sbagliata costringendo i pargoli a un futuro sul lettino dello psicoanalista. La mamma che fa sempre tutto meglio delle altre, o almeno ci prova, la mamma che non ozia, non cazzeggia, non si diverte se non rincorrendo i figli in giro per la casa vestita da Furia cavallo del West, perché per tutto il resto c’è la vecchiaia, i figli se non te li godi adesso quando te li godi?

La mamma nell’immaginario di molti è la quintessenza della femminilità, il tripudio della Sindrome dello Strofinaccio, il senso ultimo e inappellabile dell’esistenza di una donna. Chi dice donna dice mamma. Il resto sono errori di fabbricazione, esemplari difettosi, come libri senza le ultime pagine di cui non conosceremo mai il finale. Per le donne senza figli hanno tutti un sorrisetto imbarazzato, qualche frase fatta sull’invidia a cui non crede nessuno e una parola di conforto non richiesta. Una donna senza figli è un’occasione mancata, un seme che non ha attecchito, un terreno sterile.

Chi dice donna dice mamma, e la dice lunga sulla situazione di noi donne oggi.

Le mamme dei maschi

miniature-1802333_960_720Le madri dei maschi sono un capolavoro di ottimismo.

Dove c’è uno spintone vedono un gesto amichevole. Dove c’è un pugno vedono una manifestazione di esuberanza. Dove c’è violenza vedono un bambino troppo sicuro del proprio corpo. Quanto testosterone, esclamano ammirate, mentre il pargolo distribuisce cazzotti agli amici, e quanta maleducazione, esclamano scandalizzate, quando il pargolo riceve cazzotti dagli amici.

Le madri dei maschi sono un capolavoro di fantasia.

Dove c’è uno scarabocchio vedono il futuro Picasso. Dove c’è un paio di scarpette da calcio vedono il futuro Messi. Dove c’è un nove in pagella vedono un futuro premio Nobel. Non so da chi ha preso, eclamano con finta modestia, a cinque anni è già più intelligente di me.

Le madri dei maschi gridano allo scandalo se qualcuno infastidisce il figlio ma non riescono a reprimere un sorrisetto divertito quando raccontano che il figlio a sei anni ha toccato le tette della compagna di banco. Le madri dei maschi fanno secchi i mariti al primo segno di autorità nei confronti della prole ma poi si lasciano prendere a calci dal figlio di cinque anni perché poverino è un po’ stanco. Le madri dei maschi sbandierano il proprio femminismo ma poi trovano così tenero che se lei esce con le amiche il figlio la tempesti di messaggi per chiederle di tornare altrimenti non dorme.

Da grande voglio vedere il mondo con gli occhi delle madri dei maschi. Dev’essere un mondo meraviglioso, in cui gli insulti sono emozioni trattenute, la disobbedienza un eccesso di vitalità, la maleducazione un segno di virilità. Non c’è spazio per gli errori, nel mondo delle madri dei maschi. Non c’è spazio per la debolezza. Non c’è spazio per i rimproveri. Non c’è spazio per i difetti.

È proprio un maschio, è la formula magica, che cura ogni sbaglio e guarisce ogni colpa.

E poi i figli crescono e sono sempre ragazzi che ogni tanto si divertono un po’ ed esagerano e non c’è niente di male e qualcosa dovranno pur fare con tutta quell’energia. Del resto guarda le ragazze come vanno in giro, anche loro come fanno poveretti, a resistere. E poi i figli crescono e scoprono che non sono Messi e non sono Picasso e non prendono neanche il premio Nobel e l’unica cosa di cui avrebbero davvero bisogno è aver imparato a sbagliare e a convivere con le proprie debolezze. A convivere con i rifiuti, soprattutto quelli delle donne.

Io guardo le madri dei maschi e non posso fare a meno di pensare che avremmo degli uomini molto migliori se qualcuna di loro tenesse a bada l’orgoglio materno e magari anche il pargolo, ogni tanto. Se qualcuna avesse insegnato ai figli a tenere a posto le mani e a cambiare tono di voce e che una donna ha il diritto di uscire con le amiche senza che nessuno le rompa le scatole, che le donne non si toccano neanche con un fiore, che le frustrazioni sono una gran brutta cosa ma sono anche un problema tutto loro. Se avessero insegnato ai figli a chiedere il permesso, ad accettare un no come risposta e che essere maschi non è una scusa, ma una responsabilità.

Anche perché una volta adulti, non ci saranno più scuse e mamme che tengano. Non importa se hanno sempre pensato che la virilità fosse quella cosa lì. La colpa di quello che faranno sarà soltanto loro.

E se Cenerentola fosse la favola più ribelle di tutte?

child-1244531_960_720Una giovane dalla vita sfortunata, costretta a dimenticare i propri sogni di felicità a colpi di straccio e di scopa. Le persone che la circondano non fanno che ricordarle qual è il suo posto e sono decise a impedirle di realizzarsi ed essere felice. Ma lei non demorde, insiste, tiene duro e, complici alcuni amici molto speciali, riesce ad arrivare dove si era ripromessa e una volta lì, si trasforma. È bellissima, irresistibile, sa di poter ottenere tutto quello che vuole. E infatti se lo prende.

Non è anche questa una favola perfetta per bambine ribelli? In cui la protagonista si ribella a quello che il destino sembra aver scritto per lei? Non solo. Ci ritroviamo alcuni dei temi fondamentali del femminismo e della battaglia che ciascuna donna deve combattere per trovare la propria strada: la solitudine che ti si spalanca intorno nel momento in cui reclami il diritto a fare di testa tua, il senso del dovere imposto a forza contro il piacere, la necessità di essere ostinata e non mollare mai, anche quando il sogno sembra ormai perduto e impossibile realizzare.

Che cosa cambia, allora, se per riuscirci servono dei topolini che si improvvisano sarti, una zucca che si improvvisa carrozza e una fata che per un pelo non si lasciava il vestito nella bacchetta? E che cosa cambia se il sogno della protagonista era sposare il principe azzurro? Non è questa la parte più importante. L’importante è quello che fa per riuscirci, che ci creda fino in fondo, che non molli mai. È questa la lezione che Cenerentola ha lasciato alle bambine di mezzo mondo (insieme a una pessima reputazione per le matrigne). Il principe è un simbolo, poco di più. Potremmo scambiarlo con un viaggio, con un bel lavoro, con una casa e la storia non cambierebbe poi più di tanto.

Lo dimostra il fatto che i bambini e le bambine non amano Cenerentola perché lei alla fine sposa il principe. Della favola nella versione Disney ameranno soprattutto i topini, l’apparizione della fata smemorata, la cattiveria e la ridicolaggine delle sorellastre. Ameranno tutto ciò che li ha emozionati e li ha fatti ridere, quindi l’ingiustizia e poi l’arrivo al ballo e il riscatto tanto a lungo sognato. Proprio come chi scivola e si affanna sul palo della cuccagna non lo fa perché sa che in cima troverà un prosciutto o una bottiglia di spumante, lo fa per l’ansia e il piacere di vincere. Il principe delle favole, insomma, è un po’ il nostro prosciutto. Dice un paio di battute, non si fa notare troppo, nel complesso ha il carisma di un merluzzo sotto sale, ma è lì, a indicare il traguardo, la fine della storia.

Altro che castelli e bianchi destrieri, niente ci ha preparate alla futura convivenza come un principe che da solo non trova neanche le armi, se qualche fatina irriverente non gliele piazza in mano, che prima ti bacia e poi ti chiede come ti chiami, che è convinto di essere il protagonista solo finché le donne della storia glielo lasciano credere e fanno tutto il lavoro sporco al posto suo. Non ricordo il volto di un solo principe delle favole Disney, ma riconoscerei ovunque una delle principesse. Non è emancipazione, questa, in un certo senso? Non c’è bisogno che alla fine la protagonista apra un ristorante come avviene in La principessa e il ranocchio, non è neanche necessario che lei alla fine diventi una famosa tennista o una pittrice. Quello che importa è la magia, è la fiaba, è credere nella possibilità che il sogno si avveri, se ci metti tutta te stessa e tieni duro, nonostante tutto. Quello che conta è sapere che ciascuno ha la propria favola e il diritto di viverla fino in fondo.

Non è quel che si racconta, insomma, ma come lo si racconta. Generazioni di bambine si sono identificate in Mowgli e in Peter Pan e perfino in Bambi, senza avere bisogno di un corrispettivo femminile. È la storia a fare la differenza, il modo in cui vengono distribuite le informazioni, la posta in gioco, i conflitti, la dimensione emotiva. Se la storia funziona, se ti coinvolge, se ti emoziona, se ti permette di identificarti, non importa più che il protagonista sia un maschio o una femmina. Non c’è neanche bisogno che sia una persona. Sono sempre le parole a compiere la magia, non la storia edificante che vogliono raccontare.

Una favola ben raccontata è ribelle e rivoluzionaria, a prescindere dal sesso dei suoi protagonisti. Basta che scatti la magia, che la storia ci porti con sé, che ci insegni a superare i nostri limiti e a realizzare le nostre aspirazioni. Che ci convinca che abbiamo il diritto di inseguire i nostri sogni, sempre e comunque, senza lasciarci scoraggiare dalle matrigne crudeli o dai lupi cattivi.

Una favola ben raccontata è sempre femminista, a modo suo, perché non c’è niente di più femminista che credere nell’impossibile e trasformarlo in realtà.

Femminismo del cactus

Finalmente ho la risposta alla domanda che fa precipitare nel silenzio anche la relatrice più agguerrita e preparata, al termine di una conferenza. La domanda che tutti temono perché nessuno sa che cosa rispondere. L’interrogativo che agita i sonni di più di una blogger.

Qual è il futuro del femminismo? ci si chiede un po’ ovunque. Che femminismo possiamo lasciare alle nostre figlie? Come sarà il femminismo del futuro?

Ora lo sappiamo, signore. Abbiamo la risposta che cercavamo. Il femminismo del futuro sarà un femminismo del cactus.

Sì, proprio del cactus.

Dopo essersi liberate delle emozioni per sembrare più credibili (le donne, eh, non le femministe, che poi mi saltano tutte alla giugulare nei commenti), dopo aver rinchiuso i figli nell’armadio a muro ogni volta che ricevevano una telefonata di lavoro, sembrava che il più fosse risolto. E invece no. Non avevamo fatto i conti con Instagram e con i selfies. E con le copertine di Vanity Fair.

Ora, è evidente che non si può essere femministe e tirar fuori le tette, insomma, mi sembra ovvio… che cosa c’entrano le tette con le donne, santo cielo? Almeno ci fosse stato un neonato affamato nei paraggi, così forse poteva avere un senso. Invece no, niente neonati. Come Emma Watson, con tutti i suoi discorsi sulle donne e He for She. E poi prende e si spoglia! Mica si fa spogliare o qualche presentatore burlone le solleva il vestito, così ancora ancora. No, ha fatto tutto lei. 

Comunque, visto che togliere anche la libera iniziativa alle donne, dopo le emozioni, sembrava brutto, si è deciso che può essere femminista solo chi non ha le tette. È sembrata la soluzione più logica.

A quel punto restava ancora un sacco di gente che poteva chiamarsi femminista, ma gli uomini quando hanno visto scomparire le tette se ne sono andati anche loro in massa. 

Chi vuole combattere per i diritti delle donne, rischiare la pelle sui social ogni giorno e sentirsi dare della vecchia frustrata inacidita che non scopa abbastanza? Incredibilmente, nessuno si è fatto avanti.

Era rimasto il cactus, però, e corrispondeva perfettamente alla descrizione. Niente emozioni, niente figli, niente tette, spinoso e pungente quanto basta. 

E non si fa neanche un selfie.

Chiara Ferragni e la F-word

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Valentina Ferragni, Giorgia Marin e Chiara Ferragni (CC)

No, la parola non è Fuck, quella si può dire tranquillamente.

È un’altra la parola impronunciabile che comincia con la F, quella che prima di scriverla devi consultare le bibbie social se vuoi metterti al riparo da attacchi feroci. Quella che si può dire solo dopo un paio di genuflessioni e a mani giunte, impegnandosi a dare tutta te stessa alla causa da quel giorno in avanti, senza vacillare e senza lasciarti indurre in tentazione da scarpe e rossetti.

Quindi no, non ci sperate, non dirò che Chiara Ferragni è femminista. Non penso che lo sia. Anche se credo che lo sia più lei di Fabio Fazio, che comunque il modo per infilare una sua foto in mutande in trasmissione l’ha trovato, anche solo per dire che no, non è mica quello il punto.

Non dirò che Chiara Ferragni è femminista, anche se sono convinta che lo stesso percorso fatto da un uomo gli avrebbe attirato un decimo delle critiche, ammesso e non concesso che sarebbero arrivate. Non dirò che Chiara Ferragni è femminista e non dirò che la sua è una bella favola della self made woman e non dirò neanche che è intelligente (anche se penso che lo sia).

Allora che cosa c’entra, mi direte voi, la parola con la F?

C’entra perché ci sono alcuni punti su cui maschilismo e f……… finiscono stranamente per convergere. Uno è l’ozio femminile, inammissibile su entrambi i fronti, di cui ho già parlato qui, l’altro è l’idea che la donna oltre a mostrarsi impegnata in qualche nobile causa (che si tratti dei suoi diritti o della pulizia del pavimento) debba sempre e comunque essere d’esempio. La donna un po’ santa e un po’ puttana, insomma, che quando non si distingue per le gioie del sesso deve essere almeno un modello di virtù. La donna che in fondo è sempre un po’ mamma, la mamma di tutti, perché anche se non ha sfornato figli vorrà se non altro dispensare buoni consigli e valori edificanti.

A un uomo è concesso di essere superficiale, al massimo si beccherà del cretino, ma non susciterà tanto livore, tanta rabbia. Non è che Fedez si dedichi a salvare il mondo, eppure non suscita commenti feroci e indignati come Chiara Ferragni. Perché a una donna non si perdona di non essere andata nello spazio come Samantha Cristoforetti o non aver diretto un osservatorio astronomico come Margherita Hack. Una donna che si dedica alla moda, poi, anche nei panni di influencer e imprenditrice, diventa l’emblema del Male. Non importa che sfili sulle passerelle o che disegni i vestiti, per un certo tipo di femminismo (non tutti, ovviamente) non c’è poi tanta differenza fra le due cose, soprattutto se la donna in questione è attraente e ben vestita. Altro punto su cui un certo tipo di femminismo e un certo tipo di maschilismo (il più bieco) finiscono per coincidere. La donna per essere rispettata deve scordarsi di avere un corpo e un bel faccino, altrimenti poi che non venga a lamentarsi se le succedono certe cose.

Non me ne vogliate, ma io non voglio che mia figlia diventi a tutti i costi una scienziata o che vada sulla Luna o che diriga il CERN. Se lo farà sarò orgogliosa di lei, come sarò orgogliosa di lei se si dedicherà ad altro, a qualunque cosa che la renda felice e che la faccia sentire realizzata. Non ho intenzione di insegnarle che Chiara Ferragni è il male e che Jane Goodall e Rita Levi-Montalcini sono il bene. Le racconterò di tutte e tre e di tante altre donne che hanno avuto successo e determinazione, le dirò che non deve lasciare che nessuno la ingabbi in un ruolo, in quanto donna e in quanto persona, le dirò che può essere superficiale ogni tanto e che c’è un’età in cui è giusto e normale che lo sia, cercherò di insegnarle a mettere sempre un pizzico di follia nella sua vita, a credere nell’impossibile, a non lasciarsi incantare dai complimenti sul suo aspetto e a diffidare degli uomini che si fingono femministi e poi sbandierano la sua foto in mutande. Le insegnerò a difendere il suo tempo, perché sarà l’unica a farlo, a difendere il suo diritto a oziare e quello a lavorare. Le insegnerò che ha il diritto di essere felice e di difendere le sue idee. E le insegnerò a essere coraggiosa.

Non le dirò che deve sempre e comunque essere un esempio per chi la circonda, ma solo essere se stessa.

E poi arrivò il Carnevale

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Foto di Roberto Trombetta (CC

Se state per entrare in un negozio di costumi di Carnevale, vi consiglio di lasciare i vostri principi femministi fuori dalla porta, legati a un palo come se fossero un pitbull. Perché è proprio così che ci si sente, un po’ pitbull, mentre ci si aggira fra infermiere scosciatissime con scollature vertiginose (roba che si spera che non entrino nel reparto dei cardiopatici), poliziotte in minigonna con le manette fra i denti, marinarette con la giarrettiera di pizzo (la giarrettiera? Ma perché? Forse per lanciarla in mare a qualche malcapitato stile salvagente?) e fatine provocanti con gonnellini che sembrano arrivare dritti dalle confezioni dei loro equivalenti infantili. La cosa più innocente che ho visto era il costume di Wonder Woman, che è notoriamente la più zoccola delle super eroine.

Mi sembrava di essere finita in una puntata di Drive In, ci mancava solo Ezio Greggio al posto della commessa che mi guardava sbuffando. Il peggio dell’immaginario televisivo anni Ottanta, tutto ripiegato in tanti bei sacchettini quadrati di plastica e prezzato, per la gioia delle adolescenti a caccia di idee.

A Carnevale ogni scherzo vale. Ma allora perché gli uomini per far ridere comprano parrucche e tette finte e si travestono da donne e le donne invece accorciano le gonne e si trasformano nel più becero degli oggetti del desiderio maschile? Che poi non sarebbe neanche solo questo il problema, con buona pace del pitbull che ringhiava fuori dalla porta, se non fosse per l’assoluta mancanza di alternative e di possibilità di scelta, almeno per chi non ha l’arte, il tempo e la pazienza di fabbricarsi il proprio costume da sé.

Carnevale dovrebbe essere l’occasione per infrangere ogni regola, per ribaltare l’ordine così come lo conosciamo, per dare briglia sciolta al piacere, al divertimento, alla fantasia. Ma l’unica cosa che rischiava di infrangersi nei costumi che ho visto erano le cuciture dei corpetti.

E sì, lo so, non crediate che non mi sia sentita io per prima terribilmente grigia e bacchettona e moralista. Ma il pitbull femminista aveva ragione. Quella sfilata di donne procaci e mezze nude non ribaltava nessuna regola, metteva in scena fantasie maschili da film pornografico, cosa ancora più grave peraltro quando a farlo erano i costumi infantili. Le ragazze e le donne che indosseranno quei costumi saranno le comparse nel film di qualcun altro ed è triste che lo facciano illudendosi di esserne le protagoniste o addirittura le registe.

Questo non è il Carnevale in cui lo schiavo diventa padrone, per un giorno, e viceversa. Questa è una farsa, in cui è la realtà a essere messa in scena nei suoi aspetti più grotteschi, fra una risata e l’altra. Il Carnevale non si esaurisce nei costumi prefabbricati di un negozio, d’accordo, ma è comunque preoccupante che qualcuno confonda quella sfilata di pin up mal svestite con un’occasione di libertà, di rovesciamento delle regole e di inversione dei ruoli. Quello che ho visto in quel negozio non era il mondo alla rovescia, era un Carnevale tutto al maschile, declinato secondo un certo tipo di piacere e di immaginario maschili, neanche dei più raffinati. Per quel genere di divertimento non serve il Carnevale, basta accendere la televisione.