Se non sei esausta, che mamma sei?

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«Stanotte ha dormito cinque ore.»

«Il mio quattro.»

«Beata te, noi abbiamo dormito solo tre ore.»

«Io due, e con lui che mi tirava i calci nella schiena.»

«Io una e mezzo, e nel frattempo allattavo ed ero tutta storta perché lui stesse comodo.»

«Io ho dormito solo mezz’ora, seduta, mentre allattavo, gli facevo il massaggio per le coliche, mio marito russava e intanto pensavo alla lista della spesa e al menù di tutta la settimana.»

Ci sono giorni in cui le conversazioni fuori da un asilo farebbero tremare le ginocchia a un penitente, roba che in confronto portare la croce scalzo in processione deve sembrargli una passeggiata.

«Io lo ho allattato con i capezzoli sanguinanti, io fino ai tre anni, io fino ai quattro, io fino ai sei…»

«I miei figli non hanno mai dormito una notte senza la loro mamma.»

«Non esco la sera da due anni, io da tre anni, io da quattro anni… Io esco ma lo chiamo sempre almeno due o tre volte perché non si senta abbandonato e non faccio mai tardi.»

A volte sembra che il cammino della maternità sia costellato di fustigazioni, che il valore di una madre si misuri nella rinuncia a se stessa, che la stanchezza sia una medaglia da appuntarsi bene in vista, dove le altre mamme possono vederla e farsi i loro conti.

Una vera madre non arriva a sera riposata. Una vera madre non chiude la porta neanche quando va in bagno. Una vera madre non dorme più di tre ore di fila. Una vera madre mangia gli avanzi del figlio e pensa a se stessa negli avanzi di tempo del figlio.

Una vera madre soffre quando torna al lavoro. Una vera madre si sente in colpa, sempre, costantemente, anche quando lascia il figlio a una baby sitter per andare a fare un lavoro che la lascia sfinita e svuotata e in cui la trattano male ma di cui ha bisogno per arrivare a fine mese. Figuriamoci se il lavoro le piace ed è quello che ha sempre sognato di fare. Allora non c’è insonnia che tenga, non c’è sacrificio, stanchezza, esaurimento abbastanza grande da giustificare l’audacia di inseguire sogni che appartengono solo a te, lasciando tuo figlio a crescere da solo dalle otto alle sei.

Così finisci per dirti che lavori e ogni tanto esci la sera anche per insegnare a tua figlia la lezione più importante, ossia a non rinunciare mai a se stessa, e per insegnare a tuo figlio che è normale e fondamentale che una donna continui ad avere una vita e a dedicarsi a se stessa, sempre e comunque.

Ed ecco che ci sei cascata di nuovo. Sei tornata a giustificarti, hai sentito di nuovo il bisogno di essere per lo meno un esempio, un modello da seguire. Ancora una volta hai sentito la necessità di dare qualcosa in cambio ai tuoi figli, per il tempo dedicato a te stessa.

Certo, arriviamo stanche a sera, inutile negarlo, con figli o senza. Certo, i nostri figli hanno bisogno di noi (anche se sono convinta che spesso ne abbiano bisogno meno di quanto crediamo e sia vero piuttosto l’inverso, che siano le madri ad avere bisogno di loro). Certo, fare la madre significa cercare continuamente un equilibrio impossibile e avere sempre e comunque la sensazione di tradire qualcuno o qualcosa. Ma è proprio necessario questo elogio costante della stanchezza delle donne? Non potremmo smetterla? Non ci fa un gran male, in realtà, questo insistere sulla nostra capacità di esaurirci?

Perché dietro i lamenti spesso recitati con orgoglio dalle madri, dietro la loro spossatezza esibita come sfida, come prova di valore, dietro le loro rinunce e quel riversarsi per intero nell’accudimento del figlio in una sorta di immersione senza bombole, fa capolino e resiste l’idea che la donna sia nata per soffrire. Che una donna sia davvero tale solo quando arriva a sera esausta. Che una donna riposata sia una donna a metà. L’apoteosi della Sindrome dello Strofinaccio. Con il rischio peraltro che l’amore venga servito come un ricatto costante, soprattutto quando poi i figli crescono, condito da lacrime e sudore, come un dolcetto a forma di cuore ma con una spolverata di recriminazioni.

Comincia e finisce tutto in sala parto, lo sa bene chi ci è passato. Dove l’epidurale viene somministata e vissuta come una sconfitta. Dove perfino l’infermiere che ti spinge sulla sedia a rotelle vuole sapere se partorirai davvero o opterai per l’imitazione, per il parto falso e “indolore” (ah!) che passa per le mani dell’anestesista. E se hai l’ardire di rispondere che no, che partorirai naturalmente, allora lo stesso infermiere, che probabilmente si fa la barba con il rasoio più indolore e delicato che trova sullo scaffale e non con il machete, lo stesso infermiere sarà lì ad aspettarti con un sorrisetto di sfida per sapere se l’hai fatto davvero. Se hai sofferto. Se sei stata una vera donna. «Ah. Dicono tutte che vogliono partorire naturalmente e poi se le senti strillare che vogliono l’anestesia.»

Donna, partorirai con dolore, allatterai con dolore, svezzerai con dolore, dormirai con dolore, educherai con dolore, lavorerai con dolore…

In alternativa avrai l’epidurale. O una montagna di sensi di colpa.

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E tu, che mamma sei?

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C’è la mamma sportiva, che fa ginnastica con il pupo nel marsupio, se lo porta ovunque in bicicletta e può continuare ad amare lo sport mentre insegna alle persone che ama a fare altrettanto. Tennis, calcio, scalata, kayak, tutto vale. La prole si divertirà e la mamma continuerà a sentirsi se stessa consapevole di fare il bene dei figli, insieme al suo.

C’è la mamma cuoca, che prepara manicaretti e non appena il pargolo è in grado di stare seduto a tavola lo piazza a preparare torte e biscotti. La mamma cuoca può sperimentare ogni giorno piatti diversi, contando sul palato e sull’aiuto dei figli, e più lei si diverte e si dedica alla propria passione, più i figli imparano l’arte dei fornelli e si abbuffano di delizie caserecce.

C’è la mamma scienziata, che quando il pupo inizia a gattonare gli sistema davanti esperimenti di ogni tipo e non appena lui acquista l’uso della parola se lo porta in giro a declamare il nome di piante e fiori e animali, per poi passare al Piccolo Chimico qualche anno prima dell’età consigliata sulla confezione.

C’è la mamma lettrice, che legge legge legge ai figli, qualunque cosa a qualunque età, anche solo per il piacere di far riecheggiare storie sconosciute nella propria voce. C’è la mamma matematica, che inventa teoremi impossibili con i numeri della minestrina. C’è la mamma musicista, che crea una ninna nanna per ogni vagito. La mamma sciatrice, che si lancia con i pargoli giù per piste spericolate. La mamma fotografa, che ti spiega i misteri della camera oscura. La mamma sarta, che ti confeziona qualunque vestito tu le indichi sulla rivista.

E poi c’è la mamma cazzona.

La mamma cazzona si sente davvero se stessa quando ne combina qualcuna, quando sfida i mulini a vento, quando trasgredisce, inventa, evade, quando viaggia, quando fa di testa propria, quando sta da sola, quando si incavola, quando dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato. La mamma cazzona si fa scappare troppe parolacce, non riesce mai a tenere la bocca chiusa, ha un caratteraccio ed è felice di averlo. La mamma cazzona esagera quasi sempre, vive di malinconie e di sogni in un futuro da reinventare non appena diventa noioso. La mamma cazzona ogni tanto ha bisogno di mandare tutto al diavolo, di ricominciare da capo, di fare la cosa sbagliata sapendo di farla. La mamma cazzona vuole avere sempre l’ultima parola come quando era piccola ed è bastian contrario come quando era adolescente. La mamma cazzona ama sedersi per terra, mettere i piedi sul tavolo, tenere la musica troppo alta, mangiare fuori pasto e poco sano e quando le pare. La mamma cazzona dorme fino a tardi e la sera non andrebbe mai a letto, perché le sembra sempre di non aver spremuto il giorno abbastanza.

Come fa allora la mamma cazzona a continuare a sentirsi se stessa insieme ai pargoli, senza condannarli a un futuro sul lettino dello psicoanalista? Una cosa è insegnare ai tuoi figli a ribellarsi, un’altra costringerli ad affrontare giornate allo sbando. Una cosa è divertirsi in modo sfrenato con i propri figli, un’altra è saperlo fare nei momenti giusti, rispettando i loro spazi e quelli del quotidiano. Una cosa è pasteggiare ogni tanto a stuzzichini come faceva Cher in chissà quale film, un’altra è sconvolgere il menu e le analisi del sangue dei tuoi figli sulla scia dei tuoi cambiamenti di umore. Insomma, non si può. La mamma cazzona deve darsi una regolata, deve mettere via una parte di sé e sacrificarla a pasti caldi abbastanza sani e regolari, a una vita ordinata e rassicurante che non si lasci frastornare da sprazzi occasionali di follia, perché non si può spedire un figlio nel labirinto senza tenere ben stretto il nostro capo del filo, o almeno provarci.

La mamma cazzona sacrifica ogni giorno una piccola parte di sé. Se fosse un uomo probabilmente non sarebbe necessario, i padri cazzoni sono divertenti e imprevedibili, l’invidia degli amici, e non sconvolgono la vita domestica.  Ma fra la Sindrome dello Strofinaccio e l’esaltazione del materno a tutti i costi e senza sfumature, la donna una volta diventata mamma china impercettibilmente il capo, si getta alle spalle gli anni di giovinezza e indipendenza e follia e si consegna a quell’amore tutto nuovo che un po’ la trasforma e un po’ la opprime, che ogni tanto è la misura assoluta della sua felicità e ogni tanto le impedisce di arrivarci.

La mamma cazzona della mia generazione vive stretta fra il richiamo all’indipendenza sentito da adolescente negli anni Ottanta e la Sindrome dello Strofinaccio ereditata da nonne e madri, che le impone la cura altrui come misura del proprio valore. Vive fra l’attaccamento a se stessa e il senso di colpa per un materno idealizzato che non le appartiene e che sente di tradire ogni giorno, rubando qualcosa all’ideale materno che i suoi figli sono condannati a portarsi dietro amputato e un po’ goffo. Ma ha una certezza, che quell’ideale materno se non altro è sincero ed è presente.

Sì, perché alla fine la madre cazzona fa di necessità virtù e decide che non c’è niente di più prezioso che insegnare a sbagliare, a essere imperfetti, a rattoppare, a rischiare, a scusarsi, a ricominciare da capo, a riconciliarsi con i propri errori, e così continua a sbagliare e a scusarsi, imbastisce un quotidiano il più sereno possibile e poi lo manda all’aria in due secondi con la frase sbagliata, ma poi ricomincia e ci riprova. Perché sa che è la strada del voler bene, non quella dell’inferno, a essere lastricata di buone intenzioni. E sa che alla fine, passata l’epoca dei pasti sani e della casa che profuma di torta appena sfornata e dei compiti e della merenda nello zaino, finita quest’epoca, i suoi figli potranno fare tesoro del suo esempio incerto e impacciato e sforzarsi di trovare sempre la strada che porta verso se stessi, anche nel territorio inesplorato e disorientante dell’amore altrui.

Donna impregnata, mezza salvata

bebe-1909813_960_720La mamma non si tocca.

Guai a prendersela con le mamme. Di mamma ce n’è una sola e ha sempre ragione. C’è una laurea speciale alla scuola della vita, la si prende in nove mesi a suon di nausee e smagliature. La mamma non sbaglia mai, ha sempre ragione, anche quando ha torto, altrimenti che mamma è? La mamma che sbaglia non è contemplata. Tutt’al più è stanca, stressata (dal lavoro, dalla casa, dai cani, non dal pargolo, ovviamente), affaticata, magari era distratta perché stava facendo cinque cose alla volta.

Perché la mamma non si riposa mai. La mamma che si riposa è egoista e un po’ cazzona. La mamma è stanca per definizione, ma è sempre bella comunque. Anzi, se ha qualche chilo di troppo è perfino meglio. Mai saputo di qualcuna che abbia vinto il titolo di mamma dell’anno con un fisico da fotomodella, del resto. Due fianchi un po’ larghi ci stanno, altrimenti che mamma è? E che nostalgia, ammettiamolo, per la mamma con il grembiule a fiori e le ciabatte, le mamme che se uscivano di casa era per andare a fare la spesa e che non ti preparavano mai lo stesso piatto due volte alla settimana e che nel tempo libero cucivano, ricamavano, si spaccavano gli occhi su un centrino di pizzo. Che nostalgia. Quelle sì che erano mamme. Una mamma così poteva anche mollartelo uno schiaffone ogni tanto, ci stava, insomma. Perché poi la pasta la faceva in casa, e con la conserva di pomodoro.

Ma poi va bene anche la mamma moderna, per carità. Quella che la pasta la compra già pronta, ma non ripete mai la stessa attività Montessori due volte alla settimana. Quella che fa gli addominali ipopressivi e prepara la pappina di carota con la ricetta di Cracco e fa ascoltare Il flauto magico al pupo. Anche lei ha sempre ragione. Gli schiaffoni lei non può darli, questo no, altrimenti che cosa l’abbiamo mandata a studiare a fare. Se poi riesce a trovare un lavoro che si possa fare due ore alla volta, mentre il pupo dorme, e con una ventina di giorni di ferie al mese quando inizia la catena di Sant Antonio dei virus, allora ancora meglio.

Che dispensi schiaffoni o insegni gli ideogrammi cinesi (che da piccoli sono spugne, bisogna approfittarne), che ricami il nome del pargolo sul grembiule con tanto di secondo e terzo nome e senza neanche un’iniziale puntata o che ci attacchi un adesivo personalizzato comprato on line, la mamma è sempre la mamma. Dovrà guardarsi dalle altre mamme, questo sì, ma brillerà comunque di luce propria e non appena il pargolo inizierà a infilare due parole di fila avrà anche un sacco di idee per i post sui social.

Ecco. E le altre donne, chiederete voi? Quelle che di figli non ne hanno?

E qui cade un silenzio imbarazzato. Poverine. Se non hanno figli è perché non possono, è chiaro. Non sarà certo perché non li vogliono, non diciamo sciocchezze. Fanno come la volpe con l’uva, è solo questo, ma non ci crede mica nessuno. Certo che li volevano. Solo che non hanno potuto averne. Qualcuna forse è così egoista da non volerne davvero, magari perché pensava di potersi divertire tutta la vita, ma poi le vedi, vecchie e sole, che vanno in giro per musei e girano il mondo e leggono un sacco di libri per riempirsi la vita. Mica come le altre, che da vecchie le vedi alle prese con un passeggino che non vuole saperne di aprirsi o con un nipote che non vuole saperne di alzarsi da terra. Povere. Sono arrivate troppo tardi. Sono rimaste sole. Hanno voluto divertirsi e hanno calcolato male i tempi. Poi ci credo che hanno la pancia piatta e un fisico da fotomodelle, ma chi farebbe mai a cambio con degli addominali dispersi in azione, due tette cadenti e un trottolino amoroso che riempie di sabbia il vicino di ombrellone?

Su, non raccontiamoci frottole, in realtà sotto sotto, un figlio lo volevano eccome, e adesso si sono pentite.

Chi dice donna dice mamma, si sa. La mamma che dà sempre il buon esempio, la mamma che non abbassa mai la guardia, la mamma che non ha mai un momento di egoismo, che non dice mai la parola sbagliata costringendo i pargoli a un futuro sul lettino dello psicoanalista. La mamma che fa sempre tutto meglio delle altre, o almeno ci prova, la mamma che non ozia, non cazzeggia, non si diverte se non rincorrendo i figli in giro per la casa vestita da Furia cavallo del West, perché per tutto il resto c’è la vecchiaia, i figli se non te li godi adesso quando te li godi?

La mamma nell’immaginario di molti è la quintessenza della femminilità, il tripudio della Sindrome dello Strofinaccio, il senso ultimo e inappellabile dell’esistenza di una donna. Chi dice donna dice mamma. Il resto sono errori di fabbricazione, esemplari difettosi, come libri senza le ultime pagine di cui non conosceremo mai il finale. Per le donne senza figli hanno tutti un sorrisetto imbarazzato, qualche frase fatta sull’invidia a cui non crede nessuno e una parola di conforto non richiesta. Una donna senza figli è un’occasione mancata, un seme che non ha attecchito, un terreno sterile.

Chi dice donna dice mamma, e la dice lunga sulla situazione di noi donne oggi.

I bambini non si possono fare con il cuore?

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“Mamma, perché i maschi sono diversi dalle femmine?”

“Perché così possiamo riprodurci, avere dei bambini e fare in modo che la specie non si estingua.”

“E i bambini non si possono fare con il cuore? O con il cervello?”

Nella mia immaginazione, avrei avuto grandi conversazioni esistenziali con i miei figli seduta a tavola, in una cucina inondata di sole, davanti a una fetta di torta appena sfornata e a una tazza di cioccolata, magari. Io avrei avuto un’aria interessata e paziente e loro mi avrebbero ascoltato bevendosi ogni parola che mi usciva dalle labbra.

Ma l’educazione dei figli è quella cosa che succede mentre tu stai facendo grandi progetti su come educare i tuoi figli. Non avrei mai pensato che mi avrebbero rivolto le domande cruciali mentre li obbligavo a lavarsi i denti, mentre infilavamo la giacca di corsa per correre a scuola o mentre procedevamo all’eterna perlustrazione alla ricerca di lendini e pidocchi. Il che significa fra l’altro che io più che un’aria paziente avevo quasi sempre un’aria stressata, scocciata e vagamente isterica.

Ho imparato presto che in questi casi non si può sperare di cavarsela con un “Ne parliamo dopo”, come faccio con quasi tutte le altre domande critiche (tipo “Posso andare a dormire a casa del mio amico che ha il padre alcolizzato e la madre depressa cronica?”). O adesso o mai più. L’espressione “cogliere l’attimo” secondo me è stata coniata proprio per le conversazioni con i figli.

Tutto questo per dire che lo so, non era il massimo come risposta, ma provate voi a trovare qualcosa di meglio mentre state allacciando una stringa con una mano e strizzando il tubetto di dentifricio stitico con l’altra, sapendo che dovreste già essere usciti di casa da dieci minuti per avere qualche remota speranza di portare il pargolo puntuale a scuola.

Poi per fortuna se ne escono con frasi come queste e tu pensi che in realtà hai più bisogno tu delle loro risposte che loro delle tue. Sì, tesoro, sì, hai ragione, i figli si possono fare con il cuore. E con il cervello. Anzi, si devono fare con il cuore e con il cervello. Più con il cuore, forse, perché se dovessimo farli con il cervello altro che calo delle nascite.

Te lo ricorderò quando sarai più grande, quando i ruoli saranno invertiti, quando mi rinfaccerai tutti i miei sbagli, compreso probabilmente il fatto di aver ridotto tutto alla sopravvivenza della specie. Quando ti telefonerò e non mi dedicherai più di cinque minuti perché sarai occupato con la tua famiglia, quando ti darò il tormento su mille questioni ininfluenti perché sarà l’unico modo per tenerti al telefono, quando ce l’avrai con me per averti amato troppo o troppo poco e averti incoraggiato troppo o troppo poco, e averti difeso troppo o troppo poco.

Chissà se te ne ricorderai. Chissà se capirai. Quando ti dirò che i figli si fanno con il cuore. E tu probabilmente sbufferai e mi risponderai che con il cuore mica gli dai da mangiare, che mica puoi mandare il cuore ad accompagnarli in venticinque posti diversi alla settimana, che per me è facile, qui da sola in una casa vuota, mettermi a dare lezioni di vita.

E io penserò a quel mattino in cui ti lavavi i denti e mi guardavi con gli occhi grandi e mi dicevi che in fondo potremmo anche essere tutti uguali e fare i figli con il cuore. E avevi già capito tutto e non lo sapevi.

Mamma, e se ti facessi una vita?

Mamma, e se ti facessi una vita?

Non dico che quella che hai non vada bene, però ogni tanto assomiglia un sacco alla mia. Come quel giorno che credevo di avere un Whatsapp tutto mio e invece mi hai detto che no, è il tuo, anche se la foto è la mia. Che hai messo la mia foto perché mi vuoi un sacco di bene. E non è che non mi faccia piacere, anzi, l’ho perfino detto alla maestra che parli sempre di me su Facebook, solo che mi sembra un po’ strano. Se c’è il tuo nome, non dovresti metterci la tua di foto e usarlo per raccontare gli affari tuoi?

La maestra ha detto che sono molto fortunato, perché è chiaro che per te sono molto importante. Mi ha anche detto che c’erano tre errori nell’esercizio di matematica che mi hai fatto tu e che devi, cioè devo, ripassare le tabelline. E ha detto che il tuo blog è molto carino e che non avrebbe mai pensato che io facessi ancora la pipì a letto a sei anni.

Ecco, mamma, io sono molto felice che tu parli di me nel tuo blog, ma quella parte dovevi proprio scriverla? O di quella volta che ti ho detto che volevo baciare la Claudia perché sapeva di fragola o di quella volta che ho giocato a tiro a segno con il pisellino? Dovevo proprio scriverlo nel tuo blog?

Ma se invece ti facessi una vita solo tua, mamma?

Lo so che non è tanto facile con tutte le lezioni di yoga e di pilates e di acrobazia e di zumba a cui mi porti e che non trovi neanche il tempo di andare in palestra, figuriamoci. E lo so che l’altro giorno hai perso un’ora solo per cancellare tutte le foto della gita a teatro da Whatsapp, che poi in realtà si vedeva soltanto Carlo perché le foto le aveva fatte la sua mamma, e lo so che spiegarmi le divisioni a due cifre è stata una faticaccia e che per fortuna poi la mamma di Giulio ti ha mandato quel video di Youtube dove lo spiegavano benissimo e usavano un metodo molto più facile di quello della maestra.

Però io ti volevo dire di non offenderti, ma che quando sarò grande sulla mia pagina Facebook ci metterò la mia di foto, non la tua. E anche su Whatsapp, credo. Spero che non sia un problema, questa cosa, se mi farò la mia vita e tu non ci sarai tanto. Perché io ti vorrò bene lo stesso, anche con la mia vita, questo ci tenevo a dirtelo. E secondo me dovresti mettere la tua di foto su Whatsapp, visto che sei la mamma più bella del mondo.

La verità è che non possiamo farci niente

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Foto Mateusz Lapsa-Malawski (CC)

La verità è che non possiamo farci niente.

Possiamo mettere ai nostri figli tutta la crema solare che vogliamo, cercare di evitare che si trovino davanti siti pornografici, legarli ben stretti nei seggiolini per le auto, controllare che non ci sia traccia di olio di palma, latticini, carne di maiale, conservanti e coloranti in quello che si cacciano in bocca.

Possiamo controllare con chi giocano prima e con chi escono poi, non portarli a Londra perché abbiamo paura del terrorismo, fargli lavare le mani appena entrano in casa, toglierci le scarpe quando iniziano a gattonare, mettergli il casco quando vanno a sciare e misurare la distanza fra le assicelle del lettino quando sono piccoli. Possiamo prendercela con i cellulari e con internet e con i social e con i pericoli in agguato su Instagram. Possiamo prendercela con le canne e con i bicchieri di troppo e con le compagnie sbagliate e con i bulli a scuola e con la superficialità dell’adolescenza.

Possiamo illuderci che dove c’è la legge ci sia la giustizia, che dove ci siano le norme saranno al sicuro, che basti fare le cose nel modo giusto per non finire nei pasticci e restare sulla buona strada. Che dove il mestiere di genitore non arriva più si possano seguire i consigli della maestra, del parroco, del pediatra, del preside, dello psicologo per sfuggire ai pericoli e agli errori più gravi.

Ma la verità è che non possiamo farci niente. E lo sappiamo. Quando spegniamo la luce della loro stanza, quando entriamo in punta di piedi per vederli dormire e controllare che non abbiano scalciato via le coperte, quando ci chiniamo piano su di loro per baciarli mentre dormono, una vocina ce lo sussurra sul fondo dei nostri pensieri e del nostro affetto.

I nostri figli non saranno mai al sicuro. E noi non possiamo farci proprio un bel niente. Perché un giorno magari scopri un livido di troppo e lo vedi un po’ pallido e due anni dopo te lo porta via la leucemia. Perché gli hai insegnato quanto è importante allacciarsi la cintura di sicurezza ma in quella frazione di secondo se l’era slacciata per togliersi la giacca. Perché lui sa che se è ubriaco non deve mettersi al volante, ma quello della Seat rossa che gli si è lanciato addosso no. Perché gli hai messo il casco quando andava a fare snowboard ma era allacciato male ed è volato via un attimo prima. Perché un giorno magari tuo figlio decide di cercare la sicurezza buttandosi giù dalla finestra.

Le canne, i cellulari, i conservanti e il casco non c’entrano niente. Sono i nomi che diamo alla nostra paura. La paura di perderli, la paura di scoprirci inadatti, la paura di avere sbagliato tutto, la paura di trovare il vuoto nel letto la sera in camera loro. Sono l’uomo nero dei genitori, quello che cerchiamo di scacciare ogni volta che spegniamo la luce, quello che ci sveglia fra gli incubi e che sentiamo agitarsi nell’armadio quando andiamo a dormire. Sono il nostro mostro e continueremo a combatterlo come tanti Don Chisciotte spaventati. Ma arriva un momento in cui lo facciamo per noi, non più per i nostri figli. Arriva un momento in cui varchiamo una linea invisibile e inafferrabile e la paura ha soltanto la nostra di faccia.

La verità è che non possiamo farci niente.

Tranne forse lasciar cadere il braccio fuori dalle coperte, come nella favola che gli leggevamo quando era piccolo, e lasciare che il mostro ci prenda la mano dal suo mondo a rovescio. E scoprire che la paura in realtà ha il volto di un amore spaventato, come tutti gli amori. E come in tutti gli amori, ogni tanto forse l’unica cosa da fare è ammettere di non capirci più niente, ma continuare a camminare tenendosi ben stretti per mano.