5 R (+1) per sopravvivere a un figlio adolescente

Ritirarsi, quello che qualcuno definirebbe “dargliela vinta” a volte è meglio che portare lo scontro a un livello troppo alto, da cui poi sarebbe difficile tornare indietro. “Che faccio, lo costringo di peso?” si chiede prima o poi qualunque genitore, davanti alla creatura che adesso ha più ormoni, più muscoli e più tempo di lui. Il suo spazio personale cresce e insieme a quello la nostra necessità di tirarci indietro e lasciare che ogni tanto lo abiti da solo, anche quando sta sbagliando.

Rimandare, le conseguenze, le spiegazioni, i rimproveri, i chiarimenti, segna la differenza fra ritirarsi e dargliela vinta. E a volte anche la differenza fra educare e sfogarsi.

Raccontarsi, parlare di noi, è il ponte migliore che si possa costruire fra genitore e figlio, quello fra il nostro passato e il suo futuro. Rafforza le radici e il senso di identità, accorcia la distanza fra problema e soluzione e soprattutto invita a fare altrettanto. Aprirsi, esporsi, anche quando sembra che dall’altra parte ci sia lo stesso interesse di un piguino per un costume da bagno, quando è fatto senza ostentazione è una grande dimostrazione di fiducia.

Reggere la barca quando fa di tutto per ribaltarla, tenerla forte, impedirgli di imbarcare acqua fino ad affondare. Anche quando la tentazione sarebbe spingerlo giù e lanciargli un bel salvagente e che inizi a nuotare. In realtà non vuole affondare, ci sta sfidando a dimostrargli che non se lo merita, che non è destinato a fallire, che tutta la negatività che si è scoperto dentro non avrà la meglio e che c’è qualcuno che regge forte la barca insieme a lui. Ha solo bisogno di sapere che può farcela, e quale modo migliore che tentare disperatamente il contrario e non riuscirci.

Riflettere il meglio di lui, l’immagine che vorremmo che vedesse nello specchio anche quando non la vediamo più neanche noi, anche quando ci sembra scomparsa, anche quando lui diventa lo specchio dell’immagine di noi che non vorremmo mai vedere. La tenerezza, lo smarrimento, l’entusiasmo, la genialità della bambina o del bambino che conoscevamo c’è ancora, più lontana, confusa, un po’ estranea, fra contorni che non avremmo mai immaginato, ma c’è, deve esserci. Forse passiamo tutta la vita a inseguire quell’immagine e vederla riflessa negli occhi di un genitore la rende la misura del nostro valore.

E infine, recitare una preghiera, incrociare le dita, attirare energie positive, invocare qualche spirito… insomma, sperare che vada tutto bene. Perché per quanto ci faccia star bene pensare il contrario, contiamo molto meno di quanto vorremmo.

Il diritto di essere vulnerabili

Come faccio a credere ancora nei seggiolini per neonati, nei paraspigoli, nei frullati biologici, nelle creme naturali, come faccio a illudermi di poter tenere al sicuro mio figlio, adesso?

Se lo chiedeva anni fa la madre di una bambina a cui era stata diagnosticata la leucemia (e che per fortuna ne era uscita) e mi rimase impresso per il modo in cui metteva drasticamente a nudo tutte le mie ansie da neo mamma e i modi un po’ patetici in cui cercavo di tenerle a bada: seggiolino per auto a prova di rapimento alieno, protezione solare, cappellino, guanti, sciarpa, corso accelerato di pronto soccorso di cui ricordo solo la Macarena da cantare durante il massaggio cardiaco. Non ero una neomamma, ero una amazzone sul piede di guerra, una sentinella senza turni di riposo, in crociata contro ogni pericolo possibile, contro l’idea stessa di pericolo. Fate largo zuccheri, conservanti, ansia da separazione e coliche notturne, il pargolo è mio e lo difendo io.

Da cosa? Non mi sono mai fermata a chiedermelo ma probabilmente lo difendevo dalle mie paure. All’improvviso erano tutte lì, dentro quel pigiamino adorabile con le orecchie da orso che forse era troppo caldo forse era troppo freddo forse era troppo sintetico e di sicuro gli avrebbe fatto odiare gli orsi a vita.

Adesso, sfido chiunque a pensare che basti un’attenta combinazione di cibo biologico, seggioloni partoriti da ingegneri spaziali e un discreto grado di paranoia per tenere al sicuro chiunque. La nostra percezione del mondo, che ci si era incollata addosso a furia di leggere il nostro nome sul barattolo della Nutella e i nostri desideri spiattellati in bella vista negli annunci personalizzati, improvvisamente è esplosa. Per anni ci hanno cucito addosso l’illusione di un mondo ideale, che guarda tu che caso ci assomigliava tanto, e adesso quel mondo si è rivoltato contro di noi.

Abbiamo riempito le camerette dei nostri figli di storie ribelli e adesso li inseguiamo con il gel igienizzante. Abbiamo vagato per il mondo come zombie dopo notti insonni per tenere a bada incubi e mostri sotto il letto e adesso il mostro è ovunque e se non ti metti la mascherina il mostro sei tu.

Non so come cresceranno i nostri figli, quali conseguenze può avere essere stati svezzati a pane e sicurezza e poi cresciuti a pane e regole. E se ce l’avessi probabilmente assomiglierebbe al figlio segreto della signorina Rottenmeier e di Joker, quindi preferirei non pensarci. Una cosa però credo di averla capita: prima abbandoniamo la pretesa della sicurezza come se fosse un nostro diritto di nascita, meglio sarà per tutti. Non è un diritto, non lo è mai stato, tutt’al più era un privilegio, un’illusione, un lusso, la favola che ci raccontavamo per andare a dormire.

Abbiamo il dovere di prenderci cura di noi e degli altri, e il diritto di pretendere che le persone a cui abbiamo affidato la nostra salute e il nostro benessere se ne occupino in modo serio ed efficace. Ma non abbiamo il diritto di essere al sicuro. Non ce l’abbiamo mai avuto.

Lo smartworking e la fabbrica dei sensi di colpa

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Di tutte le menzogne che racconta chi lo smartworking l’ha studiato a tavolino, o dalla scrivania del proprio ufficio, la più pericolosa per le donne è che sia un modo fantastico per conciliare casa e lavoro e mettere quindi a tacere ogni senso di colpa.

Lasciatevelo dire da chi lavorava in smartworking quando ancora si chiamava essere così sfigata da lavorare da casa: i sensi di colpa non scompaiono affatto, si moltiplicano.

Scena uno: lasciate il pargolo al nido in lacrime e correte in ufficio. Vi sentite uno schifo, non importa quante volte vi ripetono che appena svoltate l’angolo lui si trasforma nell’animatore dell’aula e fa il giocoliere con i cubi per le costruzioni, voi ve lo immaginerete comunque con l’espressione e l’allegria di quei cani sui poster delle pubblicità progresso che ti spiegano perché è sbagliato abbandonare il migliore amico dell’uomo in autostrada. Ma siete in ufficio, avete un orario da rispettare, un capo e quattro pareti e un intero sistema contrattuale su cui scaricare parte della responsabilità.

Scena due: lasciate il pargolo al nido in lacrime e correte a casa perché siete in ritardo con una consegna. Riuscite a ignorare la lavatrice, la lavapiatti e perfino quelle due dita di polvere che fanno tanto Sahara e vi tuffate davanti al pc. Al vostro tavolo. A qualche metro di distanza dal punto esatto in cui vostro figlio ora potrebbe giocare allegro e spensierato, senza traumi da abbandono e senza dover fare lo slalom fra i bacilli e la fase orale dei morsi altrui. Voi siete a casa, vostro figlio no, eccola la crudele verità. Nessuno vi obbliga a lavorare proprio adesso, diciamolo, la notte è il momento perfetto, nel silenzio, quando nessuno ha più bisogno di voi e non rischiate di perdervi qualche tappa epocale del suo sviluppo. Basta solo non essere così egoiste da pretendere di passarla dormendo.

Scena tre: siete in grado di lavorare con il piccolo sulle ginocchia, sulle spalle, sulla schiena, solfeggiando la canzone del Re Leone e lanciandolo per aria con una mano per poi afferrarlo con l’altra nel tempo che vi ci vuole a stendere un piano aziendale. Voi non avete bisogno di conciliare, voi siete la conciliazione, nulla vi separerà dal vostro cucciolo e dai vostri obiettivi. Nulla tranne un raggio di sole, quel raggio di sole che scenderà sul vostro tappetino per il mouse a ricordarvi l’esistenza dei parchi e delle malattie orribili dovute alla carenza di vitamina D. Per non parlare di idraulici, elettricisti, corrieri, pediatri e dei supermercati che dopo le sette c’è una coda pazzesca e se potessi passare tu dal meccanico sarebbe fantastico altrimenti non preoccuparti, prendo un giorno di permesso che sarà mai, l’ultimo l’hanno solo trascinato per l’ufficio coperto di pece e piume prima di licenziarlo ma non voglio mica disturbarti.

Lavorare in casa può essere la scelta migliore o la peggiore, non c’è una vita uguale all’altra, ma una cosa posso assicurarvela: piovono sensi di colpa grossi come pietre sulla classe lavoratrice a km 0, e piovono tutto il tempo, non solo in orario d’ufficio. Con ogni probabilità passerete l’intera giornata a schivarli e a sentirvi pure uno schifo per questo. Per lavorare da casa non serve il wi-fi, serve la convinzione incrollabile di meritarvi almeno una parte del vostro tempo in esclusiva, non solo gli avanzi spossati che vi deposita davanti a fine giornata la vostra famiglia. La certezza che il tempo che dedicate a voi stesse non è sempre e comunque rubato a qualcun altro e che il valore di una donna non si misura prima di tutto sul suo sacrificio. Se ne siete sicure, lo smartworking può essere fantastico. Se non lo siete, finirete per scoprire che cosa specificava la postilla scritta in fondo a corpo 8 e per pagare la tassa che il mondo ha messo sulla felicità e sulle ambizioni delle donne.

Ci servono padri, non “mammi”

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Dove sono i padri nell’educazione a distanza? Quanti se ne vedono dall’altra parte del computer o della mail? “Per la didattica a distanza dei miei settenni interagisco esclusivamente con madri” mi ha scritto una maestra e probabilmente non è l’unica. Non si tratta dunque delle ore trascorse a casa – “Vorrebbe tanto stare di più con i bambini ma non c’è mai” – il discorso è molto più complesso e l’abbiamo sempre saputo. Non si tratta neanche necessariamente di disinteresse o egoismo dei padri. L’ostacolo a cui giriamo tutti attorno, uomini e donne, nel nostro percorso verso i figli, è il concetto di cura.

Non c’è educazione senza cura ed è qui che noi madri tentenniamo al momento di cedere il controllo, per paura che delegare significhi scomparire. In una cultura in cui il valore della donna riposa ancora saldamente sulla maternità, rinunciare alla cura significa portare la corona scomoda e pesante di una solitudine egoista. Il tempo che le donne dedicano a se stesse è sempre tempo sottratto a qualcun altro, i progetti delle donne sanno di lusso e di superfluo, e i loro risultati portano il segno della concessione altrui.

Finché continueremo a definire “mammi” gli uomini che si prendono cura dei figli, il nostro immaginario sarà popolato da simpatici ragazzoni che fanno giocare i figli, cambiano pannolini e sanno cucinare e fare le treccine. E il concetto di cura continuerà a essere definito in termini di sacrificio e annullamento di sé quando lo decliniamo al femminile e in termini di creatività ed espressione di sé quando invece lo decliniamo al maschile.

Non ci servono “mammi”, ci servono padri che si occupino dei figli per lasciare spazio ai talenti delle donne. Ci serve una società disposta a rivedere il concetto di cura e ad accettare il fatto che se gestire il quotidiano dei figli non scalfisce la mascolinità di nessuno, non farlo, o farlo meno, non intacca la nostra femminilità e non ci rende meno madri di prima. I “mammi”  sono eccezioni allegre e giocose che vanno bene per i titoli dei giornali. Non ce ne faremo niente quando ci sarà bisogno di decidere chi resta a casa con i figli, quando ci serviranno soluzioni a lungo termine, non un cerotto con cui tamponare l’emergenza.

Abbiamo bisogno dei talenti delle donne per ripartire, non possiamo lasciarli indietro, non possiamo permetterlo e non possiamo permettercelo. Dove non arriverà più la scuola dovranno arrivare i genitori, insieme. E forse nel momento in cui cominceremo a spartirla, quando non sarà più una prerogativa esclusivamente femminile, la cura si scrollerà di dosso anche quell’aura di sacrificio, di rinuncia di sé, e non sarà più necessario alimentare gli equilibri domestici con i sogni sminuzzati e calpestati di chi se ne fa carico. Tolto il sacrificio delle donne dal gioco, chissà che non ci tocchi scoprire che di quel sacrificio, in realtà, non c’era mai stato davvero bisogno.

 

E se restassimo senza far niente?

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Foto di StockSnap da Pixabay

Mamma, confinati.

Non inseguire le maestre fra le spunte blu della giungla di Whatsapp per sapere quando ci faranno lezione online e quando ci daranno i compiti e se i voti valgono lo stesso e perché non studiamo più flauto traverso che nella vita non serve a un piffero, lo dicevi sempre, ma in quarantena a quanto pare è diventato indispensabile “perché la maestra di musica a fine mese lo stipendio lo prende lo stesso”.

Non organizzarmi una festa di compleanno con zii e cugini di secondo grado di cui fino a ieri ignoravo l’esistenza e che adesso sono tutti spiattellati sull’iPad come tanti quadratini di Minecraft, e non chiedermi di vedere spettacoli teatrali e film in bianco e nero e balletti e concerti “che adesso sono gratis”; se fino a ieri il picco intellettuale delle mie giornate era Lisa nella Casa dei Loud, che cosa ti fa pensare che restare chiusa in casa per settimane senza vedere la luce del sole mi abbia trasformata nella versione con le treccine dell’Enciclopedia britannica?

Papà, confinati.

Lo so che la quarantena è un’occasione fantastica per scrivere un fumetto, per imparare a suonare il piano, per tenere un diario, per fare karate, per scrivere haiku, per scoprire i miei chakra, per rimettere in ordine la stanza, per dipingere casa, per imparare il portoghese, per fare addominali, per studiare i decimali usando gli spaghetti, per imparare le costellazioni usando i piselli e stuzzicadenti, e per scoprire il senso della vita usando i meme, ma fra HouseParty e la lezione online di hip hop e la merenda virtuale con i nonni e il ripasso di solfeggio via Zoom e la app per ripassare matematica e le fiabe in diretta Instagram e quelle in differita su YouTube e quelle al telefono e quelle sull’iPad, ieri davanti alla porta del bagno sono rimasta ferma a chiedermi che password mi serviva per entrare.

Io non lo so che cos’è che deve andare bene e spero che la nonna guarisca ed esca dall’ospedale e che non le succeda come al nonno di Mario che un giorno l’hanno portato via e poi non hanno potuto fare il funerale neanche se si mettevano la mascherina e i guanti, e Mario gli aveva fatto un disegno e voleva darglielo, però sua mamma ha detto che bisogna aspettare di poter andare al cimitero, ma lui ci aveva già scritto Guarisci presto e non sa se lasciarlo o no. E spero che la mamma e il papà della maestra stiano bene, perché un giorno durante la videolezione è scoppiata a piangere, ma poi si è soffiata il naso come un elefante e ha detto che piangeva perché eravamo dei somari e noi l’abbiamo capito tutti che non era vero, che lo diceva solo per farci stare tranquilli, perché è meglio avere una maestra che ti dà del somaro che una maestra triste, anche se in quel momento è a casa sua e dietro c’è un mobiletto montato storto e il suo cane ogni tanto abbaia come un pazzo.

Quindi non importa se mi annoio e se il nostro balcone è così stretto che a correre dopo un po’ mi gira la testa e se la torta del compleanno è venuta piccolina perché nel supermercato non si trova più il lievito. È un po’ come la nostra vita, che si è ristretta anche lei e adesso siamo sempre vicini e le giornate sembrano più corte e non ci sta più dentro niente. Ma a me non importa e non è perché ci sono le dirette Instagram e le zie in videochat o perché facciamo la focaccia. È perché in un mondo piccolo piccolo puoi stare fermo o correre velocissimo e arrivi comunque insieme. In un mondo piccolo piccolo quando ti perdi ti basta restare fermo per ritrovarti. In un mondo piccolo piccolo puoi anche tirare il fiato, ogni tanto, e nessuno si accorge che sei rimasto indietro. O che ti sei saltato una lezione online.

(Mamma, confinati è il capitolo in quarantena del precedente Mamma, mollami.)

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Come il confinamento può far nascere tanti piccoli lettori

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Foto di PublicDomainPictures da Pixabay

Ci ho provato in tutti i modi. Erano anni che ci provavo in tutti i modi. La casa era piena di libri, entravamo in libreria a ogni occasione, anche solo per curiosare, gli leggevo la storia della buonanotte, lasciavo che fosse lui a scegliere le storie che più gli piacevano e al ritmo che preferiva. Ma niente da fare.

Entravamo in biblioteca e appena mi distraevo per prendere un altro libro dagli scaffali me lo ritrovavo davanti ai computer. A scuola durante la mezz’ora di lettura si fiondava sul libro dei labirinti e quando proprio gli andava di leggere, su quello delle barzellette. E ogni volta che lo sentivo pronunciare la frase fatale, mi si stringeva il cuore. “A me non piace leggere.” La persona di turno gli spiegava perché leggere era bellissimo fantastico meraviglioso e lui la fissava e ripeteva, scandendo meglio le parole e probabilmente chiedendosi quale fosse la parte difficile da capire: “A. Me. Non. Piace. Leggere”.

Poi ci siamo chiusi in casa, isolati dal coronavirus. I libri erano sempre gli stessi, di nuovi non ne entravano, e compiti da scuola neanche, le maestre erano scomparse nel nulla e insieme a loro anche il legame quotidiano con la parola scritta. Niente più amici, niente più attività nel pomeriggio, niente più uscite. Si prospettava una lunga caduta a precipizio nel mondo dei videogiochi, trattenuta a stento da divieti e norme e limiti massimi di tempo sempre più difficili da far rispettare. E invece no.

I videogiochi resistono, ovviamente, padroni del tempo concesso e anche di quello non concesso, che occupano comunque in forma di schemi mentali e desideri e fantasie di battaglie e armi e chissà che altro. Ma davanti a tutto quel tempo vuoto anche loro si sono dovuti arrendere. E così ho scoperto qual era l’alleato migliore della lettura. Era talmente facile, in realtà, che non so perché non ci sono arrivata prima. Era la noia.

È bastato annoiarsi, per riprendere in mano i libri e i fumetti. Anzi, no. Neanche questo è del tutto vero. È bastato rallentare. Rallentare fino a fermarsi. I bambini delle elementari sono forse gli unici che hanno la possibilità di farlo davvero, in questi giorni. Ed è stato in quel vuoto, in quel ritmo ritrovato, in cui il tempo si allargava e si distendeva e si faceva meno frenetico ed esigente, che le storie hanno ricominciato a far sentire la propria voce. È bastato rendere tutto più semplice, togliere le piccole sfide e le mille pressioni e le ansie quotidiane a cui era sottoposto fino a ieri, senza che ce ne accorgessimo. In questo tempo sospeso i bambini forse non sono più felici e di certo risentono di tante ore al chiuso e del poco esercizio, ma stanno tirando il fiato, secondo me, stanno rallentando. Hanno smesso di rincorrere i minuti e gli impegni e una soglia di attenzione che sembrava diventata infinitesimale e invece forse era soltanto vittima di una curiosità iperstimolata.

E in questo tempo sospeso, quasi per magia, sono tornate a vivere le storie.

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Quello che ogni genitore vorrebbe sapere su TikTok (e non ha mai osato chiedere)

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Foto di Kirill Averianov da Pixabay

“Sarà sicuro?” è la domanda che ci poniamo davanti alle richieste social dei figli preadolescenti. “Mia figlia ha dodici anni e vuole installarsi Instagram, ma sarà sicuro?” ci chiediamo, chattando da un cellulare che usiamo come macchina fotografica con sveglia incorporata, mentre la figlia in questione lo usa per trovare informazioni, confrontarle, editarle e condividerle nel tempo che noi impieghiamo a decidere se qual è si scrive con l’apostrofo. La stessa figlia che forse non si porrà il problema sicurezza, ma che sa benissimo come filtrare i suoi contatti social con precisione chirurgica, a cominciare dalla madre. “Io controllo sempre il profilo Instagram di mia figlia, ci mancherebbe altro” mi ha detto un’amica. “Il profilo?” avrei voluto risponderle. “Quale, dei cinque che ha?”

“Allora facciamo così, vado in negozio e scatto una foto e te la mando e tu mi dici se ti piace” ho proposto a mia figlia, non senza sentirmi molto moderna. “Aspetta” mi ha risposto lei dall’altro angolo del divano. E dieci secondi dopo mi ha mandato le foto della maglietta che voleva, con il prezzo, la taglia, indirizzo e orario di apertura del negozio, scorte restanti e canzone preferita della commessa e un cuore rosso con la scritta “Graxx!!! Anche nera plis”.

Una delle ragioni per cui ho scritto “Fazzoletti rossi” è stata provare a capire TikTok. E c’è qualcosa di teneramente patetico in una generazione come la mia, cresciuta a colpi di “cogli l’attimo” e “nessuno può mettere Baby in un angolo”, e tutto il campionario di sfrontatezza ribelle da Roxy Bar, che adesso si ritrova alle prese con una generazione cresciuta a biberon di consapevolezza e rivendicazioni, per cui cogliere l’attimo è semplicemente assurdo, perché loro sono l’attimo, e la ribellione va bene sulle magliette ma non li rende più liberi di quanto non siano già. Guardano Facebook con la curiosità con cui guarderebbero un mucchio di vecchie riviste ingiallite, sono già oltre Instagram, che usano solo per le storie, sono precipitati nel flusso di TikTok e chissà in quanti altri social che ignoro e di cui scoprirò l’esistenza solo quando saranno diventati troppo vecchi per loro.

“Che scemenze” non posso fare a meno di commentare ogni volta che guardo TikTok. Certo che sono scemenze, lo sanno anche loro, non abbiamo cresciuto un esercito di decerebrati, su questo possiamo rassicurarci, è cazzeggio puro e dichiarato. Solo che noi cerchiamo significati a priori, abbiamo bisogno di agganciarci a quel che riteniamo importante, di usare punti fermi di senso per orientarci, loro no. E non perché siano privi di valori, come sostengono praticamente tutte le generazioni di quelle che vengono dopo, ma perché il significato delle cose è fare le cose, non può esistere a priori, si manifesta e si crea nell’azione stessa, come nei videogiochi. Non esiste un sistema di valori esterno o precedente al videogioco, e se esistesse, probabilmente sarebbe ingannevole e poco affidabile. L’etica di un videogioco emerge dalle scelte che sei portato a fare, dalle conseguenze delle sue regole nel corso della partita, dagli obiettivi che ti prefiggi e dalle strategie per conseguirli. Non è una dichiarazione di principi, è il principio di una dichiarazione.

Possiamo gridare ai nostri figli quanto vogliamo che dovrebbero pensare a cose più serie, ma è un po’ come dire loro di imparare a nuotare prima di azzardarsi a mettere un piede in acqua. Loro non imparano le cose importanti, lasciano che prendano forma mentre fanno tutt’altro, le scoprono per caso e soprattutto hanno imparato che non devono sembrare importanti, per esserlo davvero. Anzi, che il modo più sicuro per trovare qualcosa di serio e importante è rifuggire da tutto ciò che sostiene di esserlo. Del resto, sfido chiunque a guardarsi attorno e dire che hanno torto.

È una generazione dall’identità fluida, che scorre da una performance collettiva all’altra, che si nutre di hashtag e si lascia orientare e influenzare dagli algoritmi, gli influencer orwelliani del futuro. Ecco allora che in un mondo in cui plasmarsi sui contenuti altrui ti definisce, non per imitazione o per bisogno di omologazione, ma come attività ludica e creativa, come nuova modalità di relazione con un contesto sociale e social sfuggente, senza mappe e confini, il cyber bullismo va oltre le molestie e l’abuso. Non si tratta di una rete esterna a te che ti intrappola fra insulti e bugie, quel collettivo virtuale diventato improvvisamente ostile non è altro da te, quel collettivo sei tu. Non puoi ignorarlo, non puoi decidere che non ti interessa e passare oltre, perché per farlo devi prima cancellarti e diventare invisibile.

Siamo troppo pesanti per seguire gli adolescenti di oggi, non ci solleviamo abbastanza da terra, ci tiriamo dietro il peso delle nostre paure e della fatica che ci è costata sognare e di tutti gli sforzi che facciamo per non sembrare vecchi. Forse un giorno succederà anche a loro, un giorno scopriranno che sognare costa fatica e quanto è facile perdere tutto e quanto è rischioso navigare a vista. Fino a quel momento, si spostano liberi in un orizzonte in cui i punti di riferimento sono diventati utili come un faro in pieno giorno. Noi allontaniamo lo schermo del cellulare per riuscire a mettere a fuoco i meme che ci mostrano, loro a cinque anni scoprivano dal tg che la webcam può registrare a tua insaputa. Noi li avvertiamo che la ragazzina così simpatica con cui sta chattando potrebbe essere un cinquantenne che un giorno si inventerà un complesso sulle proprie tette inesistenti per convincerla a sollevarsi la maglietta, per loro l’identità della persona dall’altra parte si definisce in termini di popolarità, hashtag, effetti e canzoni, non di autenticità, e se si alzeranno o meno la maglietta dipenderà da tutto quello che abbiamo insegnato loro sulla vita, non sui social.

Stiamo scaricando le colpe degli adulti sul linguaggio usato dagli adolescenti. Dovremmo parlare meno dei pericoli dei social e di più dei pericoli per i social. Se TikTok è il “paradiso dei pedofili” il problema sono i pedofili, non le ragazze che decidono come divertirsi; se un cinquantenne si spaccia per dodicenne per convincere una ragazzina a spogliarsi dovremmo prendercela con il cinquantenne, non con il mezzo che glielo rende possibile. La mia infanzia era tempestata dai racconti di uomini che ti aprivano l’impermeabile davanti per mostrarti quel che avevano fra le gambe, eppure nessuno mai pensato di ritirare gli impermeabili dal commercio. Ecco allora che cosa ho capito di TikTok scrivendo “Fazzoletti rossi”: che non lo capirò mai. E che va bene così.

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