Il lieto fine è femminista?

E vissero per sempre felici e contenti: per alcune femministe è la formula dell’infelicità femminile, un tappeto rosa steso verso la sottomissione e l’inconsapevolezza. Un paio di occhiali rosa con cui farci arrancare tutte verso un futuro che non ci appartiene.

Ma è davvero così? Davvero il lieto fine è una benda sugli occhi che ci impedisce di vedere la realtà? Una sorta di lepre agitata davanti ai nostri cuoricini inquieti per farci correre più rapide e per i motivi sbagliati?

Qualcuno ha forse smesso di sperare nelle possibilità del crimine perché nei gialli il colpevole viene assicurato alla giustizia? Si è mai sentito che qualche membro della malavita insorgesse contro il lieto fine dei gialli, che scoraggiava i giovani rampolli aspiranti gangster?

Ma non è neanche solo questo il motivo, non si tratta solo di un discorso sui meccanismi narrativi dei generi e delle favole, o dell’opportunità di un femminismo che finisce sempre per essere triste e tormentato, e faticoso.

Certo, c’è da lottare. Certo, la realtà deve essere vista e affrontata per quello che è. Ma serve ottimismo, per combattere, serve lo slancio delle emozioni per decidersi a farlo, serve un sogno. Non c’è forse un sogno dietro ogni lotta? E che cosa fa il lieto fine, se non insegnarci a credere nei sogni?

Non c’è niente come pensare che sia possibile, per decidersi a provarci. Non c’è niente come l’entusiasmo di un sogno condiviso, per decidersi a partecipare. Non c’è niente come una speranza, per decidersi a cambiare.

Ecco perché spero in un 8 marzo con il sorriso, in cui prima di dissotterrare l’ascia di guerra ci ricorderemo di seminare un sogno. Un sogno gonfio di speranze, di tutto l’entusiasmo ingenuo del lieto fine, un sogno in cui credere, soltanto nostro, che finirà per salvarci tutte.

Il lieto fine è necessario, perché ci ricorda che sì, certo che è possibile, certo che succede, certo che dobbiamo pretenderlo. Ce lo meritiamo, eccome se ce lo meritiamo.