Tre ragioni per cui questo sarà l’anno del femminismo rosa

Foto Scott Savage (CC)
Foto Scott Savage (CC)

1. Perché le donne hanno nuovi strumenti per fare rete, le cerchie si allargano senza per questo perdere di compattezza e soprattutto assumono una dimensione globale e trasversale. Si entra in contatto con le persone più impensate, con cui fino a poco prima si sarebbe detto di non avere niente in comune. I gruppi si diversificano, si arricchiscono, si aprono a nuovi spunti e a nuove possibilità, a sovrapposizioni impreviste e innovatrici.

2. Perché i social hanno cambiato non solo il modo di comunicare ma il contenuto stesso. E una delle tante conseguenze è che siamo diventati capaci di accettare più registri e significati all’interno del singolo messaggio. Abbiamo imparato a una velocità sorprendentemente rapida a cercare il senso di un messaggio non più solo nel testo, ma negli emoticon, negli hashtag, nelle immagini che lo accompagnano. Questo permette anche di combattere sorridendo, di lottare proponendo un’immagine di sé più leggera senza perdere di credibilità. Ci ha resi pronti ad accettare quelle che un tempo erano contraddizioni, a cercare queste contraddizioni e inventare nuove combinazioni di significato. Come la forza nella fragilità di un pianto, la determinazione nel turbamento di un’emozione, la profondità nella spensieratezza.

3. Perché le emozioni sono diventate centrali, nel nostro modo di comunicare, nel marketing, nelle strategie informative dei grandi quotidiani, ovunque. Sono diventate uno strumento per smuovere le persone, per fare grandi campagne civili, per promuovere obiettivi importanti, anche sociali e civili. Il flashmob sulle note di Break the Chain, per esempio, ha avvicinato al tema della violenza contro le donne anche chi fino a quel momento si era tenuto in disparte.

Il femminismo rosa è un tassello in più nelle battaglie per i diritti delle donne, quello al diritto alla felicità senza sensi di colpa, a emozionarsi, a sognare, a trovare anche nei sogni più romantici la forza per le nostre lotte. Perché nessuno combatte come una donna che lo fa per amore. O per le altre donne. Ora è il momento di farlo per noi stesse.

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La teoria dello strofinaccio e del femminismo rosa

Foto InvernoDreaming (CC)
Foto InvernoDreaming (CC)

Mia nonna era una giornalista e uno spirito libero e indipendente come ce n’erano pochi, ai suoi tempi, fra le donne. Viaggiava, se l’è sempre cavata da sola, teneva un taccuino su cui annotava scrupolosamente tutti gli hotel in cui alloggiava per lavoro, con l’intenzione un giorno di tirarne fuori un libro. Mi ha insegnato molto, ma siccome la memoria è ingrata e spesso anche un po’ stronza, l’insegnamento più tenace che mi ha lasciato, quello che mi è entrato sottopelle mentre la vedevo preparare la valigia fra un viaggio e l’altro, è stata una frase che mi disse quando avevo dieci anni: «Se tuo nonno stava per tornare a casa, tenevo sempre uno strofinaccio vicino alla porta. Mai farsi trovare senza far niente da tuo marito». Ricordo che lo disse con un sorriso complice e malizioso, di quelli che ti tolgono di dosso subito almeno vent’anni.

Mia nonna continuò a scrivere di viaggi e io decisi che un giorno avrei voluto scrivere e viaggiare anch’io, ma nella mia mente lo strofinaccio era sempre lì in agguato, pronto da esibire a un eventuale marito. È lo stesso strofinaccio che ancora oggi mi impedisce di lavorare senza sentirmi in colpa perché sottraggo tempo ai miei figli, che mi obbliga a far passare il mio lavoro in secondo piano rispetto a quello di mio marito e a sentirmi mostruosamente ingiusta quando è lui invece a mettere in primo piano il mio.

È anche lo stesso strofinaccio che mi ha impedito di scrivere per anni, perché il piacere viene sempre dopo il dovere. Che mi ha convinta che essere felice e riposata era un ossimoro o un peccato gravissimo. Che si poteva essere moderatamente soddisfatte solo dopo avere dato tutte se stesse per gli altri. Che ti avrebbero sempre guardata con più simpatia se eri stanca e sfinita, piuttosto che rilassata e appagata. Perché finiti gli altri, c’era da occuparsi della casa. E dopo la casa c’era il cane. E poi gli altri di nuovo. Fino a essere sicure che non restasse neanche un briciolo di tempo per il proprio piacere. La felicità delle donne è un lusso malvisto e che si paga caro. Sinonimo di ozio, di egoismo, di vuoto.

Ogni tanto in realtà mi viene il dubbio che mia nonna quello strofinaccio non l’abbia mai tenuto davvero vicino alla porta. In tanti anni, del resto, io con uno strofinaccio in mano non l’ho proprio mai vista. Anzi, a rifletterci bene, credo che fosse il suo modo per insegnarmi a giocare d’astuzia e difendere il mio tempo, sempre. Ma non importa. Che fosse per avvisarmi che la famiglia si prende il suo dazio, o semplicemente per insegnarmi a dare tutta me stessa e a non risparmiarmi mai, quello strofinaccio è rimasto con me, in una tasca della mia mente, come ammonimento. E neanche la più agguerrita delle femministe è mai riuscita a convincermi che non fosse necessario.

A riuscirci, udite udite, è stato il rosa. La scoperta di un universo in cui dare il via libera al piacere era lecito, anzi, in cui ero costretta a inseguirlo, ad acciuffare tutto ciò che mi riempiva il cuore e l’anima per metterlo su carta e tessere una storia convincente. La convivenza per mesi con trame in cui in fondo non si faceva che parlare della stessa cosa: della ricerca della felicità e dei tanti modi per arrivarci, dentro di sé prima che fra le lenzuola. Perché sono sempre più convinta che i diritti delle donne passino (anche) per la nostra capacità di guardare al mondo con un sorriso, di essere un po’ meno stanche, un po’ meno esauste, altruiste, accoglienti, materne. Di cercare la felicità e il piacere e convincersi di avere il diritto di ottenerli, non ogni tanto, non come premio per le nostre fatiche, ma sempre, ogni giorno. Subito.

Altro che reggiseni (con quel che costano…), io se proprio dovessi bruciare qualcosa, brucerei quello strofinaccio.

Effetto movimento

Foto jamelah e.
Foto jamelah e. (CC)

Viaggiare, spostarsi, fermare il tempo nell’obiettivo, inseguire il controllo e poi perderlo, ma sforzarsi sempre e comunque di decidere della propria vita. Oggi l’ospite speciale del blog è Edy Tassi, la simpaticissima e inarrestabile autrice di Effetto domino:

Nel giro di qualche giorno lei sarebbe ripartita. Suo padre amava cambiare. Quando la sorte non girava, lui faceva le valigie e si trasferiva altrove, inseguendo la fortuna, fiutandola nell’aria. Ma quel continuo trasferirsi non lasciava spazio a sogni romantici. Finché suo padre l’avesse costretta a quella vita, non ci sarebbero state storie d’amore per lei. Solo incontri passeggeri, solo amicizie superficiali.

Si era infilata sotto l’acqua. Lo shock termico l’aveva paralizzata per qualche istante. Ma le aveva anche sgombrato la mente.

Basta sogni, basta illusioni.

Non si sarebbe più avvicinata a nessuno. Non avrebbe più permesso a nessuno di farle del male.

E per un po’ ci era riuscita. Niente contatti, se non superficiali. Niente legami. Niente rapporti con nessuno. Aveva tirato fuori la macchina fotografica che suo padre si limitava a spostare da un albergo all’altro e aveva cominciato a scattare foto a qualsiasi soggetto la interessasse. Così occupava il tempo libero fra una lezione e l’altra, fra un viaggio e l’altro. Il mirino era diventato il suo terzo occhio, l’inquadratura della macchina fotografica il suo nuovo campo visivo.

E pian piano, la fotografia si era rivelata più di un passatempo. Era diventata un modo per creare qualcosa su cui lei avesse il controllo, in una vita dominata dai capricci e dalle assurde illusioni di suo padre.

Edy Tassi, Effetto Domino, Harlequin Mondadori, 2015

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