Barcellona fra le pagine

Avete già letto tutto Zafón e tutto Montalbán, conoscete La cattedrale del mare a memoria e avete ancora voglia di libri ambientati a Barcellona? Ecco allora una lista con otto titoli per tutti i gusti: per chi ama i romanzi storici, per chi legge volentieri i gialli, per chi preferisce le storie al femminile e perfino per i più piccoli.

Come dicono qui, in Catalunya: Bones lectures!

Un atelier a Barcellona

Núria Pradas, trad. it. Sara Cavarero (Salani)

41uIwN3ONNL

Barcellona, 1926. Ferran Clos ha disegnato una collezione che sta per trasformare la sartoria Santa Eulalia nel regno della haute couture spagnola. È uno stilista brillante, non ha nulla da invidiare a Chanel, e per creare i suoi abiti trova ispirazione nelle donne, innamorandosene, tradendole. Una di queste è Laia. Giovane apprendista, bellissima, spensierata, non sa nulla dell’abbandono, della preoccupazione, del dolore acuto della perdita, quando la sua vita ne viene investita inesorabilmente. Ma Laia cresce, è forte e determinata a farcela, a sopravvivere e, quando possibile, a vivere davvero. Quando gli anni Venti lasciano spazio agli anni bui della Guerra civile, la ragazzina dalle gonne svolazzanti non c’è più. Al suo posto c’è una madre, una donna moderna ed elegante, che è ancora sensibile all’amore e alla passione, ma con gli occhi bene aperti. Laia ha fatto carriera, è stata una colonna portante dell’atelier durante tutte le vicissitudini che lo hanno coinvolto: quando era un salone vivo e colorato, punto di riferimento dell’alta società, quando i repubblicani lo hanno sequestrato, quando resisteva in una Barcellona mesta e bombardata, quando il ritratto di Franco è stato affisso al muro, per forza. A Barcellona, oggi, c’è un atelier dalle vetrine scintillanti: Santa Eulalia. La storia della casa di moda è talmente affascinante e ricca da essere perfetta per un romanzo, questo. È la saga di una famiglia, è il racconto corale delle vite intrecciate delle sarte e degli apprendisti, è la Storia di un’Europa euforica e di un’Europa schiacciata.

La dama di Barcellona

Daniel Sànchez Pardos, trad. it Claudia Marseguerra (Corbaccio)

51synisqnIL._SX322_BO1,204,203,200_1854, Barcellona. Una città soffocata dalla paura e da un’incombente epidemia di colera è il palcoscenico di una serie di morti misteriose. Quando il cadavere di una fanciulla viene ritrovato in fondo al pozzo di un monastero, da tempo immemore al centro di oscure leggende, il terrore non può che fomentare l’immaginazione popolare. Octavio Reigosa, ispettore del Corpo di vigilanza, sarà chiamato a indagare sui crimini che sconvolgono la città e sugli assurdi miracoli che l’anziano vescovo Riera si ostina a leggere come altrettanti segni dei tempi. Non solo: cosa si nasconde dietro l’estrema segretezza della clinica psichiatrica Neothermas, diretta dal dottor Carrera? A dipanare questo folle intrico di sacro e profano interverrà Andreu Palafox, giovane chirurgo con un passato torbido, affiancato dalla conturbante scrittrice Teresa Urbach e dalla sua ingegnosa e giovane governante. Ma, soprattutto, Palafox ha un dono, o forse una maledizione: «abitare il tempo sacro»…

Lezioni di disegno

Roberta Marasco (Fabbri Editori)

cover leggeraUn amore finito, un impiego insoddisfacente lasciato indietro e una vita che, a 39 anni, non ha ancora messo radici e sta tutta in una valigia. Come quella con cui Julia arriva a Barcellona, nella lussuosa villa di Pedralbes che lei e le sorelle sono costrette a vendere dopo la morte della madre Gloria. Fra i ricordi di un padre autoritario e severo, complice della dittatura franchista, e i segreti di famiglia occultati fra le pareti delle stanze deserte, Julia ritrova anche una fotografia della madre da giovane, abbracciata a un bellissimo sconosciuto. Alle prese con la sfrenata nipote, figlia della ribelle Olga, Julia si trova a fare i conti con un passato pieno di rivelazioni. Dalla Barcellona in fermento degli anni Settanta, quella delle prime manifestazioni e delle assemblee femministe, dell’amore libero, della musica e della controcultura, emerge il volto segreto di Gloria, una donna che la figlia conosceva solo a metà, capace di vivere una passione clandestina e travolgente che molto ha da insegnare, sull’amore e sulla vita. E sulle ribellioni silenziose che ci conducono verso i nostri sogni.

Mio caro serial killer

Alicia Giménez-Bartlett, trad. it. Maria Nicola (Sellerio)

413KX0Or-8L._SX349_BO1,204,203,200_L’ispettrice Petra Delicado di Barcellona è un po’ giù, sente che gli anni le sono piombati addosso tutti insieme. Un nuovo caso la scuote, un delitto «mostruoso e miserabile» che la rimescola dentro in quanto donna. Una signora sola, mai sposata, con un piccolo lavoro e una piccola vita, è stata trovata accoltellata. L’assassino si è accanito su di lei e ha poggiato sul corpo martoriato un messaggio di passione. L’indagine mette in luce che in quella esistenza era entrato l’amore, quello che illude e sconvolge una «zitella», come ripetono i maschi facendo imbestialire Petra. Tutto parla di femminicidio. Inizia con l’inseparabile vice Fermin Garzón il tran tran da segugi di strada che annusano il sospetto, un uomo insignificante che non lascia tracce. Però il rituale di sangue e lettere d’amore si ripete uguale ai danni di altre vittime. Si stende l’ombra preoccupante del serial killer e, anche per compiacere la stampa, alla coppia viene aggiunto, con funzione direttiva, un ispettore della Polizia autonoma della Catalogna, un giovane dal piglio moderno, rigido e pedante. Tutto l’opposto della collaudata coppia di sbirri, abituati a farsi sorprendere dalle intuizioni, ad attardarsi tra burette e tapas insaporite dal continuo battibecco. Così l’indagine prosegue nella tensione tra due generazioni e due modi opposti di investigazione e di vita. E forse questo allude metaforicamente allo scontro attuale tra i due patriottismi iberici. E porta dentro un bizzarro mondo metropolitano, le agenzie per cuori solitari. Nulla di straordinario per Petra che finisce sempre coll’immergersi dentro i misteri di una quotidianità piena di risvolti oscuri. Ma stavolta per sciogliere un’intricata matassa di colpevoli che sembrano vittime e vittime colpevoli Petra e Fermín devono affidarsi a un’indagine logica, quasi da detective deduttivi non da piedipiatti; e soprattutto la dura ma empatica poliziotta deve affrontare un assassino disumano. «L’essere umano può essere rabbioso e crudele, ma se non è psicopatico non arriva a tanto». E, forse a causa dello stress, forse per l’amarezza della verità, la commedia tra lei e Fermín corre più veloce del solito.

 

Barcellona mi amor

Melinda Miller (Tre60)

51bgjrc9qfL._SX322_BO1,204,203,200_

A Barcellona, il 23 aprile è il giorno di Sant Jordi, la festa degli innamorati e dei libri. Chi si ama si scambia un regalo: le donne ricevono una rosa, gli uomini un libro. Proprietaria della libreria Bésame Mucho, Paloma ama quel giorno più di ogni altro, e sa consigliare sempre il libro perfetto da regalare, specialmente se si tratta di un dono che deve “valere” come dichiarazione d’amore. Eppure, lei, l’anima gemella non l’ha ancora incontrata… Enrique è un uomo affascinante, giornalista affermato con una passione smodata per la buona cucina ed un segreto che custodisce gelosamente. Anche lui si troverà a festeggiare Sant Jordi e, alla ricerca di un regalo per la sua compagna, entrerà nella libreria di Paloma. Ma il destino, un misterioso taccuino vergato a mano e una rosa stuzzicheranno la sua curiosità sino a travolgerlo e fargli conoscere il vero amore…

Il signore di Barcellona

José Lloréns, trad. it. Pierpaolo Marchetti (Mondadori)
51pWDEXvE3L._SX311_BO1,204,203,200_

Barcellona, anno 1052. Quando Martí Barbany de Montgrí, giovane contadino, varca per la prima volta le porte della città che cambierà per sempre la sua vita, un anello e una piccola pergamena sono tutto ciò che possiede e che gli serve per riscattare la cospicua eredità lasciatagli dal padre. Ha così inizio la grande avventura che lo porterà a diventare un personaggio di spicco nella città dalle mille opportunità. Con grande fiuto e ingegno, Martí si arricchisce sempre più dedicandosi al commercio, ma l’impresa più ardua è quella di diventare cittadino di Barcellona e coronare il suo sogno d’amore contrastato con la dolce Laia, figliastra di un malvagio e influente personaggio. Il cammino si presenta irto di ostacoli e difficoltà, e non sempre la fortuna sarà dalla sua parte. La storia di Martí Barbany si intreccia con quella dell’amore tra Ramón Berenguer I, conte di Barcellona, e Almodis de la Marca, contessa di Tolosa, il cui legame adultero minaccia la pace della città, causando problemi politici con le contee vicine e addirittura con il pontefice. Il signore di Barcellona è un romanzo che emoziona con l’avvincente racconto di un’epoca oscura. Con grande maestria José Lloréns unisce fiction e storia per dare vita a una minuziosa ricostruzione della Barcellona medievale dell’XI secolo, una città di duemilacinquecento abitanti, che il lettore vedrà crescere pagina dopo pagina. I patti, le alleanze, gli intrighi di palazzo, l’ambizione economica e la convivenza tra differenti religioni sono animati dai sentimenti più intensi: passione, amicizia, invidia, lealtà e onore.

Imprevisto a Barcellona

Sir Steve Stevenson, illustrazioni di Stefano Turconi (De Agostini)
51BL+u6DfML._SX341_BO1,204,203,200_

Il nuovo caso che attende Larry è più strano del solito. Il giovane detective è stato contattato da un agente esperto per svolgere un incarico segretissimo: dovrà volare a Barcellona, incontrare l’agente JC33 e consegnargli un misterioso pacco. Sembra una missione molto delicata, ma tranquilla… finché, giunto in Spagna insieme ad Agatha, Larry scoprirà che è solo l’inizio di un caso decisamente complicato! Età di lettura: da 8 anni.

 

 

 

Trizia a Barcellona

Pedro Pérez (Dentiblù)
61eo-ell-AL._SX363_BO1,204,203,200_

Questo è il secondo volume di Trizia, la sexy protagonista del fumetto di Pedro Pérez. Sono passati due anni da quando Trizia e la sua migliore amica Olivia hanno trovato un editore per il loro primo fumetto. Adesso che il libro è pubblicato, partono alla volta di Barcellona per una sessione di dediche. È lì che lei e Olivia si accorgeranno di quanto una comic convention ti possa davvero mandare fuori di testa, specialmente se ci incontri una rivale con un enorme ego. A questo si aggiungerà un’orda di strambi personaggi in coda per una dedica. Un weekend che indubbiamente porterà molte emozioni alla splendida e ingenua Trizia.

Annunci

Le presentazioni dei libri sono utili?

 

 

autumn-3157302_960_720

Utili a chi, per cominciare?

Ai lettori? Dal mio punto di vista, da una presentazione non si ricavano grandi chicche sul libro o rivelazioni sull’autore. In una presentazione, come nelle storie migliori, sono i dettagli a fare la differenza: il tono di voce, l’espressione, i sorrisi, la pazienza o l’insofferenza, il rapporto con i lettori, le battute, i fuori programma, il microfono che non funziona, le parole intraducibili che mettono in crisi i traduttori. Ho visto tante presentazioni e sono sincera, non hanno mai aggiunto qualcosa di imprescindibile al libro che veniva presentato e che avrei letto, tranne forse qualche aneddoto curioso. Ma ci sono frasi, battute, atteggiamenti verso la vita che mi sono rimasti dentro e che non cambieranno il mio rapporto con l’opera dell’autore, ma sì il mio rapporto con la scrittura e con le storie, e quando va bene, ma proprio bene bene, anche quello con la vita.

Agli autori? La prima cosa che ci guadagna, nel caso degli autori, ammettiamolo, è l’ego. Che privilegio, che gioia, che emozione, poter parlare di ciò che abbiamo scritto davanti a qualcuno che è venuto lì apposta per quello (facendo finta di non sapere che in realtà la metà sono i cugini della sorella della migliore amica dell’organizzatrice che li ha pregati di venire). Dato il contentino all’ego, il passaggio successivo (parlo per me, almeno) è qualcosa di molto simile a quando inviti gli amici dei tuoi figli e all’improvviso scopri di avere in casa persone molto diverse da quelle che credevi di conoscere. Il figlio timido è un mattatore nato, la figlia pudica balla come se avesse vent’anni di più e un futuro da lap dancer, il figlio un po’ secchione parla come uno scaricatore di porto… Ecco, alle presentazioni succede qualcosa di simile, con la differenza che ogni sorpresa, di qualunque tipo, è gradita, perché significa che il libro ha fatto quello che doveva fare, ossia andare per la sua strada e – con un po’ di fortuna – continuare ad andare e fermarsi il più tardi possibile.

Sono redditizie per l’autore? No. In termini strettamente economici no. Il numero di copie venduto difficilmente, molto difficilmente copre i costi di una presentazione. A meno che l’autore non abiti dietro l’angolo, ovviamente.

Sono un rischio? Sì. C’è di buono che la cosa peggiore che possa succedere è che non venga nessuno e quindi nessuno lo saprà mai. In alternativa, tu, la libraia e la cugina della sorella della migliore amica dell’organizzatrice potete sempre andare a prendere un caffè e farvi una chiacchierata. Il rischio più grande, almeno secondo me, non è la mancata partecipazione dei lettori, ma quella di chi ti ospita. I lettori, si sa, possono arrivare o non arrivare per un sacco di motivi che raramente hanno a che vedere con la qualità del libro o il fatto che sia piaciuto o meno. Ma se la persona che ti ospita ha l’aria di sopportarti e poco più, allora sì, l’ego in quel caso ne esce un po’ malconcio, lo ammetto.

È l’ospitalità, infatti, l’elemento chiave delle presentazioni, l’ingrediente fondamentale, quello che dà gusto e un senso a tutto il resto. Le presentazioni funzionano nella misura in cui le porte si aprono, ci si incontra, ci si conosce, si chiacchiera. Il libraio, o il bibliotecario, o il responsabile dell’evento o del centro culturale, apre le porte di casa sua e ospita autori e lettori. L’autore si apre a sua volta e che si tratti di sincerità o di una posa o di una spontaneità solo apparente, è lì per parlare di personaggi ed emozioni e storie, non di diagrammi e di numeri, quindi in qualche modo è costretto a svelarsi. Il lettore si svela più di chiunque altro, perché c’è sempre qualcosa di molto intimo nell’avvicinarsi a una storia, soprattutto quando lo si fa davanti a chi l’ha scritta. Ci si mette in gioco. Si offre la propria disponibilità a credere alla finzione che ci verrà proposta, a sospendere la propria incredulità, nonostante si sia appena usciti da un lungo giro dietro le quinte proprio di quella stessa finzione. Iniziare a leggere un libro dopo aver conosciuto l’autore richiede sempre uno sforzo aggiuntivo, almeno all’inizio, per immergersi del tutto nella storia dimenticandosi che si tratta di un’illusione e aspettando che la narrazione compia la sua magia.

I libri, in fondo, sono giardini. Sono luoghi di incontro, di passaggio, di scambio. Ci passano i personaggi, i lettori, gli scrittori, ciascuno vi deposita le proprie emozioni e le proprie ferite, ci resta il tempo necessario e poi se ne va, lasciando lì una sedia vuota, a volte, per sapere di poter tornare. Le presentazioni sono come quel giardino. Sono un modo per recuperare la dimensione orale e collettiva delle storie, per intrecciarle al senso di una comunità sempre più sfilacciato eppure sempre più necessario. Ci si incontra, ci si conosce, si intrecciano le proprie storie, ci si arricchisce a vicenda e poi si riparte, lasciando lì una sedia, per tornare a quella storia e a quelle storie, ogni volta che ne avremo bisogno.

Ribellissima. Non vogliamo più figlie bellissime, le vogliamo ribelli

girl-1561943_960_720

Ribellissima. Lo si potrebbe intitolare così, il remake del capolavoro di Visconti del 1951, aggiornato ai tempi nostri. Non le vogliamo più bellissime, le nostre figlie, come recitava il titolo del film. Le vogliamo ribelli.

Niente provini, niente fotografi, niente registi, le nostre figlie non devono subire maestre di recitazione e di ballo. No. Provvediamo a colpi di libri e slogan e consigli e fiabe della buonanotte per bambine ribelli. Leggiamo loro storie di donne forti e speciali, che ce l’hanno fatta, loro sì, non come noi, che dopo aver chiuso il libro andremo a lavare i piatti e a preparare il pranzo che il marito si porta in ufficio. Non come noi che il libro siamo andate a comprarlo appena uscite dal lavoro, ma in libreria siamo rimaste giusto il tempo di prenderlo e pagarlo, il romanzo che vogliamo leggere lo compreremo un altro giorno, quando non avremo da fare la spesa e correre a casa.

Non come noi, che andiamo in manifestazione femminista dopo aver lasciato la cena in caldo al marito, dopo aver messo a dormire il bambino, dopo aver tenuto buone tutte le persone –  ma quante sono – che dipendono da noi e dalle nostre cure e dalla nostra Sindrome dello Strofinaccio.

Non come noi, che ci siamo realizzate, sì, come ci diceva la nostra madre, ma senza trascurare casa e marito, come diceva la nostra nonna. Non come noi, che per arrivare ai nostri sogni dobbiamo avanzare con il machete fra i sensi di colpa e il dubbio di essere donne solo a metà, mai abbastanza stanche e mai per i motivi giusti.

Non come noi, che siamo ribelli sui social e nei gruppo di whatsapp e ci crediamo davvero e povero il copy che ha inventato quello slogan sessista perché lo faremo a pezzi, fra una lavatrice e l’altra.

Non come noi, che regaliamo favole ribelli alle nostre figlie come tante Maddalene Cecconi, con lo stesso amore e la stessa caparbia disperazione della madre interpretata da Anna Magnani, che in fondo voleva solo una figlia felice, una figlia che avesse quello che a lei non era riuscito ottenere.

Ribellissima. Ribellati tu, tesoro mio, perché voi ce la farete, lo so, ne sono sicura, e sarò lì a guardarvi e a fare il tifo per voi, e ce la farete anche grazie a noi, ma non grazie ai nostri libri e di certo non grazie alle magliette con la scritta I’m a feminist. Ce la farete perché ci avete visto stringere i denti per anni e vi abbiamo insegnato a lottare. Ce la farete perché stendendo i panni con una mano e agitando con l’altra il machete vi abbiamo insegnato che tutto è possibile, se lo si desidera davvero, che sulla strada per la felicità ci sono più compromessi che ribellioni, che la vera ribellione è non mollare mai, soprattutto quando ti senti meno ribelle che mai, perché è allora che inizia la vera lotta, quella con se stesse, per continuare a crederci.

Ce la farete perché ogni volta che ci siamo sentite egoiste vi abbiamo insegnato a dare la precedenza a voi stesse. Ogni volta che c’era il frigo vuoto e la casa era più sporca perché noi eravamo sotto consegna, ogni volta che eravamo più stanche e distratte, ogni volta che siamo uscite con le amiche o che siamo andate al cinema da sole e ci avete chiesto perché non potevate venire e non sapevamo che cosa rispondere, ogni volta che ci sembrava di fare meno la madre, in realtà lo stavamo facendo di più. Ogni volta che abbiamo voltato lo sguardo un attimo, ogni volta che siamo partite e non abbiamo sentito la vostra mancanza, ogni volta che vi abbiamo chiesto di stare zitte e lasciarci lavorare, ogni volta che ci siamo sentite cattive mamme, vi stavamo insegnando la cosa più importante di tutte. Che essere donna non significa essere moglie o essere madre, significa solo fare il doppio della fatica e crederci dieci volte tanto o nessuna.

Allora porta pazienza, amore, lascia che ti legga le favole della buonanotte che parlano di donne coraggiose e realizzate e uniche. È il mio modo per dirti che sei unica anche tu, che voglio solo il meglio per te, che credo in te più di quanto immagini e forse più di quanto ci credi tu. E che sono così sciocca da pensare che il meglio per te sia quello che io non sono riuscita a diventare, quando il meglio per te è quello che sono adesso. Stanca, un po’ incazzosa e decisa a non mollare. Più resistente che ribelle, forse, ma ciascuna ha la ribellione che può. E ti prometto, angelo mio, che la mia ribellione non sarai tu.

Sì, scrivere è un mestiere. E sì, bisogna impararlo

102401350_a2b8daea76_b

274. È il numero dei testi di esordienti che ho letto in questi anni, per lavoro. Non è una cifra altissima, ci sono professionisti che probabilmente ne leggono quasi il doppio in un anno solo. Il dato interessante è un altro, ossia che nella stragrande maggioranza dei casi, le debolezze dei testi erano le stesse. E si traducevano in due parole: non raccontavano.

È curioso, ma neanche tanto, se pensiamo che la letteratura è forse l’unica arte che, per molti, non si impara.

Nessuno trova strano che Rembrandt abbia avuto un maestro, prima di diventarlo a sua volta. I pittori, si sa, vanno a bottega come apprendisti per imparare il mestiere. I ballerini si ammazzano di fatica in palestra e si allenano per ore, per conseguire il movimento e la posizione perfetta, ed è proprio quello, la perfezione della tecnica, a sorreggere la loro arte. Gli sceneggiatori studiano sceneggiatura. I fotografi devono studiare a lungo, se vogliono fare qualcosa di diverso dalle foto ricordo delle vacanze. I pianisti passano ore al pianoforte, per eseguire o comporre.

Gli scrittori no. Gli scrittori in un immaginario popolare ancora più vivo di quanto si creda, si ubriacano e poi riversano tutto il loro furore sulla carta o sui tasti del computer. Et voilà, il capolavoro è servito. A partire da lì, tutto il resto è marketing e prostituzione. Non appena una matita rossa si avvicina al testo, questo perde la sua innocenza, viene snaturato, corrotto, piegato alle leggi del mercato. E nessuno pensa che prima delle leggi del mercato vengono quelle del romanzo. Che ogni arte ha le sue regole e i suoi strumenti. Che raccontare è un mestiere e come tutti i mestieri, deve essere imparato. Non tutti imparano allo stesso modo, non tutti faranno ricorso alle stesse regole, i più bravi ne scriveranno di nuove, qualcuno le piegherà alla propria ispirazione e qualche altro piegherà la propria ispirazione a quelle regole. Ma le regole (da regere, “guidare diritto”), o strumenti narrativi, se si preferisce, esistono. Altrimenti succede quello che succede in molti dei testi mandati in valutazione alle case editrici: possono essere ben scritti, possono avere spunti interessanti, ma non raccontano.

Ecco allora i difetti più ricorrenti nei manoscritti:

  1. Non raccontano, riassumono

Il testo riferisce, riassume, corre veloce sugli eventi, sorvola, informa. Veniamo a sapere che cosa è successo al personaggio, ma succedere non succede mai niente, o poca cosa. È tutto già successo. Ciò che preme all’autore o all’autrice, sembrerebbe, è informarci, non raccontarci la storia. Così non vediamo i personaggi in azione, non li sentiamo parlare, non sappiamo che cosa provavano in un determinato momento, che gesti facevano, dove si trovavano, se faceva freddo o caldo, se era sera o giorno, se erano stanchi o pieni di energia. Il romanzo finisce per assomigliare alla sua quarta di copertina. Non sono le quarte di copertina però a fare le storie, ma i dettagli che le rendono uniche.

  1. Non raccontano, spiegano

Sono i romanzi a tesi. Qui all’autrice o all’autore ciò che preme non è riassumere, ma dimostrare. Il tema c’è, e può essere originale e interessante e sincero, ma straborda e finisce per invadere l’intera storia. I personaggi invece di dialogare impartiscono lezioni all’autore, invece di riflettere dimostrano l’esattezza delle loro teorie, invece di agire, sbagliare, mettersi alla prova, soffrire, essere messi di fronte alle proprie ferite e costretti a guardare in faccia i propri conflitti, spiegano al lettore come la pensano.

  1. Non raccontano, illustrano

Sono le trame statiche, che non avanzano, che non propongono azione. Le storie in cui non c’è conflitto, non c’è posta in gioco, non c’è desiderio. Non è detto che non succeda niente, qualcosa succede, spesso si tratta di trame dispersive e poco equilibrate, ma il loro difetto principale non è questo, è che manca una linea d’azione e che i conflitti dei protagonisti sono già stati risolti fin dall’inizio. A muovere la storia non è quindi il loro desiderio, non sono le loro ferite, ma il desiderio dello scrittore di descrivere una determinata situazione, un mondo, un universo. E non perché in quel mondo non succeda niente, non perché l’assenza di azione sia una caratteristica di quell’universo e sia importante da raccontare. I protagonisti non aspettano nessuno, per scomodare Godot. Il punto non è quello. Il punto è che in realtà manca il racconto, perché l’autore sta illustrando, appunto, e non ha scosso abbastanza il suo mondo, non l’ha esaminato e messo alla prova abbastanza da capire che cosa fosse ad attirarlo davvero, dove si nascondesse il vero motivo della sua ispirazione. “Fate salire i vostri protagonisti su un albero, tempestateli di pietre e poi fateli scendere”, ricordo di aver letto in un manuale di scrittura creativa. Ecco, nei romanzi che illustrano senza raccontare i protagonisti restano ai piedi dell’albero, con il naso all’insù.

Insomma, 274 manoscritti per arrivare alla conclusione a cui qualcuno probabilmente era arrivato già molto prima. Scrivere e scrivere romanzi non sono sinonimi più di quanto lo siano farsi il bagno e gareggiare per i cinquanta metri stile libero. O indossare un accappatoio ed essere uno jedi, come dice il meme. Nessuno, credo, andrebbe a vivere nella casa progettata da un architetto senza studi e senza esperienza, quindi non vedo perché dovrebbero leggere il romanzo di un autore che non ha dimestichezza con le regole narrative. E se è vero, parafrasando Truffaut, che tutti hanno due mestieri, il loro e quello di scrittore, allora forse converrà iniziare a imparare anche il secondo. E no, stiamo pure tranquilli, non abbiamo venduto l’anima e la penna a nessuno. Stiamo solo imparando.

Storie da leggere con una tazza di tè

 

81-hgTirH0LIl giardino delle nebbie notturne, di Tan Twan Eng (Elliot)

Sopravvissuta durante la Seconda guerra mondiale alle torture in un campo di prigionia giapponese, nel quale ha però perso la vita la sorella, Yun Ling Teoh ha studiato legge a Cambridge e dedicato molti anni a perseguire i criminali di guerra. Ma ora ha bisogno di fermarsi, e il luogo migliore per farlo è sugli Altopiani di Cameron, in Malesia, tra le piantagioni di tè di un vecchio amico di famiglia. Ed è lì che scopre l’esistenza di un giardino, il cui proprietario e creatore è l’enigmatico Aritomo, un esule dal Giappone che un tempo ha ricoperto il ruolo di capo-giardiniere al servizio dell’imperatore. Nonostante i sentimenti di odio nei confronti dei giapponesi – o forse proprio per questa ragione – Yun Ling chiede ad Aritomo di realizzare un giardino in memoria della sorella, ma l’uomo rifiuta e le propone invece di lavorare per lui come apprendista, fino a quando non sarà lei stessa in grado di disegnare un giardino. Con il passare dei mesi, Yun Ling stabilisce suo malgrado un legame con il suo sensei e apprende la filosofia di un’arte millenaria che ha come scopo quello di riprodurre sulla terra il paradiso. E mentre da fuori giungono gli echi della guerriglia, anche in quel luogo di pace non mancano conflitti, segreti e misteri da affrontare.

 

downloadL’amante giapponese, di Isabel Allende (Feltrinelli)

L’epica storia d’amore tra la giovane Alma Belasco e il giardiniere giapponese Ichimei: una vicenda che trascende il tempo e che spazia dalla Polonia della Seconda guerra mondiale alla San Francisco dei nostri giorni.

“Ci sono passioni che divampano come incendi fino a quando il destino non le soffoca con una zampata, ma anche in questi casi rimangono braci calde pronte ad ardere nuovamente non appena ritrovano l’ossigeno.”

 

9788807885679_quartaIl tè nel deserto, di Paul Bowles (Feltrinelli)

Si narra che tre ragazze arabe provenienti dalle montagne avessero un solo grande sogno: quello di bere il tè nel Sahara; per questo misero assieme tutto il denaro che avevano e si fecero portare nel deserto, dove di duna in duna andarono in cerca si quella più alta: verranno poi ritrovare da una carovana nella stessa posa in cui si erano addormentate, con le tazze piene di sabbia. È questa la storia che una giovane donna del deserto racconta all’americano Porter Moresby, e simile a quello delle ragazze potrebbe essere il sogno di lui. Port ha lasciato new York, nel secondo dopoguerra, per fare un viaggio in Nord Africa, con sua moglie Kit e l’amico Gorge Tunnel. Port e Kit non si considerano turisti, bensì viaggiatori: non sanno dove si fermeranno, non hanno tempi prefissati per spostarsi, né un vero luogo cui fare ritorno. Nel loro peregrinare scoprono un paese culturalmente distante, dove gli occidentali si sentono sempre stranieri. Ciononostante, o forse proprio per questo, sotto i cieli assolati, complici il paesaggio sahariano e l’atmosfera del Magreb, la coppia in crisi cerca di ritrovare se stessa. E ci proverà attraverso vie tortuose, fatte di tradimenti e incomprensioni, lui convinto che l’esistenza sia priva di significati, mentre lei ne è alla continua ricerca. In un crescendo di tensione, via via che il viaggio prosegue, la storia precipita verso il tragico epilogo. Il ‘tè nel deserto’ è il primo romanzo di Paul Bowles e il suo bestseller.

 

download (1)La figlia del mercante di tè, di Janet McLeod Trotter (Newton Compton)

India, 1905. Clarissa e Olive Belhaven vedono minacciato il loro futuro e la loro piantagione di tè dai debiti del padre che affoga nell’alcol il dolore per aver perso sua moglie. Wesley Robson, uno sfacciato e giovane imprenditore si offre di salvare la piantagione in cambio della mano di Clarissa, ma il padre rifiuta. Quando, di lì a poco, l’uomo muore, Clarissa e Olive sono costrette a tornare in Inghilterra e a lavorare nell’umile pub di un cugino in Scozia. Clarissa è disorientata dalla nuova condizione e dalla povertà che la circonda e non sopporta la cugina, una donna crudele e meschina. Decide quindi di lasciare il lavoro di cameriera per fare da governante a un gentile avvocato, Herbert Stock. Quando l’uomo, rimasto vedovo, le propone di sposarlo, in lei si fa strada anche un sogno: aprire una sala da tè, un luogo in cui far rivivere i profumi e le tradizioni della sua terra lontana. Il desiderio si realizza, ma Clarissa si trova a fronteggiare ostacoli imprevisti: il figlio di Herbert, Bertie, nutre per lei un risentimento pericoloso e Wesley Robson torna improvvisamente nella sua vita con una rivelazione scioccante… Chi è in realtà quest’uomo e cosa desidera ancora da Clarissa?

 

51bwOG2TyHLIl profumo delle foglie di tè, di Dinah Jefferies (Newton Compton)

Londra, anni Venti. Gwendolyn Hooper, giovane donna inglese appena sposata, si trasferisce nella lontana isola di Ceylon per raggiungere il marito. Ma l’uomo che le viene incontro nella piantagione
di tè non è lo stesso di cui si era innamorata in Inghilterra tempo addietro. Distante e indaffarato, Laurence trascorre le giornate nella piantagione, lasciando la sua sposa da sola a occuparsi della casa, della servitù e delle nuove incombenze. La grande casa coloniale, agli occhi di Gwendolyn, appare un luogo misterioso, con porte chiuse a chiave e indizi di un torbido passato: in un baule polveroso è nascosto un vecchio velo da sposa ingiallito e le ombre del giardino celano una piccola tomba… Quando Gwen rimane incinta, suo marito è finalmente felice e tutto sembra andare per il verso giusto, ma c’è poco tempo per festeggiare. Al momento del parto la neomamma dovrà prendere una decisione terribile, di cui non potrà fare parola con nessuno, neanche con Laurence. Quando, infine, arriverà il momento della verità, Gwen sarà in grado di spiegare che cosa ha fatto e perché?

 

download (3)Quattro tazze di tempesta, di Federica Brunini (Feltrinelli)

Viola vive in un paesino del Sud della Francia, in una grande casa che divide con la sua cagnolina Chai. Ha un negozio di tè provenienti da tutto il mondo. La sua passione è trovare la miscela giusta per le emozioni di ogni cliente e inventare ricette gourmandes a base di tè. C’è un infuso per ogni stato d’animo, e lei li conosce tutti: strappa-sorrisi, leva-paura, antimalinconia, sveglia-passione, porta-gioia, tè abbraccio… Per il suo compleanno, Viola raduna sempre a La Calmette le sue tre amiche storiche per un rendez-vous a base di chiacchiere, relax, bagni di sole e profumo di lavanda. Quest’anno, però, è diverso. Nonostante la gioia di rivedere le amiche, Viola è tormentata dal dolore per la morte del marito. Mavi, l’unica mamma del gruppo, è perennemente stressata. Chantal, insegnante di yoga in cerca del suo posto nel mondo, è insicura del compagno, molto più giovane di lei. E Alberta, un architetto in carriera, è distante, troppo presa dal lavoro e da un nuovo, misterioso amore. Nessuna delle quattro donne sembra essere la stessa che le altre conoscono, o credono di conoscere. Ognuna cova dentro di sé un’inaspettata inquietudine, che monta di ora in ora come una tempesta fino a scoppiare all’improvviso davanti alla torta di compleanno di Viola e alla sua ignara assistente Azalée. Tra illusioni e delusioni, rimpianti e rivincite, lacrime e risate, le quattro donne si confronteranno con i loro sogni di ragazzine e le realizzazioni più o meno mancate dell’età adulta.

 

download (2)Le regole del tè e dell’amore, di Roberta Marasco (Tre60)

L’amore di Elisa per il tè risale alla sua infanzia. È stata sua madre a insegnarle tutte le regole per preparare questa bevanda e ad associare, come per gioco, ogni persona a una varietà di tè. Daniele, il suo unico grande amore, è tornato dopo tanto tempo. Ma Elisa ha imparato da sua madre a non fidarsi della felicità, a non lasciarsi andare mai, perché il prezzo da pagare potrebbe essere molto alto. Prima di tutto dovrà trovare se stessa, poi potrà capire se Daniele può renderla felice.
Quando trova per caso una vecchia scatola di tè con un’etichetta che riporta la scritta ROCCAMORI, il nome di un antico borgo umbro, Elisa ne è certa: si tratta del tè proibito della madre, quello che le fece provare solo una volta e che, lei lo sente, nasconde più di un segreto. Forse proprio lì, in quel borgo antico, Elisa potrà trovare le risposte che cerca e imparare a lasciarsi andare e a fidarsi dell’amore, guidata dall’aroma e dalle regole del tè…

Dieci cose da non fare se vuoi promuovere il tuo libro sui social

coffee-2242213_960_720

1. Non promuovere, informa chi ti segue. Il tuo scopo come scrittore è crearti un pubblico, non vendere copie. Per quello ci sono i librai, che lo sanno fare meglio di te.

2. Abbi la serenità di accettare le recensioni negative che non puoi cambiare, il coraggio di cambiare i difetti che puoi migliorare e la saggezza per conoscere la differenza.

3. Se qualcuno chiede un consiglio su un libro da leggere non suggerire il tuo con entusiasmo e con tanto di link per l’acquisto. È un po’ come raccontare una barzelletta e scoppiare a ridere da solo.

4. Non taggare cento persone inconsapevoli all’uscita del tuo libro. Neanche cinquanta o venti. Neanche una.

5. Non mandare messaggi privati per fare promozione. Hai presente quando ti squilla il telefono e tu stai facendo il bagno a tuo figlio e corri fuori sgocciolando ovunque e arrivi alla cornetta un istante prima che mettano giù e rispondi ed è un call center che vuole venderti un’assicurazione? Ecco.

6. Usa i social per fare quello che ti riesce meglio. Se sai raccontare, racconta. Se sai fotografare fotografa. Se sai lamentarti, fallo davanti allo specchio del bagno.

7. Evita le polemiche. Suonano sempre più infantili e fastidiose ti quanto ti sembrava mentre le scrivevi.

8. Ricordati che la collaborazione porta più lontano dell’invidia. E rende tutto più divertente. Se vuoi essere letto, leggi. Se vuoi essere consigliato, consiglia. Se vuoi essere sostenuto, sostieni. I libri dalle classifiche prima o poi escono, le amicizie sincere dalla tua vita no.

9. Segui le persone perché ti interessano, non per interesse. Si nota, la differenza, si nota.

10. Tratta il lettore tuo come te stesso.

Perché le Colazioni d’autore hanno fatto un gran bene all’editoria

bookbreakfast libro
Foto di Petunia Ollister

L’oggetto libro ha qualcosa di ostinato, di cocciuto e di sacro, di inamovibile. È un resistente. È passato quasi indenne attraverso le avanguardie del secolo scorso, il futurismo, il formalismo, l’iperromanzo, la metanarrativa, il post moderno e l’epoca del digitale. La letteratura è cambiata, certo, si è interrogata sulle proprie funzioni, sul ruolo del lettore, sulla citazione e la parodia e la commistione dei generi, sulla scrittura del tempo e lo smascheramento della finzione, ma senza arrivare a scalfire l’importanza della storia e della dimensione del racconto. Il libro come oggetto è rimasto praticamente identico a se stesso. È cambiata la carta, certo, sono cambiati i materiali e le modalità di stampa. Le copertine si sono adeguate all’estetica corrente e hanno sperimentato a loro volta, ma il tutto sembra essere avvenuto senza gli sconvolgimenti vissuti da altre forme artistiche, come la pittura, la scultura o il cinema.

Con tutte le variazioni grafiche e storiche del caso, un libro nella maggior parte dei casi ha un solo senso di lettura, un unico orientamento, pagine numerate e continua a proporci titolo e nome dell’autore ed editore in copertina, alette e quarta. Con alcune eccezioni più o meno significative, è scritto quasi sempre in caratteri neri e con un font che non aspira a essere protagonista. Tutto sembra insomma convergere verso la storia, la rassicurazione del racconto, il patto implicito fra autore e lettore. Il libro tiene duro, non molla. Rigetta ogni esperimento (come i flip book di qualche anno fa, che hanno avuto vita breve) e quando proprio non può ignorare un fenomeno come l’ebook, lo obbliga ad assomigliargli il più possibile e a scimmiottarlo, proponendo modalità di lettura sostanzialmente analoghe a quelle del cartaceo (con alcune differenze, certo, ma non sostanziali).

Perfino l’interattività e la multimedialità hanno lasciato il libro quasi indifferente. Chi progettava e sognava applicazioni in cui la storia prendeva vita davanti agli occhi del lettore, in cui le illustrazioni si muovevano a seconda di come inclinava il supporto di lettura o in cui la letteratura si intrecciava ai giochi di ruolo, consentendo al lettore di dirigere la trama e condizionarla, ha dovuto presto arrendersi o accontentarsi di un pubblico più ristretto di quanto sperasse.

L’oggetto libro è un sopravvissuto. L’hanno dato per morto o moribondo un’infinità di volte ed è sempre risorto e ha tirato dritto per la sua strada, un po’ più acciaccato, forse, con qualche lettore in meno e qualche refuso in più, ma si è rialzato e ha proseguito. La resilienza del libro è la sua forza, certo, ma come spesso accade, anche la sua debolezza. Il libro resta lì, si intreccia al suo tempo in modi meno sfacciati di quanto accada con altri media e altre forme artistiche, e dunque rischia di scollarsi da una parte del pubblico, che invece al suo tempo aderisce e vuole aderire con la stessa costanza e determinazione con cui aderisce allo schermo del cellulare e a quello del computer.

Poi sono arrivati i #bookbreakfast di Petunia Ollister, le sue Colazioni d’autore, e hanno cambiato tutto.

Non ce ne siamo accorti subito, o almeno io non me ne sono accorta subito, ma hanno inciso in profondità sul rapporto fra libro e lettore, portando nuova linfa e nuovi lettori all’editoria. Non solo perché sono fotografie magnifiche, non solo perché sono fatti con cura e precisione e una raffinatezza dissimulata nell’apparente semplicità. I #bookbreakfast soprattutto sono riusciti a portare il libro in altri ambiti costringendolo a parlare il loro linguaggio. Sono riusciti nella difficile impresa di schiodare l’oggetto libro dagli scaffali e schiaffarlo su Instagram e sui social in generale, operando uno slittamento di significato che in pochi sono stati capaci di fare. Nei #bookbreakfast, infatti, il libro non arriva su Instagram come protagonista di un momento di vita, come la traccia di qualcos’altro, della storia che racconta o della storia di chi lo sta raccontando e leggendo e recensendo. No. I libri nei #bookbreakfast diventano forma e colore, diventano un elemento compositivo, che solo apparentemente condiziona e orienta gli altri. Il fondo scelto, le tazzine, le matite, i taccuini, le tavolette di cioccolato hanno in realtà la stessa importanza formale del libro e ci dialogano alla pari. I libri dunque diventano oggetti grafici, giochi di linee e di colori e di forme, punto di partenza e di arrivo di attenti rimandi formali e di equilibri interni raffinatissimi. Il tutto senza mai trascurare il significato a favore della forma, senza mai dimenticarsi della storia che raccontano.

bookbreakfast holden
Foto di Petunia Ollister

Ecco così che accanto al Giovane Holden, il “succo d’arancia, uovo col bacon, pane tostato e caffè” che compongono la “colazione abbondante” del protagonista diventano anche elementi formali, cerchi, rettangoli e note formali che sembrano opporre resistenza e voler far implodere l’ordine e il vuoto dell’immagine e il minimalismo della copertina bianca di Einaudi, dicendoci al tempo stesso molto del suo protagonista, del suo rapporto con l’ipocrisia e il vuoto che lo circondano, e perfino delle scelte “ipnotiche” di traduzione. E le patatine sotto Cent’anni di solitudine sembrano portarci nella selva che fa da sfondo all’immagine, in uno scrocchiare di foglie divertito che rende omaggio in modo perfetto al realismo magico dell’autore e alla sensorialità della sua scrittura.

bookbreakfast marquez
Foto di Petunia Ollister

Ecco come scatta la magia dei #bookbreakfast. Nel gioco di assonanze e nei palleggi fra i sensi. Nell’impossibilità di separare forma e significato, nel rincorrersi continuo di entrambi, tanto che si potrebbe guardare per ore le fotografie di Petunia Ollister, godendosi il modo in cui i temi del libro si fanno colore e odore e sapore, prendono posto nell’immagine e strizzano l’occhio all’altro capo dell’immagine, dove un altro tema fa capolino, in una simmetria o in un’assonanza di forme e colori. E i sensi non restano certo in disparte, una tazza di caffè, un ciuffo di panna, un croissant, una tavoletta di cioccolato fanno a loro volta parte del gioco, a loro volta forma e significato, insieme.

I #bookbreakfast sono irresistibili, perché procurano piacere a chi li guarda, un appagamento estetico che non tradisce mai il suo soggetto, al contrario, lo esalta. E così facendo Petunia Ollister coglie alla sprovvista perfino il tenace e cocciuto oggetto libro e lo mette al centro dei social senza snaturarlo, esaltandolo, stuzzicandone la vanità e provocandolo e punzecchiandolo un po’, ogni tanto. E i libri si offrono allo sguardo, si concedono al piacere estetico dei social e dei nuovi mezzi, come regine sorprese dal lampo di un flash. Sotto lo sguardo di Petunia Ollister, i  libri si lasciano sedurre dalla grafica e dal design, si concedono alla ricerca della bellezza e al lavoro cromatico sempre più protagonista e sempre più consapevole oggi.

Ecco perché sono convinta che i #bookbreakfast abbiano fatto un gran bene all’editoria. Perché sono riusciti a scardinare l’oggetto libro dal mondo delle parole, perché l’hanno raccontato usando un linguaggio completamente diverso, l’hanno catapultato nel mondo dell’immagine e degli hashtag e del foodporn, non come ospite e guest star un po’ spaesata, ma come soggetto della comunicazione, costringendolo a parlare il loro stesso linguaggio.

E soprattutto, i #bookbreakfast non possono fare a meno di emozionarci, completando così il circolo del piacere estetico e della narrazione. E rendendolo irresistibile.

I #bookbreakfast sono i protagonisti di un volume magnifico uscito da poco e ritratto nella foto che apre questo post, Colazioni d’autore, dove sono raccolti i ritratti di libri che parlano di cibo o di cucina, edito da Slow Food Edizioni.

Petunia Ollister
Foto di Petunia Ollister