Operazione vacanze 

​E poi arrivano le vacanze, quando guarisci temporaneamente dalla Sindrome dello Strofinaccio, sogni un albergo in cui piegano il pigiama dei tuoi figli al posto tuo, un campeggio senza letti da rifare, un villaggio in cui ballare Despacito senza ritegno fingendo di avere ancora il corpo e lo spirito di una ventenne, un viaggio all’insegna dell’avventura che ti porti così lontano da non ricordare più neanche una password al ritorno. 

Finalmente.

Certo, prima ci sono da fare le valigie, pari al numero dei tuoi figli più uno (quella del marito non se ne parla, Sindrome dimenticata, al massimo gli ricordi di prendere cappello, felpa, occhiali da sole, kway, aggiungi il doppio delle magliette e della biancheria e infili dentro all’ultimo lo spazzolino e il rasoio, ma la valigia se la fa lui, che cavolo), chiudere casa, fare le ultime lavatrici, sistemare le bottiglie nei vasi di fiori che tanto schiatteranno comunque nel frattempo, prendere documenti, chiavi, chiave di scorta, libretto, assicurazione – “Alla macchina non dovevi pensare tu, cazzo?” – tablet, peluche antimostro, panini, acqua, frutta – “Cosa vuol dire che non ci sta tutto nel bagagliaio? Bambini sollevate i piedi e non riabbassateli più per mille chilometri che sotto ci sono le cose fragili” – e finalmente, incredibilmente, si parte!

E va tutto bene, più o meno per dieci minuti, fino alla prima sosta dal benzinaio, quando ti volti verso quel groviglio urlante di gambe e di braccia che sfida ogni norma sulla sicurezza stradale e ti chiedi sbalordita che fine abbiano fatto i tuoi figli. Quegli esserini tendenzialmente adorabili che uscivano esausti da scuola e da quelle quattro o cinque attività extrascolari che hai programmato coscienziosamente ogni giorno perché non si annoiassero e arrivassero a casa con l’energia di un bradipo novantenne e la stessa capacità distruttiva, se possibile. 

Dove sono finiti? E chi ha messo al loro posto quei due bambini viziati e pieni di pretese che non fanno che lamentarsi e prenderti a calci il sedile?

Stai per chiederlo a tuo marito, quando ti volti verso di lui e trovi un tizio ringhiante e nevrastenico, che guarda i cartelli stradali con aria di sfida come se ce l’avessero con lui personalmente, che impreca contro il costo del pedaggio a ogni singolo casello e che dopo aver sbagliato uscita per la quarta volta di fila ti chiede la mappa che tu hai lasciato a casa quando ti ha detto che non gli serviva perché sapeva benissimo dove andare.

Dove è finito l’uomo audace che programmando le vacanze voleva lasciare tutto al caso “così è più avventuroso”? Il padre amorevole che adesso ha appena minacciato i bambini di mollarli al primo autogrill e ha inchiodato un paio di volte solo per il gusto di vederli rimbalzare sui sedili e stare zitti per cinque minuti per lo shock?

È allora, scartata ogni possibilità di essere salita sulla macchina sbagliata – riconosceresti quel resto di panino ammuffito sotto il freno a mano ovunque – che ti rendi conto di due tristi verità. Fra te e la ragazza che balla sensuale Despacito non ci sono solo vent’anni di differenza, ma un abisso incolmabile fatto di figli e richieste e panini ammuffiti e risate e ricordi e amore che non basteranno tutti i gin tonic del mondo a dimenticare. E che la famiglia a volte è un tetris impossibile in cui più si sforza di incastrarsi più si finisce per starsi sui piedi e sulle scatole, ma in cui tutti gli altri pezzi ormai fanno parte di te, volente o nolente.

Così sospiri, ignori le lamentele di tuo marito, zittisci i tuoi figli tirandogli addosso il panino ammuffito, e chiudi gli occhi e pensi ai gin tonic, al primo bagno in mare tutti insieme, ai chilometri che ti separano sempre di più dalla vita di sempre, al pigiama dei bambini che sarà troppo leggero, che ti sei dimenticata di nuovo di prendere i calzini, porca miseria, a tutte le cose nuove che vedrete e assaggerete e annuserete e sentirete insieme, e pensi che sarà farlo insieme che le renderà speciali, a prescindere dal resto. 

Poi pensi alla ventenne che sei stata, alla libertà che avevi e non hai più, a tutto quello che non hai fatto quando avresti potuto, a quello che hai fatto quando non avresti dovuto e all’emozione che ti procurava. A quella voglia di osare che neanche la Sindrome dello Strofinaccio è mai riuscita a soffocare.

“Devi prendere la prossima uscita, poi alla rotonda a sinistra, secondo la mappa” dici indicando il foglio che tieni aperto sulle gambe.

Tuo marito esegue, tu sorridi e chiudi il poster sulla vita dei pinguini che tuo figlio ha lasciato in macchina.

Fanculo le mappe e i programmi e il bisogno inesauribile di avere tutto sotto controllo. Proviamo a perderci, per una volta, e stiamo a vedere che succede.

Con un po’ di fortuna, non farà troppo freddo e i pigiami andranno bene.

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La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni

La strada del voler bene è lastricata di buone intenzioni, proprio come quella dell’inferno. Scorrono sotterranee dietro i nostri gesti e i nostri discorsi, scavando gallerie di sensi di colpa e di dilemmi silenziosi, come tante termiti.

Ogni tanto una buona intenzione centra il tiro e grida vittoria, perché ha strappato un sorriso, un grazie, magari perfino un ti voglio bene. Ma il più delle volte si ritirano silenziose, senza sapere se sono state notate, se qualcuno si è accorto di loro.

La strada del volersi bene è lastricata di buone intenzioni perché più ne metti in fila e più arrivi lontano, fino in fondo agli amori più cocciuti, quelli che non si lasciano amare, che non si lasciano coccolare, che si riparano dietro un’ostilità capricciosa ma necessaria.

La strada del volersi bene è costellata di buone intenzioni perché quando si passa ai fatti si sbaglia sempre, ci si ferisce a vicenda scagliandosi addosso le proprie debolezze e le proprie paure.

L’amore e l’affetto sono egoisti, parlano in prima persona, gridano, non ascoltano, hanno sempre paura di correre troppo rapidi verso la fine, senza sapere che la fine non la vedi arrivare, non è in fondo alla strada, è una trappola che ti si spalanca sotto i piedi dopo una parola o un gesto banali, che non sembravano tanto importanti un attimo prima.

Le buone intenzioni sono come i cani randagi, quando non vengono ignorate di solito si beccano un calcio.

Quando ti perdi, però, quando hai bisogno di tornare a orientarti anche se non sei sicura di voler andare da nessuna parte, le buone intenzioni a saperle riconoscere ti indicano la strada da seguire. E ti riportano a casa.