5 R (+1) per sopravvivere a un figlio adolescente

Ritirarsi, quello che qualcuno definirebbe “dargliela vinta” a volte è meglio che portare lo scontro a un livello troppo alto, da cui poi sarebbe difficile tornare indietro. “Che faccio, lo costringo di peso?” si chiede prima o poi qualunque genitore, davanti alla creatura che adesso ha più ormoni, più muscoli e più tempo di lui. Il suo spazio personale cresce e insieme a quello la nostra necessità di tirarci indietro e lasciare che ogni tanto lo abiti da solo, anche quando sta sbagliando.

Rimandare, le conseguenze, le spiegazioni, i rimproveri, i chiarimenti, segna la differenza fra ritirarsi e dargliela vinta. E a volte anche la differenza fra educare e sfogarsi.

Raccontarsi, parlare di noi, è il ponte migliore che si possa costruire fra genitore e figlio, quello fra il nostro passato e il suo futuro. Rafforza le radici e il senso di identità, accorcia la distanza fra problema e soluzione e soprattutto invita a fare altrettanto. Aprirsi, esporsi, anche quando sembra che dall’altra parte ci sia lo stesso interesse di un piguino per un costume da bagno, quando è fatto senza ostentazione è una grande dimostrazione di fiducia.

Reggere la barca quando fa di tutto per ribaltarla, tenerla forte, impedirgli di imbarcare acqua fino ad affondare. Anche quando la tentazione sarebbe spingerlo giù e lanciargli un bel salvagente e che inizi a nuotare. In realtà non vuole affondare, ci sta sfidando a dimostrargli che non se lo merita, che non è destinato a fallire, che tutta la negatività che si è scoperto dentro non avrà la meglio e che c’è qualcuno che regge forte la barca insieme a lui. Ha solo bisogno di sapere che può farcela, e quale modo migliore che tentare disperatamente il contrario e non riuscirci.

Riflettere il meglio di lui, l’immagine che vorremmo che vedesse nello specchio anche quando non la vediamo più neanche noi, anche quando ci sembra scomparsa, anche quando lui diventa lo specchio dell’immagine di noi che non vorremmo mai vedere. La tenerezza, lo smarrimento, l’entusiasmo, la genialità della bambina o del bambino che conoscevamo c’è ancora, più lontana, confusa, un po’ estranea, fra contorni che non avremmo mai immaginato, ma c’è, deve esserci. Forse passiamo tutta la vita a inseguire quell’immagine e vederla riflessa negli occhi di un genitore la rende la misura del nostro valore.

E infine, recitare una preghiera, incrociare le dita, attirare energie positive, invocare qualche spirito… insomma, sperare che vada tutto bene. Perché per quanto ci faccia star bene pensare il contrario, contiamo molto meno di quanto vorremmo.

Mia figlia mi ha bloccata su Instagram (e ha fatto bene)

Quando mi resi conto che un giorno mia figlia avrebbe potuto bloccarmi su Instagram la trovai una metafora crudelmente perfetta dell’adolescenza. Poi scoprii che poteva fare di meglio e tagliarmi fuori solo da alcune storie (perché a quell’età Instagram sono le storie, punto), non da tutte e la metafora si fece davvero perfetta. Migliora soltanto quando sento qualche genitore dire che lui il cellulare del figlio lo controlla eccome, ci mancherebbe altro. A quel punto c’è davvero tutto, la vita dei nostri figli che scorre a sprazzi accanto alla nostra, un po’ dentro e un po’ fuori, sotto uno sguardo più o meno autorevole, più o meno complice, più o meno vigile, ma sempre pateticamente miope.

Questo esercito di genitori che si illude di controllare i propri figli è quasi sempre il primo a lanciare giudizi e accuse davanti a una tragedia adolescenziale qualsiasi, pur di non ammettere che se non è successo a loro non è per merito e non è certo perché conoscevano la password del cellulare, è perché sono stati fortunati. È solo per quello che possono continuare a confondere i bisogni dei figli con le proprie paure.

Ci sforziamo di essere presenti, in realtà siamo acquattati dietro lo schermo di un social che ci mostra solo quello che vogliamo e possiamo vedere, senza immaginare il resto. Perché non siamo più giovani, perché quella non è più la nostra età e non è la nostra vita. La presenza quando è necessaria sa fermarsi un attimo prima dell’illusione di conoscere e controllare, dove diventa superflua e ridicola. Se amare significa non dover mai dire mi dispiace, forse significa anche non dover chiedere a tua mamma o a tuo papà di uscire da ogni foto della tua vita. Smettiamola di parlare al plurale con le esistenze dei nostri figli. “Abbiamo il compito di matematica, abbiamo fatto la maturità, compiamo diciotto anni, dobbiamo studiare storia.” No, non è un segno d’amore. All’amore basta il singolare, il plurale non serve. Io amo è una dichiarazione. Noi amiamo è un’ipotesi.

“Che cosa li hai fatti a fare i figli, se non vuoi fare i compiti con loro?” mi sono sentita chiedere una volta. Non li ho fatti, li ho solo messi al mondo, e il mondo è tutto loro, ce l’hanno nel palmo, e si meritano di poter stringere quel palmo, ogni tanto, e non trovarci dentro le dita sudaticce e ansiose di mamma e papà. Saper riconoscere il momento in cui avranno davvero bisogno di chiudere la mano e trovarci la nostra, quegli attimi rari e imprescindibili in cui ci si gioca tutto quanto, eccola l’arte di essere genitori. Eccola, la misura di tutta la fortuna di cui abbiamo bisogno.

Come parlo di femminismo a mia figlia?

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“Mi consigliate un libro femminista per una dodicenne?”

Dobbiamo parlare di femminismo alle adolescenti. È fondamentale farlo negli anni in cui diventano donne e i dati sulla violenza di genere dimostrano che un’idea sbagliata della coppia e dell’amore può diventare pericolosa a un’età sempre più giovane. Decidere di parlare di femminismo alla propria figlia, però, è la parte facile. Quella difficile è capire come farlo, se non vogliamo rischiare di assomigliare alla madre di Lunatika in “Fazzoletti rossi”. Proporle manuali femministi, senza una richiesta esplicita da parte sua, è un po’ come proporle quel “vestito adorabile che ti starebbe così bene” e che di solito viene scartato per l’ultima cosa che avresti mai pensato che potesse piacerle.

Allora come fare? Come proporre il femminismo a nostra figlia senza commettere l’errore più comune e più fastidioso dei genitori, ossia pensare che per nostra figlia vada bene quello che noi riteniamo adatto a lei? Se le compriamo l’edizione riveduta e corretta del libro che a noi cambiò la vita alla sua età – e che inspiegabilmente abbiamo fatto una faticaccia a trovare in libreria nonostante siano passati solo… ecco, 30 anni dalla pubblicazione – e poi lo piazziamo in posizione strategica dove non può non vederlo, basterà?

Misurarsi con le esigenze di una figlia adolescente è un po’ come infilarsi un paio di jeans troppo stretti o presentarsi a una festa di tredicenni e cercare di fare la simpatica. L’unica alternativa al ridicolo è trattenere il fiato tutto il tempo necessario a non peggiorare le cose. Di solito più ti senti all’altezza della situazione, meno lo sei. La scelta, insomma, è fra diventare patetiche, sembrare inopportune e defilarsi sentendosi colpevolmente assenti.

Dove non arrivano i libri femministi, però, arriva l’esempio. E se abbiamo pensato di regalargliene uno, probabilmente tutto quello che nostra figlia ha bisogno di sapere sul ruolo delle donne ce l’ha davanti agli occhi ogni giorno. Se così non fosse, il problema è nostro, prima che suo. Ma non di soli esempi vive una figlia, e allora, che cosa le diciamo? Non basterà spiegarle che il corpo è suo e a lei e soltanto a lei deve piacere,  alle prime crisi per i chili di troppo. Non basterà dirle che può andare in giro vestita come le pare, e che le occhiate viscide al suo sedere sono un problema di chi le lancia, non suo, ma nel dubbio che tenga il cellulare a portata di mano e gridi “Al fuoco!” per essere sicura che qualcuno reagisca. Non basterà neanche dirle che quando si sentirà sbagliata molto probabilmente a esserlo sarà il mondo intorno a lei e quello che ha già deciso sul suo futuro al posto suo.

Non basterà perché sentirsi sbagliata e incompresa fa parte dell’adolescenza, a prescindere dall’essere donna. Rientra in quel bubbone confuso di negatività che ti scava dentro praticamente ogni giorno. Il lato più battagliero e rivendicativo del femminismo può tenerlo a bada e incastrarsi bene fra mood incazzosi e meme che mandano affanculo il mondo con un’alzata di spalle sfrontata, ma è davvero quello il femminismo che serve alle nostre figlie? Il femminismo aspirazionale e guerrigliero del girl power e delle magliette dove I’m a feminist assomiglia più al bisogno sacrosanto di una tribù che a una rivendicazione? Forse la risposta è sì, ma anche in quel caso, è per definizione un femminismo che non può essere servito su un  piattino d’argento dai genitori, non fosse altro perché incompatibile con ogni idea di autorità e di quotidiano. E soprattutto, se è infarcito di negatività e aggressività, non rischia di spegnersi come una candela al primo sospiro d’amore, ossia proprio quando nostra figlia ne avrà più bisogno?

Ci resta la sorellanza, ma quella la masticano già molto meglio di noi, ce l’hanno del dna, l’hanno imparata sui banchi di scuola e durante le eterne e intramontabili chiacchierate e l’hanno cementata scavalcando scazzi su WhatsApp che sembravano definitivi e non lo erano mai, per poi aggiungerci una spruzzata di hashtag e lustrini e canzoni e affetto sui social, che arrivano dove il resto si esaurisce.

Il femminismo che un genitore può proporre a un’adolescente non cancella, secondo me, sottolinea, è un inno all’essere donna. Una festa per ogni nuova curva e un invito a godersele, prima che a proteggerle. Un racconto per ogni mestruazione, per ogni dolore e ogni disagio, ogni ventotto giorni, non solo la prima volta. Il femminismo formato famiglia può abbattere tabù intorno al tavolo a cena, insegnare a punire le colpe, non le provocazioni. Può spiegare che la vita delle donne non è uno slalom fra le perversioni maschili, che la nostra forza non è una pezza per le mancanze altrui e la nostra presunta debolezza non è mai un invito o un permesso in bianco.

Il femminismo che un genitore può insegnare a una figlia si gioca più sul lato delle nostre paure che delle sue, ha più a che fare con i nostri tentativi di proteggerla che con la sua ansia di libertà, a volte dice di più dei nostri sbagli e del nostro desiderio di tornare giovani che del suo bisogno di crescere. L’adolescenza è ribelle per definizione e forse ogni tanto la cosa più femminista che possiamo dire a nostra figlia è: “Sì, è vero, hai ragione tu. O forse no. Ma se ne sei convinta, imparare a farti bastare la tua approvazione e il tuo permesso potrebbe essere la lezione più preziosa di cui avrai mai bisogno”.

Ci servono padri, non “mammi”

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Dove sono i padri nell’educazione a distanza? Quanti se ne vedono dall’altra parte del computer o della mail? “Per la didattica a distanza dei miei settenni interagisco esclusivamente con madri” mi ha scritto una maestra e probabilmente non è l’unica. Non si tratta dunque delle ore trascorse a casa – “Vorrebbe tanto stare di più con i bambini ma non c’è mai” – il discorso è molto più complesso e l’abbiamo sempre saputo. Non si tratta neanche necessariamente di disinteresse o egoismo dei padri. L’ostacolo a cui giriamo tutti attorno, uomini e donne, nel nostro percorso verso i figli, è il concetto di cura.

Non c’è educazione senza cura ed è qui che noi madri tentenniamo al momento di cedere il controllo, per paura che delegare significhi scomparire. In una cultura in cui il valore della donna riposa ancora saldamente sulla maternità, rinunciare alla cura significa portare la corona scomoda e pesante di una solitudine egoista. Il tempo che le donne dedicano a se stesse è sempre tempo sottratto a qualcun altro, i progetti delle donne sanno di lusso e di superfluo, e i loro risultati portano il segno della concessione altrui.

Finché continueremo a definire “mammi” gli uomini che si prendono cura dei figli, il nostro immaginario sarà popolato da simpatici ragazzoni che fanno giocare i figli, cambiano pannolini e sanno cucinare e fare le treccine. E il concetto di cura continuerà a essere definito in termini di sacrificio e annullamento di sé quando lo decliniamo al femminile e in termini di creatività ed espressione di sé quando invece lo decliniamo al maschile.

Non ci servono “mammi”, ci servono padri che si occupino dei figli per lasciare spazio ai talenti delle donne. Ci serve una società disposta a rivedere il concetto di cura e ad accettare il fatto che se gestire il quotidiano dei figli non scalfisce la mascolinità di nessuno, non farlo, o farlo meno, non intacca la nostra femminilità e non ci rende meno madri di prima. I “mammi”  sono eccezioni allegre e giocose che vanno bene per i titoli dei giornali. Non ce ne faremo niente quando ci sarà bisogno di decidere chi resta a casa con i figli, quando ci serviranno soluzioni a lungo termine, non un cerotto con cui tamponare l’emergenza.

Abbiamo bisogno dei talenti delle donne per ripartire, non possiamo lasciarli indietro, non possiamo permetterlo e non possiamo permettercelo. Dove non arriverà più la scuola dovranno arrivare i genitori, insieme. E forse nel momento in cui cominceremo a spartirla, quando non sarà più una prerogativa esclusivamente femminile, la cura si scrollerà di dosso anche quell’aura di sacrificio, di rinuncia di sé, e non sarà più necessario alimentare gli equilibri domestici con i sogni sminuzzati e calpestati di chi se ne fa carico. Tolto il sacrificio delle donne dal gioco, chissà che non ci tocchi scoprire che di quel sacrificio, in realtà, non c’era mai stato davvero bisogno.

 

E se restassimo senza far niente?

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Foto di StockSnap da Pixabay

Mamma, confinati.

Non inseguire le maestre fra le spunte blu della giungla di Whatsapp per sapere quando ci faranno lezione online e quando ci daranno i compiti e se i voti valgono lo stesso e perché non studiamo più flauto traverso che nella vita non serve a un piffero, lo dicevi sempre, ma in quarantena a quanto pare è diventato indispensabile “perché la maestra di musica a fine mese lo stipendio lo prende lo stesso”.

Non organizzarmi una festa di compleanno con zii e cugini di secondo grado di cui fino a ieri ignoravo l’esistenza e che adesso sono tutti spiattellati sull’iPad come tanti quadratini di Minecraft, e non chiedermi di vedere spettacoli teatrali e film in bianco e nero e balletti e concerti “che adesso sono gratis”; se fino a ieri il picco intellettuale delle mie giornate era Lisa nella Casa dei Loud, che cosa ti fa pensare che restare chiusa in casa per settimane senza vedere la luce del sole mi abbia trasformata nella versione con le treccine dell’Enciclopedia britannica?

Papà, confinati.

Lo so che la quarantena è un’occasione fantastica per scrivere un fumetto, per imparare a suonare il piano, per tenere un diario, per fare karate, per scrivere haiku, per scoprire i miei chakra, per rimettere in ordine la stanza, per dipingere casa, per imparare il portoghese, per fare addominali, per studiare i decimali usando gli spaghetti, per imparare le costellazioni usando i piselli e stuzzicadenti, e per scoprire il senso della vita usando i meme, ma fra HouseParty e la lezione online di hip hop e la merenda virtuale con i nonni e il ripasso di solfeggio via Zoom e la app per ripassare matematica e le fiabe in diretta Instagram e quelle in differita su YouTube e quelle al telefono e quelle sull’iPad, ieri davanti alla porta del bagno sono rimasta ferma a chiedermi che password mi serviva per entrare.

Io non lo so che cos’è che deve andare bene e spero che la nonna guarisca ed esca dall’ospedale e che non le succeda come al nonno di Mario che un giorno l’hanno portato via e poi non hanno potuto fare il funerale neanche se si mettevano la mascherina e i guanti, e Mario gli aveva fatto un disegno e voleva darglielo, però sua mamma ha detto che bisogna aspettare di poter andare al cimitero, ma lui ci aveva già scritto Guarisci presto e non sa se lasciarlo o no. E spero che la mamma e il papà della maestra stiano bene, perché un giorno durante la videolezione è scoppiata a piangere, ma poi si è soffiata il naso come un elefante e ha detto che piangeva perché eravamo dei somari e noi l’abbiamo capito tutti che non era vero, che lo diceva solo per farci stare tranquilli, perché è meglio avere una maestra che ti dà del somaro che una maestra triste, anche se in quel momento è a casa sua e dietro c’è un mobiletto montato storto e il suo cane ogni tanto abbaia come un pazzo.

Quindi non importa se mi annoio e se il nostro balcone è così stretto che a correre dopo un po’ mi gira la testa e se la torta del compleanno è venuta piccolina perché nel supermercato non si trova più il lievito. È un po’ come la nostra vita, che si è ristretta anche lei e adesso siamo sempre vicini e le giornate sembrano più corte e non ci sta più dentro niente. Ma a me non importa e non è perché ci sono le dirette Instagram e le zie in videochat o perché facciamo la focaccia. È perché in un mondo piccolo piccolo puoi stare fermo o correre velocissimo e arrivi comunque insieme. In un mondo piccolo piccolo quando ti perdi ti basta restare fermo per ritrovarti. In un mondo piccolo piccolo puoi anche tirare il fiato, ogni tanto, e nessuno si accorge che sei rimasto indietro. O che ti sei saltato una lezione online.

(Mamma, confinati è il capitolo in quarantena del precedente Mamma, mollami.)

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Ed io, avrò cura di te

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“La colpa è delle madri che educano male i maschi.”

“I figli li crescono le mamme.”

“Oh, che bravo papà, cambia perfino i pannolini poverino.”

Ho visto madri strappare dalle braccia dei padri i figli piccoli e difendere la propria posizione a suon di tetta, che di mamma ce n’è una sola e viene prima di tutti. E ho visto madri che ogni santo sabato si trasformano in polpi a otto braccia per gestire figli e cane e passeggino e cellulare e borse della spesa e amici dei figli, perché il marito il fine settimana va in bici con gli amici “che almeno quando torna è di buon umore”.

Non è una partita a squadre, insomma, in cui la questione paterna rotola da un campo all’altro come un pallone preso a calci dalla posizione di turno. Nel caso, assomiglia forse di più a quei calcinculo in cui tutti prendono a calci tutti quanti e quando scendono hanno le vertigini e qualche livido.

Qualche giorno fa, in un post su Facebook Matteo Bussola lamentava giustamente il fatto che gli uomini che fanno i padri finiscono per essere ingabbiati in un lessico al femminile, con quello scherno misto a tenerezza con cui li trattiamo a volte anche nella vita reale. Del resto, alzino la mano i papà che saprebbero trovare un capo di abbigliamento a scelta del figlio a occhi chiusi, che fanno parte di almeno una chat di classe di Whatsapp o quegli esemplari ancora più rari che si ricordano il nome della maestra e il giorno della frutta, della ginnastica, del riciclaggio, del libro da condividere, del fegato di tacchino per l’ora di scienze, quello in cui ci si veste tutti di rosso e quello delle tabelline creative.

Poi però alzi la mano il papà che è riuscito a rimproverare il figlio davanti alla madre senza che lei intervenisse, che non si è sentito una bestia rara alle feste di compleanno, che al parchetto ha potuto consolare il figlio da solo, senza che accorressero tutte le donne presenti decise a salvare il pargolo in balia delle cure paterne con lo stesso spirito con cui un meccanico aiuterebbe una bionda a cambiare una gomma.

In tutta onestà, non so se sia meglio essere ricoperta di critiche perché lavori e non sei sempre presente e disponibile per i tuoi figli, o essere ricoperto di complimenti se ti ricordi di soffiare il naso a tuo figlio invece di lasciarlo andare in giro stile vulcano moccicoso in eruzione.

Forse dovremmo fermarci tutti quanti a riflettere. Invece di saltar su ogni volta con la storia che le madri devono educare i maschi come si deve, perché non proviamo a lasciare più spazio ai padri nel quotidiano dei figli? Non in termini di autorità, come è stato sempre fatto, più o meno ingannevolmente – “Chiedi a tuo padre e digli che io ho detto di sì” – ma in termini di cura. Non sarà più utile, per imparare il rispetto dell’altro sesso, crescere senza dare per scontato che l’accudimento sia femminile e l’assenza maschile? La strada per la parità di genere non passa secondo me dalle favole della buonanotte per bambine ribelli, ma da padri che leggono la storia della buonanotte a bambini ribelli, che si prendono cura dei figli, che li pettinano, li vestono, danno loro da mangiare, che curano le ferite e scacciano le preoccupazioni, da padri che vanno a parlare con le maestre, che comprano vestiti, che scelgono il colore del cerchietto, che si alzano nel cuore della notte a portare un bicchier d’acqua e a uccidere i mostri dietro la porta.

Certo, l’educazione dei figli non è una responsabilità delle donne, è responsabilità comune. Ma non c’è educazione senza cura ed è qui che noi madri fatichiamo a mollare l’osso e a perdere il controllo della situazione. Sull’autorità siamo disposte a chiudere un occhio ogni tanto, ma quando la creatura cade e si fa male, quando ha fame o piange o c’è da decidere la fantasia delle lenzuola e il colore della calzamaglia, fate largo, ci pensa mammà. C’è una zavorra enorme nell’emancipazione femminile ed è lo scettro con cui ci teniamo strette la supremazia dell’accudire. Finché non lo lasceremo andare, rischiamo di non volare alto quanto vorremmo e di fermarci molto prima di dove avrebbero potuto portarci i nostri sogni.

Prendersi cura dei figli non intacca la mascolinità di nessuno, su questo sono (quasi) tutti d’accordo. Ma quante donne sono davvero convinte che non farlo, o farlo meno, non scalfisca la loro femminilità?

Mamma, e se ti facessi una vita?

Mamma, e se ti facessi una vita?

Non dico che quella che hai non vada bene, però ogni tanto assomiglia un sacco alla mia. Come quel giorno che credevo di avere un Whatsapp tutto mio e invece mi hai detto che no, è il tuo, anche se la foto è la mia. Che hai messo la mia foto perché mi vuoi un sacco di bene. E non è che non mi faccia piacere, anzi, l’ho perfino detto alla maestra che parli sempre di me su Facebook, solo che mi sembra un po’ strano. Se c’è il tuo nome, non dovresti metterci la tua di foto e usarlo per raccontare gli affari tuoi?

La maestra ha detto che sono molto fortunato, perché è chiaro che per te sono molto importante. Mi ha anche detto che c’erano tre errori nell’esercizio di matematica che mi hai fatto tu e che devi, cioè devo, ripassare le tabelline. E ha detto che il tuo blog è molto carino e che non avrebbe mai pensato che io facessi ancora la pipì a letto a sei anni.

Ecco, mamma, io sono molto felice che tu parli di me nel tuo blog, ma quella parte dovevi proprio scriverla? O di quella volta che ti ho detto che volevo baciare la Claudia perché sapeva di fragola o di quella volta che ho giocato a tiro a segno con il pisellino? Dovevo proprio scriverlo nel tuo blog?

Ma se invece ti facessi una vita solo tua, mamma?

Lo so che non è tanto facile con tutte le lezioni di yoga e di pilates e di acrobazia e di zumba a cui mi porti e che non trovi neanche il tempo di andare in palestra, figuriamoci. E lo so che l’altro giorno hai perso un’ora solo per cancellare tutte le foto della gita a teatro da Whatsapp, che poi in realtà si vedeva soltanto Carlo perché le foto le aveva fatte la sua mamma, e lo so che spiegarmi le divisioni a due cifre è stata una faticaccia e che per fortuna poi la mamma di Giulio ti ha mandato quel video di Youtube dove lo spiegavano benissimo e usavano un metodo molto più facile di quello della maestra.

Però io ti volevo dire di non offenderti, ma che quando sarò grande sulla mia pagina Facebook ci metterò la mia di foto, non la tua. E anche su Whatsapp, credo. Spero che non sia un problema, questa cosa, se mi farò la mia vita e tu non ci sarai tanto. Perché io ti vorrò bene lo stesso, anche con la mia vita, questo ci tenevo a dirtelo. E secondo me dovresti mettere la tua di foto su Whatsapp, visto che sei la mamma più bella del mondo.