Le presentazioni dei libri sono utili?

 

 

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Utili a chi, per cominciare?

Ai lettori? Dal mio punto di vista, da una presentazione non si ricavano grandi chicche sul libro o rivelazioni sull’autore. In una presentazione, come nelle storie migliori, sono i dettagli a fare la differenza: il tono di voce, l’espressione, i sorrisi, la pazienza o l’insofferenza, il rapporto con i lettori, le battute, i fuori programma, il microfono che non funziona, le parole intraducibili che mettono in crisi i traduttori. Ho visto tante presentazioni e sono sincera, non hanno mai aggiunto qualcosa di imprescindibile al libro che veniva presentato e che avrei letto, tranne forse qualche aneddoto curioso. Ma ci sono frasi, battute, atteggiamenti verso la vita che mi sono rimasti dentro e che non cambieranno il mio rapporto con l’opera dell’autore, ma sì il mio rapporto con la scrittura e con le storie, e quando va bene, ma proprio bene bene, anche quello con la vita.

Agli autori? La prima cosa che ci guadagna, nel caso degli autori, ammettiamolo, è l’ego. Che privilegio, che gioia, che emozione, poter parlare di ciò che abbiamo scritto davanti a qualcuno che è venuto lì apposta per quello (facendo finta di non sapere che in realtà la metà sono i cugini della sorella della migliore amica dell’organizzatrice che li ha pregati di venire). Dato il contentino all’ego, il passaggio successivo (parlo per me, almeno) è qualcosa di molto simile a quando inviti gli amici dei tuoi figli e all’improvviso scopri di avere in casa persone molto diverse da quelle che credevi di conoscere. Il figlio timido è un mattatore nato, la figlia pudica balla come se avesse vent’anni di più e un futuro da lap dancer, il figlio un po’ secchione parla come uno scaricatore di porto… Ecco, alle presentazioni succede qualcosa di simile, con la differenza che ogni sorpresa, di qualunque tipo, è gradita, perché significa che il libro ha fatto quello che doveva fare, ossia andare per la sua strada e – con un po’ di fortuna – continuare ad andare e fermarsi il più tardi possibile.

Sono redditizie per l’autore? No. In termini strettamente economici no. Il numero di copie venduto difficilmente, molto difficilmente copre i costi di una presentazione. A meno che l’autore non abiti dietro l’angolo, ovviamente.

Sono un rischio? Sì. C’è di buono che la cosa peggiore che possa succedere è che non venga nessuno e quindi nessuno lo saprà mai. In alternativa, tu, la libraia e la cugina della sorella della migliore amica dell’organizzatrice potete sempre andare a prendere un caffè e farvi una chiacchierata. Il rischio più grande, almeno secondo me, non è la mancata partecipazione dei lettori, ma quella di chi ti ospita. I lettori, si sa, possono arrivare o non arrivare per un sacco di motivi che raramente hanno a che vedere con la qualità del libro o il fatto che sia piaciuto o meno. Ma se la persona che ti ospita ha l’aria di sopportarti e poco più, allora sì, l’ego in quel caso ne esce un po’ malconcio, lo ammetto.

È l’ospitalità, infatti, l’elemento chiave delle presentazioni, l’ingrediente fondamentale, quello che dà gusto e un senso a tutto il resto. Le presentazioni funzionano nella misura in cui le porte si aprono, ci si incontra, ci si conosce, si chiacchiera. Il libraio, o il bibliotecario, o il responsabile dell’evento o del centro culturale, apre le porte di casa sua e ospita autori e lettori. L’autore si apre a sua volta e che si tratti di sincerità o di una posa o di una spontaneità solo apparente, è lì per parlare di personaggi ed emozioni e storie, non di diagrammi e di numeri, quindi in qualche modo è costretto a svelarsi. Il lettore si svela più di chiunque altro, perché c’è sempre qualcosa di molto intimo nell’avvicinarsi a una storia, soprattutto quando lo si fa davanti a chi l’ha scritta. Ci si mette in gioco. Si offre la propria disponibilità a credere alla finzione che ci verrà proposta, a sospendere la propria incredulità, nonostante si sia appena usciti da un lungo giro dietro le quinte proprio di quella stessa finzione. Iniziare a leggere un libro dopo aver conosciuto l’autore richiede sempre uno sforzo aggiuntivo, almeno all’inizio, per immergersi del tutto nella storia dimenticandosi che si tratta di un’illusione e aspettando che la narrazione compia la sua magia.

I libri, in fondo, sono giardini. Sono luoghi di incontro, di passaggio, di scambio. Ci passano i personaggi, i lettori, gli scrittori, ciascuno vi deposita le proprie emozioni e le proprie ferite, ci resta il tempo necessario e poi se ne va, lasciando lì una sedia vuota, a volte, per sapere di poter tornare. Le presentazioni sono come quel giardino. Sono un modo per recuperare la dimensione orale e collettiva delle storie, per intrecciarle al senso di una comunità sempre più sfilacciato eppure sempre più necessario. Ci si incontra, ci si conosce, si intrecciano le proprie storie, ci si arricchisce a vicenda e poi si riparte, lasciando lì una sedia, per tornare a quella storia e a quelle storie, ogni volta che ne avremo bisogno.

Sui social e in libreria siamo tutte ribelli

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Sui social siamo tutte ribelli, condividiamo i post più battaglieri, esortiamo le altre donne a fare la voce grossa e ci facciamo grasse risate al primo segno di debolezza altrui.

In libreria siamo tutte ribelli, ci riempiamo le braccia di libri sul femminismo, riempiamo i nostri scaffali di storie di donne che ce l’hanno fatta e la testa e i sogni delle nostre figlie di parole come forte, indipendente, guerriera.

Eppure io di donne ribelli fuori dai social e dalle librerie ne vedo poche, confesso. Vedo donne stanche, esauste, che schizzano via dall’ufficio per portare i figli in piscina perché il marito non può, deve andare a correre con gli amici. Vedo donne oberate di carichi e di pensieri, che si svegliano mezz’ora prima per stirare la camicia al compagno, che si affannano per essere o sembrare l’angelo del focolare. Vedo donne che si vantano di non sedersi fino a fine giornata, che si vantano di farsi in quattro e in otto e in cento mille pezzi per i figli e un’idea di famiglia che poco assomiglia alla felicità.

Vedo donne che si indignano al primo slogan in odor di maschilismo, ma che criticano le donne che hanno accanto al primo segno di debolezza. Vedo donne che confondono la forza con il valore, l’efficienza con la felicità, la cura degli altri con la propria. Sento di donne che continuano a morire per mano dei compagni, che continuano a non essere indipendenti economicamente perché mettono il proprio lavoro in secondo piano, che continuano a occuparsi di tutto prima che di se stesse.

Che cosa ce ne facciamo, allora, di tante storie di donne ribelli? Dove vanno a finire, una volta uscite dai social e dalle librerie? Forse le donne non hanno bisogno di tanti slogan, ma di essere più sincere con se stesse, di pretendere meno o di più dalle proprie forze, di ignorare le richieste altrui, di imparare a perdonarsi. Forse non hanno bisogno di esempi illustri, ma di accettare la propria debolezza, la propria leggerezza e la propria stanchezza. E forse hanno bisogno (anche) di ribellioni diverse da quelle di cui parlano i social. Di ribellioni silenziose e discrete, di piccoli gesti, di no prima sussurrati e poi detti ad alta voce, di non perdere mai di vista il proprio spazio e i propri sogni, di avere sempre “una stanza tutta per sé”.

Vedo donne che avrebbero bisogno di essere meno ribelli, forse, e più più felici.

Cercasi maggiordomo per posizione vacante nell’editoria

 

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Foto Matt Stratton (CC)

La colpa è dei troppi libri. Dei pochi lettori. Delle multinazionali. Della letteratura di qualità mediocre. Dei libri dei calciatori. Dei libri dei premi Strega che non ci capisce un accidenti nessuno. La colpa è dei libri di Volo. La colpa è degli editori. Dei videogiochi. Della scuola. Dei social. La colpa è delle offerte a tappeto. Dell’Unlimited. Dei libri piratati.

Che sollievo sarebbe avere un maggiordomo anche nell’editoria, a cui affibbiare la colpa una volta per tutte. Sono certa che si assumerebbe la colpa con stoicismo e aplomb, salvo poi sussurrare che in quella casa non si leggeva abbastanza da molto prima che lui arrivasse.

Mio figlio non mi legge abbastanza. Come quelle mamme all’uscita di scuola, che quando entrano in biblioteca minacciano il figlio di scegliere un “libro vero”, niente fumetti, per favore. Mio figlio non mi legge abbastanza, ti dicono, con lo stesso tono preoccupato con cui misuravano i grammi di spinaci e carote assunti dal virgulto. Carote biologiche, ovviamente, non importa se costano un occhio della testa, tanto le compro solo per mio figlio. Io mi scaldo una pizza mentre controllo il cellulare. Sono troppo stanca.

Ecco, dimenticavo. La colpa è del cattivo esempio. La colpa è della mamma. Non è sempre colpa della mamma, quando il maggiordomo è irreperibile? La mamma che compra i libri, ma con moderazione, che costano un occhio della testa e in un’ora ha già finito di leggerlo, e non è che le si possa dare torto. Ha già speso tutto per le carote biologiche. E poi è pieno di libri gratis sul Kindle, anche per ragazzi, che cominci a leggersi un po’ quelli.

Non è vero che il libro è troppo caro. Hanno speso di più quando sono andati a fare colazione fuori, quel mattino. O per la cioccolata del pomeriggio. Il problema è che per un certo tipo di intrattenimento non si spende più, non ci si sente più autorizzati a spendere. Libri. Musica. Film. L’accessibilità  ha la meglio sulla qualità e non è neanche questione di prezzo, non cambia poi tanto che un libro costi 16 euro o 2,99, l’unica discriminante che conta è fra quello che si paga e quello che è gratis, e se possibile anche legale. Con un po’ di fortuna, probabilmente, fra qualche anno conosceremo tutti i classici a menadito.

Quale sia la strada da seguire, non lo so. Probabilmente la strategia vincente resta quella di Ryanair: il volo è quasi gratis, ma se vuoi anche salire a bordo devi pagare un extra. Sarà questa la logica dietro il grande annuncio del Salone del Libro di Torino? Patti Smith varrà bene un posto extralarge e uno speedy boarding. Parola di maggiordomo.

 

Tu sei l’unico libro per me

Photo by Alexandre Duret-Lutz, CC
Photo by Alexandre Duret-Lutz, CC

Uno degli equivoci in cui si può cadere parlando dei social è affermare che siano “spersonalizzanti”. Forse era vero un tempo, ma adesso i social fanno esattamente il contrario, ossia rendono tutto estremamente personale, senza neanche bisogno di conoscersi.

Provate a postare la foto di una spiaggia esotica e poi ripostate quella stessa foto scrivendo che lì avete trascorso la migliore vacanza della vostra vita (o se volete giocare un po’ sporco, che lì avete fatto il sesso più sfrenato della vostra vita). E poi contate i like e i commenti. Se scrivete che a colazione avete mangiato una brioche fantastica e vi siete macchiate con la marmellata avrete più like che se scrivete che qualche famoso uomo d’affari si è macchiato di un crimine che è costato la vita a decine di persone.

I social sono personali, eccome. Sono personali quando ficcano il naso nella vita altrui e lo sono, ancora di più, quando affondano il dito nelle nostre emozioni come un amo nella pancia di un pesce. E fin qui, direte voi, sai che scoperta. E soprattutto, che cosa c’entrano i libri?

C’entrano. Nei dati sull’editoria forniti al Salone del Libro fra i settori in crescita c’erano il mercato online, i libri per ragazzi e le librerie indipendenti. E a questo punto qualcuno ha levato grida di giubilo per l’auspicato ritorno dei libri di qualità.

Auspicato è auspicato, non c’è dubbio. Ma secondo me con la crescita delle librerie indipendenti c’entra fino a un certo punto. I dati Nielsen sull’editoria svelano in realtà uno scenario non molto diverso dalla tendenza alla customization che impazza nei settori più disparati (si veda il nome sul barattolo della Nutella a cui ho accennato in questo post). Non a caso si registra anche una crescita della letteratura “di nicchia” e il calo del libro generalista.

Il lettore vuole libri che siano fatti per lui, che gli diano del tu, o meglio, a cui poter dare del tu. Il legame con il libro non può più aspettare il momento in cui inizieremo a leggerlo. Deve scattare prima dell’acquisto.

I lettori che entrano nelle piccole librerie non lo fanno solo perché cercano libri di qualità, lo fanno soprattutto perché vogliono che il libro che stanno per comprare si rivolga a lui, abbia qualcosa a che vedere con lui. Proprio come la Nutella personalizzata, la cover dell’iPad o la bacheca di Facebook, in un certo senso.

Lunga vita alle librerie indipendenti e ai libri di qualità, non c’è neanche bisogno di dirlo. Ma se puntare su testi di qualità è difficile, sarà ancora più difficile trovare il modo di dare voce ai libri prima ancora che siano aperti, non confondere le strizzatine d’occhio del marketing con le pacche sulle spalle di un libro che, volente o nolente, con buona pace dei più conservatori, quando arriva sugli scaffali della libreria ha già avuto più vite dei gattini di Facebook e sa già quali lettori lo degneranno di una seconda occhiata e quali no.