Siamo proprio sicuri che i libri costino troppo?

book-2020460_960_720

Ieri mattina mi sono alzata e mentre preparavo la colazione ho infilato nello zaino di mio figlio la ricevuta del pagamento per la visita al Museo della Musica: 24 euro.

Dopo aver lavorato, sono andata a fare la spesa, pasta, formaggio, uova, latte, biscotti, frutta e verdura: 47,20 euro.

Mentre tornavo a casa mi sono ricordata che sabato mio figlio va a una festa di compleanno e sono passata a comprare un regalo, una tazza con la cacca di Arale che farà furore: 14 euro.

Il pomeriggio avevo già comprato il biglietto per andare a sentire Colson Whitehead al CCCB (3,70 euro) così ho deciso di andare a Barcellona un po’ in anticipo. Arrivata in stazione ho comprato la T-10, che vale dieci viaggi: 34,45 euro.

Visto che diluviava e di passeggiare non se ne parlava, prima ho comprato un ombrello nuovo, perché quello che avevo si è rotto alla prima folata di vento (18 euro), poi ho commesso l’errore di entrare in un negozio da cui non riesco mai a uscire a mani vuote e con la scusa che ero congelata sono uscita con una sciarpa (bellissima!), per 19,70 euro.

Alla fine mi sono arresa, diluviava troppo, così ho saltato di pozzanghera in pozzanghera fino al CCCB dove sono arrivata zuppa e con un anticipo assurdo. Per fortuna avevo con me Le nostre anime di notte, comprato durante l’ultimo viaggio in Italia (17 euro). Così il tempo è volato fino all’arrivo di Colson Whitehead e poi fino all’arrivo a casa, sul treno affollatissimo del ritorno.

Devo fare una confessione, a questo punto: sono una di quelle persone che al momento di comprare un libro pensano “Orca, 20 euro, che caro…”. Lo penso soltanto e non lo dico, perché sono consapevole di averne anch’io uno in libreria che costa 16,40 euro e quindi so anche quanti di quei soldi vanno all’autore e quante spese ci siano dietro. Insomma, ho il buon gusto di tenermi quel pensiero per me. Ma lo penso lo stesso. E più di una volta dopo averlo pensato ho lasciato a malincuore il libro sullo scaffale, magari per poi spendere il doppio in una pentola o un maglione e senza farmi troppe domande.

Così ieri, mentre tornavo a casa con i piedi e i pantaloni fradici, stanca, schiacciata contro una ragazza che ha strillato nel cellulare e nelle mie orecchie per venti minuti, mi sono resa conto che di tutti i soldi spesi quel giorno, i 17 euro del libro erano quelli che avevano fatto davvero la differenza, mentre i personaggi di Haruf si ritagliavano un posto nel profondo dentro di me e mi concedevano di entrare nelle loro vite e nelle loro storie, di conoscere i loro segreti e vivere le loro emozioni più segrete, condividere i loro momenti di intimità intrufolandomi nella stanza e nel letto di Addie.

Nel tempo dedicato a leggere il romanzo, anche la mia storia personale diventava stranamente più interessante e più ricca, alcune delle emozioni e degli imbarazzi e delle tragedie dei personaggi davano un significato ai miei, mi permettevano di convivere in modo nuovo con la mia stessa storia e con le mie emozioni e i miei dubbi. Il romanzo in quelle poche ore ha reso tutto meno opaco, più importante, ha dato un senso diverso alla mia giornata, alle persone che mi circondavano e alle loro storie, ai piccoli dettagli che mi scorrevano intorno e che d’un tratto vedevo sotto una nuova luce. Come se fossi finita anch’io per magia a Holt, fra affetti, paure, cattiverie e piccoli gesti di coraggio che passano inosservati.

Non ho ancora finito il romanzo, quindi so che mi terrà compagnia ancora per diversi giorni. Insieme alla sciarpa, alla T-10, a quel poco che è rimasto della spesa di ieri (e con un po’ di fortuna anche all’ombrello, se durerà più del suo predecessore). E sì, certo, non posso negare che 17 euro in un’economia non disastrosa ma neanche da nababbi come la mia si facciano sentire. Ma mi ha scaldata più Haruf della sciarpa e mi ha fatto viaggiare più veloce e più lontano di quanto non abbia fatto la T-10.

Mentre tornavo spiaccicata come una sardina nel treno affollato, un signore sulla cinquantina dietro di me si lamentava di vivere da quindici anni in un seminterrato che lo obbligava a tenere sempre accesa la luce e di aver capito solo ora di non poterne più e di sognare un quarto piano e un terrazzino, a costo di dover rinunciare all’affitto stracciato che pagava nel seminterrato.

“Paghi per avere qualità di vita, è fondamentale” gli ha detto l’amica e lui ha annuito convinto.

Ho annuito anch’io, di istinto, e sono tornata alla storia di Addie e Louis.

Anche i libri migliorano la qualità della nostra vita. Qualunque libro, che si tratti di un classico o di un romanzo di evasione, di una storia raffinata e preziosa come quella di Haruf o di una storia raccontata per sommi capi ma in grado di emozionare comunque chi la legge.

Sono sicura che nessuno avrebbe esitato a consigliare a quel signore di cercarsi un altro posto dove vivere e dove poter guardare fuori dalla finestra. E allo stesso modo e per ragioni molto simili credo che nessuno, dopo essersi soffermato a pensarci, possa credere davvero che 20 euro sia un prezzo troppo alto per guardare fuori dalla finestra, gettare una luce nuova sulle nostre giornate e avere una qualità di vita migliore.